La guerra sconosciuta dei Nativi Americani contro i colossi petroliferi

 

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La guerra sconosciuta dei Nativi Americani contro i colossi petroliferi

Da più di sei mesi centinaia di Nativi americani manifestano lungo il tracciato di un oleodotto in costruzione vicino alla riserva di Standing Rock Sioux, tra il North Dakota e il South Dakota. Si oppongono alla costruzione dell’oleodotto fin dal 2014, quando per la prima volta fu presentato il progetto, sostenendo che profanerà le terre sacre e metterà in pericolo le risorse idriche.

Il 2 settembre scorso, accompagnati dall’intenso rullo dei tamburi, i rappresentanti di più di 50 ‘Prime Nazioni’ hanno firmato nella città di Vancouver, in Canada, il Trattato di alleanza contro le sabbie bituminose. Questa collaborazione si propone di bloccare tutti i progetti di costruzione degli oleodotti il cui passaggio è previsto nelle terre di queste popolazioni: la Trans Canada’s Energy East pipeline, la Trans Mountain expansion, la Line 3 pipeline, e il Northern Gateway.

I popoli indigeni – ha affermato uno dei Capi Indiani firmatari – non sopporteranno più che vengano realizzati sui loro territori dei progetti pericolosi per le popolazioni e per il clima. Forti del loro diritto all’auto-determinazione, hanno deciso tutti insieme di assumersi le loro responsabilità nei confronti della terra, delle acque, delle persone.

Questo Trattato impegna i firmatari a darsi reciproco sostegno nella lotta contro l’espansione delle estrazioni petrolifere, e a lavorare insieme per orientare la società verso stili di vita più sostenibili. I popoli delle Prime Nazioni, gli ambientalisti e altri gruppi coinvolti nella controversia sostengono che l’estrazione del petrolio e il suo trasporto con oleodotti, camion cisterne e treni aumentano i rischi di sversamenti catastrofici, che minacciano gli ecosistemi terresti e marini; inoltre impediscono di raggiungere i traguardi stabiliti dai trattati sul clima.

L’opposizione all’oleodotto Dakota Access si trasforma in un movimento indigeno globale. Il 24 settembre Dave Archambault II, in rappresentanza della Tribù dei Sioux di Standing Rock, si  presenta davanti ai 49 membri del Consiglio delle Nazioni Unite sui Diritti Umani, a Ginevra, e chiede ai presenti di unirsi ai manifestanti a Standing Rock per fermare la costruzione dell’oleodotto. Durante l’estate il movimento è cresciuto fino a contare migliaia di persone.

A STANDING ROCK I “PROTETTORI DELLE ACQUE” CANTANO PER L’ACQUA DI FRONTE A UOMINI ARMATI

Intanto ha inizio la repressione contro gli accampamenti di protesta. Scontri con la polizia militarizzata. Blindati e gas lacrimogeni a fine ottobre disperdono 300 dimostranti in un accampamento allestito su terreni agricoli privati. Ancora un altro attacco portato nella tarda notte del 20 novembre dalla polizia, che ha bersagliato con cannoni ad acqua i manifestanti mentre le temperature erano scese parecchio sotto lo zero. I Nativi e gli ambientalisti hanno riferito di essere stati attaccati anche con proiettili di gomma, gas lacrimogeni e spray al pepe. L’ultimo attacco risale a venerdì scorso, in concomitanza con il Black Friday, il giorno più commerciale dell’anno, nel corso di una manifestazione tenuta presso il Centro commerciale della capitale del Nord Dakota nel tentativo di attirare più attenzione al progetto del gasdotto. Più di trenta attivisti sono stati arrestati, facendo salire a 450 il numero dei manifestanti arrestati da agosto.

I NATIVI SFIDANO L’ORDINE FEDERALE DI LASCIARE L’ACCAMPAMENTO DI PROTESTA ENTRO IL 5 DICEMBRE

Sabato scorso i Nativi hanno manifestato chiaramente la loro intenzione di non lasciare l’accampamento di protesta contro il Dakota Access, dopo che le autorità degli Stati Uniti in una lettera hanno imposto lo sgombero entro il 5 dicembre. Lo hanno comunicato durante una conferenza stampa gli organizzatori dall’accampamento principale di protesta, dove sono accampati circa 5000 persone. Ai Protettori delle acque che dicono “Noi siamo custodi di questa terra. Questa è la nostra terra e non è possibile rimuoverci”. “Abbiamo tutto il diritto di stare qui per proteggere la nostra terra e per proteggere la nostra acqua”. “La Rimozione Forzata e l’oppressione dello Stato? Questa non è una novità per noi come indigeni”, noi rispondiamo che la storia che avete imparato è ormai scritta.

L’unico migrante privilegiato al mondo, il famigerato viso pallido, è sbarcato sulle vostre terre, ha distrutto e massacrato. Ha mentito sulle sue nefandezze, travestito da prode cowboy. Forse domani vincerà questa vostra ultima guerra perché quelli del petrolio non perdono mai. Ma la vostra sarà una magnifica sconfitta, che forse risveglierà le coscienze addormentate.

 

Fonte: http://zapping2017.myblog.it/2017/08/11/la-guerra-sconosciuta-dei-nativi-americani-contro-i-colossi-petroliferi/

 

Dal NREL ecco le finestre solari che producono energia cambiando colore!

 

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Dal NREL ecco le finestre solari che producono energia cambiando colore!

Le nuove finestre intelligenti statunitensi si colorano in risposta al sole mentre producono energia elettrica

Un nuovo capitolo per la tecnologia delle finestre solari

(Rinnovabili.it) – L’ultima novità in campo delle smart window, dispositivi intelligenti in grado di regalare qualche funzione in più ai tradizionali infissi, arriva dagli Stati Uniti. A metterla a punto sono stati gli scienziati del Laboratorio Nazionale delle Energie Rinnovabili (NREL), una delle braccia di ricerca del Dipartimento dell’Energia stelle e striscie. Il nuovo lavoro si è focalizzato sulle finestre solari termocromiche, sistemi commutabili che rispondono dinamicamente alla luce solare: quando i raggi riscaldano il vetro, questo si colora producendo elettricità ad alta efficienza.

La vera novità della ricerca consiste soprattutto nei materiali impiegati per realizzare questo tipo di smart window. Il team, guidato dallo scienziato Lance Wheeler, ha impiegato un complesso di perovskiti- metilammina e nanotubi di carbonio a parete singola: la ricetta ha permesso di creare uno strato assorbitore capace di passare dallo stato trasparente (trasmittanza visibile del 68%) a uno colorato (meno del 3% di trasmittanza visibile).

Il gioco della trasmittanza è dovuto alle molecole di metilammina che “entrano ed escono” dallo strato assorbitore in risposta alla radiazione luminosa. Quando la finestra si colora, un processo che ha richiesto circa 3 minuti di illuminazione durante il test, produce elettricità.

Cosa cambia rispetto agli esperimenti e i prodotti passati? Che le attuali tecnologie per le finestre solari sono statiche, il che significa che sono progettate per sfruttare una frazione dei raggi solari senza sacrificare la trasmissione della luce visibile. “Esiste un compromesso fondamentale tra una buona finestra e una buona cella solare”, spiega Wheeler. “Questa tecnologia lo scavalca: abbiamo una buona cella solare quando c’è un sacco di sole e abbiamo una buona finestra quando non ce n’è”.

Il documento di proof-of-concept pubblicato su Nature Communications riporta un’efficienza di conversione dell’energia solare dell’11,3 percento. “Ci sono tecnologie termocromiche là fuori – aggiungono gli scienziati – ma nulla che converta effettivamente quell’energia in energia elettrica”. Gli scienziati stanno sviluppando una strategia di mercato per portare il loro SwitchGlaze, questo il nome con cui sono state battezzate le finestre solari, in commercio.

fonte: http://www.rinnovabili.it/energia/fotovoltaico/finestre-solari-cambiano-colore/

10 buoni motivi per donare il sangue!

 

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10 buoni motivi per donare il sangue!

Che donare sangue sia un gesto fondamentale non c’è alcun dubbio. Alcuni siti web, si sono divertiti a pubblicare dieci validi motivi per cui fare una donazione sia un gesto davvero indispensabile.

Si va dai vantaggi per sè a quelli per gli altri, dalle motivazioni più serie e impegnate a quelle decisamente più leggere.

Noi siamo pienamente d’accordo con loro. Vediamole insieme.

1. Perché salvi una vita!

Donare il sangue salva una vita, anzi tre. Da ogni sacca di sangue intero donata possono essere prodotte fino a tre sacche mediante separazione degli emocomponenti: concentrati eritrocitari, concentrati piastrinici, plasma.

2. Perché aiuti molte persone!

Permette non solo di salvare la vita a chi è vittima di un incidente o a chi necessità di sangue per i trapianti o le operazioni chirurgiche, ma soprattutto alle migliaia di persone che soffrono di patologie legate al sangue e che necessitano in maniera periodica o addirittura giornaliera di trasfusioni e farmaci plasma derivati.

3. Perché ti tieni sotto controllo!

Donare sangue periodicamente garantisce un controllo costante del nostro stato di salute, attraverso visite sanitarie da parte dei medici prelevatori e accurati esami di laboratorio, in modo assolutamente gratuito e nel pieno rispetto della privacy.

4. Perché aiuti a garantire l’autosufficienza!

Per garantire l’autosufficienza, specie per i plasmaderivati. Solo i Donatori periodici e l’aumento di nuovi Donatori, può far fronte al costante aumento del fabbisogno di sangue ed emoderivati.

5. Perché il sangue non si fabbrica!

Il sangue umano è un prodotto naturale e non riproducibile artificialmente in laboratorio. Solo la donazione volontaria, anonima, gratuita e responsabile dei Donatori ci permette di raccoglierlo.

6. Perché servono solo pochi minuti!

Donare sangue non comporta un notevole dispendio di tempo. La donazione dura pochi minuti, nella piena tutela del donatore e nel rispetto di precise normative nazionali.

7. Perché non fa male!

Donare il sangue è “indolore”, non dannoso per la salute e assolutamente sicuro perché tutto il materiale utilizzato è monouso. La donazione non comporta alcun disagio fisico e il sangue donato viene riprodotto in brevissimo tempo dal nostro organismo.

8. Perché possiamo farlo tutti!

Per donare il sangue non bisogna essere superuomini né eroi, è sufficiente essere sani ed aver compiuto diciotto anni.

9. Perché è un dovere!

Donare il sangue è un gesto di solidarietà, altruismo. Un dovere sociale.

10. Perché è utile!

Perché tutti potremmo avere bisogno di sangue.
Anche tu!

 

…E poi perché fai colazione gratis! …E non è davvero niente male

10 semplici accorgimenti quotidiani per ridurre la propria impronta ecologica

impronta ecologica

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10 semplici accorgimenti quotidiani per ridurre la propria impronta ecologica

 

L’impronta ecologica è un parametro introdotto nel 1996 da Mathis Wackernagel e William Rees, che misura quanto l’umanità richiede alla biosfera in termini di terra e acqua biologicamente produttive, necessarie per fornire le risorse che usiamo e per assorbire i rifiuti che produciamo.
Lo stile di vita dei paesi occidentali porta tutti noi ad avere un’impronta ecologica eccessiva sul pianeta. Ma con alcuni accorgimenti, gran parte dei quali a costo zero, è possibile “pesare” meno sulle risorse e l’ambiente.


1. CERCA DI ACQUISTARE MERCI PRODOTTE VICINO A TE
Ogni anno i trasporti generano il 13% del totale delle emissioni di Co2 del pianeta, la maggioranza delle quali generate dal trasporto delle merci. L’ideale ovviamente è acquistare prodotti a Km0, ma nel caso non sia possibile presta comunque attenzione al luogo di provenienza dei prodotto che stai per acquistare e scegli quello che ha dovuto fare meno chilometri per raggiungere il supermercato. Se tutti cominciassimo a selezionare i prodotti che acquistiamo anche in base a questo criterio il pianeta ci ringrazierebbe.


2. MANGIA MENO CARNE
Sapevate che un manzo cresciuto in allevamento intensivo nel corso della sua crescita consuma 5mila chili di mangimi, ma una volta macellato si trasforma in non più di 300kg di carne da mangiare? Per ogni kg di carne prodotta sprechiamo da 10 a 15 chili di cereali che potrebbero servire a sfamare il pianeta. Inoltre gli allevamenti sono responsabili diretti anche dell’inquinamento e dell’eccessivo consumo di risorse idriche. I processi coinvolti nell’allevamento di animali generano una produzione di gas serra equivalente al 18% delle emissioni globali, mentre quasi il 25% del totale delle risorse idriche utilizzate ogni anno nel mondo servono per gli allevamenti. Dati più che sufficienti per capire come una riduzione della propria impronta ecologica sul pianeta passi innanzitutto per una riduzione del consumo di carne.


3. CONSUMA ALIMENTI FRESCHI E BIOLOGICI
I terreni coltivati organicamente catturano e trattengono molta più anidride carbonica rispetto alle coltivazioni industriali. Se coltivassimo biologicamente tutta la frutta e la verdura che consumiamo, potremmo togliere miliardi di tonnellate di diossido di carbonio dall’atmosfera. Cerca inoltre di preferire sempre i prodotti freschi, un cibo surgelato richiede infatti 10 volte la quantità di energia sufficiente per la produzione di un cibo analogo fresco.


4. BEVI L’ACQUA DEL RUBINETTO
Preferire l’acqua del rubinetto significa contribuire a ridurre la quantità di plastica prodotta a livello globale ed anche le emissioni dovute al trasporto dell’acqua in bottiglia. Con 192 litri pro capite, l’Italia è al primo posto in Europa per il consumo di acqua in bottiglia. Per la produzione dell’imballaggio (il 78% dell’acqua consumata nel nostro Paese è in bottiglia di plastica), si utilizzano 350mila tonnellate di plastica, pari a 665mila tonnellate di petrolio. L’impronta ecologica di un litro di acqua del rubinetto è da 200 a 300 volte inferiore rispetto ad un litro di acqua acquistata in bottiglia.


5. SMALTISCI CORRETTAMENTE GLI OLI DA CUCINA
Versare in uno specchio d’acqua un solo litro di olio fritto è in grado di formare una pellicola inquinante grande quanto un campo da calcio e di rendere non potabile un milione di litri d’acqua. Certo, i depuratori nelle città esistono anche a questo scopo, ma tenete presente che l’olio in ogni caso intasa le tubature e causa problemi anche ai depuratori più sofisticati. Il metodo corretto di smaltimento è collocare l’olio esausto in un contenitore e portarlo allo smaltimento differenziato oppure, se ciò non vi è possibile, è sempre meglio metterlo in un contenitore ben sigillato e riporlo nella spazzatura tradizionale.


6. LA DOCCIA È MEGLIO DELLA VASCA
Una doccia richiede circa un quarto dell’acqua, e dell’energia per scaldare la stessa, rispetto ad un bagno. Per massimizzare il risparmio, installa un diffusore per la doccia a risparmio energetico: oltre all’energia risparmierai anche l’acqua, che è un bene prezioso. Anche in tutti gli altri rubinetti di casa l’istallazione dei diffusori comporta una riduzione fino al 50% dell’acqua consumata.


7. QUANDO NON USI UN ELETTRODOMESTICO STACCA LA SPINA
Usa il bottone di spegnimento presente sull’apparecchio. Un televisore acceso per 3 ore al giorno (il tempo che gli europei passano in media davanti alla TV) e lasciato in stand-by per le rimanenti 21 ore, usa circa il 40% dell’energia nella modalità stand-by. Inoltre ricorda di staccare trasformatori e caricabatterie dalle prese: essi rimangono sotto tensione ed assorbono energia anche quando l’apparecchio è spento o scollegato. Ognuno di questi trasformatori consuma da 1 a 5 watt: supponendo che in una casa ce ne siano una dozzina, semplicemente staccandoli dalla presa di corrente quando non ne hai bisogno potresti risparmiare fino 40 euro all’anno sulla bolletta.


8. QUANDO POSSIBILE È MEGLIO UTILIZZARE GLI ELETTRODOMESTICI ALLA SERA
Nei giorni festivi, nelle ore serali e notturne, l’energia elettrica costa meno, perché c’è meno richiesta. L’energia elettrica è un bene che va prodotto nello stesso istante in cui viene consumato, quindi il prezzo sale nei momenti di maggiore consumo. Logicamente il risparmio nell’utilizzo di lavatrici, lavastoviglie ed altri dispositivi nelle ore serali e nel fine settimana non è solo economico. Infatti servono più centrali per assorbire i momenti di picco, ma se la domanda fosse meglio distribuita nel tempo, basterebbero meno centrali elettriche.


9. PRESTA ATTENZIONE AL MODO IN CUI USI INTERNET
Sapevate che anche le e-mail inquinano? Tra l’invio e la ricezione di un messaggio di un megabyte vengono emessi in media 19 grammi di Co2: in pratica spedire 8 mail equivale alle stesse emissioni prodotte da un auto per ogni chilometro percorso. E’ quindi importante ridurre in numero di mail non necessarie inviate ed evitare allegati inutili. Inoltre anche l’utilizzo di internet provoca inquinamento, su questo punto è importante sapere che il monitor del computer usa molta meno energia se visualizza pixel neri invece che bianchi. Piccoli accorgimenti, come l’utilizzo di Blackle, la versione di google a sfondo nero, rappresentano buoni sistemi per risparmiare energia.


10. GUIDA L’AUTO CORRETTAMENTE E CONTROLLA LE GOMME
L’ideale ovviamente è muoversi con i mezzi pubblici, la bicicletta o sistemi di condivisione delle auto (“car sharing”) ormai diffusi in molte città. Me se proprio non vi è possibile rinunciare all’auto, ci sono un paio di accorgimenti da tenere a mente per rendere meno impattanti i propri viaggi. Innanzitutto guida senza sbalzi: si possono ridurre le emissioni migliorando lo stile di guida, cioè senza accelerare a fondo quando non necessario, mantenendo una velocità costante, cercando di tenere bassi i giri del motore e spegnendo il veicolo quando si resta fermi per più di un minuto. Inoltre è bene controllare spesso la pressione delle gomme in modo da tenerla appropriata, se ottimale può diminuire il consumo di carburante di oltre il 3% e, visto che ogni litro di benzina in meno risparmia 34 chili di anidride carbonica all’atmosfera, ogni miglioramento nell’efficienza del carburante fa la differenza.

 

 

fonte: http://www.dolcevitaonline.it/10-semplici-accorgimenti-quotidiani-per-ridurre-la-propria-impronta-ecologica/

L’Australia cancella l’incubo dei black out con una batteria gigante ed ecologica.

 

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L’Australia cancella l’incubo dei black out con una batteria gigante ed ecologica.

Una batteria gigante (e pulita) cancella in Australia l’incubo dei black out

Il progetto di Elon Musk, il fondatore di Tesla, garantirà energia costante a 30 mila famiglie 

Quando Elon Musk pensa qualcosa, in genere lo fa in grande. Letteralmente. E così, per risolvere in parte il problema della crisi energetica in Australia, il visionario fondatore e ceo della Tesla ha installato una gigantesca batteria al litio da 100 megawatt – la più grande al mondo – nel sud del Paese.  A Jamestown, a 30 chilometri da Adelaide non lontano da Hornsdale.

L’obiettivo è quello di fornire energia a 30mila famiglie australiane nelle ore di punta, quando l’elettricità lavora a intermittenza. In pratica, la pila gigante sviluppata da Tesla e dalla francese Neoen sarà alimentata con l’elettricità prodotta dal parco eolico di Hornsdale, sviluppato e gestito da Neoen, produttore francese di energia verde e filiale di Impala, la holding di Jacques Veyrat. Il suo compito è quello di accumulare energia e rilasciarla nel momento in cui la domanda è al top. E siccome il numero uno di Tesla va pazzo per le sfide, la batteria è tre volte più potente di quelle della novantina di competitor che hanno partecipato al bando.

Un maxi-piano per le rinnovabili

Per il premier dell’Australia del Sud, Jay Weatherill, il progetto “invia un messaggio chiaro al resto del mondo: l’Australia del Sud sarà leader nelle energie rinnovabili”. Oggi nel Paese il 63% dell’elettricità proviene dal carbone e la fornitura elettrica è una vera e propria piaga che affligge 1,7 milioni di persone.

Alla fine dello scorso anno è bastata una tempesta a lasciare lo stato dell’Australia Meridionale senza elettricità a seguito di un danno alla rete. Il governo dello Stato meridionale, che si è posto l’obiettivo di arrivare entro il 2020 a produrre il 33% dell’energia dalle fonti rinnovabili, ha reagito ai rischi di penuria annunciando un piano di 500 milioni di dollari australiani (33 milioni di euro) che prevede, fra l’altro, la batteria gigante.

fonte: https://www.agi.it/innovazione/batteria_gigante_australia-3160180/news/2017-11-24/

…E intanto la Francia continua la sua battaglia a favore delle API – Sospesi altri due pesticidi killer!

 

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…E intanto la Francia continua la sua battaglia a favore delle API – Sospesi altri due pesticidi killer!

 

L’Anses, l’Authority sanitaria francese aveva dato il suo ok ma il tribunale di Nizza ha deciso oggi di sospendere la licenza d’uso a due pesticidi di Dow Chemical. Entrambi contengono l’insetticida sulfoxaflor e sono accusati di potenziali rischi ambientali, in particolare di effetti nocivi sulle api.
La sentenza sospende l’utilizzo dei prodotti in Francia in attesa di un’udienza per esaminare argomenti dettagliati delle parti.
Dow Chemical, che a settembre ha completato una fusione con DuPont per diventare DowDuPont, non ha voluto commentare alla Reuters che ha dato per prima la notizia.
L’Anses, invece, ha dichiarato di aver preso atto della sentenza e di continuare ad esaminare nuove prove, come richiesto dal governo. L’agenzia francese aveva approvato il sulfoxaflor per l’uso su cereali, incluso il grano e alcune colture più specializzate. Ma lo aveva proibito per le colture che attirano insetti impollinatori e per tutte le colture durante i periodi di fioritura, rilevando potenziali effetti tossici per le api. Secondo l’Authority il sulfoxaflor ha effetti simili ai neonicotinoidi, ma rimane nei terreni e nelle piante per un tempo molto più breve.
Generations Futures, l’associazione che ha portato la causa davanti al tribunale amministrativo, ha accolto favorevolmente la sentenza e ha chiesto la fine di tutti i prodotti a base di neonicotinoidi.

 

 

tratto da: https://ilsalvagente.it/2017/11/24/altri-due-pesticidi-killer-delle-api-sospesi-da-un-tribunale-francese/28643/

Attenzione – Violenza sulle donne, anche colpevolizzare continuamente le vittime È VIOLENZA SULLE DONNE…!

 

violenza sulle donne

 

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Attenzione – Violenza sulle donne, anche colpevolizzare continuamente le vittime È VIOLENZA SULLE DONNE…!

 

Il prete Bolognese don Lorenzo Guidotti alla ragazza vittima di stupro: “è il MINIMO che potesse accaderti. Ma dovrei provare pietà? No! Quella la tengo per chi è veramente Vittima di una città amministrata di…, non per chi vive da barbara con i barbari e poi si lamenta perché scopre di non essere oggetto di modi civili. Chi sceglie la cultura dello sballo lasci che si ‘divertano’ anche gli altri…?”.

Così quella pvera ragazza è stata stuprata per la secondavolta…

(continua dopo il video che Vi cnsigliamo di vedere)

Da Fanpage.it:

Anche colpevolizzare continuamente le vittime è violenza sulle donne

Che cos’è la violenza sulle donne? Un pugno? Uno schiaffo? Un omicidio? No, non solo. Anche irridere le vittime di molestie e abusi sessuali che dopo anni riescono a trovare il coraggio di denunciare e provano ad abbattere un sistema fondato sull’abuso di potere e sulla prevaricazione è violenza sulle donne, forse anche peggiore, sicuramente la più subdola.

Che cos’è la violenza sulle donne? La domanda può risultare banale, ma la risposta in realtà non lo è affatto. La violenza sulle donne non è solo lo stupro, non è solo lo schiaffo, non è solo il pugno e non è solo il femminicidio. Migliaia sono le sfaccettature e le sfumature, migliaia sono i comportamenti misogini messi in atto tutti i giorni contro le donne. La violenza contro le donne è anche e soprattutto una questione di mentalità, una mentalità trasversale che porta le persone a pensare che certi comportamenti e certe prevaricazioni siano tutto sommato giustificate e giustificabili. Sebbene in caso di stupro spesso, ma non sempre, la condanna sia pressoché unanime, accade invece molto frequentemente che in caso di molestie e abusi sessuali questa condanna sociale non sia poi così corale, ma anzi la vittima di solito viene vivisezionata e analizzata, nonché infine scambiata per carnefice. Si è visto molto bene negli ultimi mesi, complice il caso Weinstein.

Grazie a un’inchiesta del New Yorker, un bel giorno Hollywood si è risvegliata scoprendo il “segreto di Pulcinella”: l’allora terzo produttore più importante del sistema cinematografico statunitense per anni ha abusato di giovani attrici alle prime armi sfruttando il suo potere. Tutti sapevano, si è scoperto, ma nessuno aveva mai voluto parlarne apertamente perché l’uomo era troppo potente per essere combattuto, sia dai media che, soprattutto, dalle attrici novizie. Violenza e abuso sessuale reiterato si intrecciavano in quell’inchiesta che ha avuto il merito di scoperchiare il cosiddetto “vaso di Pandora”. Da lì in poi, in tutto il mondo tantissime ragazze hanno trovato il coraggio, supportandosi l’una con l’altra, di denunciare le violenze, gli abusi e le molestie subite. Tante, in molti Paesi, hanno trovato ad accogliere quelle denunce una trasversale solidarietà. In Italia, complice il caso Weinstein denunciato da Asia Argento, e un’approfondita inchiesta condotta da Dino Giarrusso delle Iene, allo stesso modo anche in Italia si è cominciato a parlare molto delle molestie sessuali che da tempo regnano incontrastate in casa nostra, nel Belpaese.

Le reazioni, però, a differenze di quelle scaturite in Usa o nei Paesi Scandinavi, non sono state affatto le medesime: le ragazze che hanno osato denunciare le molestie e gli abusi subiti sono state sbeffeggiate, vilipese, ridicolizzate e maltrattate da media e commentatori. Le testimonianze rese da quelle ragazze sono state vivisezionate e bollate come poco credibili da moltissimi lettori e opinionisti, che hanno preso anche a insultare le vittime. Come al solito, la vittima è stata trasformata in carnefice, carnefice perché ha trovato il coraggio di parlare apertamente di quello che tutti sapevano ma di cui nessuno aveva voglia di parlare.

Le vittime sono immediatamente diventate colpevoli, senza appello. Il sacrosanto garantismo tanto sbandierato dai difensori di Fausto Brizzi – il regista accusato da 15 ragazze intervistate da Le Iene – a quelle quindici donne non è stato concesso. “Hanno denunciato troppo tardi”, dicono molti. “Colpa loro che hanno accettato di fare un provino in casa”, hanno chiosato altri. “E che sarà mai, al massimo ci avrà provato. Potevano rifiutare”, uno degli altri gettonatissimi refrain. Giusto che Brizzi sia considerato innocente fino a sentenza definitiva e abbia diritto a difendersi per via giudiziaria, cosí come prevede la nostra Costituzione, ma il problema nel caso Brizzi, stando ai commenti degli utenti, sembra invece un altro: insomma, la molestia viene addirittura difesa da molti uomini e moltissime donne, tutti concordi nel sostenere che a un abuso di potere si può sempre dire di no. Il che è verissimo, purtroppo non tutte le ragazze e le donne hanno la forza di farlo, molte di loro provano un senso di vergogna, di sporco, ci mettono anche mesi a razionalizzare ciò che è successo.

Poche e sporadiche le difese per queste ragazze, pochissimi hanno rilevato il fatto che non è la donna a dover rifiutare una molestia o un abuso di potere, ma è l’uomo che deve finalmente imparare che non tutto gli è concesso e che il volerci provare con una donna che piace non permette a chicchessia di schiaffarle la lingua in bocca a sorpresa, di palpeggiarla contro la sua volontà o di farle la mano morta. Il problema è proprio a monte, è una questione di mentalità trasversale e radicata che sarà molto difficile abbattere. Il problema delle molestie di Fausto Brizzi non è Fausto Brizzi in quanto persona accusata di, ma è una questione che attiene a una forma mentis.

In Italia l’inchiesta sulle molestie sessuali ha continuato ad alimentare il solito clima di tifo che si scatena in ogni momento e per qualsiasi argomento: il popolo si è diviso tra sostenitori di Brizzi e sostenitori delle molestie, dimenticandosi però di discutere del tema focale, del tema principale, ovvero di come abbattere quella mentalità che fa credere che una molestia non sia poi nulla di così grave e che alla fin fine, si sa, il mondo funziona così da sempre, e dunque perché cambiarlo? E invece no, la molestia non è affatto normale, non può essere considerata un nulla di che da nessun essere umano che voglia definirsi civile, ma anzi quel continuo tiro al piccione contro le vittime, sempre e costantemente colpevolizzate da quella larga fetta di opinione pubblica che vorrebbe apparire di mentalità aperta e anticonformista, è violenza contro le donne al pari di un abuso sessuale.

tratto da:https://donna.fanpage.it/anche-colpevolizzare-continuamente-le-vittime-e-violenza-sulle-donne/

Pelle di coccodrillo: tutto l’orrore nascosto dietro le borse di lusso di Louis Vuitton & C. che le cafone che si credono chic portano con tanto orgoglio!

 

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Pelle di coccodrillo: tutto l’orrore nascosto dietro le borse di lusso di Louis Vuitton & C. che le cafone che si credono chic portano con tanto orgoglio!

Cosa si nasconde dietro la produzione di borse, portafogli e cinture in pelle di coccodrillo? In Vietnam lo sfruttamento dei coccodrilli per produrre borse di lusso e altri accessori ci fa aprire gli occhi su un terribile segreto dell’industria della moda.

La Peta ha messo in mostra la terribile realtà di cui sono vittime decine di migliaia di coccodrilli in Vietnam, dove vengono allevati e uccisi per la produzione di borse di pelle vendute in tutto il mondo.

Tra gli allevamenti di coccodrilli che sono stati oggetto di investigazione da parte della Peta sono presenti anche i fornitori di pelle (almeno per quanto riguarda il passato, secondo le ultime news) per la produzione delle famose borse di Louis Vuitton e di alcune delle grandi marche più in voga a livello internazionale.

Purtroppo acquistare borse, cinture e orologi con cinturino in pelle di coccodrillo supportano un orrore di cui forse non ci si rende davvero conto.

I coccodrilli vengono scuoiati vivi brutalmente solo per soddisfare i desideri di chi è alla ricerca di accessori considerati di lusso da usare o da indossare come status symbol.

I filmati della Peta mostrano come le aziende si procurano la pelle di coccodrillo e ciò purtroppo accade in modo orribile. Il video ora in circolazione è stato girato tra marzo e aprile 2016 e fa parte di una serie di indagini condotte per favorire la salvaguardia degli animali esotici.

Sulla schiena dei coccodrilli viene praticata un’incisione che permette di scuoiarli vivi. Alcuni coccodrilli si muovono ancora mentre la loro pelle viene rimossa. La morte dei coccodrilli scuoiati può avvenire anche molte ore dopo la tortura. Rimangono sensibili a lungo allo stress e al dolore di questa crudeltà.

I filmati girati dalla Peta coinvolgono Heng Long, realtà del Vietnam che è stata acquistata per il 51% nel 2011 da LVMH, società madre di famosi marchi della moda, tra cui troviamo Louis Vuitton, Givenchy, Christian Dior, Marc Jacobs e altri.

Secondo le ultime dichiarazioni delle aziende, in ogni caso, Louis Vuitton e LVMH non hanno più niente a che fare ormai dal 2014 con gli allevamenti di coccodrilli attaccati dalla Peta. Ma che dire delle borse e degli accessori in pelle di coccodrillo prodotti negli anni precedenti?

La Peta, oltre ad invitare i consumatori al boicottaggio, ha comunicato al Governo del Vietnam che i maltrattamenti dei coccodrilli violano i regolamenti dedicati al rispetto dei diritti degli animali. Si tratta di una campagna difficile da portare avanti perché in Vietnam la produzione di carne e pelli di coccodrillo fa parte dell’economia locale. L’unico modo per minare questo business sarebbe contribuire al calo della domanda di beni di lusso realizzati in pelle di coccodrillo.

Non guarderete più Louis Vuitton, Gucci, Burberry e tutti i marchi che vendono accessori in coccodrillo con gli stessi occhi…

I consumatori spendono migliaia di dollari per questi accessori, ma sono gli animali a pagare il vero costo. Bisogna smettere di acquistare prodotti con la pelle di coccodrillo.

Marta Albè – GreenMe

Fonte foto: Peta

Per non dimenticare – 29 novembre 1864, il massacro di Sand Creek. Quando il glorioso Esercito degli Stati Uniti d’America riportò una delle più fulgide vittorie della luminosa storia Americana contro donne e bambini indigeni !!

 

Sand Creek

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Per non dimenticare – 29 novembre 1864, il massacro di Sand Creek. Quando il glorioso Esercito degli Stati Uniti d’America riportò una delle più fulgide vittorie della luminosa storia Americana contro donne e bambini indigeni !!

La Guerra di Secessione stava ormai volgendo al termine con la vicina vittoria degli abolizionisti del Nord; quando il 3° Reggimento Volontari del Colorado, guidati dal colonnello John Milton Chivington, trucidò oltre 200 pellerossa, soprattutto donne e bambini delle tribù dei Cheyenne e Arapaho, accampati lungo il fiume Creek.
Il 1864, così come moltissime altre annate, fu un anno terribile per le tribù indiane; Il proclama del governatore Evans esortava la popolazione a cacciare ed eliminare fisicamente i nativi che, vuoi per un forte attaccamento alle tradizioni, vuoi per non capire la lingua dell’oppressore o vuoi per diffidenza nei confronti dell’uomo bianco, non si fossero insediati nei pressi di Fort Lyon in seguito all’ingiunzione imposta da Evans l’estate stessa. Durante tutto il periodo estivo gli indiani non abbassarono la testa, rendendo difficile la vita al nemico e infliggendoli pesanti perdite, ma non calcarono troppo la mano nella speranza di futuri accordi di pace con le autorità nordiste. Fu soprattutto il capo cheyenne Pentola Nera a volere fortemente la pace e a trattare con i visi pallidi, acconsentendo a fare accampare la propria tribù lungo il fiume Sand Creek, poco distante da Fort Lyon. Alla sua tribù si unì quella degli Arapaho del capo Mano Sinistra, dando vita in breve tempo ad un accampamento di 600 indiani appartenenti alle due tribù.
Quel 29 novembre però, mentre la gran parte degli uomini del villaggio si trovavano lontani a cacciare il sacro bisonte, piombarono sulle tipi i cavalli del 3° Reggimento seminando il panico tra i pellerossa, per tre quarti donne e bambini, rimasti all’accampamento. Pentola Nera tentò di tranquillizzare i suoi consanguinei citando gli accordi presi con le autorità e alzando la bandiera dell’Unione, ma il colonnello Chivington incurante della pacifica situazione trovatasi di fronte, fece caricare i suoi uomini distruggendo la tendopoli e massacrando gli indiani, per lo più inermi.
Si contarono più di 200 morti tra i nativi e una decina tra gli oppressori, di cui molti furono vittima dello stesso fuoco amico, come scrisse il colonnello del Colorado nel suo rapporto.
La notizia del massacro di Sand Creek arrivò presto alle nazioni Cheyenne, Arapaho e Sioux, e dopo anni e anni di battaglie per vendicare la propria gente trucidata, soltanto dodici anni più tardi i 200 indiani di Sand Creek poterono avere finalmente giustizia distruggendo il 7° Cavalleria di Custer, tra le colline di Little Big Horn.

Tra i pazzi sanguinari del colonnello Chivington, quel triste giorno solo due due ufficiali del Reggimento si rifiutarono di eseguire i folli ordini impartiti loro: il capitano Silas Soule e il tenente Joseph Cramer. Soule in particolare, aveva ordinato ai suoi uomini di non aprire il fuoco e il colonnello lo face arrestare assieme ad altri sei uomini, ma il capitano denunciò quanto successo, portando Chivington davanti alla commissione d’inchiesta. Il giovane capitano Soule però, non riuscì mai a testimoniare perché fu assassinato a Denver poco dopo il suo rilascio. Il colonnello Chivington invece, sotto pressioni e consigli dall’alto, lasciò l’esercito salvandosi così dalla Corte Marziale che affermò: “Sand Creek era stato un atto di profonda codardia e una strage perpetrata a sangue freddo, un gesto sufficiente a coprire i colpevoli di infamia indelebile, e nel contempo, a suscitare indignazione in tutti gli americani”

Rendono onore anche a loro, oggi, i discendenti delle varie tribù indiane radunati a Eads, così viene chiamata oggi la località in cui si consumò questa ennesima sanguinosa pagina dell’epopea statunitense, per celebrare il 150°anniverario della strage davanti ad autorità e popolazione.

Nel terzo millennio la storia degli indiani d’America è ormai relegata a folclore hollywoodiano, cilum e peyote, ma ci sono intere generazioni di pellerossa che non rinunciano alla memoria e soffrono ancora il peso di ogni singola stella cucita sulla bandiera “portatrice di pace” nel mondo.
Una bandiera che solo pochi giorni fa veniva sventolata orgogliosamente in ogni angolo del degli States per la festa del ringraziamento.
Una bandiera, che come ci insegnano i films dovrebbe rappresentare un’utopica società multirazziale ed egualitaria, ma che invece, proprio come sta accadendo in queste ore a New York, si trova a fare i conti con l’ennesima rivolta contro un sistema multirazzista.
Eh già, il duro prezzo dell’integrazione… Gli indiani d’America ne sapevano qualcosa…

Andrea Bonazza

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Per approfondire:

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IL MASSACRO DEL FIUME SAND CREEK

Nel 1864 tra la popolazione della frontiera americana si creò un clima di paura e di tensione, la causa era la sommossa iniziata dai Sioux nel 1862 in Minnesota. Nella primavera di quello stesso anno nel Colorado alcune bande di Sioux, di Cheyenne e di Arapaho effettuarono delle rapine e dei saccheggi, dando molto filo da torcere ai bianchi, facendo iniziare così le prime scaramucce tra la Cavalleria dei Volontari del Colorado e i cacciatori Cheyenne.

In autunno i capi Cheyenne risposero favorevolmente ai “sondaggi di pace” del governatore John Evans, mettendosi sotto la protezione del maggiore Wynkoop (Uomo Bianco Alto) a Fort Lyon.

Uomo Bianco Alto aveva rapporti amichevoli con i Cheyenne, procurando la disapprovazione di alcuni ufficiali militari del Colorado. Così dopo essere stato accusato e rimproverato di far ”comandare gli indiani”, fu sostituito dal maggiore Scott J. Anthony, un ufficiale dei Volontari del Colorado.

Il governatore Evans affidò a John Chivington la “campagna di pacificazione”.

Chivington era un protestante metodista, alto quasi 2 metri e molto robusto, un tipo spaccone e arrogante, ogni qualvolta che incontrava un bianco, lo esortava a uccidere tutti gli indiani sia piccoli che grandi, era poi un personaggio molto conosciuto nella frontiera, famoso tra i cercatori d’oro e gli allevatori.

Il governo, impegnato nella Guerra di Secessione, non aveva modo di occuparsi della frontiera, ed erano quindi gli uomini del calibro di Chivington a rappresentare la legge e il governo nei sperduti territori del lontano West.

Le autorità locali per tutelare pionieri, cercatori d’oro, coloni, agricoltori, dalle scorrerie degli indiani che stavano diventando “sempre più fastidiosi”, non sentendosi sicuri con l’esercito, fecero ricorso ai reparti dei volontari, vigilantes reclutati sul posto, milizie improvvisate, avventurieri, disertori fuggiti dal fronte della guerra che stava imperversando.

Nel frattempo Chivington rifiutò indignato il brevetto di ufficiale cappellano che il governo gli offrì, così chiese ed ottenne un grado di combattente di capitano, che in poco tempo trasformò in colonnello, diventando il comandante dell’intero reggimento.

Fu per il suo odio sviscerato che provava contro gli uomini dalla pelle rossa che Chivington si fece la nomina di “cacciatore di indiani “.

Così quando gli attacchi e le scorrerie di alcuni indiani ostili divennero più frequenti contro pionieri e carovane che percorrevano il sentiero delle Smoky Hills, fu al colonnello Chivington con il suo 3° reggimento di Volontari che il governatore Evans si rivolse.

Evans emanò un decreto promettendo terre e denaro a chiunque uccideva un indiano.

Questo era un invito che Chivington ed i suoi non si fecero certo ripetere.

Nel forte c’era una piccola guarnigione di soldati, tra cui alcuni ufficiali regolari. Questi fecero notare a Chivington che non tutti gli indiani erano nemici, in particolar modo la tribù Cheyenne di Motavato (Pentola Nera) che si trovava accampata a circa 60 km dal forte.

Pentola Nera era un capo pacifico e credeva molto nella parola dell’uomo bianco, aveva anche firmato la pace pochi mesi prima con l’esercito, consentendo così il transito dei carri che passavano attraverso il suo territorio. Ma questo a Chivington non interessava più di tanto, ed iniziò ad infuriarsi e ad accusare ufficiali e soldati che non erano d’accordo con lui dicendo che erano dei codardi e dei traditori. In particolar modo inveì contro il capitano Silas Soule, il tenente Joseph Cramer e il tenente James Condor. Agitando il pugno vicino alla faccia del tenente Cramer disse:

Odio tutti coloro che simpatizzano per gli indiani , bisogna sterminarli tutti , è il dovere di ogni patriota americano. Tutto questo tra gli applausi dei suoi volontari.

Per non ritrovarsi davanti ad una corte marziale i tre ufficiali dovettero partecipare loro malgrado alla spedizione. Essi comunque ordinarono ai loro uomini di sparare solo per difendersi.

Era la sera del 28 novembre 1864 quando l’ex predicatore metodista con più di 700 uomini al suo seguito uscì da Fort Lyon per andare a “caccia di indiani”. Chivington dando la carica ai suoi uomini disse: “uccidete qualsiasi indiano che incontrate sulla vostra strada”.

Il villaggio di Caldaia Nera si trovava in un ansa del Sand Creek, il suo tipì era situato quasi al centro, ad ovest c’erano Antilope Bianca e Copricapo di Guerra con la loro gente. Sull’altro versante, quello orientale c’era il campo arapaho di Mano Sinistra. Complessivamente vi si trovavano quasi 600 persone, la maggior parte di loro erano donne, bambini ed anziani.

Quasi tutti i guerrieri si trovavano lontani, a caccia di bisonti, come gli era stato suggerito dal maggiore Anthony.

Alle prime luci dell’alba la colonna raggiunse il villaggio, nell’accampamento nessuno si immaginava che cosa stesse per accadere, d’improvviso i Cheyenne si svegliarono con il rumore dei cavalli al galoppo. Si scorsero i primi soldati e tra la gente si diffuse subito il panico.

Donna Sacra, moglie di Pentola Nera fu una delle prime persone ad avvistare i soldati, iniziò così ad urlare fortemente per dare l’allarme al villaggio. Pentola Nera si trovava nel suo tipì, sentendo la moglie urlare uscì all’aperto e vide i soldati che avanzavano, fermamente convinto delle rassicurazioni avute dal magg. Anthony, cercò di calmare la sua gente e innalzò la bandiera americana, lo stesso vessillo che gli era stato offerto in segno di amicizia dai soldati al momento della firma.

Caldaia Nera attendeva protezione, ma le prime bordate scoppiarono. Quando gli fu chiaro che i soldati erano venuti per uccidere, si scagliò contro di loro a mani nude, ma alcuni suoi guerrieri riuscirono a metterlo fortunatamente in salvo.

Un vecchio settantenne, Antilope Bianca, anche lui disarmato, invece di fuggire disse ai pochi guerrieri rimasti che tutto ciò era colpa loro, di loro vecchi che si erano fidati della parola dell’uomo bianco. Andò incontro al comandante dei soldati (testimonianza di Beckwourth, la guida che si trovava al fianco di Chivington), tenendo bene le mani alzate e dicendo chiaramente in lingua americana: fermatevi, fermatevi, egli si fermò e incrociò le braccia. Una pallottola lo prese in faccia, prima di spirare intonò il suo canto di morte: niente vive per sempre sola la terra e i monti sono eterni.

Nel frattempo anche Mano Sinistra e gli Arapaho cercarono di raggiungere la bandiera di Pentola Nera, fermandosi davanti ai soldati con le braccia incrociate disse che non voleva combattere contro i suoi amici bianchi.

Morì fucilato anche lui sotto i colpi dei volontari.

Ci furono molte scene raccapriccianti in tutto il campo, la maggior parte degli uomini di Chivington erano completamente ubriachi e si lasciarono andare in una frenesia omicida, massacrando barbaramente tutti gli indiani che capitavano a tiro.

Non risparmiarono nessuno, si accanirono anche sui cadaveri mutilandoli e scotennandoli.

Ci furono diverse testimonianze, sia da parte dei bianchi che da parte degli indiani.

Coperta Grigia (John Smith l’interprete di Fort Lyon) riferì che dei soldati catturarono tre bambini e li condussero davanti a un gruppo di ufficiali. Il più grande aveva 8 anni, gli altri due avevano 4 e 5 anni, il tenente Harry Richmond disse: abbiamo l’ordine di ucciderli tutti, ne uccise uno sparandogli un colpo di pistola alla testa. Uccise anche gli altri due nonostante i pianti e le suppliche.

Robert Bent, figlio maggiore di William Bent (che prese in moglie una donna Cheyenne), si trovò suo malgrado insieme a Chivington, vide cinque donne nascoste dietro un cumulo di sabbia, i soldati avanzarono verso di loro, uscirono fuori tirandosi su i vestiti per far capire che erano donne, chiesero pietà, i soldati le fucilarono.

Altre 30-40 donne si misero al riparo di un anfratto, mandarono fuori una bambina di 6 anni con una bandiera bianca attaccata a un bastoncino, fece pochi passi e un colpo di fucile la uccise. Poi uccisero anche tutte le donne che si erano nascoste nell’anfratto, senza opporre nessuna resistenza.

Tutti i morti che vide Robert Bent erano stati scotennati. Vide anche un certo numero di neonati uccisi con le loro mamme.

Il vecchio Tre Dita (uno dei sopravvissuti) raccontò che sua madre si mise sulle spalle il figlio più piccolo e correva verso il torrente tenendo per mano lo stesso Tre Dita, i soldati continuarono a sparare ugualmente, un proiettile la colpì alla spalla, nonostante fosse ferita riuscì a mettersi in salvo. Quando prese il bambino piccolo che portava sulle spalle si accorse che era morto, colpito da un proiettile. Anche suo marito venne ucciso quel giorno. In seguito lei andò a vivere con i Cheyenne del Nord e rimase con loro molti anni. Il vecchio Tre Dita non dimenticò mai quello che successe a lui ed a sua madre quel giorno al Torrente della Sabbia.

Un’altra donna, la moglie di Orso Nero portava una cicatrice nel posto in cui era stata colpita, per questo motivo la chiamavano Un Occhio Andato Insieme. Raccontò cose atroci sui soldati che uccidevano i bambini, portavano via le donne trattandole male. Ne uccisero la maggior parte, ma qualcuna riuscì a salvarsi e raccontò quello che successe.

Queste ed altre atrocità ancora furono commesse quella volta sul Torrente della Sabbia.

Nessun Cheyenne che riuscì a salvarsi dimenticò quello che vide laggiù quel giorno.

Era la Luna Cheyenne di Quando i Cervi Sono in Fregola.

La descrizione di Robert Bent su quello che fecero Chivington ed i suoi volontari venne confermato dal tenente James Connor. Il giorno dopo quando tornarono sul campo di battaglia (se battaglia si vuole chiamare) non vi era un solo corpo di uomo, donna o bambino a cui non fosse stato tolto lo scalpo, ed in molti casi i cadaveri erano mutilati in modo orrendo.

Un reggimento ben addestrato e disciplinato avrebbe potuto annientare sicuramente tutti gli indiani che quel giorno si trovavano sul Sand Creek. Fu grazie alla mancanza di disciplina, alle abbondanti bevute di whisky, ed alla scarsa precisione di tiro da parte dei volontari che quel giorno molti indiani riuscirono a mettersi in salvo.

Quando tutto fu finito sul campo vi erano 105 morti tra donne e bambini e 28 uomini.

Nel suo rapporto ufficiale Chivington disse di aver ucciso 400-500 guerrieri.

Tra le sue file vi furono 9 morti e 38 feriti, questo non per la reazione da parte indiana, ma a causa del tiro disordinato dei suoi volontari.

Rimasero uccisi i capi Antilope Bianca, Occhio Solo e Copricapo di Guerra. Mano Sinistra fu ferito da una pallottola ma riuscì a scamparla. Pentola Nera riuscì a salvarsi trovando un rifugio in un burrone, sua moglie Donna Sacra nonostante avesse 7 pallottole addosso riuscì a sopravvivere. Tra i cadaveri che i becchini bianchi andarono a seppellire nelle fosse comuni scavate accanto al Torrente della Sabbia (1 dollaro per ogni cadavere) c’era anche il corpo di Donna Gialla, la donna Cheyenne che il giovane Cavallo Pazzo salvò nel massacro di Blue Water Creek.

Dopo pochi giorni a Denver in ogni locale della città cui c’era uno spettacolo, c’era una presentazione al pubblico di uno degli “eroi”, uno dei reduci del Sand Creek, accompagnato da alcuni trofei di guerra, una lancia, una freccia, uno scalpo ancora completo di trecce da esibire, tra gli applausi ed i tono ironici dei signori e delle signore. Nei locali più malfamati erano riservati i trofei più raccapriccianti, i genitali maschili e femminili amputati ai cadaveri dei Cheyenne uccisi.

Per molti giorni dopo l’eccidio, le prostitute della città avevano promesso amore gratis a chi le avrebbe ricompensate con le capigliature sanguinanti dei selvaggi ed a tutti i reduci del Sand Creek che si fossero presentati nei bordelli esibendo lo scalpo con il pube tagliato via a una donna Cheyenne.

Ci volle diverso tempo, per far tornare Denver alla “normalità”.

Nel frattempo a Washington iniziarono a nascere dei forti dubbi sulla ”impresa militare “compiuta da Chivington, e quando alcune testimonianze del massacro giunsero ad alcuni giornalisti dell’est, fu nominata una corte marziale per giudicare il “Colonnello”.

Per sfuggire alla giustizia militare Chivington rassegnò le dimissioni dall’incarico paramilitare.

Il governo allora nominò una commissione d’inchiesta civile presieduta da Kit Carson.

Ascoltarono i testimoni oculari, gli ufficiali di Fort Lyon che visitarono il villaggio dopo la strage, e i medici militari che esaminarono i cadaveri e soccorsero i feriti ancora vivi.

Tutti i rapporti militari sostennero chiaramente che non erano ferite da combattimento quelle trovate sui cadaveri, bensì colpi dati a vecchi inermi, a donne e bambini in fuga o riversi a terra già agonizzanti.

Per la commissione non ci furono dubbi.

Nel suo rapporto finale Carson scrisse che quello che successe a Sand Creek fu una strage premeditata, un massacro compiuto da vigliacchi.

Nessuna punizione fu inflitta a Chivington ed i suoi eroi.

Lui e il suo 3° reggimento di volontari si trasformarono in una vergogna nazionale.

Il colonnello se ne tornò nel suo nativo Ohio tentando la fortuna con la carriera politica, si fece eleggere assessore all’ordine pubblico.

In quanto a Pentola Nera, che teneva tanto alle relazioni amichevoli e che rispose favorevolmente ai sondaggi di pace, dopo aver visto quello che successe quel giorno al Sand Creek si rese conto che dell’uomo bianco non ci si poteva più fidare. Non gli fu concesso nessun risarcimento da parte del governo e fu ripudiato dai suoi guerrieri.

Pentola Nera insieme a sua moglie Donna Sacra, moriranno 4 anni più tardi nella battaglia sul fiume Washita.

Sotto la presidenza Clinton il Congresso degli Stati Uniti si è pronunciato nuovamente sull’eccidio del Sand Creek e sono state presentate le scuse ufficiali alla nazione indiana. Lo ha preteso Ben “Cavallo della Notte “ Campbell, senatore indiano del Colorado. Tutto il Congresso si è schierato con lui. Erano presenti anche Colo, il delegato agli Indian Affairs ed il senatore Daniel Inonye nell’ufficio di Bill Clinton quando lo stesso presidente firmava il decreto legge che assegnava un fondo monetario per organizzare un gruppo di studio per trovare la zona precisa dove avvenne il massacro.

Oltre a diventare parco nazionale fu previsto anche la costruzione di un monumento alla memoria.

Per la ricerca furono incaricati indiani Cheyenne ed Arapaho. Il luogo si trova a circa 40 miglia a nord di Lamar.

Senza ombra di dubbio il massacro del Sand Creek è stato uno degli episodi più vergognosi nella storia degli Stati Uniti d’America.

Fu un massacro premeditato. Le colpe caddero chiaramente sul governatore Evans, su Chivington e sul maggiore Anthony, che suggerì ai cacciatori Cheyenne di andare a caccia di bisonti per lasciare il campo indifeso.

Mai fino a quel momento nelle Grandi Pianure in una “battaglia” si vide tanto accanimento e tanta ferocia nell’uccidere donne e bambini.

 

fonti: 

Storia dell’”integrazione” americana – 150 anni fa la strage di Sand Creek

http://www.sentierorosso.com/storia-dei-nativi-americani/la-storia-degli-indiani-d-america/il-massacro-del-fiume-sand-creek

Cruelty free, il marchio che salva gli animali

 

Cruelty free

 

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Cruelty free, il marchio che salva gli animali

 

Negli ultimi anni molti siti internet sponsorizzano le campagne a difesa dell’ambiente e degli animali sensibilizzando i consumatori sulla scelta di prodotti che non nuocciano alla fauna, eppure fin tanto che non si comprenderà l’importanza di combattere contro le violenze sui nostri amici a quattro zampe, sarà sempre più ostico trovare sul mercato merci non testate sugli animali.

Se non si vuole smettere di mangiare carne e derivati di origine animale, come fanno in segno di protesta i vegani, è può iniziare a prestare attenzione a cosa si acquista, cercando sul retro delle confezioni il disegno di un coniglietto accompagnato dalla scritta “cruelty free”. Il popolo dei vegani e tutti coloro che appoggiano la causa animale chiedono alle grandi aziende produttrici la commercializzazione di prodotti, dal detersivo al cosmetico fino agli alimenti, non testati su animali ma su tessuti creati in laboratorio di origine sintetica che vantano caratteristiche del tutto simili a quelli organici.

E’ crudele pensare che in Italia si contino cifre impressionanti di allevamenti canini che basano la loro economia sulla vendita di animali destinati ai laboratori. Sarebbe troppo e troppo utopistico pensare di bloccare questi massacri, ma possiamo limitarne il flusso. Dal 1976 è in vigore una legge europea che impone la sperimentazione sugli animali per tutte le nuove sostanze chimiche, non limitandosi solo all’industria farmaceutica e a quella alimentare ma anche agli additivi per i tessuti sintetici, i cosmetici, i detersivi, i materiali plastici per gli elettrodomestici e molti, molti altri campi. Oggi sono tanti i prodotti che contengono sostanze animali nei loro impasti o che negli anni passati sono stati testati vivisezionando varie specie, ma fortunatamente sul web sono reperibili delle liste orientative di prodotti approvati dalla Vegan Society (sulla base delle documentazioni rilasciate dalle case produttrici) che permettono la diffusione di queste notizie e che orientano i consumatori verso i prodotti che riportano la sigla ICEA (Istituto Certificazione Etica Ambientale).

E’ doveroso che la tecnologia si sviluppi, è necessaria la ricerca per nuovi e sempre migliori farmaci, ma è altrettanto indispensabile rimboccarsi le maniche perché non siano gli animali e l’ambiente a pagare le conseguenze di questo processo evolutivo.

 

fonte: https://opinionedellacastagna.com/2017/11/03/cruelty-free-il-marchio-che-salva-gli-animali/