Bonifica terreni con la canapa, un’idea italiana!

 

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Bonifica terreni con la canapa, un’idea italiana!

La proprietà di bonifica terreni con la canapa rende possibile il fitorisanamento, ossia l’uso di questa pianta in zone ad alto tasso d’inquinamento come ex-siti industriali e ambienti in cui anche l’aria è ricca d’agenti inquinanti, che possono essere catturati e persino stoccati per un successivo utilizzo!

Da diversi anni si è capito che la canapa ha delle spiccate capacità di riduzione dell’uso di pesticidi, fitofarmaci e diserbanti  nelle colture, e ne diminuisce anche il fabbisogno d’acqua; tuttavia non è noto a tutti che si può fare anche la bonifica terreni con la canapa.

Si tratta di un processo di fitobonifica, con conseguente miglioramento della fertilità del suolo, grazie alla capacità di assorbimento da parte delle radici di questa pianta dei componenti organici o inquinanti presenti nel terreno, che poi sono trasformati in qualcosa di meno pericoloso, oppure vengono ‘catturate’ e recuperate (nel caso del piombo, dello zinco e del ferro). Tale processo depurativo può avvenire anche per l’aria, perché la canapa può sequestrare il CO2 presente in un ambiente inquinato, e l’acqua, in cui questa magica pianta riesce a catturare l’ossido di azoto, l’ozono e gli agenti inquinanti che costituiscono l’indoor pollution.
La Natura che viene in supporto della natura quindi.

 

In questo in Italia sono attive alcune aziende e consorzi, ad esempio, Ecofitomed, società pugliese attivamente impegnata nella tutela dell’ambiente. Sulla base di alcuni studi portati avanti da Stefano Mancuso, uno dei massimi esponenti della neurobiologia vegetale, si è scoperto che le radici della cannabis potrebbero rivelarsi utili per depurare i fanghi contaminati.
Quando le acque nere o grigie, provenienti dagli scarichi industriali o dalle fognature, vanno incontro al processo di depurazione, sul suolo restano dei fanghi ad alto tasso di inquinamento. Fino ad oggi questi fanghi sono stati bruciati o gettati in discarica una volta essiccati.
Queste procedure di smaltimento richiedono costi non indifferenti: dai 90 ai 200 euro a tonnellata e nel 2011 ne sono stati prodotti 11 milioni di tonnellate.
La Ecofitomed punta di abbassare i costi, passando da 90 a 60 euro per tonnellata, piantando un bosco dalle proprietà decontaminanti proprio sul luogo inquinato. Secondo gli esperti, coltivando canapa, alberi di pioppo e paulownia tomentosa, piante note per le loro capacità di iper-accumulatori, tutti gli agenti inquinanti verrebbero catturati dalle radici.
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Come funziona la fitobonifica della canapa sul terreno?
E’ stato calcolato inoltre che nell’arco di 5 anni il terreno sarebbe completamente bonificato e gli alberi potrebbero trovare un nuovo impiego: se i livelli di inquinamento rientrano nella norma, il legno potrebbe essere utilizzato per la creazione di mobili e pellet. 
Altrimenti, sfruttando i pannelli solari posti sulla serra che dovrebbe contenere le piantagioni nella fase iniziale della crescita, i tronchi potrebbero alimentare una centrale a biomassa. Una volta depurati, i fanghi possono essere riutilizzati come normale terriccio. Un bosco di tale portata potenzialmente è in grado di decontaminare 42 mila tonnellate di fanghi all’anno. Inoltre piantandolo nei pressi dei depuratori si potrebbero eliminare i costi legati al trasporto.
Anche l’associazione CanaPuglia vuole diffondere le applicazioni disinquinanti della canapa proponendo la coltivazione di questa pianta per bonificare terreni contaminati da metalli pesanti e sostanze organiche.
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Bonifica terreni con la canapa, un’idea italiana!
Inoltre, c’è il progetto di mettere in pratica le note capacità di assorbimento di anidride carbonica (da 9 a 12 tonnellate per ettaro) e di bonifica degli agenti inquinanti del terreno, nelle campagne pugliesi devastate dall’industria pesante (ILVA a Taranto, la zona attorno alla centrale a carbone di Cerano e della Montedison presso Brindisi); questo è un esperimento di phytoremediation della canapa (cioè fitorimediazione o fitorisanamento): si tratterebbe di circondare i terreni ‘incriminati’ con una ‘cintura’ di canapa, per far sì che avvenga una fitodepurazione della zona. 
Al momento sembra già riportare buoni esiti, ma non resta che sperare che qualcuno decida di puntare su questa iniziativa tutta italiana, perché il progetto è in attesa di finanziamenti e trattandosi di un programma innovativo e unico al mondo, gli investitori sono ancora in attesa di verificarne i risultati.
Fonte: tuttogreen.it

 

La casa che si riscalda da sola – Ecco l’edificio che non ha praticamente bisogno di un sistema di riscaldamento. Comodo e soprattutto economico!

 

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La casa che si riscalda da sola – Ecco l’edificio che non ha praticamente bisogno di un sistema di riscaldamento. Comodo e soprattutto economico!

 

La Casa Passiva: ambiente e convenienza
Intervista a Wolfgang Feist, uno degli “inventori” del modello di edificio che non ha praticamente bisogno di riscaldamento.

La casa passiva è un edificio che non ha praticamente bisogno di un sistema di riscaldamento. In quanto tale, è probabilmente una delle migliori invenzioni degli ultimi decenni. Basti pensare che, secondo l’Ispra, l’inquinamento atmosferico nelle principali città italiane è causato soprattutto dal riscaldamento domestico. Ma anche al bilancio di una famiglia media, su cui la bolletta del gas grava in maniera importante.

Le Passivhaus sono diffuse soprattutto in Germania, Austria, Olanda e nei Paesi scandinavi, è molto diffusa negli Stati Uniti e il suo mercato ora si sta espandendo anche in Cina. Da qualche anno, però, se ne vedono anche in Italia, dove il trend sembra in costante crescita. L’Ente certificatore a cui più si deve la diffusione di questo tipo di edifici è sicuramente il Passive House Institute di Darmstadt, in Germania. Questo centro di ricerca, il più importante a livello mondiale nel suo genere, è stato fondato dal Prof. Dr. Wolfgang Feist, che tuttora lo dirige.

Siamo andati in Germania, e lì abbiamo potuto fare qualche domanda a questo precursore delle case del futuro. Sì, perché in Paesi come l’Austria, dal 2015, la casa passiva sarà lo standard prescritto per tutti gli edifici. In tutti gli altri, invece, a imporre norme energetiche più efficienti ci penseranno i costi e il buonsenso. E che sia questa la via per sbloccare il moribondo settore edilizio?

Dottor Feist, vuole presentarci brevemente il suo istituto?  

Il Passive House Institute è un centro di ricerca indipendente, specializzato in edifici dall’alta efficienza energetica. Dalla sua fondazione, nel 1996, ha lavorato allo sviluppo di concetti di progettazione e al miglioramento delle componenti edilizie. Per facilitare il processo di pianificazione ad architetti e designer l’Istituto fornisce il PHPP (Passive House Planning Package) e lo strumento 3-D designPH. La ricerca si concentra anche sul’’applicazione dello Standard Passive House a tipi di edifici diversi e a varie zone climatiche, e al monitoraggio dei progetti realizzati.

Come funziona una Passivhaus? Quali sono le sue principali caratteristiche?  

Lo Standard Passive House è un concetto di design sostenibile, caratterizzato da efficienza energetica e convenienza, così come da condizioni di vita confortevoli e salutari. L’edificio è progettato in modo da ottenere una qualità dell’aria interna ottimale e il comfort termico, mentre il fabbisogno energetico rimane trascurabile. Questo risultato è ottenuto soprattutto attraverso cinque principi fondamentali: un livello di isolamento termico dell’’involucro particolarmente buono, infissi migliorati a livello termico con vetri appropriati (per i climi freddi i tripli vetri), la costruzione senza ponti termici, una buona tenuta dell’aria e, infine, una ventilazione confortevole con recupero del calore nei climi freddi e controllo dell’umidità in quelli umidi. La conseguente domanda di picco per il riscaldamento non deve superare i 10 watt per metro quadrato, e un requisito analogo vale per il raffreddamento sensibile. Poiché il fabbisogno energetico durante l’anno si riduce fino al 90 percento, gli investimenti si ripagano con i risparmi sui costi operativi.

Quanti edifici ha già certificato il Vostro Istituto? E dove, in particolare?

Il numero di unità abitative certificate dal Passive House Institute è di circa diecimila. La maggior parte di esse è stata costruita nell’Europa centrale – e di questo non c’è da stupirsi, dal momento che è dove ne è iniziato lo sviluppo, oltre 20 anni fa. Ma la distribuzione geografica sta cambiando. La ricerca ha dimostrato che il concetto di casa passiva funziona in tutte le zone climatiche. E non solo in teoria: oggi ci sono edifici Passive House dalla Cina al Messico e dalla Nuova Zelanda al Canada. Il numero totale di case passive nel mondo può solo essere stimato, ma è senza dubbio molte volte quello degli edifici certificati.

E in Italia? 

Ci sono già molti edifici Passive House anche in Italia, non solo case unifamiliari, ma anche edifici per uffici e scuole. La maggior parte di essi è situata per ora nella parte settentrionale del Paese. Ma ci sono molti esempi di edifici certificati Passive House anche in Sicilia, per esempio.

La gente pensa spesso che una casa passiva è troppo costosa da costruire, che è “roba da ricchi”. È vero?  

No, è un’idea assolutamente sbagliata. La convenienza è fra i principali vantaggi dello standard. In molte città in Germania, Austria e altre nazioni, società di alloggi municipali hanno scelto la Casa Passiva per i loro programmi di edilizia sociale. Ci sono costi aggiuntivi da anticipare, naturalmente: per i prodotti efficienti energeticamente come le finestre o i sistemi di ventilazione, così come per la manodopera qualificata in cantiere. Rispetto a una casa normale i costi potrebbero essere del sei o sette percento superiori. Anche questo sta cambiando, perché più sono i prodotti sul mercato e più sono i costruttori e i designer con esperienza in questo campo, minore è l’investimento in più che si deve affrontare. Nel corso del tempo in cui si utilizza l’edificio si risparmia parecchio, anche con gli attuali prezzi dell’energia. Se questi ultimi dovessero salire, e secondo la maggior parte delle previsioni sarà così, il risparmio sarebbe ancora più alto.

Quali sono i risparmi nel riscaldamento e la riduzione di gas a effetto serra in un edificio come quelli che certificate?  

Dipende sempre dal punto di partenza, naturalmente. Rispetto al patrimonio edilizio esistente nell’Europa occidentale, il risparmio energetico secondo lo standard della Casa Passiva va dall’80 al 90 percento. La domanda rimanente è così piccola che può essere facilmente coperta con le energie rinnovabili. In questo caso le emissioni di gas serra sono sostanzialmente ridotte a zero.

Si può anche ristrutturare un edificio in modo da renderlo passivo, o è solo possibile costruirne di nuovi?  

È del tutto possibile anche ristrutturare un edifico secondo lo Standard Passive House. Nella maggior parte dei casi però non sarebbe la scelta più efficace e non la consigliamo. A seconda del tipo di costruzione, dell’orientamento, della progettazione e di un paio di altri aspetti, consigliamo di sviluppare un piano di ristrutturazione completo, utilizzando misure più idonee – che saranno i componenti della casa passiva nella maggior parte dei casi. L’obiettivo dovrebbe essere quello di raggiungere l’EnerPHit Standard per retrofit (con il retrofit si aggiungono nuove tecnologie o funzionalità ad un sistema vecchio, ndr), che il Passive House Institute ha sviluppato per aiutare gli ingegneri in questo processo. E in molti casi ha davvero senso realizzare i miglioramenti con un approccio step-by-step. In questo modo, l’efficienza energetica può essere notevolmente migliorata in un modo molto conveniente, utilizzando componenti di una casa passiva in ogni passaggio.

Pensa che potremo vedere nei prossimi anni una larga diffusione di questo tipo di edifici, oppure le persone non sono ancora pronte culturalmente a un tale cambiamento (soprattutto nell’Europa meridionale)?  

Il numero di edifici Passive House e retrofit EnerPHit è in costante aumento, soprattutto in Italia, che vede sicuramente uno sviluppo crescente. E sono abbastanza sicuro che questo aumento continuerà. La lotta al cambiamento climatico e la riduzione del consumo di energia stanno diventando sempre più importanti. E la casa passiva è una soluzione, che oltre tutto è economicamente attraente, e che fornisce un clima interno eccezionalmente buono.

 

 fonte: http://www.lastampa.it/2014/10/02/scienza/ambiente/inchiesta/la-casa-passiva-quando-ledilizia-concilia-ambiente-e-convenienza-zCb8C4lH6ZY819sx5EOpgM/pagina.html

Costruire con materiali di scarto: quando i rifiuti diventano case biologiche

 

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Costruire con materiali di scarto: quando i rifiuti diventano case biologiche

The Waste House e la casa biologica danese dimostrano che costruire con materiali di scarto è possibile. Quali sono i rifiuti trasformabili in edilizia?

Il comparto dell’edilizia è uno dei più impattanti sull’ambiente. Costruire vuol dire consumare suolo, energia e soprattutto risorse, basti pensare che di tutte le materie prime estratte a livello mondiale, il 25% viene utilizzato nell’edilizia. La produzione stessa di materiali da costruzione provoca ingenti consumi energetici ed idrici, che si sommano a quelli legati al trasporto. L’intero settore è responsabile, in Europa, di circa il 40% dei consumi energetici totali e di più del 50% delle emissioni di CO2. A questi numeri, si uniscono quelli dello scarto: l’edilizia produce orientativamente 500 milioni di tonnellate di rifiuti speciali all’anno. E nel resto del mondo le percentuali sono pressoché le stesse. Davanti a questi numeri è chiaro che le strategie della bioedilizia, gli approcci net-zero e i principi della chimica verde, che promettono di minimizzare l’impatto negativo degli edifici sui nostri sistemi e risorse naturali attraverso l’azione di costruire con materiali di scarto, l’uso di energie da fonti rinnovabili e lo sviluppo di tecniche costruttive innovative e ad alta efficienza, appaiono quanto mai importanti.

Costruire con materiali di scarto, un mantra del greenbuilding

Sebbene la definizione di greenbuilding non sia univoca, nella maggior parte dei casi è previsto un uso privilegiato di materiali da costruzione sostenibile o provenienti da riciclo e un’ottimizzazione dei processi promuovendo pratiche che puntano a una maggiore efficienza e una riduzione degli sprechi. Ma cosa vuol dire costruire con materiali di scarto?

The Waste House: la casa fatta di rifiuti

Uno dei primi prototipi edilizi che ha dimostrato che costruire utilizzando quasi esclusivamente i rifiuti è possibile è la Waste House, realizzata nel campus dell’Università di Brighton sulla base dell’idea dell’architetto e professore Duncan Baker-Brown dello studio BBM. Parliamo di una realizzazione di qualche anno fa ma che è ancora profondamente attuale e soprattutto che è tutt’ora un laboratorio vivente che può essere visitato e dove vengono organizzati workshop rivolti a studenti, professionisti e a chiunque sia interessato a conoscere da vicino le infinite opportunità offerte dal riciclo per il mondo delle costruzioni e del design.

Anche se esistono tentativi precedenti di case costruite a partire dai rifiuti, la Waste House è in realtà la prima ad aver ottenuto tutti i permessi di costruire a norma di legge. Per le fondazioni è stato usato il granulato di scarto prodotto dall’altoforno, per la struttura portante sono state reimpiegate travi e assi in legno dismesse dai vicini cantieri, mentre gli involucri sono costituiti da rifiuti inconsueti come spazzolini da denti, custodie DVD, decorazioni natalizie, vecchie VHS e oltre 2 tonnellate di jeans.

La prima casa biologica al mondo fatta di scarti agricoli

Molto più recente è l’abitazione ecosostenibile inaugurata poche settimane fa a Middelfart, in Danimarca. Definita come il primo esempio di casa biologica al mondo, la struttura, progettata dallo studio Een Til Een per l’ecopark BIOTOPE, è realizzata quasi interamente di scarti agricoli, trasformati in materiali da costruzione.

Oltre al legno, scarti come paglia, alghe ed erba compongono la casa sostenibile al 100% e a impatto zero. La vera novità del prototipo, che di fatto lo rende uno degli esemplari più interessanti per la bioedilizia, risiede innanzitutto nel procedimento di lavorazione della materia prima grezza che non prevede combustione e quindi emissione di gas nocivi in atmosfera. E in secondo luogo nello sviluppo di una tecnologia, chiamata Kebony, che consente di realizzare un rivestimento per l’involucro esterno totalmente eco-compatibile, perché si tratta di una miscela liquida a base di alcol furfurilico, prodotto anch’esso da rifiuti agricoli.

Le mille possibilità del riciclo

E’ chiaro che questi due esempi sono al momento soltanto dei prototipi, che non incideranno sul settore delle costruzioni su larga scala. Ma sono dei piccoli tasselli importanti per scardinare dei preconcetti legati alla bioedilizia e per dimostrare che costruire con materiali da riciclo e riducendo al minimo consumi e sprechi è possibile. D’altra parte esiste un’infinità di prodotti di scarto che potrebbero essere riutilizzati per costruire ma anche per arredare. Un elenco di queste possibilità, che spesso sono frutto del lavoro di start-up e aziende innovative, è stato recentemente pubblicato da Elemental Green, una digital media company specializzata nel green building.    

Tappi in sughero, vecchi giornali, bottiglie di plastica

Solo per fare qualche esempio di come si possa costruire con materiali di scarto, c’è chi, come l’azienda canadese Jelinek Cork Group, realizza pannelli e pavimenti a partire dai tappi in sughero riciclati. Vecchi giornali vengono invece trasformati in legno, ribaltando di fatto il processo tradizionale secondo cui dagli alberi si fa la carta, dai designer olandesi fondatori di NewspaperWood. Poi c’è la società statunitense BarkClad che produce un biadesivo naturale per interni ed esterni ricavato dalla corteggia degli alberi, già abbattuti per altri usi, ovviamente.

E infine i mattoni in plastica riciclata RePlast, prodotti dalla società ByFusion, che fanno bene all’ambiente non solo perché lo ripuliscono dai rifiuti ma anche perché sono dei blocchi atossici e fabbricati senza produrre emissioni nocive.

fonte: http://www.green.it/costruire-materiali-scarto-rifiuti-diventano-case/

Con tetti verdi e giardini pensili la casa è più vivibile e risparmi il 30%

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Con tetti verdi e giardini pensili la casa è più vivibile e risparmi il 30%

Raggiungendo un terrazzo, per un aperitivo o una riunione di lavoro. Salendo e scendendo le scale di un palazzo. Calpestando il tetto di un edificio ipogeo. La percezione del fenomeno non è ancora a fuoco, ma il verde pensile sta crescendo nelle “fessure” delle nostre città. E sta recuperando piccole o medie superfici, sparse fra la trama del costruito. Con effetti importanti. Innanzitutto sull’ambiente: la riduzione di emissioni di anidride carbonica, il filtraggio delle polveri nell’aria, il miglioramento del microclima, la prevenzione di allagamenti per piogge improvvise. In secondo luogo, su chi vive gli immobili: meno inquinati, più isolati a livello termico e acustico. Non ultimo, sul portafoglio, perché l’inserimento di un tetto verde aumenta (secondo le stime delle aziende di settore) anche del 15% il valore iniziale dell’immobile; permette di tagliare le spese di riscaldamento e raffreddamento, con un risparmio che incide fino al 30% in bolletta; aumenta la durata della struttura, visto che gli strati impermeabili sono protetti dall’escursione termica, dal gelo, dai raggi UV e da danneggiamenti meccanici.

Le possibilità di applicazione non mancano e sono spinte anche dagli incentivi fiscali: la detrazione del 65% per chi fa interventi di risparmio energetico e anche (novità del 2018) il nuovo bonus proposto nella prossima Finanziaria che copre il 36% delle spese fino a 5mila euro per chi ripristina aree verdi private. Per ciò che riguarda “la forma”, oggi si va ben oltre il classico giardino inserito su un terrazzo. La tecnologia ha fatto passi da gigante e le piante ricoprono i tetti (piani o spioventi), si arrampicano sulle pareti, entrano nei salotti. Fino a mele, pere, pomodori e zucchine che si coltivano in cucina o nell’orto di condominio, sopra la copertura piana di un palazzo, che per l’occasione diventa anche uno spazio di condivisione.

Due le macro tipologie di coperture proposte: quelle intensive, con spessore di terreno oltre il metro, in cui si possono piantare anche alberi da frutta. O quelle estensive, ricoperte da pochi centimetri di terriccio (o da materiali che ne fanno le veci) e adatte a essere installate anche su pareti e spioventi. In genere, piantumate con sedum, un insieme di varie specie di piante grasse, molto resistenti, sono dotate di fitte reti di radici ottime per trattenere il terreno e richiedono poca manutenzione La prima verifica da fare per intervenire sul costruito è quella (essenziale) sulla portata di una copertura o di un terrazzo. Il costo cambia in funzione dei casi: si va 70 euro a metro quadrato per fare solo prato verde, tra 100 e 120 euro a metro quadrato per prato verde e piccole piante, circa 200 euro a metro quadrato per prato verde e arbusti. La spesa media per un condominio si aggira intorno ai 30 mila euro, ma al lordo delle detrazioni fiscali e dei risparmi ottenibili.

Gli esempli di casi concreti (e misurati anche nei risultati a distanza di anni) non mancano. Fra le prime a crederci, alcune aziende come la triestina Harpo, che dalla Provincia di Bari a Benevento fino a Collegno, in provincia di Torino, ha installato verde sulle coperture di garage o sui tetti di palazzi anche di più piani. Di recente, ha preso parte al progetto Habitami, promosso da Legambiente e dal Comune di Milano per la rigenerazione energetica dei condomini. Così anche la Daku Italia o l’altoatesina Climagrün che da anni promuove quelli che chiama “edifici vivi” e ha lavorato – fra gli altri progetti – per la copertura di una parte degli insediamenti del quartiere residenziale pubblico Casanova di Bolzano o per insediamenti produttivi come la nuova sede Salewa. Attivi anche i progettisti. Stefano Boeri (il famoso architetto del Bosco Verticale) nella propria visione di Milano, città leader della Forestazione urbana nel 2030, guarda al verde pensile come una risorsa da affiancare alla riconversione di veri parchi e quartieri. Piuarch ha lanciato (oltre a proposte internazionali) la suggestione di un belvedere verde sul tetto di Porta Nuova a Milano: lo studio, insieme al paesaggista Corneliu Gavrila, ha trasformato già dal 2015 i 300 metri quadrati del tetto di un palazzo a Brera in un Orto fra i cortili, dove crescono verdure e piante officinali. A Torino, l’associazione OrtiAlti, fondata da due architetti (Elena Carmagnani ed Emanuela Saporito), è partita dal tetto della Fonderia Ozanam (oggi edificio comunale, dato in gestione a una cooperativa e ad alcune associazioni che lavorano nel sociale) per lanciare una rete di orti di comunità. Fra le installazioni, davanti al piazzale di Eataly a Lingotto di Torino, è stato proposto un orto (installato da Harpo) che segue le stagioni e, con l’arrivo dell’autunno, si è trasformato in Vigne-TO, il primo vigneto urbano del Quartiere Nizza Millefonti.

Le verdure, infine, si coltivano anche in casa. Fra i più recenti sistemi per la coltivazione indoor, è prossimo al debutto quello lanciato da Living Farming Tree. Sviluppato dalla startup italiana Hexagro Urban Farming, consente la crescita di piante in serra con la coltivazione aeroponica, senza l’utilizzo di terra o qualsiasi aggregato di sostegno.La prima installazione, adottata dal gruppo Accor Hotels, sarà presentata il 14 dicembre al Novotel Milano Ca’ Granda.

fonte: http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/casa/2017-12-07/con-tetti-verdi-e-giardini-pensili-casa-piu-vivibile-e-risparmi-30percento-152954.shtml?uuid=AEKSp9KD

Pierre Rabhi: occorre un ritorno alla terra per cambiare la nostra società fondata esclusivamente sul denaro.

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Pierre Rabhi: occorre un ritorno alla terra per cambiare la nostra società fondata esclusivamente sul denaro.

Pierre Rabhi: l’avvento del capitalismo-schiavistico e LA FINE DI UN MONDO SECOLARE!

Pierre Rabhi, contadino e filosofo Algerino, trapiantato in Francia dai tempi del colonialismo francese, che sostiene, giustamente, che occorre un ritorno alla terra per cambiare realmente le nostre esistenze e la nostra società fondata esclusivamente sul denaro. Lui il passo l’ha fatto già negli anni ’60 ed oggi cerca di diffondere il verbo tramite libri e conferenze in giro per il mondo.

La povertà non sempre è sintomo di malessere. Crediamo che oggi, immersi nell’opulenza e nel materialismo più sfrenato, si viva meglio rispetto al passato e rispetto a quelle società cosiddette sottosviluppate e povere. Siamo convinti di essere ricchi, di poterci permettere tutto, di essere superiori ma ahimè non è così! Per capire il vero senso della vita leggi attentamente i seguenti paragrafi tratti dal libro di Pierre Rabhi “La sobrietà felice” di cui consigliamo la lettura integrale.

Un uomo semplice, che abita in una piccola oasi del Sud dell’Algeria, si dedica ogni giorno ai suoi doveri di padre di famiglia. Apre la porta della sua bottega, accende il fuoco e, per tutta la giornata, lavora il metallo. Fa manutenzione agli attrezzi agricoli dei contadini, ripara i modesti oggetti d’uso quotidiano. Quel piccolo Vulcano del deserto fa cantare tutto il giorno l’incudine, mentre un apprendista tira la corda del mantice della forgia per attizzare le fiamme. Scintille incandescenti….

Un bambino lo guarda ammirato in silenzio, ne è fiero, immensamente fiero. Di tanto in tanto l’uomo, dal volto volitivo, ascetico e grondante di sudore, si ferma per accogliere i clienti, rispondere alle loro richieste. A volte, davanti alla bottega si forma spontaneamente un assembramento di uomini. Accovacciati su una stuoia di fibre di palma chiacchierano, bevono thé, scherzano, ridono, discutono anche di questioni serie.

Non lontano dalla bottega c’è una piazza quadrata, molto ampia, circondata di negozi – droghieri, macellai, venditori di tessuti e quant’altro – e di laboratori di sarti, calzolai, falegnami, piccoli orafi…

Ogni giorno dalla botteghe fuoriescono canti, come balsami di serenità, che si spandono nell’atmosfera tiepida o soffocante, a seconda delle stagioni. Sul lato ovest c’è uno spiazzo spoglio, aperto dove si tiene il mercato. Una sorta di caravanserraglio senza muri in cui dromedari che bramiscono, pecore, capre, asini e cavalli si mischiano sprigionando odori forti. Alcuni nomadi vanno e vengono in silenzio; altri rimangono accovacciati contro sacchi di tela ruvida gonfi di cereali …. Datteri essiccati per la conservazione e a volte, in stagione, tartufi del deserto si offrono a chi desidera comprarli. Tutto ciò produce un ovattato tumulto, punteggiato dalle voci acute dei venditori che richiamano i clienti. Ogni tanto narratori o acrobati propongono le loro prodezze e i loro sogni a un pubblico affascinato che fa loro cerchio attorno. La città intera è percorsa da ombreggiate viuzze che corrono tra case di terra color ocra incastrate le une nelle altre, sormontate da terrazze, al centro un minareto bianco che a mo’ di vedetta scruta i quattro orizzonti…..

L’atmosfera è frugale. La miseria estrema tocca poco la gente di questa cultura dell’elemosina e dell’ospitalità, richiamate senza sosta come doveri fondamentali dai precetti dell’islam. Il tempo è scandito dalle stagioni e dalle costellazioni. La presenza tutelare e secolare del mausoleo del fondatore della città, che per tutta la vita ha predicato la non violenza, da tempo ha creato un clima di spiritualità propizio alla pace, alla concordia.

La tranquilla città non è tuttavia un paradiso terrestre. Qui come altrove gli uomini sono afflitti da preoccupazioni; il meglio e il peggio vi convivono… Una specie di gioia onnipresente ha la meglio sulla precarietà, coglie ogni pretesto per manifestarsi in feste improvvisate. Qui l’esistenza si tocca con mano. In un clima di pazienza continuamente ravvivata, il più piccolo sorso d’acqua, il più piccolo boccone di cibo danno alla vita un sapore vero. Dal momento che l’essenziale è assicurato, tutto li rende felici e grati, come se ogni giorno vissuto fosse già un privilegio, una tregua. La morte è loro familiare, ma non è una tragedia…

Se questo mondo sospeso tra sogno e poesia non era privo di sofferenza, era però un frutto a lungo maturato sull’albero del destino. Come in altri luoghi del pianeta, gli uomini hanno tentato di crearvi un’armonia, senza però riuscirci alla perfezione, non essendo la perfezione una loro prerogativa…

E poi, insidiosamente, lentamente, in questo mondo vecchio di secoli tutto inizia a precipitare. Il fabbro si intristisce. E’ pensieroso, assorto in strani pensieri. Non torna più a casa al crepuscolo come un libero cacciatore, a volte a mani vuote ma più spesso carico di un cesto colmo di cibarie per la sopravvivenza della sua famiglia per le quali deve ringraziare solo i propri meriti, il suo talento e il suo coraggio, favoriti dalla divina benevolenza. Il lavoro per il fabbro comincia a scarseggiare. Gli occupanti francesi hanno scoperto del carbon fossile e propongono a tutti gli uomini in forze un’occupazione retribuita. L’intera città è sottosopra. E’ finita l’epoca in cui si assaporava il tempo come se fosse eterno. Suona l’ora del tempo degli orologi, fino a quel momento sconosciuto, suona con i suoi minuti e i suoi secondi… Questo nuovo tempo ha come intento di abolire ogni <<perdita di tempo>> e, nel regno dei sonni tranquilli, l’indolenza viene presa per pigrizia. Ora bisogna essere seri, sgobbare molto. Ogni mattina, con una lampada ad acetilene in mano, bisogna sprofondare nelle viscere oscure della terra per riesumarne un materiale nero che cela un fuoco sopito da tempo immemore, come in attesa di un risveglio che gli permetterà di cambiare l’ordine del mondo. Ogni sera, gli uomini escono con il volto insozzato dallo strano termitaio in cui sono stati rinchiusi durante il giorno. Si fa fatica a riconoscerli, tanto inefficaci sono stati i lavaggi per togliere dal visto la scura maschera di carbon fossile e polvere che lo ricopre. Attorno agli occhi si ostinano occhiaie nere, emblema della nuova confraternita dei minatori. Sempre più polsi vengono ornati da orologi; per fare più in fretta, si moltiplicano le biciclette; il denaro si insinua in tutte le ramificazioni della comunità. Le tradizioni prendono un gusto di antiquato, di sorpassato. Ora bisogna mettersi al passo con la nuova cultura.

Il fabbro, come il mastro Cornille di Alphonse Daudet, che soffriva per l’onore beffeggiato del suo mulino a vento – <<respiro del buon Dio>> – soppiantato dai mulini a vapore – <<invenzione del diavolo >> -, resiste finché può a tali sconvolgimenti.

Ma alla fine deve arrendersi all’evidenza: i clienti si fanno rari e riuscire a sfamare la famiglia ha ormai del miracoloso. Non gli resta che diventare lui stesso una termite… Grazie alle sue naturali attitudini viene assegnato a guidare una piccola locomotiva che traina un lungo bruco di vagoni pieni di materiale magico, destinato soprattutto a essere trasportato in Francia. I grandi treni dalle potenti locomotive si porteranno via come un bottino il materiale nero. E’ così che il Progresso ha fatto irruzione in quest’ordine secolare.

Il figlio del fabbro è turbato nel vedere il padre tornare sudicio ogni sera, come tutti gli altri. L’idolo è come profanato. La bottega è diventata un guscio silenzioso dietro la porta oramai chiusa sui ricordi dal gusto desueto di un tempo antichissimo all’improvviso superato. L’incudine non canta più. La civilizzazione, con alcuni dei suoi attributi, la sua complessità e il suo immenso potere di seduzione, è arrivata senza che il bambino possa comprenderla e tanto meno spiegarsela…

L servitù del padre infligge al figlio una strana ferita. Tutta la popolazione sente che sta arrivando qualcosa di importante, qualcosa di insidioso e incomprensibile. L’era del lavoro come ragion d’essere e, come corollario, la smoderatezza evocata dal denaro e dalle nuove cose da acquistare. Come in un ultimo sussulto di libertà, appena percepito il primo salario alcuni minatori non tornavano alla miniera. Quando ricomparivano, dopo un mese o due, i datori di lavoro, scontenti, chiedevano loro perché non fossero tornati prima. I minatori allora rispondevano con candore che non avevano finito di spendere il denaro: perché dunque avrebbero dovuto faticare? Senza esserne coscienti, ponevano una domanda che è stata accuratamente evitata, ma che oggi qualcuno considera essenziale, e alla quale, in quest’epoca di grande scombussolamento in cui siamo obbligati a riconsiderare la condizione umana, bisognerà pur rispondere: lavoriamo per vivere o viviamo per lavorare?

Io avrei compreso solo molto più tardi che, negandone l’identità e la persona, la modernità arrogante e totalitaria aveva inflitto a quel fabbro, come a innumerevoli altri esseri umani del Nord e del Sud del mondo, una sorta di annullamento. Peggio ancora: con il pretesto di migliorarla, ha ridotto la condizione di ognuno a una moderna forma di schiavitù, non solo producendo capitale finanziario senza alcuna ricerca di equità, ma instaurando a livello mondiale, semplicemente prendendo il denaro come unità di misura della ricchezza, la peggior disuguaglianza che esista. Lo sfruttamento e l’asservimento dell’uomo da parte dell’uomo, e della donna da parte dell’uomo, sono sempre stati una perversione, una fatalità che ha macchiato la storia con le brutture che conosciamo; ma se quella perversione era per così dire spontanea, la modernità, con le rivoluzioni intese a mettervi fine, l’ha perpetuata sotto l’insegna dei più alti proclami morali: democrazia, libertà, uguaglianza, fraternità, diritti dell’uomo, abolizione dei privilegi…

La lezione della Cina, un’isola con più di 120.000 pannelli solari galleggianti: così riescono a dare elettricità ad una intera cittadina!

pannelli solari

 

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La lezione della Cina, un’isola con più di 120.000 pannelli solari galleggianti: così riescono a dare elettricità ad una intera cittadina!

 

È ATTIVO IL PIÙ GRANDE IMPIANTO SOLARE GALLEGGIANTE DEL MONDO, IN CINA
IN CINA PIÙ 120.000 PANNELLI GALLEGGIANTI RIESCONO A DARE ELETTRICITÀ AD OLTRE 15.000 ABITAZIONI

Ne avevamo già parlato qualche tempo fa, quando questo enorme parco solare galleggiante era ancora in fase di costruzione e di perfezionamento. Ora, invece, il progetto di rigenerazione di una miniera di carbone ad Anhui, in Cina, è finalmente giunto a termine, e i suoi pannelli fotovoltaici sono attivi. La creatura messa in piedi – anzi, messa a galla – dalla Sungrow Power non ha nessun precedente in termina di potenza: mai un impianto fotovoltaico galleggiante era stato così esteso, e mai la rigenerazione di una miniera di carbone aveva portato ad un esito simile.

Energia solare a partire dalla rigenerazione di una miniera di carbone

Ma andiamo con ordine: la considerevole area della regione mineraria cinese di Huanin è stata con il tempo allagata dalla pioggia, andando così a formare un bacino d’acqua con una profondità variabile tra i 4 e i 10 metri. L’acqua che riposa in questo anomalo ‘lago’ è molto mineralizzata, e quindi inservibile. Quella che era un’area energeticamente produttiva – per quanto inquinante, ovviamente – era dunque diventata del tutto inutile. Come poteva fare questa ragione a recuperare il terreno e quindi l’energia perduta? A sbalordire tutti con il proprio progetto di rigenerazione di una miniera di carbone è stata come anticipato la Sungrow Power, leader mondiale nel campo della produzione di pannelli fotovoltaici, la quale conta più di 30 gigawatt di potenza installata a livello mondiale.

25 anni di energia pulita e sorvegliata dai droni

La semplice rigenerazione di una miniera di carbone ha così portato alla creazione di un enorme impianto fotovoltaico composto da oltre 120.000 pannelli, i quali coprono così circa 86 ettari di superficie sull’acqua che sovrasta l’ex area mineraria. Come ha spiegato Xiao Fuqin, general manager della Sungrow Power, «in superficie potrebbe sembrare che i galleggianti siano semplicemente appoggiati sull’acqua, quando in realtà ci sono oltre mille piloni installati per tenere in ordine i galleggianti di questo impianto». La società assicura che l’impianto avrà una vita minima di 25 anni, essendo stato disegnato e realizzato per resistere a fattori come il calore e l’umidità, i quali sono ovviamente raddoppiati in virtù dell’anomalo luogo di installazione dei pannelli fotovoltaici. Di certo l’impianto fotovoltaico galleggiante ricavato dalla rigenerazione di una miniera di carbone non verrà lasciato a sé stesso, anzi, verrà sorvegliato e monitorato continuamente, anche grazie all’ausilio di appositi droni, i quali sorvoleranno la zona per supervisionare l’impianto.

La Cina, tra investimenti nelle rinnovabili e abitudini dure a morire

Questo originale progetto di rigenerazione di una miniera di carbone vuol dunque dire che i combustibili fossili cinesi stanno per essere ‘sommersi’ dalle rinnovabili? In un certo senso sì, ma è sicuramente troppo presto per farsi prendere dall’entusiasmo. È ovviamente vero che l’impianto fotovoltaico galleggiante è stato costruito sopra una miniera, ma è anche vero che quest’ultima era già stata abbandonata prima di venire allagata. Certo, gli investimenti cinesi nelle energie rinnovabili sono davvero imponenti, e sembrano essere cresciuti ancora di più da quanto Trump ha deciso di ritirare gli Stati Uniti dagli Accordi di Parigi – si dice che l’impegno della Cina sia addirittura raddoppiato, soprattutto attraverso progetti con altri Paesi. Nessun altro Stato al mondo può vantare la sua stessa capacità di energia elettrica di origina solare, e pur forte di questa supremazia la Cina ha deciso di investire altre 361 miliardi di dollari nelle rinnovabili entro il 2020. Ma di certo è ancora troppo, troppo presto per parlare della Cina come di un’economia ecosostenibile, e le ragioni sono tantissime: basti, in questa sede, ricordare che nella sola Repubblica Popolare Cinese viene consumato quasi la metà del carbone che viene utilizzato ogni anno a livello mondiale. Insomma, con questo ambizioso e sbalorditivo progetto di rigenerazione di una miniera di carbone la Cina si è confermata in testa allo sviluppo delle rinnovabili e del fotovoltaico, ma è indubbio che resti ancora molta strada da fare.

I vantaggi del nuovo impianto solare galleggiante

Del resto i numeri del nuovo gigante solare si commentano da sé: l’impianto fotovoltaico galleggiante più grande del mondo arriva infatti a generare 40 megawatt, ovvero l’energia elettrica necessaria per alimentare 15.000 abitazioni. Quello che fino a qualche giorno fa era il più grande impianto solare galleggiante al mondo, invece, si fermava a 6,3 megawatt, ovvero più di sei volte di meno. Nel mondo non si possono certo contare molti impianti di questo tipo, ma va sottolineato che i vantaggi dell’installare dei pannelli fotovoltaici a filo d’acqua sono molteplici: per la loro installazione non viene infatti sprecato prezioso terreno agricolo, l’acqua contribuisce ad un benefico raffreddamento dei pannelli, i quali, per un effetto collaterale ma senz’altro virtuoso, incrementano l’ammontare di acqua potabile per l’irrigazione limitando l’evaporazione. Se poi, oltre che parlare di un impianto fotovoltaico galleggiante, si parla anche della rigenerazione di una miniera di carbone, i vantaggi ovviamente raddoppiano.

 

fonte:

-http://www.green.it/piu-grande-impianto-solare-galleggiante-cina/

L’Australia cancella l’incubo dei black out con una batteria gigante ed ecologica.

 

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L’Australia cancella l’incubo dei black out con una batteria gigante ed ecologica.

Una batteria gigante (e pulita) cancella in Australia l’incubo dei black out

Il progetto di Elon Musk, il fondatore di Tesla, garantirà energia costante a 30 mila famiglie 

Quando Elon Musk pensa qualcosa, in genere lo fa in grande. Letteralmente. E così, per risolvere in parte il problema della crisi energetica in Australia, il visionario fondatore e ceo della Tesla ha installato una gigantesca batteria al litio da 100 megawatt – la più grande al mondo – nel sud del Paese.  A Jamestown, a 30 chilometri da Adelaide non lontano da Hornsdale.

L’obiettivo è quello di fornire energia a 30mila famiglie australiane nelle ore di punta, quando l’elettricità lavora a intermittenza. In pratica, la pila gigante sviluppata da Tesla e dalla francese Neoen sarà alimentata con l’elettricità prodotta dal parco eolico di Hornsdale, sviluppato e gestito da Neoen, produttore francese di energia verde e filiale di Impala, la holding di Jacques Veyrat. Il suo compito è quello di accumulare energia e rilasciarla nel momento in cui la domanda è al top. E siccome il numero uno di Tesla va pazzo per le sfide, la batteria è tre volte più potente di quelle della novantina di competitor che hanno partecipato al bando.

Un maxi-piano per le rinnovabili

Per il premier dell’Australia del Sud, Jay Weatherill, il progetto “invia un messaggio chiaro al resto del mondo: l’Australia del Sud sarà leader nelle energie rinnovabili”. Oggi nel Paese il 63% dell’elettricità proviene dal carbone e la fornitura elettrica è una vera e propria piaga che affligge 1,7 milioni di persone.

Alla fine dello scorso anno è bastata una tempesta a lasciare lo stato dell’Australia Meridionale senza elettricità a seguito di un danno alla rete. Il governo dello Stato meridionale, che si è posto l’obiettivo di arrivare entro il 2020 a produrre il 33% dell’energia dalle fonti rinnovabili, ha reagito ai rischi di penuria annunciando un piano di 500 milioni di dollari australiani (33 milioni di euro) che prevede, fra l’altro, la batteria gigante.

fonte: https://www.agi.it/innovazione/batteria_gigante_australia-3160180/news/2017-11-24/

L’allarme di SlowFood: il clima impazzito spegne il ronzio delle api

 

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L’allarme di SlowFood: il clima impazzito spegne il ronzio delle api

Dopo aver superato a stento la strage provocata dalla chimica in questi anni, le api vanno a sbattere violentemente contro il cambiamento climatico dimostrandosi una volta di più, loro malgrado, una preziosa sentinella del nostro ambiente.

Il 2017 si sta prefigurando come l’annus horribilis del miele: la gelata di aprile seguita dall’ondata di calore nei mesi successivi ha ridotto il nettare contenuto nelle piante, rischiando di pregiudicare anche la produzione dei prossimi anni.

«Ancora una volta le api si rivelano per quello che sono: un indicatore dei cambiamenti della natura» spiega Francesco Panella, storico apicoltore di Novi Ligure. «In 40 anni di carriera non ho mai assistito a una cosa del genere: con la produzione pensavo di aver toccato il minimo storico nel 2016, ma l’anno in corso è nettamente peggiore. Gli apicoltori più anziani sostengono che gli effetti della gelata di aprile di quest’anno siano stati peggiori di quelli della grande nevicata del ‘56. E anche se le condizioni climatiche dovessero migliorare, le piante sono troppo “stressate” e i fiori poveri di nettare».

Non solo riscaldamento globale ma anche pesticidi e agricoltura intensiva concorrono ad aggravare un bilancio già di sé poco favorevole: «A essere colpito per primo è il mondo arboreo, da cui in generale deriva il 50% del miele. Per questo una regione come il Piemonte, dove colture intensive di viti e nocciole stanno impoverendo gli alberi di acacia, tiglio e castagno, soffre in modo particolare, ».

La produzione di miele di acacia in Piemonte è ai minimi storici: in provincia di Biella la produzione è crollata del 90%, passando dalle 70 tonnellate del 2016 alle 7 del 2017. Nel Cuneese si è scesi da un’annata media di 15-20 kg ad alveare ai 2-3 kg con numerose arnie che non hanno prodotto affatto. Solo l’anno scorso, in tutta Italia, il miele d’acacia era crollato da 703 tonnellate a 275.

Un futuro nero, insomma, che almeno per il momento vede salvarsi solo il miele d’agrumi e quello di alta montagna, sopra i 1500 metri: «Attraverso le api, le piante ci stanno avvisando che il verde che vediamo è carente. Le api stanno anticipando ciò che l’agricoltura dovrà affrontare nei prossimi anni».

A confermare l’imprevedibilità degli effetti dei cambiamenti climatici c’è la relazione pubblicata a gennaio dalla Commissione europea sull’applicazione dei programmi nazionali per l’apicoltura. Secondo questo documento, il numero crescente di alveari in Italia (siamo al quinto posto in Europa per produzione) avrebbe dovuto portare a un incremento della quantità di miele disponibile.

Ma la realtà è ben più dura delle previsioni. Non solo l’aumento di miele non c’è stato ma anzi, si è ridotto di un 30% su tutto il territorio: «Alla faccia di Trump e dei negazionisti» conclude Panella. «Questa è una iattura che ci sta per colpire in pieno. Anche se adottassimo improvvisamente dei comportamenti più virtuosi forse riusciremo a contenere il danno per i nostri nipoti, ma di sicuro non per i nostri figli».

 

Maurizio Bongioanni

m.bongioanni@slowfood.it

Fonte:http://www.slowfood.it/clima-impazzito-spegne-ronzio-delle-api/

 

 

L’Eolico porta sovrapproduzione: in Germania si arriva a “prezzi negativi”. In altre parole, lo Stato paga cittadini perché consumino elettricità!

 

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L’Eolico porta sovrapproduzione: in Germania si arriva a “prezzi negativi”. In altre parole, lo Stato paga cittadini perché consumino elettricità!

 

Eolico porta sovrapproduzione, Germania paga cittadini perché consumino elettricità

Il boom dell’eolico ripaga i cittadini.Un fine settimana particolarmente ventoso in Germania ha fatto sí che la produzione elettrica sia salita a tal punto da far crollare i prezzi dell’energia fino a renderli “negativi”.

La conseguenza è stata che i produttori di elettricità hanno pagato gli utenti affinché consumassero energia, come mai succedeva dal dicembre del 2012.

In particolare, i prezzi sono passati in negativo quando la produzione, lo scorso sabato, ha raggiunto 39,409 megawatts, l’equivalente della produzione di 40 reattori nucleari. In questa situazione, i prezzi sono andati completamente fuori scala, con prezzi scesi ben oltre -50 €/MWh.

Ne è derivato che il sistema elettrico ha dovuto gestire una notevole sovraccapacità produttiva, che ha costretto le utility a fermare gli impianti convenzionali o pagare i consumatori per prelevare dalla rete l’elettricità eccedente.

Nello stesso giorno, un quarto della domanda elettrica europea (24,6% per la precisione) è stato coperto dalla generazione eolica, con un picco del 109% in Danimarca.

tratto da: http://www.wallstreetitalia.com/eolico-porta-sovrapproduzione-germania-paga-cittadini-perche-consumino-elettricita/

Una lavatrice salverà il Pianeta: l’eco-invenzione di uno studente 22enne

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Una lavatrice salverà il Pianeta: l’eco-invenzione di uno studente 22enne

Dylan Knight dell’Università di Nottingham Trent ha sostituito il calcestruzzo con un contenitore di plastica: il risparmio sarebbe di 45mila tonnellate di CO2 nel solo Regno Unito.

LA LAVATRICE salverà il mondo? Se promette di ridurre le emissioni di CO2potrebbe dare alla causa ecologica un importante contributo. È stato scoperto un trucco, semplice ma potenzialmente rivoluzionario se diffuso su larga scala, per ridurre il peso dell’elettrodomestico e renderlo green. L’idea è venuta a uno studente londinese di 22 anni, Dylan Knight dell’Università di Nottingham Trent (NTU), sviluppata come parte del suo progetto finale di studio, gestito dalla società Tochi Tech, con l’aiuto del professore di ingegneria, Amin Al-Habaibeh.

In pratica, viene sostituito il blocco di calcestruzzo, posizionato all’interno delle macchine come contrappeso, con un contenitore di plastica che viene riempito d’acqua dopo l’installazione. In questo modo, il trasporto diventa più agevole, ma soprattutto l’invenzione promette di far risparmiare 45.000 tonnellate di anidride carbonica alle sole macchine vendute nel Regno Unito ogni anno. La maggior parte delle lavatrici ha un blocco di calcestruzzo che si aggira intorno ai 25 kg, è posizionato sulla parte superiore e serve a mantenere stabile la macchina durante il ciclo di centrifuga.

La produzione e il trasporto del calcestruzzo creano emissioni di carbonio e rendono le macchine pesanti per il trasporto, aumentando così i costi del carburante. Knight, impegnato nella progettazione del prodotto, ha testato un dispositivo leggero, che pesa, invece meno di 3 chilogrammi vuoto e ha constatato che è altrettanto efficace dei blocchi di calcestruzzo quando viene riempito d’acqua. L’invenzione riduce il peso della lavatrice di un terzo. Riducendo il peso, un camion utilizzato per il trasporto di 100 kg potrebbe risparmiare circa 8.5 g di emissioni di anidride carbonica e 0.35 litri di carburante per 100 km percorsi.

“Il contenitore vuoto è lasciato inutilizzato fino all’installazione dell’apparecchio. Abbiamo scoperto che funziona bene, proprio come un contrappeso in calcestruzzo, fermando il tamburo di rotazione durante la pesante vibrazione della macchina “, ha detto Knight. “Il calcestruzzo è dannoso per l’ambiente a causa del rilascio di CO2 durante la produzione”, ha ribadito. Quindi, sostituendolo con un recipiente leggero a cui viene aggiunta dell’acqua dopo la posa della macchina, si raggiunge lo stesso obiettivo ma con meno dispendio energetico.

“Questa soluzione sostenibile non solo riduce i costi e l’energia necessari per il trasporto, ma implica anche vantaggi alla salute di chi fisicamente porta le macchine”, ha dichiarato al Guardian il professor Al-Habaibeh. Se la produzione venisse estesa a livello mondiale, si darebbero un contributo consistente agli sforzi per salvare il pianeta dalle emissioni di CO2 e rendere le nostre abitudini di consumo più green. La ricerca fa parte del programma Enabling Innovation della Nottingham Trent University, finanziato dal Fondo europeo di sviluppo regionale, che “mira a rafforzare la coesione economica e sociale nell’Unione europea”.

 

fonte: http://www.repubblica.it/ambiente/2017/08/07/news/una_lavatrice_salvera_il_mondo_l_eco-invenzione_di_uno_studente_22enne-172576845/