Con tetti verdi e giardini pensili la casa è più vivibile e risparmi il 30%

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Con tetti verdi e giardini pensili la casa è più vivibile e risparmi il 30%

Raggiungendo un terrazzo, per un aperitivo o una riunione di lavoro. Salendo e scendendo le scale di un palazzo. Calpestando il tetto di un edificio ipogeo. La percezione del fenomeno non è ancora a fuoco, ma il verde pensile sta crescendo nelle “fessure” delle nostre città. E sta recuperando piccole o medie superfici, sparse fra la trama del costruito. Con effetti importanti. Innanzitutto sull’ambiente: la riduzione di emissioni di anidride carbonica, il filtraggio delle polveri nell’aria, il miglioramento del microclima, la prevenzione di allagamenti per piogge improvvise. In secondo luogo, su chi vive gli immobili: meno inquinati, più isolati a livello termico e acustico. Non ultimo, sul portafoglio, perché l’inserimento di un tetto verde aumenta (secondo le stime delle aziende di settore) anche del 15% il valore iniziale dell’immobile; permette di tagliare le spese di riscaldamento e raffreddamento, con un risparmio che incide fino al 30% in bolletta; aumenta la durata della struttura, visto che gli strati impermeabili sono protetti dall’escursione termica, dal gelo, dai raggi UV e da danneggiamenti meccanici.

Le possibilità di applicazione non mancano e sono spinte anche dagli incentivi fiscali: la detrazione del 65% per chi fa interventi di risparmio energetico e anche (novità del 2018) il nuovo bonus proposto nella prossima Finanziaria che copre il 36% delle spese fino a 5mila euro per chi ripristina aree verdi private. Per ciò che riguarda “la forma”, oggi si va ben oltre il classico giardino inserito su un terrazzo. La tecnologia ha fatto passi da gigante e le piante ricoprono i tetti (piani o spioventi), si arrampicano sulle pareti, entrano nei salotti. Fino a mele, pere, pomodori e zucchine che si coltivano in cucina o nell’orto di condominio, sopra la copertura piana di un palazzo, che per l’occasione diventa anche uno spazio di condivisione.

Due le macro tipologie di coperture proposte: quelle intensive, con spessore di terreno oltre il metro, in cui si possono piantare anche alberi da frutta. O quelle estensive, ricoperte da pochi centimetri di terriccio (o da materiali che ne fanno le veci) e adatte a essere installate anche su pareti e spioventi. In genere, piantumate con sedum, un insieme di varie specie di piante grasse, molto resistenti, sono dotate di fitte reti di radici ottime per trattenere il terreno e richiedono poca manutenzione La prima verifica da fare per intervenire sul costruito è quella (essenziale) sulla portata di una copertura o di un terrazzo. Il costo cambia in funzione dei casi: si va 70 euro a metro quadrato per fare solo prato verde, tra 100 e 120 euro a metro quadrato per prato verde e piccole piante, circa 200 euro a metro quadrato per prato verde e arbusti. La spesa media per un condominio si aggira intorno ai 30 mila euro, ma al lordo delle detrazioni fiscali e dei risparmi ottenibili.

Gli esempli di casi concreti (e misurati anche nei risultati a distanza di anni) non mancano. Fra le prime a crederci, alcune aziende come la triestina Harpo, che dalla Provincia di Bari a Benevento fino a Collegno, in provincia di Torino, ha installato verde sulle coperture di garage o sui tetti di palazzi anche di più piani. Di recente, ha preso parte al progetto Habitami, promosso da Legambiente e dal Comune di Milano per la rigenerazione energetica dei condomini. Così anche la Daku Italia o l’altoatesina Climagrün che da anni promuove quelli che chiama “edifici vivi” e ha lavorato – fra gli altri progetti – per la copertura di una parte degli insediamenti del quartiere residenziale pubblico Casanova di Bolzano o per insediamenti produttivi come la nuova sede Salewa. Attivi anche i progettisti. Stefano Boeri (il famoso architetto del Bosco Verticale) nella propria visione di Milano, città leader della Forestazione urbana nel 2030, guarda al verde pensile come una risorsa da affiancare alla riconversione di veri parchi e quartieri. Piuarch ha lanciato (oltre a proposte internazionali) la suggestione di un belvedere verde sul tetto di Porta Nuova a Milano: lo studio, insieme al paesaggista Corneliu Gavrila, ha trasformato già dal 2015 i 300 metri quadrati del tetto di un palazzo a Brera in un Orto fra i cortili, dove crescono verdure e piante officinali. A Torino, l’associazione OrtiAlti, fondata da due architetti (Elena Carmagnani ed Emanuela Saporito), è partita dal tetto della Fonderia Ozanam (oggi edificio comunale, dato in gestione a una cooperativa e ad alcune associazioni che lavorano nel sociale) per lanciare una rete di orti di comunità. Fra le installazioni, davanti al piazzale di Eataly a Lingotto di Torino, è stato proposto un orto (installato da Harpo) che segue le stagioni e, con l’arrivo dell’autunno, si è trasformato in Vigne-TO, il primo vigneto urbano del Quartiere Nizza Millefonti.

Le verdure, infine, si coltivano anche in casa. Fra i più recenti sistemi per la coltivazione indoor, è prossimo al debutto quello lanciato da Living Farming Tree. Sviluppato dalla startup italiana Hexagro Urban Farming, consente la crescita di piante in serra con la coltivazione aeroponica, senza l’utilizzo di terra o qualsiasi aggregato di sostegno.La prima installazione, adottata dal gruppo Accor Hotels, sarà presentata il 14 dicembre al Novotel Milano Ca’ Granda.

fonte: http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/casa/2017-12-07/con-tetti-verdi-e-giardini-pensili-casa-piu-vivibile-e-risparmi-30percento-152954.shtml?uuid=AEKSp9KD

Lo straziante ricordo di Sarah, infermiera di EMERGENCY: “Quella maledetta mina gli ha portato via le gambe. Il cuore però continua a battere. E così i minuti passano, nel silenzio, tra quelle lacrime di dolore soppresse” …ricorda la fine di un bimbo di 4 anni. Assolutamente da leggere, anche per capire perché Gino Strada è così incazzato quando parla della guerra!

 

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Lo straziante ricordo di Sarah, infermiera di EMERGENCY: “Quella maledetta mina gli ha portato via le gambe. Il cuore però continua a battere. E così i minuti passano, nel silenzio, tra quelle lacrime di dolore soppresse” …ricorda la fine di un bimbo di 4 anni. Assolutamente da leggere, anche per capire perché Gino Strada è così incazzato quando parla della guerra!

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«Attraverso la finestra della sala delle medicazioni vedo le foglie muoversi nel vento. Ci siamo spostati lì per farlo morire in pace. Ma quella che doveva essere l’ultima carezza per accompagnarlo fino alla fine, è diventata un momento infinito.

Un solo desiderio: che finalmente si lasciasse andare, che si arrendesse. Io e Samiullah, l’infermiere con cui lavoro, siamo uno a destra, l’altro a sinistra del letto. Senza poter far nulla. Teniamo una mano appoggiata su quel piccolo corpo per non farlo sentire solo. Si è aggiunto anche Padshah, un nostro collega infermiere, in silenzio. Le foglie continuano la loro danza nel vento. Non mi ricordo nessun rumore, nessun altro intorno.

Ma il bambino non vuole arrendersi, quel cuore non si voleva fermare. Spostiamolo, non si sa quanto continuerà a combattere. Tutto quello che posso fare è somministrare farmaci per alleviare il dolore e sperare con tutta me stessa che faccia veramente effetto. Nient’altro.

E te ne convinci perché altrimenti non resisteresti. Prima di portarlo via, prima di farlo scomparire tra tende bianche e letti bianchi, facciamo entrare il padre.

Chiede aiuto con gli occhi, in silenzio. Combatte contro le lacrime e anche se subito non scendono, macchiando le sue guance polverose, perde quella battaglia inutile. Sono rossi. Sono lucidi. Mi guardano mentre ascoltano la voce di Padshah che spiega che non c’è più nulla da fare. Che non potevamo neanche provarci. Perché ogni tanto le mine non lasciano nulla da salvare. E lui guarda me, guarda loro, guarda la piccola creatura che giace davanti a lui. Guarda il suo bambino di quattro anni e scuote la testa. “Non doveva succedere questo, non doveva succedere”.

Quella maledetta mina gli ha portato via le gambe e gli ha distrutto la pelvi. Il cuore però continua a battere. E così i minuti passano, nel silenzio, tra quelle lacrime di dolore soppresse.»

— Sarah, infermiera di EMERGENCY a Lashkar-gah, Afghanistan

 

Fonte:

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Articolo di: Pietro Frattini

…E la Norvegia inaugura la prima casa biologica del mondo – Avrà impatto zero sull’ambiente.

 

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…E la Norvegia inaugura la prima casa biologica del mondo – Avrà impatto zero sull’ambiente.

La Norvegia inaugura la prima casa biologica del mondo

Avrà un impatto zero sull’ambiente – Scarti agricoli e legno sostenibile trattato con tecniche super-ecologiche. Un mix interessante quello che ha portato alla costruzione della casa biologica.

Materiali di scarto e tecnologie innovative per la casa biologica

Mai sentito parlare di una casa biologica? Da oggi forse questo termine comincerà a diffondersi, perché in Danimarca lo studio Een til Een  ha appena ideato la prima al mondo. I progettisti hanno sviluppato un processo che converte i rifiuti agricoli in materiali da costruzione (compresi erba, paglia e alghe) . L’abitazione che li utilizza è praticamente a impatto zero sull’ambiente.

Il progetto è così innovativo da aver ottenuto il sostegno del Fondo per la costruzione ecologica del Ministero dell’Ambiente danese. Gli architetti hanno costruito la casa per il nuovo ecopark BIOTOPE di Middelfart, nel sud est del paese. Per dare forma all’edificio, Een til Een ha reperito vari scarti agricoli, che sarebbero dovuti diventare la materia prima della casa biologica. Cumuli di erba, paglia e alghe, che in circostanze normali sarebbero stati bruciati per produrre energia, sono stati trasformati in materiali da costruzione. In questo modo, non solo i prodotti sono stati riciclati, ma è stato evitato l’impatto ambientale della loro combustione.

Anche il sofisticato rivestimento della casa è stato scelto per il suo forte profilo eco-compatibile. Gli architetti hanno utilizzato la tecnologia Kebony, che consiste nell’impregnare legname da fonti sostenibili con una miscela liquida a base di alcol furfurilico, prodotto da rifiuti agricoli. Con l’aggiunta del calore, il polimero viene innestato in modo permanente nella parete cellulare di legno, con conseguente maggiore durata e stabilità dimensionale. Il legno acquista così forza, resistenza al decadimento biologico e alle condizioni atmosferiche avverse senza la necessità di trattamenti costosi e dannosi per l’ambiente. Nel caso della casa biologica, il rivestimento grigio argento svilupperà nel tempo una patina, conferendo alla casa un carattere rustico.

Anche il processo di costruzione è rispettoso dell’ambiente: gli architetti hanno testato e sviluppato molte tecnologie innovative durante questa fase. Invece di costruire su una tipica base in cemento, ad esempio, la casa è stata costruita su fondazioni a vite. Questo permette alla casa di essere facilmente rimossa e spostata in qualsiasi punto, senza causare danni al terreno.

fonte: http://www.rinnovabili.it/greenbuilding/norvegia-casa-biologica-333/

La storia di Simba, il gatto eroe contro l’autismo che ora sta lottando per sopravvivere

 

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La storia di Simba, il gatto eroe contro l’autismo che ora sta lottando per sopravvivere

Il gatto eroe contro l’autismo sta lottando per sopravvivere

Sette anni fa una famiglia dal Regno Unito ha portato a casa un gattone bianco che ha cambiato la vita di loro figlio. Per sempre.

Kian aveva 4 anni quando ha incontrato Simba per la prima volta. E il micio, appena è entrato in casa, è andato dritto verso di lui, come se sapesse esattamente quello di cui il bimbo aveva bisogno.

In poco tempo, Simba ha imparato a intuire le crisi del bambino e ad allarmare i suoi genitori in modo che potessero essere pronti ad intervenire. «Al tempo, Kian passava gran parte della giornata urlando e autolesionandosi. Il mondo era spaventoso per lui, come lo era anche l’ ospedale, ma Simba era il suo “luogo sicuro”». Bastava che il micio si sedesse accanto a lui per calmarlo. «E se si stava pizzicando o battendo la testa contro il pavimento, lui interveniva per fermarlo».

Lo scorso 9 ottobre, però, la vita di Simba ha preso una svolta improvvisa: è uscito di casa mentre la famiglia era fuori ed è stato investito da una macchina. Becky è stata avvertita da un vicino di casa che ha assistito all’incidente: «Ho guidato più in fretta che potevo verso casa, e quando sono arrivata lui era lì per terra, con le zampe girate al contrario. L’ho abbracciato per fargli capire che ero lì e tutto sarebbe andato per il meglio e siamo corsi al pronto soccorso veterinario».

E nonostante il dolore atroce che provava, «Simba continua a fare le fusa, dandoci amore e guardandoci profondamente negli occhi». Il gatto aveva gravi lesioni e fratture, tanto che i veterinari «ci hanno consigliato di addormentarlo per sempre e prendere un altro gatto».

Kian è nato prematuro e di conseguenza ha avuto molti problemi di salute. «Ha l’autismo e una sindrome da immunodeficienza secondaria, degenerativa dei tessuti molli e delle ossa», racconta la mamma, Becky Green. E Simba «è diventato il suo piccolo angelo custode».

Kian era inconsolabile. Ma anche in quella situazione Simba gli è stato vicino, strisciando verso di lui come poteva, nonostante le zampe rotte. «E’ stato il momento più straziante della mia vita. E abbiamo deciso che se c’era anche solo una speranza, di non arrenderci».

In sette settimane, Simba ha subito numerose operazioni chirurgiche, trapianti di pelle e la ricostruzione di un osso. E nonostante la distanza fra casa e clinica, Kian gli fa visita quasi ogni giorno. «Dice che è un suo amico e che ha bisogno di lui», ma sembra sempre che sia il gatto a rincuorare il bambino.

I veterinari non sanno ancora se Simba potrà far ritorno a casa con la sua famiglia. «Kian pensa sia un supereroe e che tutti gli interventi fatti lo abbiamo trasformato in un X-cat. E in qualche modo lo pensiamo anche noi: quando ci guarda, sembra che voglia dirci c’è è lì, sta combattendo e non si arrenderà facilmente».

 

tratto da:

-http://www.lastampa.it/2017/12/02/societa/lazampa/gatto-gatti/il-gatto-eroe-contro-lautismo-sta-lottando-per-sopravvivere-mw4cmk5FhpuJ4DKZZJJiUI/pagina.html

La rivincita della Cannabis – Nei campi confiscati alla camorra oggi cresce la canapa!

 

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La rivincita della Cannabis – Nei campi confiscati alla camorra oggi cresce la canapa!

Nei campi confiscati alla camorra oggi cresce la canapa.

La pianta dalle mille virtù si prende la sua ennesima doppia rivincita: oltre a crescere rigogliosa dal nord al sud del Paese, lo fa come testimonianza di legalità in una terra martoriata dalla camorra, portando sostenibilità e natura dove prima comandava la violenza. È un progetto nato da Campanapa, cooperativa nata 2 anni fa dall’unione di diverse aziende agricole che avevano già una lunga esperienza nel settore e che ha associato anche operatori nel settore sociale che si occupano del recupero dei beni confiscati alla camorra. I campi confiscati a Casal di Principe e Santa Maria la Fossa sono stati affidati alla Cooperativa femminile “Nuova Terra Verde” e all’associazione “Nero e non solo”, dopo il progetto “La Terra dei cuori”, un crowdfunding portato avanti da giovani campani che vivono in Inghilterra attraverso una campagna di sensibilizzazione sul tema della Terra dei Fuochi. Qui la canapa, oltre a creare reddito in una regione votata alla sua coltivazione per tradizione, può essere utile per bonificare i terreni inquinati grazie alle sue proprietà fitodepurative. Di questo la cooperativa ne ha parlato lo scorso marzo al Parlamento europeo direttamente a Bruxelles dove hanno preso la parola alla conferenza The Multiple Uses Of Hemp.

«La questione ambientale e quella della terra dei fuochi per noi è molto importante», ci ha raccontato il presidente di Campanapa, Francesco Pedicini, «soprattutto per chi come i nostri associati e agricoltori del casertano, vivono quotidianamente sulle proprie teste».

Intanto la cooperativa su un potenziale di 1000 ettari, sta coltivando canapa in modo sperimentale su circa 50 ettari. Oltre alla sperimentazione agronomica portata avanti nel tempo, è stato chiuso un protocollo di intesa con ANCE (Associazione nazionale costruttori edili) insieme alle università di Benevento e Napoli per sviluppare dei prodotti per il settore. Un altro progetto avviato riguarda il tessile: il problema riscontrato è la trasformazione e stiamo avviando una progettazione per creare impianti innovativi.

L’idea è quella di capire quali varietà si adattino meglio ai diversi scopi, prima di avviare una produzione vera e propria. L’obiettivo infatti è quello di aumentare gli introiti delle aziende agricole con la coltivazione della canapa, dalla cui pianta è possibile ricavare centinaia di prodotti «con una redditività» calcola Pedicini «simile a quei 7-8.000 euro che gli agricoltori ricavavano dal tabacco».

«Il nostro», continua Pedicini, «è un obiettivo politico chiaro: sulla scorta dell’esperienze quarantennali di aziende in Italia, non vorremmo fare la fine dei produttori di tabacco in Campania o di quelli delle arance in Sicilia e così via. Politicamente c’è l’interesse di creare sovrastrutture come i consorzi agrari o le aziende che intercettano gli investitori e che organizzano la vendita e la commercializzazione del prodotto e che governino il settore, ma noi siamo contro questa ideologia. Dalla produzione alla commercializzazione non ci devono essere intermediari, così evitiamo la possibilità che tra 10 anni ci vengano a dire che sarà conveniente andare a prendere le paglie in Africa piuttosto che in Cina, come accade in tutti i settori».

L’obiettivo è dunque quello di chiudere le varie filiere e vedere il prodotto finito. «La nostra idea è quella di avere il prodotto agricolo e quindi paglie, semi e infiorescenze, realizzare i prodotti finiti e venderli direttamente. Altrimenti non conviene produrre il solo prodotto agricolo e poi non nasciamo come conferitori. Noi abbiamo alle spalle 40 anni di storia nella coltivazione del tabacco in Campania e lo Stato ha investito migliaia di miliardi, sotto monopolio, per un settore che è finito in 3 mesi perché tutta la filiera era basata su un monocliente che era Philip Morris. Il giorno che la multinazionale ha smesso di produrlo qui, è finita la coltivazione del tabacco. Tutte le aziende che avevano investito in tecnologie, macchinari e macchine operatrici, magari con mutui ventennali, con chi se la vanno a prendere? Ho paura che con la canapa possa succedere la stessa cosa».

Leggi l’intervista integrale su www.canapaindustriale.it

Pierre Rabhi: occorre un ritorno alla terra per cambiare la nostra società fondata esclusivamente sul denaro.

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Pierre Rabhi: occorre un ritorno alla terra per cambiare la nostra società fondata esclusivamente sul denaro.

Pierre Rabhi: l’avvento del capitalismo-schiavistico e LA FINE DI UN MONDO SECOLARE!

Pierre Rabhi, contadino e filosofo Algerino, trapiantato in Francia dai tempi del colonialismo francese, che sostiene, giustamente, che occorre un ritorno alla terra per cambiare realmente le nostre esistenze e la nostra società fondata esclusivamente sul denaro. Lui il passo l’ha fatto già negli anni ’60 ed oggi cerca di diffondere il verbo tramite libri e conferenze in giro per il mondo.

La povertà non sempre è sintomo di malessere. Crediamo che oggi, immersi nell’opulenza e nel materialismo più sfrenato, si viva meglio rispetto al passato e rispetto a quelle società cosiddette sottosviluppate e povere. Siamo convinti di essere ricchi, di poterci permettere tutto, di essere superiori ma ahimè non è così! Per capire il vero senso della vita leggi attentamente i seguenti paragrafi tratti dal libro di Pierre Rabhi “La sobrietà felice” di cui consigliamo la lettura integrale.

Un uomo semplice, che abita in una piccola oasi del Sud dell’Algeria, si dedica ogni giorno ai suoi doveri di padre di famiglia. Apre la porta della sua bottega, accende il fuoco e, per tutta la giornata, lavora il metallo. Fa manutenzione agli attrezzi agricoli dei contadini, ripara i modesti oggetti d’uso quotidiano. Quel piccolo Vulcano del deserto fa cantare tutto il giorno l’incudine, mentre un apprendista tira la corda del mantice della forgia per attizzare le fiamme. Scintille incandescenti….

Un bambino lo guarda ammirato in silenzio, ne è fiero, immensamente fiero. Di tanto in tanto l’uomo, dal volto volitivo, ascetico e grondante di sudore, si ferma per accogliere i clienti, rispondere alle loro richieste. A volte, davanti alla bottega si forma spontaneamente un assembramento di uomini. Accovacciati su una stuoia di fibre di palma chiacchierano, bevono thé, scherzano, ridono, discutono anche di questioni serie.

Non lontano dalla bottega c’è una piazza quadrata, molto ampia, circondata di negozi – droghieri, macellai, venditori di tessuti e quant’altro – e di laboratori di sarti, calzolai, falegnami, piccoli orafi…

Ogni giorno dalla botteghe fuoriescono canti, come balsami di serenità, che si spandono nell’atmosfera tiepida o soffocante, a seconda delle stagioni. Sul lato ovest c’è uno spiazzo spoglio, aperto dove si tiene il mercato. Una sorta di caravanserraglio senza muri in cui dromedari che bramiscono, pecore, capre, asini e cavalli si mischiano sprigionando odori forti. Alcuni nomadi vanno e vengono in silenzio; altri rimangono accovacciati contro sacchi di tela ruvida gonfi di cereali …. Datteri essiccati per la conservazione e a volte, in stagione, tartufi del deserto si offrono a chi desidera comprarli. Tutto ciò produce un ovattato tumulto, punteggiato dalle voci acute dei venditori che richiamano i clienti. Ogni tanto narratori o acrobati propongono le loro prodezze e i loro sogni a un pubblico affascinato che fa loro cerchio attorno. La città intera è percorsa da ombreggiate viuzze che corrono tra case di terra color ocra incastrate le une nelle altre, sormontate da terrazze, al centro un minareto bianco che a mo’ di vedetta scruta i quattro orizzonti…..

L’atmosfera è frugale. La miseria estrema tocca poco la gente di questa cultura dell’elemosina e dell’ospitalità, richiamate senza sosta come doveri fondamentali dai precetti dell’islam. Il tempo è scandito dalle stagioni e dalle costellazioni. La presenza tutelare e secolare del mausoleo del fondatore della città, che per tutta la vita ha predicato la non violenza, da tempo ha creato un clima di spiritualità propizio alla pace, alla concordia.

La tranquilla città non è tuttavia un paradiso terrestre. Qui come altrove gli uomini sono afflitti da preoccupazioni; il meglio e il peggio vi convivono… Una specie di gioia onnipresente ha la meglio sulla precarietà, coglie ogni pretesto per manifestarsi in feste improvvisate. Qui l’esistenza si tocca con mano. In un clima di pazienza continuamente ravvivata, il più piccolo sorso d’acqua, il più piccolo boccone di cibo danno alla vita un sapore vero. Dal momento che l’essenziale è assicurato, tutto li rende felici e grati, come se ogni giorno vissuto fosse già un privilegio, una tregua. La morte è loro familiare, ma non è una tragedia…

Se questo mondo sospeso tra sogno e poesia non era privo di sofferenza, era però un frutto a lungo maturato sull’albero del destino. Come in altri luoghi del pianeta, gli uomini hanno tentato di crearvi un’armonia, senza però riuscirci alla perfezione, non essendo la perfezione una loro prerogativa…

E poi, insidiosamente, lentamente, in questo mondo vecchio di secoli tutto inizia a precipitare. Il fabbro si intristisce. E’ pensieroso, assorto in strani pensieri. Non torna più a casa al crepuscolo come un libero cacciatore, a volte a mani vuote ma più spesso carico di un cesto colmo di cibarie per la sopravvivenza della sua famiglia per le quali deve ringraziare solo i propri meriti, il suo talento e il suo coraggio, favoriti dalla divina benevolenza. Il lavoro per il fabbro comincia a scarseggiare. Gli occupanti francesi hanno scoperto del carbon fossile e propongono a tutti gli uomini in forze un’occupazione retribuita. L’intera città è sottosopra. E’ finita l’epoca in cui si assaporava il tempo come se fosse eterno. Suona l’ora del tempo degli orologi, fino a quel momento sconosciuto, suona con i suoi minuti e i suoi secondi… Questo nuovo tempo ha come intento di abolire ogni <<perdita di tempo>> e, nel regno dei sonni tranquilli, l’indolenza viene presa per pigrizia. Ora bisogna essere seri, sgobbare molto. Ogni mattina, con una lampada ad acetilene in mano, bisogna sprofondare nelle viscere oscure della terra per riesumarne un materiale nero che cela un fuoco sopito da tempo immemore, come in attesa di un risveglio che gli permetterà di cambiare l’ordine del mondo. Ogni sera, gli uomini escono con il volto insozzato dallo strano termitaio in cui sono stati rinchiusi durante il giorno. Si fa fatica a riconoscerli, tanto inefficaci sono stati i lavaggi per togliere dal visto la scura maschera di carbon fossile e polvere che lo ricopre. Attorno agli occhi si ostinano occhiaie nere, emblema della nuova confraternita dei minatori. Sempre più polsi vengono ornati da orologi; per fare più in fretta, si moltiplicano le biciclette; il denaro si insinua in tutte le ramificazioni della comunità. Le tradizioni prendono un gusto di antiquato, di sorpassato. Ora bisogna mettersi al passo con la nuova cultura.

Il fabbro, come il mastro Cornille di Alphonse Daudet, che soffriva per l’onore beffeggiato del suo mulino a vento – <<respiro del buon Dio>> – soppiantato dai mulini a vapore – <<invenzione del diavolo >> -, resiste finché può a tali sconvolgimenti.

Ma alla fine deve arrendersi all’evidenza: i clienti si fanno rari e riuscire a sfamare la famiglia ha ormai del miracoloso. Non gli resta che diventare lui stesso una termite… Grazie alle sue naturali attitudini viene assegnato a guidare una piccola locomotiva che traina un lungo bruco di vagoni pieni di materiale magico, destinato soprattutto a essere trasportato in Francia. I grandi treni dalle potenti locomotive si porteranno via come un bottino il materiale nero. E’ così che il Progresso ha fatto irruzione in quest’ordine secolare.

Il figlio del fabbro è turbato nel vedere il padre tornare sudicio ogni sera, come tutti gli altri. L’idolo è come profanato. La bottega è diventata un guscio silenzioso dietro la porta oramai chiusa sui ricordi dal gusto desueto di un tempo antichissimo all’improvviso superato. L’incudine non canta più. La civilizzazione, con alcuni dei suoi attributi, la sua complessità e il suo immenso potere di seduzione, è arrivata senza che il bambino possa comprenderla e tanto meno spiegarsela…

L servitù del padre infligge al figlio una strana ferita. Tutta la popolazione sente che sta arrivando qualcosa di importante, qualcosa di insidioso e incomprensibile. L’era del lavoro come ragion d’essere e, come corollario, la smoderatezza evocata dal denaro e dalle nuove cose da acquistare. Come in un ultimo sussulto di libertà, appena percepito il primo salario alcuni minatori non tornavano alla miniera. Quando ricomparivano, dopo un mese o due, i datori di lavoro, scontenti, chiedevano loro perché non fossero tornati prima. I minatori allora rispondevano con candore che non avevano finito di spendere il denaro: perché dunque avrebbero dovuto faticare? Senza esserne coscienti, ponevano una domanda che è stata accuratamente evitata, ma che oggi qualcuno considera essenziale, e alla quale, in quest’epoca di grande scombussolamento in cui siamo obbligati a riconsiderare la condizione umana, bisognerà pur rispondere: lavoriamo per vivere o viviamo per lavorare?

Io avrei compreso solo molto più tardi che, negandone l’identità e la persona, la modernità arrogante e totalitaria aveva inflitto a quel fabbro, come a innumerevoli altri esseri umani del Nord e del Sud del mondo, una sorta di annullamento. Peggio ancora: con il pretesto di migliorarla, ha ridotto la condizione di ognuno a una moderna forma di schiavitù, non solo producendo capitale finanziario senza alcuna ricerca di equità, ma instaurando a livello mondiale, semplicemente prendendo il denaro come unità di misura della ricchezza, la peggior disuguaglianza che esista. Lo sfruttamento e l’asservimento dell’uomo da parte dell’uomo, e della donna da parte dell’uomo, sono sempre stati una perversione, una fatalità che ha macchiato la storia con le brutture che conosciamo; ma se quella perversione era per così dire spontanea, la modernità, con le rivoluzioni intese a mettervi fine, l’ha perpetuata sotto l’insegna dei più alti proclami morali: democrazia, libertà, uguaglianza, fraternità, diritti dell’uomo, abolizione dei privilegi…

Una invenzione fantastica: la carta da parati solare che produce energia grazie ai cianobatteri.

 

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Una invenzione fantastica: la carta da parati solare che produce energia grazie ai cianobatteri.

Sfruttando il processo di fotosintesi dei cianobatteri, gli scienziati hanno sviluppato una carta da parati solare che potrebbe alimentare l’illuminazione domestica.

La sfida dell’efficienza energetica potrà essere vinta se riusciremo a produrre energia solare sfruttando qualsiasi superficie su cui applicare celle fotovoltaiche. Se gran parte della ricerca scientifica si è finora concentrata sulle possibilità offerte dalle facciate degli edifici, c’è chi invece si sta concentrando sul potenziale del solare applicabile ad oggetti o a elementi interni alle abitazioni. E’ il caso dell’Imperial College di Londra, che ha sviluppato la prima carta da parati solare.

La carta da parati solare fatta di cianobatteri

Per realizzarla gli scienziati hanno utilizzato dei cianobatterimicrorganismi fotosintetici che sono presenti sulla terra da miliardi di anni e che vivono e producono energia grazie al processo della fotosintesi. Il team ha trasformato i cianobatteri in inchiostro, stampandolo su carta accanto a dei nanotubi di carbonio che fungono da conduttori, dimostrando non solo che i microrganismi sono in grado di resistere al processo di stampa ma anche di effettuare la fotosintesi producendo quantitativi di energia utilizzabili. Basta una piccola porzione di carta da parati solare per alimentare, ad esempio, una lampadina a led.

Pannello bio-solare che potrebbe fungere da sensore ambientale

Il risultato è un pannello bio-solare che potrebbe essere utilizzando in diversi modi.

“Crediamo che la nostra tecnologia- ha spiegato Marin Sawa del Dipartimento di Ingegneria Chimica dell’Imperial College- possa avere una vasta gamma di applicazioni, come ad esempio quella di funzionare come sensore ambientale. Immaginate un sensore usa e getta camuffato da carta da parati, che potrebbe essere utilizzato per monitorare la qualità dell’aria interna. Una volta arrivato a fine vita, il dispositivo potrebbe essere rimosso e smaltito senza danni all’ambiente, essendo biodegradabile.

Le tante (e inesplorate) possibilità del fotovoltaico microbico

Questa carta da parati solare rappresenta un ulteriore passo avanti nel settore in forte crescita della microbial biophotovoltaics (BPV), ovvero il fotovoltaico microbico, che sfrutta il processo fotosintetico di microrganismi, cianobatteri e alghe per produrre energia. Uno dei vantaggi del meccanismo è che è possibile produrre piccoli quantitativi di energia elettrica non soltanto quando il sole splende ma anche in condizioni di scarsa illuminazione.

Alimentatori monouso e biodegradabili

“I BPV cartacei non sono destinati a sostituire la tecnologia tradizionale delle celle solari per la produzione di energia su larga scala- ha aggiunto Andrea Fantuzzi, co-autore dello studio- ma potrebbero essere utilizzati per costruire degli alimentatori monouso e biodegradabili. La loro bassa potenza li rende maggiormente adatti a dispositivi e applicazioni che richiedono quantità di energia limitata, come sensori ambientali e biosensori “.

Siamo solo all’inizio…

La ricerca è soltanto all’inizio e probabilmente ci vorrà del tempo prima di vedere una carta da parati solare nelle nostre abitazioni. Ma i buoni risultati raggiunti finora fanno ben sperare i ricercatori che si possano fare degli importanti passi in avanti. Innanzitutto, si sta lavorando sulle dimensioni dei fogli, che al momento sono piccolissimi e l’obiettivo a breve termine è quello di riuscire a ridimensionare la batteria su foglio di dimensioni A4, per poi pensare a una scalabilità a livello industriale. Servono infine ulteriori miglioramenti in termini di potenza energetica dei dispositivi e di durata, perché attualmente i pannelli bio-solare durano poco e bisognerebbe cercare di aumentarne la vita, se non altro per giustificare un prezzo ancora eccessivamente alto della tecnologia.

La lezione della Cina, un’isola con più di 120.000 pannelli solari galleggianti: così riescono a dare elettricità ad una intera cittadina!

pannelli solari

 

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La lezione della Cina, un’isola con più di 120.000 pannelli solari galleggianti: così riescono a dare elettricità ad una intera cittadina!

 

È ATTIVO IL PIÙ GRANDE IMPIANTO SOLARE GALLEGGIANTE DEL MONDO, IN CINA
IN CINA PIÙ 120.000 PANNELLI GALLEGGIANTI RIESCONO A DARE ELETTRICITÀ AD OLTRE 15.000 ABITAZIONI

Ne avevamo già parlato qualche tempo fa, quando questo enorme parco solare galleggiante era ancora in fase di costruzione e di perfezionamento. Ora, invece, il progetto di rigenerazione di una miniera di carbone ad Anhui, in Cina, è finalmente giunto a termine, e i suoi pannelli fotovoltaici sono attivi. La creatura messa in piedi – anzi, messa a galla – dalla Sungrow Power non ha nessun precedente in termina di potenza: mai un impianto fotovoltaico galleggiante era stato così esteso, e mai la rigenerazione di una miniera di carbone aveva portato ad un esito simile.

Energia solare a partire dalla rigenerazione di una miniera di carbone

Ma andiamo con ordine: la considerevole area della regione mineraria cinese di Huanin è stata con il tempo allagata dalla pioggia, andando così a formare un bacino d’acqua con una profondità variabile tra i 4 e i 10 metri. L’acqua che riposa in questo anomalo ‘lago’ è molto mineralizzata, e quindi inservibile. Quella che era un’area energeticamente produttiva – per quanto inquinante, ovviamente – era dunque diventata del tutto inutile. Come poteva fare questa ragione a recuperare il terreno e quindi l’energia perduta? A sbalordire tutti con il proprio progetto di rigenerazione di una miniera di carbone è stata come anticipato la Sungrow Power, leader mondiale nel campo della produzione di pannelli fotovoltaici, la quale conta più di 30 gigawatt di potenza installata a livello mondiale.

25 anni di energia pulita e sorvegliata dai droni

La semplice rigenerazione di una miniera di carbone ha così portato alla creazione di un enorme impianto fotovoltaico composto da oltre 120.000 pannelli, i quali coprono così circa 86 ettari di superficie sull’acqua che sovrasta l’ex area mineraria. Come ha spiegato Xiao Fuqin, general manager della Sungrow Power, «in superficie potrebbe sembrare che i galleggianti siano semplicemente appoggiati sull’acqua, quando in realtà ci sono oltre mille piloni installati per tenere in ordine i galleggianti di questo impianto». La società assicura che l’impianto avrà una vita minima di 25 anni, essendo stato disegnato e realizzato per resistere a fattori come il calore e l’umidità, i quali sono ovviamente raddoppiati in virtù dell’anomalo luogo di installazione dei pannelli fotovoltaici. Di certo l’impianto fotovoltaico galleggiante ricavato dalla rigenerazione di una miniera di carbone non verrà lasciato a sé stesso, anzi, verrà sorvegliato e monitorato continuamente, anche grazie all’ausilio di appositi droni, i quali sorvoleranno la zona per supervisionare l’impianto.

La Cina, tra investimenti nelle rinnovabili e abitudini dure a morire

Questo originale progetto di rigenerazione di una miniera di carbone vuol dunque dire che i combustibili fossili cinesi stanno per essere ‘sommersi’ dalle rinnovabili? In un certo senso sì, ma è sicuramente troppo presto per farsi prendere dall’entusiasmo. È ovviamente vero che l’impianto fotovoltaico galleggiante è stato costruito sopra una miniera, ma è anche vero che quest’ultima era già stata abbandonata prima di venire allagata. Certo, gli investimenti cinesi nelle energie rinnovabili sono davvero imponenti, e sembrano essere cresciuti ancora di più da quanto Trump ha deciso di ritirare gli Stati Uniti dagli Accordi di Parigi – si dice che l’impegno della Cina sia addirittura raddoppiato, soprattutto attraverso progetti con altri Paesi. Nessun altro Stato al mondo può vantare la sua stessa capacità di energia elettrica di origina solare, e pur forte di questa supremazia la Cina ha deciso di investire altre 361 miliardi di dollari nelle rinnovabili entro il 2020. Ma di certo è ancora troppo, troppo presto per parlare della Cina come di un’economia ecosostenibile, e le ragioni sono tantissime: basti, in questa sede, ricordare che nella sola Repubblica Popolare Cinese viene consumato quasi la metà del carbone che viene utilizzato ogni anno a livello mondiale. Insomma, con questo ambizioso e sbalorditivo progetto di rigenerazione di una miniera di carbone la Cina si è confermata in testa allo sviluppo delle rinnovabili e del fotovoltaico, ma è indubbio che resti ancora molta strada da fare.

I vantaggi del nuovo impianto solare galleggiante

Del resto i numeri del nuovo gigante solare si commentano da sé: l’impianto fotovoltaico galleggiante più grande del mondo arriva infatti a generare 40 megawatt, ovvero l’energia elettrica necessaria per alimentare 15.000 abitazioni. Quello che fino a qualche giorno fa era il più grande impianto solare galleggiante al mondo, invece, si fermava a 6,3 megawatt, ovvero più di sei volte di meno. Nel mondo non si possono certo contare molti impianti di questo tipo, ma va sottolineato che i vantaggi dell’installare dei pannelli fotovoltaici a filo d’acqua sono molteplici: per la loro installazione non viene infatti sprecato prezioso terreno agricolo, l’acqua contribuisce ad un benefico raffreddamento dei pannelli, i quali, per un effetto collaterale ma senz’altro virtuoso, incrementano l’ammontare di acqua potabile per l’irrigazione limitando l’evaporazione. Se poi, oltre che parlare di un impianto fotovoltaico galleggiante, si parla anche della rigenerazione di una miniera di carbone, i vantaggi ovviamente raddoppiano.

 

fonte:

-http://www.green.it/piu-grande-impianto-solare-galleggiante-cina/

La saggezza dei nativi Americani: “Voi siete schiavi dal momento in cui cominciate a parlare sino a quando morite; noi invece siamo liberi come l’aria”.

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La saggezza dei nativi Americani: “Voi siete schiavi dal momento in cui cominciate a parlare sino a quando morite; noi invece siamo liberi come l’aria”.

 

Gli Indiani d’America avevano già capito tutto sul lavoro… anche per questo furono sterminati…

Gli Indiani d’America avevano già capito tutto sulla schiavitù alla quale i “bianchi” volevano sottoporre il mondo,anche per questo furono sterminati, perchè non volevano sottomettersi alla vita imposta dai “visi pallidi”, dedicata solo al lavoro, senza avere nemmeno il tempo per “sognare”…

Voi cominciate a lavorare sodo fin da piccoli, e lavorate sino a che siete grandi, e poi cominciate di nuovo a lavorare. E lavorate per tutta la vita. Poi, quando avete finito, morite lasciandovi tutto alle spalle. Questa noi la chiamiamo schiavitù. Voi siete schiavi dal momento in cui cominciate a parlare sino a quando morite; noi invece siamo liberi come l’aria.

Abbiamo bisogno di ben poche cose, e non è difficile procurarsele. Il fiume, il bosco, la pianura ci danno tutto quello di cui abbiamo bisogno, e noi non saremo mai schiavi, né manderemo i nostri bambini nelle vostre scuole, dove possono solo imparare a diventare come voi.”

Queste sono paole del Capo Guerriero-Cadette-Apache Mescalero:

Voi uomini bianchi conoscete solo il lavoro.
Io non voglio che i miei giovani uomini diventino uguali a voi.
Gli uomini che lavorano sempre non hanno tempo per sognare, e solo chi ha tempo per sognare trova la saggezza.

Al contrario nostro, gli Indiani, manifestarono fin da subito ripudio e disprezzo verso il dogma occidentale del “lavoro tutta la vita“, se non lavoro non mangio, se non lavoro non ho diritto alla vita, se non lavoro sono un parassita della società.
E’ giusto che tutti sappiano che gli indiani lavoravano lo stretto necessario per vivere, e probabilmente si parla di poche ore al giorno, il resto del tempo era dedicata alla saggezza, ai canti, ai balli, agli incontri d’amore, alle cavalcate solitarie nella prateria, all’esplorazione della natura, insomma a quello che noi chiamiamo “tempo libero” e di cui possiamo godere solo un giorno la settimana.
Gli indiani odiano il lavoro e non perché siano degli scansafatiche (termine utilizzato dalla massa moderna per etichettare un non-adattato al sadico culto della fatica) , ma perché amanti della libertà, un genere di libertà che noi europei abbiamo conosciuto illusoriamente solo negli anni 60 con gli Hippie, dove si poteva girare il mondo ancora senza tanti passaporti, carte d’identità e ogni sorta di diavoleria spacciata dai mercanti del potere per “sicurezza“.
Ecco, gli indiani erano ancora più liberi, potevano andare dovunque senza chiedere il permesso, potevano vivere senza chiedere il permesso, le tasse allora non esistevano, tanto meno lo Stato, le banche, la polizia, le frontiere, gli eserciti, la Chiesa ecc ecc.
Ne consegue che in un mondo davvero libero come era il loro, prima del nostro arrivo “civilizzante“, la sola idea di passare 8-9 ore al giorno a lavorare, svolgendo mansioni monotone e noiose, fosse l’ultima cosa che gli passasse per la testa di fare.
Fonti: varie dal Web

Come la giungla del capitalismo selvaggio condanna l’Africa alla povertà infinita

 

Africa

 

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Come la giungla del capitalismo selvaggio condanna l’Africa alla povertà infinita

Ho incontrato anni fa il presidente di un paese africano il cui sottosuolo era ricco di petrolio. Dei frutti di questa ricchezza in giro se ne vedevano pochi o niente. Gli chiesi quanto petrolio le compagnie straniere estraessero ogni anno. Per un po’ fece finta di ignorare la mia domanda, poi sbottò: « Non lo so e non lo voglio sapere. Uno dei miei predecessori tentò di capirlo e fu cacciato via da un colpo di stato. Quelli fanno come vogliono!».

“Quelli” sono le imprese straniere che operano nel continente al mondo più ricco di materie prime e condannato alla miseria perpetua proprio per questo. Comprano al prezzo che decidono loro, corrompono, distruggono l’ambiente e se qualcuno si ribella, lo eliminano senza pietà. 

È questa la vera causa della tragedia africana e della grande fuga della sua gente. Basterebbe un po’ di trasparenza e di regole chiare. Quella che è normale in ogni società civile che si rispetti. Ma i grandi potentati mondiali non sono disposti ad accettare che regole e diritti valgano su scala planetaria. L’Africa è territorio di saccheggio selvaggio.

È di questi giorni la minaccia del presidente di Vitol, uno dei più grandi gruppi mondiali nel commercio di petrolio. Sono pronti ad andar via dalla Svizzera se passa una legge che prevede, per le imprese residenti nel paese, l‘obbligo di dichiarare ogni pagamento superiore a centomila franchi a governi ed entità straniere.

La legge è figlia dell’indignazione popolare per tanti scandali, non ultimo quello relativo alla Glencore, altra importantissima impresa in campo energetico. Sarebbe venuto fuori il pagamento di una bustarella di 18 milioni di dollari ad un faccendiere legato al presidente della Repubblica Democratica del Congo. In cambio Glencore avrebbe pagato 140 milioni invece di 585 per le sue attività estrattive in quel paese. Un risparmio di quasi mezzo miliardo di dollari. Quante scuole, quanti ospedali, quante strade, quanta occupazione è stata così sottratta alla popolazione congolese?

La tragedia è che Vitol e altre imprese hanno la possibilità di minacciare. Altre nazioni “civili” sono pronte ad ospitarle senza porre domande imbarazzanti. Il nostro mondo è una giungla in cui i più forti hanno ogni potere e godono di ogni complicità. Eppure basterebbe davvero poco per cambiar registro.

Sarebbe sufficiente una decisione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che vincolasse tutti al rispetto di certe regole e Vitol non avrebbe scampo. Nessuno, ma davvero nessuno, finora ci ha messo mano. Si, perché la politica, la politica che conosciamo, ha abdicato ai suoi doveri più elementari nei confronti dei popoli del pianeta. Serve altri interessi. Quelli dei poteri forti.

In Svizzera si terrà a breve un referendum su queste questioni. Qualcuno, dalle nostre parti, è pronto a proporne uno simile?

fonte: http://www.dolcevitaonline.it/come-la-giungla-del-capitalismo-selvaggio-condanna-lafrica-alla-poverta-infinita/