Per non dimenticare – 29 novembre 1864, il massacro di Sand Creek. Quando il glorioso Esercito degli Stati Uniti d’America riportò una delle più fulgide vittorie della luminosa storia Americana contro donne e bambini indigeni !!

 

Sand Creek

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Per non dimenticare – 29 novembre 1864, il massacro di Sand Creek. Quando il glorioso Esercito degli Stati Uniti d’America riportò una delle più fulgide vittorie della luminosa storia Americana contro donne e bambini indigeni !!

La Guerra di Secessione stava ormai volgendo al termine con la vicina vittoria degli abolizionisti del Nord; quando il 3° Reggimento Volontari del Colorado, guidati dal colonnello John Milton Chivington, trucidò oltre 200 pellerossa, soprattutto donne e bambini delle tribù dei Cheyenne e Arapaho, accampati lungo il fiume Creek.
Il 1864, così come moltissime altre annate, fu un anno terribile per le tribù indiane; Il proclama del governatore Evans esortava la popolazione a cacciare ed eliminare fisicamente i nativi che, vuoi per un forte attaccamento alle tradizioni, vuoi per non capire la lingua dell’oppressore o vuoi per diffidenza nei confronti dell’uomo bianco, non si fossero insediati nei pressi di Fort Lyon in seguito all’ingiunzione imposta da Evans l’estate stessa. Durante tutto il periodo estivo gli indiani non abbassarono la testa, rendendo difficile la vita al nemico e infliggendoli pesanti perdite, ma non calcarono troppo la mano nella speranza di futuri accordi di pace con le autorità nordiste. Fu soprattutto il capo cheyenne Pentola Nera a volere fortemente la pace e a trattare con i visi pallidi, acconsentendo a fare accampare la propria tribù lungo il fiume Sand Creek, poco distante da Fort Lyon. Alla sua tribù si unì quella degli Arapaho del capo Mano Sinistra, dando vita in breve tempo ad un accampamento di 600 indiani appartenenti alle due tribù.
Quel 29 novembre però, mentre la gran parte degli uomini del villaggio si trovavano lontani a cacciare il sacro bisonte, piombarono sulle tipi i cavalli del 3° Reggimento seminando il panico tra i pellerossa, per tre quarti donne e bambini, rimasti all’accampamento. Pentola Nera tentò di tranquillizzare i suoi consanguinei citando gli accordi presi con le autorità e alzando la bandiera dell’Unione, ma il colonnello Chivington incurante della pacifica situazione trovatasi di fronte, fece caricare i suoi uomini distruggendo la tendopoli e massacrando gli indiani, per lo più inermi.
Si contarono più di 200 morti tra i nativi e una decina tra gli oppressori, di cui molti furono vittima dello stesso fuoco amico, come scrisse il colonnello del Colorado nel suo rapporto.
La notizia del massacro di Sand Creek arrivò presto alle nazioni Cheyenne, Arapaho e Sioux, e dopo anni e anni di battaglie per vendicare la propria gente trucidata, soltanto dodici anni più tardi i 200 indiani di Sand Creek poterono avere finalmente giustizia distruggendo il 7° Cavalleria di Custer, tra le colline di Little Big Horn.

Tra i pazzi sanguinari del colonnello Chivington, quel triste giorno solo due due ufficiali del Reggimento si rifiutarono di eseguire i folli ordini impartiti loro: il capitano Silas Soule e il tenente Joseph Cramer. Soule in particolare, aveva ordinato ai suoi uomini di non aprire il fuoco e il colonnello lo face arrestare assieme ad altri sei uomini, ma il capitano denunciò quanto successo, portando Chivington davanti alla commissione d’inchiesta. Il giovane capitano Soule però, non riuscì mai a testimoniare perché fu assassinato a Denver poco dopo il suo rilascio. Il colonnello Chivington invece, sotto pressioni e consigli dall’alto, lasciò l’esercito salvandosi così dalla Corte Marziale che affermò: “Sand Creek era stato un atto di profonda codardia e una strage perpetrata a sangue freddo, un gesto sufficiente a coprire i colpevoli di infamia indelebile, e nel contempo, a suscitare indignazione in tutti gli americani”

Rendono onore anche a loro, oggi, i discendenti delle varie tribù indiane radunati a Eads, così viene chiamata oggi la località in cui si consumò questa ennesima sanguinosa pagina dell’epopea statunitense, per celebrare il 150°anniverario della strage davanti ad autorità e popolazione.

Nel terzo millennio la storia degli indiani d’America è ormai relegata a folclore hollywoodiano, cilum e peyote, ma ci sono intere generazioni di pellerossa che non rinunciano alla memoria e soffrono ancora il peso di ogni singola stella cucita sulla bandiera “portatrice di pace” nel mondo.
Una bandiera che solo pochi giorni fa veniva sventolata orgogliosamente in ogni angolo del degli States per la festa del ringraziamento.
Una bandiera, che come ci insegnano i films dovrebbe rappresentare un’utopica società multirazziale ed egualitaria, ma che invece, proprio come sta accadendo in queste ore a New York, si trova a fare i conti con l’ennesima rivolta contro un sistema multirazzista.
Eh già, il duro prezzo dell’integrazione… Gli indiani d’America ne sapevano qualcosa…

Andrea Bonazza

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Per approfondire:

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IL MASSACRO DEL FIUME SAND CREEK

Nel 1864 tra la popolazione della frontiera americana si creò un clima di paura e di tensione, la causa era la sommossa iniziata dai Sioux nel 1862 in Minnesota. Nella primavera di quello stesso anno nel Colorado alcune bande di Sioux, di Cheyenne e di Arapaho effettuarono delle rapine e dei saccheggi, dando molto filo da torcere ai bianchi, facendo iniziare così le prime scaramucce tra la Cavalleria dei Volontari del Colorado e i cacciatori Cheyenne.

In autunno i capi Cheyenne risposero favorevolmente ai “sondaggi di pace” del governatore John Evans, mettendosi sotto la protezione del maggiore Wynkoop (Uomo Bianco Alto) a Fort Lyon.

Uomo Bianco Alto aveva rapporti amichevoli con i Cheyenne, procurando la disapprovazione di alcuni ufficiali militari del Colorado. Così dopo essere stato accusato e rimproverato di far ”comandare gli indiani”, fu sostituito dal maggiore Scott J. Anthony, un ufficiale dei Volontari del Colorado.

Il governatore Evans affidò a John Chivington la “campagna di pacificazione”.

Chivington era un protestante metodista, alto quasi 2 metri e molto robusto, un tipo spaccone e arrogante, ogni qualvolta che incontrava un bianco, lo esortava a uccidere tutti gli indiani sia piccoli che grandi, era poi un personaggio molto conosciuto nella frontiera, famoso tra i cercatori d’oro e gli allevatori.

Il governo, impegnato nella Guerra di Secessione, non aveva modo di occuparsi della frontiera, ed erano quindi gli uomini del calibro di Chivington a rappresentare la legge e il governo nei sperduti territori del lontano West.

Le autorità locali per tutelare pionieri, cercatori d’oro, coloni, agricoltori, dalle scorrerie degli indiani che stavano diventando “sempre più fastidiosi”, non sentendosi sicuri con l’esercito, fecero ricorso ai reparti dei volontari, vigilantes reclutati sul posto, milizie improvvisate, avventurieri, disertori fuggiti dal fronte della guerra che stava imperversando.

Nel frattempo Chivington rifiutò indignato il brevetto di ufficiale cappellano che il governo gli offrì, così chiese ed ottenne un grado di combattente di capitano, che in poco tempo trasformò in colonnello, diventando il comandante dell’intero reggimento.

Fu per il suo odio sviscerato che provava contro gli uomini dalla pelle rossa che Chivington si fece la nomina di “cacciatore di indiani “.

Così quando gli attacchi e le scorrerie di alcuni indiani ostili divennero più frequenti contro pionieri e carovane che percorrevano il sentiero delle Smoky Hills, fu al colonnello Chivington con il suo 3° reggimento di Volontari che il governatore Evans si rivolse.

Evans emanò un decreto promettendo terre e denaro a chiunque uccideva un indiano.

Questo era un invito che Chivington ed i suoi non si fecero certo ripetere.

Nel forte c’era una piccola guarnigione di soldati, tra cui alcuni ufficiali regolari. Questi fecero notare a Chivington che non tutti gli indiani erano nemici, in particolar modo la tribù Cheyenne di Motavato (Pentola Nera) che si trovava accampata a circa 60 km dal forte.

Pentola Nera era un capo pacifico e credeva molto nella parola dell’uomo bianco, aveva anche firmato la pace pochi mesi prima con l’esercito, consentendo così il transito dei carri che passavano attraverso il suo territorio. Ma questo a Chivington non interessava più di tanto, ed iniziò ad infuriarsi e ad accusare ufficiali e soldati che non erano d’accordo con lui dicendo che erano dei codardi e dei traditori. In particolar modo inveì contro il capitano Silas Soule, il tenente Joseph Cramer e il tenente James Condor. Agitando il pugno vicino alla faccia del tenente Cramer disse:

Odio tutti coloro che simpatizzano per gli indiani , bisogna sterminarli tutti , è il dovere di ogni patriota americano. Tutto questo tra gli applausi dei suoi volontari.

Per non ritrovarsi davanti ad una corte marziale i tre ufficiali dovettero partecipare loro malgrado alla spedizione. Essi comunque ordinarono ai loro uomini di sparare solo per difendersi.

Era la sera del 28 novembre 1864 quando l’ex predicatore metodista con più di 700 uomini al suo seguito uscì da Fort Lyon per andare a “caccia di indiani”. Chivington dando la carica ai suoi uomini disse: “uccidete qualsiasi indiano che incontrate sulla vostra strada”.

Il villaggio di Caldaia Nera si trovava in un ansa del Sand Creek, il suo tipì era situato quasi al centro, ad ovest c’erano Antilope Bianca e Copricapo di Guerra con la loro gente. Sull’altro versante, quello orientale c’era il campo arapaho di Mano Sinistra. Complessivamente vi si trovavano quasi 600 persone, la maggior parte di loro erano donne, bambini ed anziani.

Quasi tutti i guerrieri si trovavano lontani, a caccia di bisonti, come gli era stato suggerito dal maggiore Anthony.

Alle prime luci dell’alba la colonna raggiunse il villaggio, nell’accampamento nessuno si immaginava che cosa stesse per accadere, d’improvviso i Cheyenne si svegliarono con il rumore dei cavalli al galoppo. Si scorsero i primi soldati e tra la gente si diffuse subito il panico.

Donna Sacra, moglie di Pentola Nera fu una delle prime persone ad avvistare i soldati, iniziò così ad urlare fortemente per dare l’allarme al villaggio. Pentola Nera si trovava nel suo tipì, sentendo la moglie urlare uscì all’aperto e vide i soldati che avanzavano, fermamente convinto delle rassicurazioni avute dal magg. Anthony, cercò di calmare la sua gente e innalzò la bandiera americana, lo stesso vessillo che gli era stato offerto in segno di amicizia dai soldati al momento della firma.

Caldaia Nera attendeva protezione, ma le prime bordate scoppiarono. Quando gli fu chiaro che i soldati erano venuti per uccidere, si scagliò contro di loro a mani nude, ma alcuni suoi guerrieri riuscirono a metterlo fortunatamente in salvo.

Un vecchio settantenne, Antilope Bianca, anche lui disarmato, invece di fuggire disse ai pochi guerrieri rimasti che tutto ciò era colpa loro, di loro vecchi che si erano fidati della parola dell’uomo bianco. Andò incontro al comandante dei soldati (testimonianza di Beckwourth, la guida che si trovava al fianco di Chivington), tenendo bene le mani alzate e dicendo chiaramente in lingua americana: fermatevi, fermatevi, egli si fermò e incrociò le braccia. Una pallottola lo prese in faccia, prima di spirare intonò il suo canto di morte: niente vive per sempre sola la terra e i monti sono eterni.

Nel frattempo anche Mano Sinistra e gli Arapaho cercarono di raggiungere la bandiera di Pentola Nera, fermandosi davanti ai soldati con le braccia incrociate disse che non voleva combattere contro i suoi amici bianchi.

Morì fucilato anche lui sotto i colpi dei volontari.

Ci furono molte scene raccapriccianti in tutto il campo, la maggior parte degli uomini di Chivington erano completamente ubriachi e si lasciarono andare in una frenesia omicida, massacrando barbaramente tutti gli indiani che capitavano a tiro.

Non risparmiarono nessuno, si accanirono anche sui cadaveri mutilandoli e scotennandoli.

Ci furono diverse testimonianze, sia da parte dei bianchi che da parte degli indiani.

Coperta Grigia (John Smith l’interprete di Fort Lyon) riferì che dei soldati catturarono tre bambini e li condussero davanti a un gruppo di ufficiali. Il più grande aveva 8 anni, gli altri due avevano 4 e 5 anni, il tenente Harry Richmond disse: abbiamo l’ordine di ucciderli tutti, ne uccise uno sparandogli un colpo di pistola alla testa. Uccise anche gli altri due nonostante i pianti e le suppliche.

Robert Bent, figlio maggiore di William Bent (che prese in moglie una donna Cheyenne), si trovò suo malgrado insieme a Chivington, vide cinque donne nascoste dietro un cumulo di sabbia, i soldati avanzarono verso di loro, uscirono fuori tirandosi su i vestiti per far capire che erano donne, chiesero pietà, i soldati le fucilarono.

Altre 30-40 donne si misero al riparo di un anfratto, mandarono fuori una bambina di 6 anni con una bandiera bianca attaccata a un bastoncino, fece pochi passi e un colpo di fucile la uccise. Poi uccisero anche tutte le donne che si erano nascoste nell’anfratto, senza opporre nessuna resistenza.

Tutti i morti che vide Robert Bent erano stati scotennati. Vide anche un certo numero di neonati uccisi con le loro mamme.

Il vecchio Tre Dita (uno dei sopravvissuti) raccontò che sua madre si mise sulle spalle il figlio più piccolo e correva verso il torrente tenendo per mano lo stesso Tre Dita, i soldati continuarono a sparare ugualmente, un proiettile la colpì alla spalla, nonostante fosse ferita riuscì a mettersi in salvo. Quando prese il bambino piccolo che portava sulle spalle si accorse che era morto, colpito da un proiettile. Anche suo marito venne ucciso quel giorno. In seguito lei andò a vivere con i Cheyenne del Nord e rimase con loro molti anni. Il vecchio Tre Dita non dimenticò mai quello che successe a lui ed a sua madre quel giorno al Torrente della Sabbia.

Un’altra donna, la moglie di Orso Nero portava una cicatrice nel posto in cui era stata colpita, per questo motivo la chiamavano Un Occhio Andato Insieme. Raccontò cose atroci sui soldati che uccidevano i bambini, portavano via le donne trattandole male. Ne uccisero la maggior parte, ma qualcuna riuscì a salvarsi e raccontò quello che successe.

Queste ed altre atrocità ancora furono commesse quella volta sul Torrente della Sabbia.

Nessun Cheyenne che riuscì a salvarsi dimenticò quello che vide laggiù quel giorno.

Era la Luna Cheyenne di Quando i Cervi Sono in Fregola.

La descrizione di Robert Bent su quello che fecero Chivington ed i suoi volontari venne confermato dal tenente James Connor. Il giorno dopo quando tornarono sul campo di battaglia (se battaglia si vuole chiamare) non vi era un solo corpo di uomo, donna o bambino a cui non fosse stato tolto lo scalpo, ed in molti casi i cadaveri erano mutilati in modo orrendo.

Un reggimento ben addestrato e disciplinato avrebbe potuto annientare sicuramente tutti gli indiani che quel giorno si trovavano sul Sand Creek. Fu grazie alla mancanza di disciplina, alle abbondanti bevute di whisky, ed alla scarsa precisione di tiro da parte dei volontari che quel giorno molti indiani riuscirono a mettersi in salvo.

Quando tutto fu finito sul campo vi erano 105 morti tra donne e bambini e 28 uomini.

Nel suo rapporto ufficiale Chivington disse di aver ucciso 400-500 guerrieri.

Tra le sue file vi furono 9 morti e 38 feriti, questo non per la reazione da parte indiana, ma a causa del tiro disordinato dei suoi volontari.

Rimasero uccisi i capi Antilope Bianca, Occhio Solo e Copricapo di Guerra. Mano Sinistra fu ferito da una pallottola ma riuscì a scamparla. Pentola Nera riuscì a salvarsi trovando un rifugio in un burrone, sua moglie Donna Sacra nonostante avesse 7 pallottole addosso riuscì a sopravvivere. Tra i cadaveri che i becchini bianchi andarono a seppellire nelle fosse comuni scavate accanto al Torrente della Sabbia (1 dollaro per ogni cadavere) c’era anche il corpo di Donna Gialla, la donna Cheyenne che il giovane Cavallo Pazzo salvò nel massacro di Blue Water Creek.

Dopo pochi giorni a Denver in ogni locale della città cui c’era uno spettacolo, c’era una presentazione al pubblico di uno degli “eroi”, uno dei reduci del Sand Creek, accompagnato da alcuni trofei di guerra, una lancia, una freccia, uno scalpo ancora completo di trecce da esibire, tra gli applausi ed i tono ironici dei signori e delle signore. Nei locali più malfamati erano riservati i trofei più raccapriccianti, i genitali maschili e femminili amputati ai cadaveri dei Cheyenne uccisi.

Per molti giorni dopo l’eccidio, le prostitute della città avevano promesso amore gratis a chi le avrebbe ricompensate con le capigliature sanguinanti dei selvaggi ed a tutti i reduci del Sand Creek che si fossero presentati nei bordelli esibendo lo scalpo con il pube tagliato via a una donna Cheyenne.

Ci volle diverso tempo, per far tornare Denver alla “normalità”.

Nel frattempo a Washington iniziarono a nascere dei forti dubbi sulla ”impresa militare “compiuta da Chivington, e quando alcune testimonianze del massacro giunsero ad alcuni giornalisti dell’est, fu nominata una corte marziale per giudicare il “Colonnello”.

Per sfuggire alla giustizia militare Chivington rassegnò le dimissioni dall’incarico paramilitare.

Il governo allora nominò una commissione d’inchiesta civile presieduta da Kit Carson.

Ascoltarono i testimoni oculari, gli ufficiali di Fort Lyon che visitarono il villaggio dopo la strage, e i medici militari che esaminarono i cadaveri e soccorsero i feriti ancora vivi.

Tutti i rapporti militari sostennero chiaramente che non erano ferite da combattimento quelle trovate sui cadaveri, bensì colpi dati a vecchi inermi, a donne e bambini in fuga o riversi a terra già agonizzanti.

Per la commissione non ci furono dubbi.

Nel suo rapporto finale Carson scrisse che quello che successe a Sand Creek fu una strage premeditata, un massacro compiuto da vigliacchi.

Nessuna punizione fu inflitta a Chivington ed i suoi eroi.

Lui e il suo 3° reggimento di volontari si trasformarono in una vergogna nazionale.

Il colonnello se ne tornò nel suo nativo Ohio tentando la fortuna con la carriera politica, si fece eleggere assessore all’ordine pubblico.

In quanto a Pentola Nera, che teneva tanto alle relazioni amichevoli e che rispose favorevolmente ai sondaggi di pace, dopo aver visto quello che successe quel giorno al Sand Creek si rese conto che dell’uomo bianco non ci si poteva più fidare. Non gli fu concesso nessun risarcimento da parte del governo e fu ripudiato dai suoi guerrieri.

Pentola Nera insieme a sua moglie Donna Sacra, moriranno 4 anni più tardi nella battaglia sul fiume Washita.

Sotto la presidenza Clinton il Congresso degli Stati Uniti si è pronunciato nuovamente sull’eccidio del Sand Creek e sono state presentate le scuse ufficiali alla nazione indiana. Lo ha preteso Ben “Cavallo della Notte “ Campbell, senatore indiano del Colorado. Tutto il Congresso si è schierato con lui. Erano presenti anche Colo, il delegato agli Indian Affairs ed il senatore Daniel Inonye nell’ufficio di Bill Clinton quando lo stesso presidente firmava il decreto legge che assegnava un fondo monetario per organizzare un gruppo di studio per trovare la zona precisa dove avvenne il massacro.

Oltre a diventare parco nazionale fu previsto anche la costruzione di un monumento alla memoria.

Per la ricerca furono incaricati indiani Cheyenne ed Arapaho. Il luogo si trova a circa 40 miglia a nord di Lamar.

Senza ombra di dubbio il massacro del Sand Creek è stato uno degli episodi più vergognosi nella storia degli Stati Uniti d’America.

Fu un massacro premeditato. Le colpe caddero chiaramente sul governatore Evans, su Chivington e sul maggiore Anthony, che suggerì ai cacciatori Cheyenne di andare a caccia di bisonti per lasciare il campo indifeso.

Mai fino a quel momento nelle Grandi Pianure in una “battaglia” si vide tanto accanimento e tanta ferocia nell’uccidere donne e bambini.

 

fonti: 

Storia dell’”integrazione” americana – 150 anni fa la strage di Sand Creek

http://www.sentierorosso.com/storia-dei-nativi-americani/la-storia-degli-indiani-d-america/il-massacro-del-fiume-sand-creek

La catastrofe ambientale nascosta: in fondo ai nostri mari ordigni chimici e radioattivi abbandonati dagli americani dopo il ’43 e dopo le guerra in Jusoslavia. Si calcola siano oltre un milione di pezzi.

 

catastrofe ambientale

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La catastrofe ambientale nascosta: in fondo ai nostri mari ordigni chimici e radioattivi abbandonati dagli americani dopo il ’43 e dopo le guerra in Jusoslavia. Si calcola siano oltre un milione di pezzi.

Un altro grande reportage di Gianni Lannes

UN MILIONE DI BOMBE SPECIALI USA IN FONDO ALL’ADRIATICO E AL TIRRENO

Sul belpaese incombe una catastrofe ambientale con cui bisogna fare i conti. Ecco il segreto dei segreti: nel 1943 gli “alleati” angloamericani sbarcarono in Italia un arsenale proibito di armi chimiche, non le usarono affondandole nel Mare Adriatico (Golfo di Manfredonia) e nel Mar Tirreno (Golfo di Napoli e dinanzi all’isola di Ischia) al termine del secondo conflitto mondiale. Negli anni ‘90 la guerra in Jusoslavia determinò lo scarico di migliaia di bombe radioattive da Grado a Santa Maria di Leuca, sganciate  dai velivoli di rientro in Italia dopo i bombardamenti nei Balcani. A conti fatti: più di un milione di bombe chimiche e radioattive, senza contare quelle convenzionali imbottite di tritolo.

I documenti storici dell’US Army sepolti dal segreto militare anglo-americano imposto da Eisenhower e Churchill parlano chiaro, basta compulsarli a dovere. Quelle bombe caricate con aggressivi chimici erano armi proibite dalla Convenzione di Ginevra del 1925, ma il generale statunitense Eisenhower si giustificò nel 1949 sostenendo che erano state stivate «nell’incertezza delle intenzioni tedesche sull’uso di quest’arma».

Non a caso il bombardamento del porto di Bari del 2 dicembre 1943 è stato definito la Pearl Harbour italiana. 105 aerei della Lutwaffe alle 19,30 piombarono sulla città e in una pioggia di fuoco riuscirono ad affondare 17 navi, ne danneggiarono gravemente 8 ed il porto venne quasi completamente distrutto. Si registrarono ingenti perdite tra i militari alleati e i civili italiani. I danni maggiori arrivarono dal carico di iprite della nave americana John Harvey. Ogni bomba, che era lunga quasi 120 centimetri, conteneva circa 30 chilogrammi di questo gas tossico e vescicante. Sommozzatori e palombari italiani che operarono a costo della salute e della vita dal 1947 al 1953, recuperarono 20 mila bombe speciali nell’area portuale e le affondarono a poca distanza dalla costa. Non è tutto. Anche altre navi USA come la John Motley erano cariche di iprite, mentre quelle inglesi contenevano bombe della RAF con fosforo e acido clorosolforico, cloripicrina e cluoruro di cianogeno.

 

Un altro grave episodio, ignoto alla storiografia è l’esplosione avvenuta sempre nel porto di Bari il 9 aprile 1945 – a guerra ormai finita in Italia – della nave statunitense Charles Henderson, che aveva a bordo un carico di bombe all’iprite variamente assortite.

Carta canta. Anche l’archivio storico della Marina Militare italiana è una fonte di inedite rivelazioni che fanno luce sul più grave disastro chimico della seconda guerra mondiale, tenuto nascosto alla popolazioni italiana dalle autorità italiane. Le conseguenze sono incalcolabili, ma i governicchi tricolore hanno fatto sempre finta di niente.

In ogni caso, vale il principio internazionale “chi inquina paga”. Tocca a Washington e Londra pagare il conto, a noi esigerlo senza compromessi.

 

riferimenti:

Gianni Lannes, BOMBE A… MARE!, Nexus Edizioni, Padova, 2017 (di prossima pubblicazione).

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2017/04/bombe-amare_19.html

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=bombe+a…mare

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2017/05/bombe-chimiche-e-radioattive-alleate.html

 

Fonte:

https://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2017/05/un-milione-di-bombe-speciali-usa-in.html#more