Il 1 novembre del 2009 ci lasciava Alda Merini… Vogliamo ricordarla con una delle sue più belle poesie d’amore.

 

Alda Merini

 

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Il 1 novembre del 2009 ci lasciava Alda Merini… Vogliamo ricordarla con una delle sue più belle poesie d’amore.

 

Nella giornata del ricordo di Alda Merini vi proponiamo “Lettere”, una delle sue poesie d’amore più belle …

MILANO – L’1 novembre 2009 ci lasciava Alda Merini, una delle penne più belle e pungenti della letteratura e della poesia italiana. Un’assenza che ancora oggi lascia un grande vuoto. Le poesie d’amore di Alda Merini racchiudono passione, struggimento e dolore. Questo perché  i suoi testi raccontano sensazioni ed emozioni realmente vissute. “Lettere” parla della fine di un amore ed è una delle poesie che meglio aiuta a capire fino in fondo l’indimenticabile poetessa.

Lettere 

“Rivedo le tue lettere d’amore
illuminata adesso da un distacco,
senza quasi rancore.

L’illusione era forte a sostenerci,
ci reggevamo entrambi negli abbracci,
pregando che durassero gli intenti.
Ci promettemmo il sempre degli amanti,
certi nei nostri spiriti divini.

E hai potuto lasciarmi,
e hai potuto intuire un’altra luce
che seguitasse dopo le mie spalle.

Mi hai resuscitato dalle scarse origini
con richiami di musica divina,
mi hai resa divergenza di dolore,
spazio, per la tua vita di ricerca
per abitarmi il tempo di un errore.

E mi hai lasciato solo le tue lettere,
onde io le ribevessi nella tua assenza.

Vorrei un figlio da te,
che sia una spada lucente,
come un grido di alta grazia,
che sia pietra, che sia novello Adamo,
lievito del mio sangue
e che dissolva più dolcemente
questa nostra sete.

Ah se t’amo!
Lo grido ad ogni vento
gemmando fiori da ogni stanco ramo,
e fiorita son tutta
e di ogni velo vò scerpando il mio lutto
perché genesi sei della mia carne.

Ma il mio cuore trafitto dall’amore
ha desiderio di mondarsi vivo,
e perciò, dammi un figlio delicato!
Un bellissimo vergine viticcio
da allacciare al mio tronco.

E tu, possente padre,
tu olmo ricco di ogni forza antica,
mieterai dolci ombre alle mie luci.”

 

“Il giorno dei Morti” raccontato da Andrea Camilleri.

 

Camilleri

 

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Un tempo per i Siciliani il giorno dei morti era un giorno davvero speciale, per i bimbi era ricco di attesa e dolci sorprese!
La globalizzazione oramai sta rendendo più onore ad Halloween dimenticando la tradizione che invece ci appartiene e dobbiamo impegnarci a conservare e a tramandare, per questo abbiamo deciso di riportare il testo di Camilleri che racconta la magica atmosfera del giorno dei morti per i siciliani.

Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.

Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.

I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo.
Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine.

Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire.
(da Racconti quotidiani di Andrea Camilleri)

Assolutamente, ma proprio assolutamente da leggere – Sara, 18 anni: “Ho il cancro, non ho più i capelli e tu ti lamenti se il parrucchiere te li taglia troppo”…!

 

cancro

 

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Sara ha 18 anni e ha scritto a Fanpage.it per raccontare la sua lotta contro un “Linfoma Non Hodgikn del mediastino a grandi cellule B, maligno II° stadio di 14cm. Non ci guardate male, non sapete cosa vuol dire aver paura di addormentarsi pensando di non svegliarsi più”.

Salve a tutti!

Sono Sara, una ragazza di 18 anni ed ho il cancro. Una frase che ti leva il respiro eh? Già è proprio così, ho un Linfoma Non Hodgkin del mediastino. Cos’è?  Il linfoma è un tumore maligno del sistema linfatico, ci sono anche i linfomi Di Hodgkin. Nel complesso rimangono tumori rari, lo chiamano tumore giovanile perché la maggior parte delle persone colpite sono giovanissimi.

Ovviamente vi chiederete “ma come fa a venirti questo tumore?!”

Beh, è quello che vorremmo sapere tutti, purtroppo nel 2017 abbiamo i robot, abbiamo telefoni da migliaia di euro che fanno tutto al posto nostro, stiamo crescendo in tutto… ma ancora non si sa da cosa hanno origine i tumori e come prevenirli. Sappiamo solo che un bel giorno il nostro caro midollo smette un attimo magari di funzionare ed ecco qua che le nostre cellule impazziscono moltiplicandosi e formando masse, i tumori, detto molto semplicemente.

Credo che vi stiate chiedendo “ma perché ne stai parlando?” Sinceramente ne parlo primo per uno sfogo personale, ma soprattutto perché il mondo è ignorante su queste malattie. Perchè? Ora vi racconto la mia storia.

Il 2 gennaio 2017 iniziai a sentire la febbre, niente di che, finche i giorni a seguire, sdraiandomi non riuscivo a respirare (premetto che sono il tipo di persona che sopporta tutto e pensa ‘massi è normale poi passerà’), venne un dottore a visitarmi e mi disse che il polmone destro non ventilava mentre quello sinistro stava messo male e quindi ci disse di andare al pronto soccorso.

Il 9 gennaio andiamo al pronto soccorso, ovviamente potete immaginare quante sono state le ore di attesa, alla fine dopo aver fatto prelievi, lastra e quant’altro verso 03:15 di notte del 10 gennaio ci richiamano in visita e c’era una dottoressa del reparto di Ematologia, mi fa delle domande strane: Sudi la notte? Hai difficoltà a respirare? Le rispondo subito senza pensarci: SI!

Mi dice “dobbiamo ricoverarti subito e iniziare le cure perché abbiamo visto dei linfonodi ingrossati e degli addensamenti nei polmoni” io purtroppo non capii subito cosa diceva, comunque prima mi avevano detto che si trattava di polmonite quindi pensavo a quello. Fatto sta che in quel momento c’era mio padre con me e la dottoressa mi disse che mi sarebbero venuti a prendere con la carrozzina e nel frattempo lei avrebbe parlato con lui, tempo un quarto d’ora e arrivai in questo reparto blindato, arrivo nella mia stanza e vedo mio padre con gli occhi rossi (pensavo fosse stanco, insomma si erano fatte ormai le 5 della mattina), ma io nella mia ingenuità non capivo.

Dormo giusto un paio d’ore e la mattina mi trovo in stanza mia zia che fa l’infermiera, mamma, papà e mio fratello, e c’era un via vai continuo di infermieri che mi facevano analisi e dottori, ma il problema è che avevano tutti la mascherina! Si come quelle dei cinesi per proteggersi dallo smog. Ad un certo punto arriva il vice primario e mi dice che ho un sospetto Linfoma e perciò dovevano effettuare diverse analisi, io molto ingenuamente le rispondo ‘basta che mi fate dormire potete farmi quello che volete!‘ sorridendo anche.

E fu cosi che mi fecero prima il puntato, cioè il prelievo del midollo, la biopsia, non l’autopsia  che avete capito!!, per analizzare la massa, ovviamente per non farmi mancare niente l’intervento non si concluse molto bene infatti ho avuto una complicanza, un enfisema sottocutaneo polmonare cioè una presenza o una raccolta anomala di aria o gas, nei tessuti situati appena sotto la pelle, a quanto mi hanno detto in poche parole ho inglobato tutta aria e sono diventata un palloncino, veramente ero un pallone ahahah.

E quindi mi sono fatta anche 24 ore in terapia intensiva, dopodiche sono tornata in reparto ed ero attaccata alla bombola dell’ossigeno, avevo il catetere per fare la pipì perchè non potevo alzarmi dal letto, avevo il drenaggio nel polmone per elminare i liquidi che si erano accumulati ed avevo la flebo, dolori ovunque che non potete immaginare, paura, ero triste ed arrabbiata, iniziavo a capire che cosa stava succedendo.

Sapete sono cresciuta a pane, ER e Grey’s Anatomy quindi li i tumori sono all’ordine del giorno, perciò ho iniziato a pensare. Il pomeriggio di un venerdì c’era mia zia a farmi compagnia e le ho chiesto ‘Zia ma io sto qui perché ho un tumore?’ e ovviamente mi rispose di si… Feci altre analisi come la Tac Pet, puntura lombare (prelievo del liquido della spina dorsale), ed infine mi misero il Gronshong, un catetere venoso che ho nella vena succlavia (sul petto).

Arrivano i risultati, Linfoma Non Hodgikn del mediastino a grandi cellule B, maligno II° stadio di 14cm. Iniziamo subito la chemio-terapia, facendo poi anche la radio-terapia. Si le terapie sono veleno che solo noi che ci passiamo sappiamo cosa si prova. Sono stata ricoverata un mese e penso che una ragazza di 18 anni, o comunque nessuno, dovrebbe mai vedere e vivere in un ospedale.

Forse vi chiederete perché? Perché ovviamente vivendo in un ospedale, per di più il mio reparto è ‘speciale’ perché non potevano venirti a far visita molte persone ma solo una e non potevi uscire da li e potevi solo mangiare il cibo dell’ospedale, che sconsiglio vivamente ahahah, comunque ne vedi di cotte e di crude.

La situazione che mi ha fatto più paura è vedere una persona con cui praticamente ormai vivevo tutti i giorni da quasi un mese morire davanti ai miei occhi, non è per i deboli di cuore. Continuerete a chiedervi magari ‘Si ma perché ci dici queste cose?’ Perché troppo spesso mi hanno detto frasi del tipo ‘eh ma tanto tu sei forte’, ‘ma tanto di cancro non si muore più’, ‘vabbè ma tanto i capelli ricrescono’.

Certo, io da una parte le capisco queste persone perché ovviamente che cosa puoi dirmi? Non ci sono parole da dire, se non solo tanta rabbia, ma dall’altra avrei preferito spaccargli la faccia per l’odio che provavo, perché ho visto troppi amici nella bara perché purtroppo non ce l’hanno fatta, anche amici della mia età. Perché si è vero mi ricrescono i capelli ma nel frattempo mi sono cascati e tu ti lamenti se il parrucchiere ti taglia 3cm invece che 1cm.

Vedersi allo specchio e vedersi sempre più bianca, con le occhiaie, senza capelli e vederli cadere, non riuscirsi a fare una doccia per via del tubo nel petto ed essere deboli, sempre, avere dolori… Avere paura di andare a dormire la notte per poi non risvegliarsi più… Perché SI di cancro si muore ancora purtroppo, SI si ha paura di tutto, si diventa ipocondriaci, perché pensate che anche dopo finite le chemio o radio terapie allora si vive una vita serena? Non credo proprio.

Durante la mia malattia andavo in giro con la mascherina o comunque dopo non avevo i capelli e la cosa che mi lascia senza parole è che nel 2017 TUTTI e dico TUTTI mi guardavano come una malata che poteva infettare qualcuno ed ucciderlo. Vorrei dire una cosa a tutte quelle persone piccole di cervello che non capiscono cosa si sta passando o provando, io la mascherina la mettevo per proteggermi da voi! Perché io ero debole, non la mettevo perché potevo attaccare qualcosa a qualcuno o come mi sono sentita dire una volta in fila alla cassa da un signore che era tutta scena perché non sapevo cosa inventarmi per passare avanti. Sicuramente è brutto da dire, perché nessuno dovrebbe passare questo, ma se proprio il nostro ‘Dio’ deve ‘punire’ qualcuno credo che ci siano altre persone che se lo meriterebbero molto di più. Noi siamo persone come voi, un po’ sfortunate si, ma siamo uguali, non allontanateci e non fate né le facce tristi quando ci vedete e né quelle schifate perché stiamo male, perché primo noi siamo più forti di voi e non ci serve la vostra compassione e secondo beh… siamo noi a schifarvi se ci guardate in quel modo. Tutta la nostra vita è cambiata, anche dal semplice farsi la doccia che non ci riusciamo, alle nostre uscite che magari prima uscivamo con gli amici e invece ora sono i dottori i nostri amici.

Ma da una parte devo anche ringraziare questa malattia e la mia esperienza, perché mi ha fatto capire e conoscere tante cose, ad esempio ho capito chi era veramente amico e chi no, ho capito il senso della vita ed ora non mi vergogno più di nulla, ad esempio al mio paese c’era una festa e delle ragazze si vergognavano, io un anno fa ero uguale, invece quest’anno ho ballato con tutto che avevo un tubo nel petto e senza capelli e sapete una cosa? Non mi sono mai divertita cosi tanto. Mi ha fatto conoscere persone meravigliose ed ognuna di loro mi ha insegnato tantissimo, portiamo tutti la mascherina e guardandoci solo con gli occhi ci capiamo subito.

E senza tutta la mia famiglia io non sarei riuscita ad essere cosi forte! E la cosa più importante è che ho capito quanto è bella la vita. C’è un ragazzo che ho conosciuto che si chiama Simone e qualche giorno fa ero arrabbiata e non volevo fare una puntura e lui mi ha detto: E’ normale che sei arrabbiata e magari non vuoi fare qualche puntura o altro, ma tu ti fidi dei tuoi medici, dobbiamo tribolare ancora un po’ ma noi siamo ancora qui! Grazie a loro noi siamo ancora qui!

Infatti devo ringraziare i miei medici perché io credo in loro e nel loro lavoro! In tanti mi hanno detto che tornerò quella di prima e tornerò alla mia vita, ma invece non è cosi perchè ormai sono un altra persona, ho un altra vita.

E’ vero.

Noi siamo forti.

Noi siamo ancora qui.

La vita è bella.

Fonte: Dal Web

 

In Islanda le fantastiche strisce pedonali in 3d ben visibili, fanno rallentare gli automobilisti e garantiscono la sicurezza dei pedoni.

 

strisce pedonali

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In Islanda le fantastiche strisce pedonali in 3d ben visibili, fanno rallentare gli automobilisti e garantiscono la sicurezza dei pedoni.

Strisce pedonali tridimensionali per far rallentare gli automobilisti. Succede nella piccola città islandese di Ísafjördur dove sono troppi coloro che superano i limiti di velocità nel centro cittadino. Insomma laddove non arrivano le campagne di prevenzione, si aguzza l’ingegno.

L’idea non è nuova, le strisce pedonali in 3D ci sono in India, il paese che ha la più alta percentuale di vittime sulla strada, ancora in Russia e Cina ma anche in Italia, a Bologna e Vimercate, dove sembra che stia dando ottimi risultati. In Islanda, invece, è la prima volta che viene installato questo tipo di segnaletica.

Qui è la Vegmálun, ovvero la compagnia che si occupa della manutenzione e della segnaletica orizzontale a creare delle strisce pedonali tridimensionali grazie a un’illusione ottica. In pratica, da lontano sembra di trovarsi davanti dei blocchi di cemento e di conseguenza il guidatore è indotto a frenare.

Le strisce in 3D sono state dipinte nelle principali vie della cittadina del nord dell’Islanda e lo stesso amministratore delegato di Vegamálun, Gauti Ívar Halldórsson ammette che l’idea gli è venuta osservando gli attraversamenti pedonali indiani.

 

fonte: https://www.greenme.it/abitare/arredo-urbano/25502-strisce-pedonali-3d-automobilisti

Salviamo Elisa, ognuno può fare la differenza

 

Salviamo Elisa

 

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Salviamo Elisa, ognuno può fare la differenza

A fine articolo tutte le notizie utili per fare la tua parte. Comunque condividi e diffondi questo articolo ed altri come questo affinché il messaggio raggiunga più persone possibili.

L’appello lo ha lanciato Fiorello:

“Salviamo Elisa, ognuno può fare la differenza”

ROSARIO FIORELLO

Si chiamano social: mi sembra il minimo che possano e debbano essere utilizzati per il sociale. Certo, non basta un like o un hashtag per salvare una vita, ma forse nel caso di Elisa sì.

Non conoscevo Elisa, ma qualche settimana fa un mio amico, il prof. Massimo Robiony, primario di Chirurgia Maxillo Facciale a Udine, mi ha contattato raccontandomi la sua storia. E chiedendomi una cortesia: poter utilizzare i miei follower per diffondere l’appello, proprio perché anche solo una persona in più può fare la differenza.

Quello che ho fatto è stato un gesto semplice: condividere il messaggio «Salviamo Elisa», per dare il mio contributo in questa corsa contro il tempo per trovare un donatore compatibile. È il lato bello del web: in rete si fa quello che si fa in piazza, al bar, con i colleghi. C’è spazio per il divertimento e per chiacchiera, per lo scherzo e per le confidenze, per il cazzeggio e per le cose serie.

Ecco, questa è una cosa seria, utile. E chi, come me, ha il privilegio di poter arrivare a migliaia di persone penso abbia il dovere di amplificare una richiesta disperata come questa.

Per non lasciare sola Elisa e la sua famiglia.

Per essere con loro in maniera concreta, usando il mondo virtuale per dare un aiuto reale.

ELISA CERCA DONATORE MIDOLLO OSSEO PER SALVARSI

ELISA CERCA DONATORE MIDOLLO OSSEO PER SALVARSI
TUTTI PER ELISA – ELISA PER TUTTII REQUISITI SONO STABILITI PER LEGGE SONO INDEROGABILI

Se hai fra i 18 e i 35 anni, peso corporeo non inferiore ai 50 kg e sei in buona salute… diventare potenziali donatori di midollo osseo, che non equivale al midollo spinale, prevede soltanto un piccolo gesto d’amore.

FAI LA TIPIZZAZIONE…
Vai presso il centro trasfusionale più vicino e fatti tipizzare. Si tratta di un semplice prelievo GRATUITO, non occorre prescrizione medica. I tuoi dati genetici verranno inseriti nel registro donatori. Donerai il midollo solo in caso di compatibilità, potrebbe essere per Elisa o per chiunque altro. Si resta donatori fino a 55 anni.

COME AVVIENE LA DONAZIONE…
La donazione del midollo avviene in 8 casi su 10 tramite una trasfusione speciale e non occorre anestesia.
In casi rarissimi il midollo viene prelevato dalle ossa del bacino, in quel caso è necessaria un’anestesia.
Trovi tutti i dettagli qui:
https://www.admo.it/come-avviene-la-donazione-midollo-osseo/
Tutti i link utili da condividere si possono trovare sulla nostra pagina e verificare sulle pagine ADMO ufficiali.
https://www.facebook.com/salviamoelisa
Aiutaci a sensibilizzare più persone a tipizzarsi.
Non voltarti dall’altra parte, tutti i bambini hanno il diritto di essere felici, di sognare, giocare e ridere senza motivo. Regaliamo ad Elisa il suo mondo a colori.
Il tuo DONO potrebbe fare la differenza, potresti essere tu quell’unica possibilità a salvarle la vita.
Grazie!!!
<3 Life, and you?
#salviamoelisa
#failatipizzazione
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DICONO DI ELISA:
L’appello di papà Fabio, lanciato attraverso i social, è stato raccolto da tantissime persone, da numerose testate giornaliste e sedi ADMO.
http://salviamoelisa.altervista.org/dicono-di-elisa/
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GLI AMICI VIP CHE SOSTENGONO ELISA
http://salviamoelisa.altervista.org/amicivip/
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PERCHE’ IL LIMITE DEI 35 ANNI D’ETA’…
L’età del donatore è un fattore molto importante, più giovane è il donatore migliori saranno le probabilità di riuscita del trapiantoNon solo, ma donatori più giovani saranno più facilmente considerati idonei nella fase finale prima della donazione… velocizzando le tempistiche del trapianto.
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DOVE DIVENTARE POTENZIALE DONATORE

CENTRI DONATORI IBMDR
http://ibmdr.galliera.it/organizzazione/centri-donatori

CENTRI TRASFUSIONALI
http://salviamoelisa.altervista.org/centri-trasfusionali/

SEDI ADMO
https://www.admo.it/mappa/
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REQUISITI INTERNAZIONALI PER LA DONAZIONE
http://salviamoelisa.altervista.org/donazioni-internaziona…/
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INFORMAZIONI DA TUTTA ITALIA

Giorgio Maranzana
Presidente ADMO Friuli Venezia Giulia
Cell: 348 6567208 – NO STOP
Raffaele Di Giacomo
Uniti fino al Midollo – Ass. Onlus Vanessa
Cell: 342 7810970
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SOLO RAGUSA E PROVINCIA
Claudio Canni
Referente ADMO Ragusa
Cell. 393.316651 – NO STOP
https://www.facebook.com/AdmoRagusa2017/
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SOLO TREVISO E PROVINCIA Roberta Bozzetto
Referente ADMO Treviso
Cel. 339.4362371 – NO STOP
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SOLO OLBIA E PROVINCIA
ADMO OLBIA
Alessandro Bidoggiu 3922356313
Sarà Putzu 3498121339
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SOLO PORDENONE E PROVINCIA

In questi giorni le richieste di iscrizioni al Registro Donatori Midollo Osseo IBMDR nella provincia di Pordenone stanno aumentando. I posti programmati e disponibili nei vari Poli di Reclutamento della zona (Pordenone, San Vito al Tagliamento, Aviano e Spilimbergo) non riescono a soddisfare le innumerevoli domande. Vi invitiamo pertanto a contattare il Registro Regionale IBMDR che ha sede a Udine presso l’Azienda Ospedaliera Santa Maria della Misericordia al nr. di telefono 0432/552344 (fino alle ore 13:00) per fissare un appuntamento. Presso il Registro è presente un ufficio dedicato esclusivamente alle iscrizioni al Registro IBMDR e non prevede limitazioni di numero.
Invitiamo pertanto tutti gli interessati ad utilizzare questo canale.
Ricordiamo che per comodità le persone vengono indirizzate ai Centri Trasfusionali più vicini alla propria zona di residenza, ma l’inserimento al Registro IBMDR è univoca per tutta Italia.
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LINK DEL SITO WEB
http://salviamoelisa.altervista.org/
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Qualche volta ci piace darvi anche belle notizie – Madrid, sospesa la corrida: incornati tutti i toreri…!

corrida

 

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Qualche volta ci piace darvi anche belle notizie – Madrid, sospesa la corrida: incornati tutti i toreri…!

Lo ammettiamo, la notizia è vecchia, risale al 2014. Ma non abbiamo resistito alla tentazione di strapparVi un sorriso. Per una volta hanno vinto i Tori. Per una volta hanno vinto i buoni!

Madrid, sospesa la corrida: incornati tutti i toreri

Nella plaza de toros “Las Ventas” è stato interrotto lo spettacolo per mancanza di matador, tutti finiti in infermeria. Non accadeva dal 1975

L’ARENA di Madrid intrisa di sangue, dei toreri stavolta. A 35 anni dall’unico precedente che si ricodi nella plaza de toros “Las Ventas”, ieri è stato interrotto lo spettacolo per mancanza di matador.  Alle otto della sera, dopo appena un’ora di corrida, gli altoparlanti dell’impianto hanno annunciato la fine anticipata: i tre toreri sono finiti in infermeria in sequenza, feriti quasi a morte da sole due bestie, neppure una a testa (di regola toccano due tori a ciascuno dei tre toreri). Non accadeva un fatto del genere dal 1975. Era sempre una corrida della festa di San Isidro, il patrono della capitale spagnola.

Non appena i clarinetti hanno segnato l’inizio della tauromachia, la tensione, tra il pubblico, è salita alle stelle. Il primo a esibirsi è stato David Mora, che ha atteso l’uscita di Deslìo  (così si chiamava l’animale che gli è toccato in sorte) in ginocchio di fronte alla porta dei torili, ma non è riuscito a ingannare la bestia con il capote (il panno grande) ed è stato incornato alla spalla e poi sbalzato in aria più volte come una pallina da tennis, fino a ricadere a terra con l’arteria femorale della gamba sinistra recisa (ha riportato una ferita di 30 centimetri al quatricipite e un’altra all’ascella).

Mentre il pubblico gridava inorridito, Deslìo si guardava attorno, probabilmente spaventato anche lui. Ad ucciderlo è stato il secondo matador del cartello, il sivigliano Antonio Nazarè, finito in infermeria poco più tardi. Il secondo torodella serata infatti, prima ha colpito Nazarè lesionandogli la rotula destra, poi ha incornato al petto il terzo matador,  Saúl Jiménez Fortes, un giovane torero di Malaga che è stato traffitto mentre si accingeva ad uccidere con la spada. Con i tre protagonisti tutti in infermeria, al presidente de “Las Ventas” non è rimasto altro da fare che sospendere la corrida a rimandarla a data da destinarsi.

fonte: http://www.repubblica.it/esteri/2014/05/21/news/madrid_toreri-86762575/

Una lavatrice salverà il Pianeta: l’eco-invenzione di uno studente 22enne

invenzione

 

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Una lavatrice salverà il Pianeta: l’eco-invenzione di uno studente 22enne

Dylan Knight dell’Università di Nottingham Trent ha sostituito il calcestruzzo con un contenitore di plastica: il risparmio sarebbe di 45mila tonnellate di CO2 nel solo Regno Unito.

LA LAVATRICE salverà il mondo? Se promette di ridurre le emissioni di CO2potrebbe dare alla causa ecologica un importante contributo. È stato scoperto un trucco, semplice ma potenzialmente rivoluzionario se diffuso su larga scala, per ridurre il peso dell’elettrodomestico e renderlo green. L’idea è venuta a uno studente londinese di 22 anni, Dylan Knight dell’Università di Nottingham Trent (NTU), sviluppata come parte del suo progetto finale di studio, gestito dalla società Tochi Tech, con l’aiuto del professore di ingegneria, Amin Al-Habaibeh.

In pratica, viene sostituito il blocco di calcestruzzo, posizionato all’interno delle macchine come contrappeso, con un contenitore di plastica che viene riempito d’acqua dopo l’installazione. In questo modo, il trasporto diventa più agevole, ma soprattutto l’invenzione promette di far risparmiare 45.000 tonnellate di anidride carbonica alle sole macchine vendute nel Regno Unito ogni anno. La maggior parte delle lavatrici ha un blocco di calcestruzzo che si aggira intorno ai 25 kg, è posizionato sulla parte superiore e serve a mantenere stabile la macchina durante il ciclo di centrifuga.

La produzione e il trasporto del calcestruzzo creano emissioni di carbonio e rendono le macchine pesanti per il trasporto, aumentando così i costi del carburante. Knight, impegnato nella progettazione del prodotto, ha testato un dispositivo leggero, che pesa, invece meno di 3 chilogrammi vuoto e ha constatato che è altrettanto efficace dei blocchi di calcestruzzo quando viene riempito d’acqua. L’invenzione riduce il peso della lavatrice di un terzo. Riducendo il peso, un camion utilizzato per il trasporto di 100 kg potrebbe risparmiare circa 8.5 g di emissioni di anidride carbonica e 0.35 litri di carburante per 100 km percorsi.

“Il contenitore vuoto è lasciato inutilizzato fino all’installazione dell’apparecchio. Abbiamo scoperto che funziona bene, proprio come un contrappeso in calcestruzzo, fermando il tamburo di rotazione durante la pesante vibrazione della macchina “, ha detto Knight. “Il calcestruzzo è dannoso per l’ambiente a causa del rilascio di CO2 durante la produzione”, ha ribadito. Quindi, sostituendolo con un recipiente leggero a cui viene aggiunta dell’acqua dopo la posa della macchina, si raggiunge lo stesso obiettivo ma con meno dispendio energetico.

“Questa soluzione sostenibile non solo riduce i costi e l’energia necessari per il trasporto, ma implica anche vantaggi alla salute di chi fisicamente porta le macchine”, ha dichiarato al Guardian il professor Al-Habaibeh. Se la produzione venisse estesa a livello mondiale, si darebbero un contributo consistente agli sforzi per salvare il pianeta dalle emissioni di CO2 e rendere le nostre abitudini di consumo più green. La ricerca fa parte del programma Enabling Innovation della Nottingham Trent University, finanziato dal Fondo europeo di sviluppo regionale, che “mira a rafforzare la coesione economica e sociale nell’Unione europea”.

 

fonte: http://www.repubblica.it/ambiente/2017/08/07/news/una_lavatrice_salvera_il_mondo_l_eco-invenzione_di_uno_studente_22enne-172576845/

Addio schiavitù dalla batteria, negli Stati Uniti realizzato il primo cellulare che funziona “ad aria”

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Addio schiavitù dalla batteria, negli Stati Uniti realizzato il primo cellulare che funziona “ad aria”

Alla Washington University hanno inventato il primo cellulare “ad aria”. Non ha bisogno di batteria e consuma molta meno elettricità degli smartphone in commercio. Vediamo come funziona

Pronto? Sto chiamando da un telefono senza batteria!”. Sono state queste le prime parole pronunciate attraverso un cellulare di nuova invenzione, progettato dall’Università di Washington (WU) a Seattle. Com’è possibile che sia senza batteria?

Sono due i fattori che hanno reso possibile l’invenzione. Innanzitutto un abbattimento verticale dell’energia necessaria. Secondo: la possibilità di accumulare la poca energia necessaria grazie semplicemente all’aria circostante. Vediamo com’è nata l’idea e come funziona.

Il cellulare ad aria: com’è nata l’idea

Il prototipo realizzato dalla WU è frutto di una ricerca durata anni. Tutto è cominciato da una conversazione tra Joshua Smith, ricercatore al CSE dell’università, e Vamsi Talla, suo collega. Smith ha chiesto, alcuni anni fa, a Talla: “Se potessi scegliere di creare un dispositivo elettronico senza batteria, quale sceglieresti?“.

La risposta è stata immediata: “Il cellulare! Perché è uno degli oggetti più utili che possediamo. Immagina, per esempio, una situazione di emergenza: la batteria si esaurisce e tu puoi ancora chiamare e mandare messaggi“.

Da qui è nata l’idea rivoluzionaria.

Cellulare ad aria: come funziona

Riuscire a realizzare questa vision ha richiesto a Talla e soci di ripensare praticamente tutto il funzionamento dei cellulari. Per operare anche senza batteria, un telefono mobile deve essere in grado di raccogliere energia ‘dall’aria’, cioè dalle fonti di energia che liberamente troviamo nell’atmosfera.

Un esempio? La luce solare può essere trasformata in una scintilla di elettricità attraverso pannelli solari o fotodiodi. Le frequenze televisive e del Wi-Fi possono essere convertite in energia utilizzando un antenna. Ma come è possibile far funzionare completamente un telefono con così poca energia (parliamo di poche decine di microwatt)? I nostri cellulari, infatti, consumano decine di migliaia di volte di più.

La risposta sta nel cosiddetto ‘backscatter’. Si tratta di un dispositivo che riflette le onde radio in arrivo, permettendo quindi di comunicare. Durante la Guerra Fredda, questa tecnologia analogica veniva utilizzata per spiare i ‘nemici’. Per farla breve, il backscater applicato a una cimice veniva attivato solo a distanza, da remoto. In questo modo, si poteva evitare di aggiungere una batteria al dispositivo, che sarebbe stata poi impossibile da sostituire.

Il padre di Smith lavorava come spia durante la Guerra Fredda e il ricercatore conosceva bene questa tecnica. Si è chiesto quindi: perché non provare ad applicarla anche a un cellulare?

E ci sono riusciti. Per esempio, i circuiti necessari per la conversione e la connessione della rete analogica in digitale sono stati alloggiati in remoto. Anche per connettersi alla rete digitale utilizza un dispositivo a distanza, che si collega via Skype.

Cellulare ad aria: la commercializzazione

Si tratta ovviamente di un prototipo estremamente basilare. Attualmente può unicamente fare chiamate in un range di 15 metri e inviare messaggi di testo. Il dispositivo non ha praticamente display (a parte una piccola luce rossa a LED) e funziona come una specie di walkie-talkie: bisogna premere un pulsante per parlare e un altro per ascoltare.

A favore della commercializzazione c’è l’elemento economico. Trattandosi di un dispositivo minimale costerebbe molto di meno rispetto a uno smartphone di ultima generazione. E in più non servirebbe spendere soldi in corrente per ricaricarlo!

In ogni caso, Talla promette che il prossimo prototipo avrà un display E-Ink (32mila colori e consumi bassissimi), una qualità della conversazione migliore e magari anche una fotocamera per i selfie.

 

fonte: https://www.ambientebio.it/ambiente/energia/primo-cellulare-ad-aria/

Il brevetto tutto italiano della batteria eterna: dura più di 20 anni!

 

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Il brevetto tutto italiano della batteria eterna: dura più di 20 anni!

Creata la batteria “eterna”. È questo il soprannome dato al nuovo brevetto di Gianni Lisini, ricercatore alla Scuola Universitaria Superiore IUSS di Pavia, che ha ideato un sistema in grado di aumentare la vita utile delle batterie.

Non durerà per sempre ma almeno per 20 anni. È questa la promessa della batteria, pensata anche in funzione delle nuove esigenze legate alla sostenibilità, come l’utilizzo di pannelli fotovoltaici dotati di sistemi di accumulo, e-mobility e anche segnaletica stradale.

Come funziona?

Il brevetto riguarda un sistema di gestione di un accumulatore ibrido formato da una batteria chimica e un set di supercapacitori. Questi ultimi sono la vera novità relativa all’accumulo di energia elettrica sotto forma elettrostatica. Si tratta di condensatori in grado di immagazzinare carica supportando un numero molto elevato di cicli di carica/scarica.

Combinando questi due sistemi di accumulo attraverso il nuovo brevetto, ne deriva un terzo ibrido la cui particolarità è quella di aumentare di gran lunga la vita utile delle batterie chimiche che usiamo comunemente, tra cui Litio, Piombo, Nichel.

E i vantaggi? Derivano tutti dalla riduzione della sostituzione periodica di batterie, con la produzione di una minore quantità di rifiuti, la riduzione degli interventi di manutenzione e infine la possibilità di realizzare apparati autoalimentati con una vita utile della batteria pari a circa 20 anni con giornalieri cicli di carica/scarica.

“Utilizzando tale tecnica sarebbe possibile sostituire gran parte delle batterie al Cadmio industriali che tuttora presentano notevoli problematiche di smaltimento e di costo” precisa il comunicato ufficiale.

Nel caso delle rinnovabili, una batteria di questo tipo utilizzata in associazione al fotovoltaico potrebbe permettere di superare uno dei limiti, ossia quello dell’intermittenza. In questo modo, nella batteria si conserverebbe l’energia prodotta in eccesso, da utilizzare nei momenti di assenza di sole. E la lunga durata renderebbe ancora più ecologico la produzione di energia dal sole.

Francesca Mancuso

 

fonte: https://www.greenme.it/tecno/25205-batteria-20-anni

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Nelle nostre case vi sono molti apparati costantemente connessi alla rete elettrica che, anche se apparentemente spenti, in realtà consumano. A volte anche molto. In aggiunta a quanto si vede nel video, segnalo che è una pessima abitudine lasciare collegati i caricabatterie alla presa di corrente se non devono caricare nulla (soprattutto se si tratta di caricabatterie vecchi). Anche i decoder del digitale terrestre, satellitare, dvr, consumano molto (dai 15 ai 40w di media). Ad es. il decoder sky HD consumava (almeno fino alla versione di ottobre 2008) ben 20 watt da spento! Analogo il consumo medio di un pc in standby. Persino i trasformatori per alcune lampade a basso voltaggio (es. faretti alogeni) consumano anche quando le lampade sono spente! Aggiungete anche la X-box e la Playstation e il quadro è completo. Altri dati medi qua:http://standby.lbl.gov/summary-table…..
NB: Guardate il filmato almeno fino a 4:30. Si spiega come capire il consumo degli apparati anche senza l’utilizzo dell’apparecchiatura visibile nel video. Potrete fare una caccia al tesoro casalinga per scoprire tutti gli sprechi.

Report – risparmiare sulla bolletta facendo attenzione allo standby