La guerra sconosciuta dei Nativi Americani contro i colossi petroliferi

 

Nativi Americani

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La guerra sconosciuta dei Nativi Americani contro i colossi petroliferi

Da più di sei mesi centinaia di Nativi americani manifestano lungo il tracciato di un oleodotto in costruzione vicino alla riserva di Standing Rock Sioux, tra il North Dakota e il South Dakota. Si oppongono alla costruzione dell’oleodotto fin dal 2014, quando per la prima volta fu presentato il progetto, sostenendo che profanerà le terre sacre e metterà in pericolo le risorse idriche.

Il 2 settembre scorso, accompagnati dall’intenso rullo dei tamburi, i rappresentanti di più di 50 ‘Prime Nazioni’ hanno firmato nella città di Vancouver, in Canada, il Trattato di alleanza contro le sabbie bituminose. Questa collaborazione si propone di bloccare tutti i progetti di costruzione degli oleodotti il cui passaggio è previsto nelle terre di queste popolazioni: la Trans Canada’s Energy East pipeline, la Trans Mountain expansion, la Line 3 pipeline, e il Northern Gateway.

I popoli indigeni – ha affermato uno dei Capi Indiani firmatari – non sopporteranno più che vengano realizzati sui loro territori dei progetti pericolosi per le popolazioni e per il clima. Forti del loro diritto all’auto-determinazione, hanno deciso tutti insieme di assumersi le loro responsabilità nei confronti della terra, delle acque, delle persone.

Questo Trattato impegna i firmatari a darsi reciproco sostegno nella lotta contro l’espansione delle estrazioni petrolifere, e a lavorare insieme per orientare la società verso stili di vita più sostenibili. I popoli delle Prime Nazioni, gli ambientalisti e altri gruppi coinvolti nella controversia sostengono che l’estrazione del petrolio e il suo trasporto con oleodotti, camion cisterne e treni aumentano i rischi di sversamenti catastrofici, che minacciano gli ecosistemi terresti e marini; inoltre impediscono di raggiungere i traguardi stabiliti dai trattati sul clima.

L’opposizione all’oleodotto Dakota Access si trasforma in un movimento indigeno globale. Il 24 settembre Dave Archambault II, in rappresentanza della Tribù dei Sioux di Standing Rock, si  presenta davanti ai 49 membri del Consiglio delle Nazioni Unite sui Diritti Umani, a Ginevra, e chiede ai presenti di unirsi ai manifestanti a Standing Rock per fermare la costruzione dell’oleodotto. Durante l’estate il movimento è cresciuto fino a contare migliaia di persone.

A STANDING ROCK I “PROTETTORI DELLE ACQUE” CANTANO PER L’ACQUA DI FRONTE A UOMINI ARMATI

Intanto ha inizio la repressione contro gli accampamenti di protesta. Scontri con la polizia militarizzata. Blindati e gas lacrimogeni a fine ottobre disperdono 300 dimostranti in un accampamento allestito su terreni agricoli privati. Ancora un altro attacco portato nella tarda notte del 20 novembre dalla polizia, che ha bersagliato con cannoni ad acqua i manifestanti mentre le temperature erano scese parecchio sotto lo zero. I Nativi e gli ambientalisti hanno riferito di essere stati attaccati anche con proiettili di gomma, gas lacrimogeni e spray al pepe. L’ultimo attacco risale a venerdì scorso, in concomitanza con il Black Friday, il giorno più commerciale dell’anno, nel corso di una manifestazione tenuta presso il Centro commerciale della capitale del Nord Dakota nel tentativo di attirare più attenzione al progetto del gasdotto. Più di trenta attivisti sono stati arrestati, facendo salire a 450 il numero dei manifestanti arrestati da agosto.

I NATIVI SFIDANO L’ORDINE FEDERALE DI LASCIARE L’ACCAMPAMENTO DI PROTESTA ENTRO IL 5 DICEMBRE

Sabato scorso i Nativi hanno manifestato chiaramente la loro intenzione di non lasciare l’accampamento di protesta contro il Dakota Access, dopo che le autorità degli Stati Uniti in una lettera hanno imposto lo sgombero entro il 5 dicembre. Lo hanno comunicato durante una conferenza stampa gli organizzatori dall’accampamento principale di protesta, dove sono accampati circa 5000 persone. Ai Protettori delle acque che dicono “Noi siamo custodi di questa terra. Questa è la nostra terra e non è possibile rimuoverci”. “Abbiamo tutto il diritto di stare qui per proteggere la nostra terra e per proteggere la nostra acqua”. “La Rimozione Forzata e l’oppressione dello Stato? Questa non è una novità per noi come indigeni”, noi rispondiamo che la storia che avete imparato è ormai scritta.

L’unico migrante privilegiato al mondo, il famigerato viso pallido, è sbarcato sulle vostre terre, ha distrutto e massacrato. Ha mentito sulle sue nefandezze, travestito da prode cowboy. Forse domani vincerà questa vostra ultima guerra perché quelli del petrolio non perdono mai. Ma la vostra sarà una magnifica sconfitta, che forse risveglierà le coscienze addormentate.

 

Fonte: http://zapping2017.myblog.it/2017/08/11/la-guerra-sconosciuta-dei-nativi-americani-contro-i-colossi-petroliferi/

 

La voce degli Indiani d’America: “L’uomo bianco è come un serpente che si mangia la coda per vivere”.

 

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La voce degli Indiani d’America: “L’uomo bianco è come un serpente che si mangia la coda per vivere”.

“L’uomo bianco è come un serpente che si mangia la coda per vivere. E la coda diventa sempre più corta. Le nostre usanze sono diverse dalle vostre. Noi non viviamo bene nelle vostre città, che sembrano un’infinità di nere verruche sulla faccia della terra. La vista delle città dell’uomo bianco fa male agli occhi dell’uomo rosso, come la luce del sole che colpisce gli occhi di chi emerge da una grotta buia.

Nelle città dell’uomo bianco ci si sforza sempre di superare in velocità una valanga. Il rumore sembra perforare le orecchie. Ma che senso ha vivere se non si riesce a sentire il verso solitario del tordo o il gracidare delle rane di notte intorno ad uno stagno? Ma io sono un uomo rosso e non capisco. Io preferisco il vento che dardeggia sulla superficie di uno stagno e il profumo del vento stesso, purificato da uno scroscio di pioggia a mezzogiorno.

L’aria è preziosa per l’uomo rosso, perchè tutte le cose condividono lo stesso respiro; gli animali, gli alberi, e l’uomo, partecipano tutto dello stesso respiro. L’uomo bianco non si preoccupa dell’aria fetida che respira. Come un uomo che ormai soffre da molti giorni, è insensibile al tanfo.

Tutte le cose sono collegate. Tutto ciò che accade alla terra accade ai figli e alle figlie della terra. L’uomo non ha intrecciato il tessuto della vita; ne è solamente un filo. Tutto ciò che egli fa al tessuto, lo fa a se stesso. IL DIO DELL’UOMO BIANCO GLI DIEDE IL POTERE SUGLI ANIMALI, SUI BOSCHI E SULL’UOMO ROSSO, per qualche scopo preciso, ma questo destino è un mistero per l’uomo rosso.

Noi forse potremmo arrivare a capire, se sapessimo che cosa sogna l’uomo bianco, quali sono le speranze di cui parla ai propri figli nelle lunghe notti d’inverno, quali sono le visioni che marcano a fuoco i suoi occhi e che questi desidereranno all’indomani. I sogni dell’uomo bianco sono ignoti, noi ce ne andremo sulla nostra strada”.

Capo Seattle Degli Suquamish, 1853

 

“I nostri figli devono andare a scuola per essere civilizzati. Lì vengono a conoscenza delle chiese. Sembra che esse siano state costruite con l’intenzione di addossarsi colpe l’uno con l’altro. Quando la gente trova da ridire sulle chiese anche Dio viene coinvolto nelle loro contese.

La chiesa di mio nonno non era costruita da uomini: quindi lui non avrebbe mai potuto insegnarmi a litigare con Dio. La nostra chiesa era la natura. Abbiamo perso così tanto. Sebbene le circostanze fossero contro di noi, la colpa è anche nostra. Non abbiamo saputo affrontare lo shock che l’uomo bianco ci inflisse.

Sono nato in una cultura che viveva in case aperte a tutti.Tutti i figli di mio nonno e le loro famiglie vivevano in un’abitazione di 26 metri e mezzo di lunghezza, vicino alla spiaggia, lungo una insenatura. Le loro camere da letto erano separate da una tenda composta di canne, ma un unico fuoco comune nel mezzo, serviva ai bisogni culinari di tutti. In case come queste, la gente imparava a vivere e a rispettare i diritti di ognuno.

I bambini dividevano i pensieri del mondo degli adulti e si trovavano circondati da zie e zii e cugini che li amavano e non li minacciavano. Oltre a questa reciproca accettazione, c’era un profondo rispetto per ogni cosa presente in natura che li circondasse. Per mio padre la terra era la sua seconda madre. Era un dono del Grande Spirito e l’unico modo di ringraziarlo era quello di rispettare i suoi doni.

L’uomo bianco invece ama solo le cose che possiede: non ha mai imparato ad amare le cose che sono al di fuori e al di sopra di lui. In realtà o l’uomo ama tutto il creato o non amerà niente di esso. La mia cultura dava valore all’amicizia e alla compagnia, e non guardava alla privacy come a una cosa cui tenersi aggrappati, poiché la privacy costruisce muri su muri e promuove la sfiducia.

La mia cultura viveva in grandi comunità familiari, e fin dall’infanzia le persone imparavano a vivere con gli altri.La mia gente non dava valore all’accaparramento di beni privati: tale azione era disonorevole per la nostra gente.L’indiano guardava a tutte le cose presenti in natura come se appartenessero a lui e supponeva di dividerle con gli altri e di prendere solo quelle di cui aveva bisogno. Ognuno ama dare nello stesso modo in cui riceve. Nessuno desidera continuamente ricevere.

Tra poco sarà troppo tardi per conoscere la mia cultura, poiché l’integrazione ci sovrasta e presto non avremo valori se non i vostri. Già molti fra i nostri giovani hanno dimenticato le antiche usanze, anche perché sono stati presi in giro con disprezzo e ironia e indotti a vergognarsi dei loro modi indiani”.

Testo di Capo Dan George

La differenza tra un cacciatore bianco e un cacciatore indiano

cacciatore

 

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La differenza tra un cacciatore bianco e un cacciatore indiano

“Un tempo noi eravamo felici nella nostra terra e solo raramente eravamo affamati.

Creature a 2 e 4 gambe vivevano insieme in pace come fratelli, e tutti avevano più del necessario. Ma poi vennero i Wasichu, gli uomini bianchi e fecero delle piccole isole nella terra per noi (riserve) ed altre piccole isole per le creature a 4 zampe, e queste isole divennero sempre più piccole…

Io posso ancora ricordare quei tempi, quando c’erano così tanti bisonti , che noi non potevamo contarli. Ma vennero sempre più uomini bianchi e li uccisero, fino a che giacevano là, dove le mandrie di bisonti avevano pascolato, ormai solo mucchi di ossa sbiancate.

I bianchi non uccidevano per sostentamento, ma per l’oro, che li rende pazzi. Essi prendevano solo le pelli, per venderle.
Talvolta non prendevano neppure queste: 

Ammazzavano per il piacere di uccidere.
 

Quando noi andavamo alla caccia del bisonte, abbattevamo solo quel tanto che ci serviva per vivere. (Alce Nero – Stregone indiano).

IL CACCIATORE INDIANO SI RIVOLGE AL CERVO ABBATTUTO (preghiera):
 

Mi dispiace di averti dovuto uccidere, piccolo fratello.

Ma io ho bisogno della tua carne, perché i miei figli soffrono la fame. Perdonami piccolo fratello.

Io voglio onorare il tuo coraggio, la tua forza e la tua bellezza – guarda!

Io appendo le tue corna a questo albero, ogni volta che vi passerò davanti, penserò a te e renderò onore al tuo spirito.

Mi dispiace di averti ucciso, perdonami piccolo fratello.
Guarda, in tua memoria io fumo la pipa, io brucio questo tabacco.
Jimalee Burton

Trovi qualche differenza con l’andare a caccia dell’uomo bianco?

“Gli animali che il Grande Spirito ha posto in questa terra, devono andarsene. Solo gli animali domestici, gli animali addomesticati dall’uomo, sono autorizzati a vivere, per lo meno fino a che non li si conduce al macello.

Questa tremenda superbia dell’uomo bianco, che si arroga di essere più di Dio, più della natura!

Il bianco dice; “Io lascio vivere questo animale, perché mi frutta denaro” ed egli dice: “Quell’animale deve morire, non posso trarne alcun guadagno, il posto che occupa posso utilizzarlo meglio. Solo un cojote morto è un buon cojote.”

Cervo Zoppo
 
Infine alcune immagini della “caccia” dell’uomo bianco, una caccia che nulla ha a che fare con la sopravvivenza, ma che al contrario di quella indiana è impregnata d’odio, di violenza ingiustificata e di pura esibizione dei trofei:
Nella prima foto possiamo osservare un massiccio sterminio di bisonti da parte dei nostri antenati bianchi, quelli che vedete sono tutti teschi…
Agendo in questo modo barbaro, arrogante e perfido,  nostri antenati bianchi non solo si divertivano ad uccidere animali indifesi come passatempo, ma facevano in modo che i tanto odiati indiani non potessero più sopravvivere, in quanto i bisonti per gli indiani significavano cibo, abiti, utensili e pelli per costruire le loro tende.
 Risultati immagini per strage bufali
Qui un ricco uomo bianco espone fiero le sue vittime innocenti.
Immagine correlata
Qui una donna bianca, che in quanto donna, dovrebbe rappresentare la mente sensibile e amorevole, dimostra invece mancanza di sensibilità ed anch’essa va fiera della sua impresa tutt’altro che eroica.
Immagine correlata
Una bestia ha ucciso un’altra bestia…
Risultati immagini per trofei di caccia
Lo scopo del cacciatore bianco non è uccidere per sopravvivere, ma uccidere per divertirsi e quanti più animali egli abbatte, tanto più egli si sente fiero di sé.
Immagine correlata
Se il nostro “eroe” non avesse avuto in mano un fucile sarebbe finita diversamente.
Risultati immagini per caccia fagiano
Il culto della violenza e della fredda crudeltà viene passano in eredità fin dalla più tenera età, affinché i bambini trovino normale tutto questo.
Immagine correlata
Possiamo riassumere tutto questo con ASSENZA DI AMORE.
Assenza di Amore che, ci sta portando inevitabilmente verso la catastrofe, tutto ciò che accade oggi è conseguenza delle nostre azione, tutte le brutte notizie che sentiamo oggi sugli omicidi, sui suicidi, sulle violenze, sulle ingiustizie sono le cause del frutto avvelenato che ci è stato tramandato dalla nostra falsa civiltà.
Violenza genera violenza, e quando le nostre azioni sono malvagie noi stessi siamo destinati a perire a causa della nostra malvagità.
Il mondo oscuro d’oggi ne è l’esempio…
Stiamo semplicemente raccogliendo i frutti che abbiamo seminato.
Di Daniele Reale
tratto da: Il Nuovo Mondo

 

C’è un Indiano d’America in prigione da 40 anni. La sua colpa? Aver difeso il suo popolo! …E da 40 anni nessuno, proprio nessuno ne parla!!

 

Indiano

 

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C’è un Indiano d’America in prigione da 40 anni. La sua colpa? Aver difeso il suo popolo! …E da 40 anni nessuno, proprio nessuno ne parla!!

 

Chi è Leonard Peltier?

Leonard Peltier è un nativo americano in carcere da 40 anni per difendere i diritti del suo popolo. Nasce nel 1944 e già dalla sua infanzia capisce che la vita per i nativi d’America è dura, tra miseria, razzismo, emarginazione.

Cresce anche in un istituto dove conosce la prima “istituzione totale”, ma ha un buon carattere e la sua gioventù è carica di socialità, mentre impara a riparare vecchie automobili. Ma sono gli anni in cui lacomunità indiana comincia ad alzare la testa e si organizza.

Nasce l’AIM, American Indian Movement, di cui dopo poco Peltier entra a far parte. Nel 1973 oltre trecento indiani d’America tengono testa agli uomini del governo, che per scacciare i Lakota dal loro territorio, si erano alleati con il capo di un’altra tribù, Dick Wilson, che con una sorta di polizia privata mieteva terrore nella comunità indigena con pestaggi ed omicidi.

“Quando ci arrestarono, i soldati toccavano le donne davanti agli uomini, cercando di farci reagire così da poter giustificare le nostre esecuzioni.”
 
Leonard Peltier
 

Lo stesso Wilson stava trattando in gran segreto la vendita di parte delle terre della riserva dei Lakota Oglala di Pine Ridge, nel sud Dakota, agli Stati Uniti.
Consapevole della fierezza e dell’ostinazione delle popolazione native, il governo statunitense cerca in tutti i modi di cacciare i Lakota dal loro territorio per impossessarsi dei loro giacimenti. E’ un periodo durissimo, per due anni quella regione vede una presenza spropositata di agenti dell’FBI, e i morti tra i nativi sono almeno 60.

“Quelli di noi che furono riconosciuti come capi, vennero pestati nelle celle della prigione militare dell’esercito.”
 
 

Nel giugno del 1975 dalla comunità di Oglala viene lanciato un appello all’AIMperchè qualcuno vada ad aiutarli, la tensione è altissima. Arrivano 17 membri del AIM, di questi solo 6 sono uomini, tra loro c’è Leonard Peltier. Il 26 Giungo 1975 nei pressi della comunità indiana si presentano in auto, senza alcun segno di riconoscimento, due agenti dell’FBI: la scusa è la ricerca di un uomo che ha rubato degli stivali.

E’ probabilmente una trappola, tanto che nel giro di poco tempo si scatena una sparatoria tremenda con centinaia di agenti e militari.
 

Gli Oglala Lakota si difendono, rispondono al fuoco e alla fine sul terreno restano tre corpi: due agenti dell’FBI e un indigeno.

Tutta la comunità riesce a scappare e a nascondersi, si scatena una caccia all’uomo di dimensioni impressionanti. Per l’indiano americano morto non fu aperta alcuna indagine, mentre per i due agenti vennero imputate tre persone.

I primi due arrestati vengono processati ed assolti sulla base della legittima difesa, rimane il terzo accusato, Leonard Peltier, il quale nel frattempo è scappato in Canada. Su di lui si riversa tutta la rabbia dell’FBI, è il capo espiatorio.

Viene arrestato in Canada il 6 Febbraio 1976 e dopo pochi mesi estradato sulla base di false testimonianze, tanto che successivamente il governo canadese protesterà per i modi in cui si ottenne l’estradizione. Ma oramai Leonard Peltier è nelle mani dei coloro che vogliono letteralmente vendicare i due agenti morti.

Nel suo libro “La mia danza del Sole”, Leonard Peltier racconta:

A Milwaukee rimasi coinvolto in un episodio strano e inquietante.
Stavo mangiando in una trattoria con un paio di fratelli indiani, quando una coppia di uomini seduti al tavolo accanto cominciò a indicarci ridendo rumorosamente e facendo battute razziali.
Non potevo sapere che erano poliziotti in borghese.
 
Ci alzammo per andarcene, ma quei due ci aspettavano fuori, proprio davanti alla porta, impedendoci di uscire.
 
– Cosa c’è da ridere? – chiesi.
 
Ero furioso e pronto a battermi, ovviamente è quello che aspettavano.
 
Non appena parlai, prima ancora di poter alzare una mano, mi trovai due Magnum calibro 357 puntate alla testa. (…cercavo di ripararmi mentre loro mi colpivano a sangue. Venni poi a sapere che, a forza di picchiarmi, uno dei due, poverino, si era ferito una mano e aveva dovuto chiedere due giorni di  riposo.”
 
 

Questa volta il processo viene organizzato diversamente: si svolge nella città di Fargo, storicamente anti-indiana, la giuria è formata da soli bianchi e il giudice è noto per il suo razzismo.

Il processo prende ben altra piega e Peltier viene condannato a due ergastoli consecutivi. Durante il processo non si tiene conto delle prove a suo favore, ma solo di testimonianze manipolate, vaghe e contraddittorie.

Dopo cinque anni, accurati esami balistici riescono a provare che i proiettili che uccisero i due agenti non appartenevano all’arma di Leonard, e alcuni dei testimoni che lo avevano accusato ritirano le loro dichiarazioni, confessando di essere stati minacciati dall’FBI.

Leonard Peltier nel suo libro scrive:

“E’ così che fanno. Ti prendono di mira, t’incastrano, t’arrestano, ti picchiano a sangue, ti appioppano un’accusa falsa. Poi ti trascinano in prigione e in tribunale e t’impoveriscono con le spese legali.”

A Leonard è stata negata la possibilità di avere una revisione del processo, nonostante le prove che dimostrano la sua innocenza. Non gli è stato nemmeno permesso di presenziare ai funerali di suo padre, di sua madre, dei suoi zii. Per almeno due volte si è cercato di ucciderlo in carcere, mentre le sue condizioni di salute sono difficili. Operato ad una mascella solo grazie alle pressioni popolari, quasi cieco da un occhio, malato di diabete e di prostata, ma Leonard Peltierresiste e non rinnega nulla della sua lotta.

A settembre Leonard ha compiuto 70 anni.

Mentre tu stai leggendo Peltier è ancora in prigione. Fino a quando?

Leonard Peltier è in carcere perché lottava per i diritti del suo popolo e la sua storia è un esempio delle tante ingiustizie che avvengono in ogni parte del mondo e che vengono taciute perché “scomode”.

Perché punire con il carcere a vita questo indiano d’america di nome Leonard Peltier?

Per lanciare il messaggio a tutti gli indiani oppressi, per dire loro che se oseranno ribellarsi alla democratica civiltà americana moderna, essi pagheranno e saranno puniti anche se innocenti.

Ma i governi non sanno che gli indiani non hanno mai smesso di lottare, ne mai lo faranno, perché come dicevano i loro antenati, è meglio morire da uomini liberi che vivere da schiavi:


Fonte : Infoaut