Sanu&Sarvu: Un progetto per un’agricoltura naturale e per il rispetto delle persone e della terra. Un progetto per fare olio Italiano buono e salvare gli ulivi del Salento

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Sanu&Sarvu: Un progetto per un’agricoltura naturale e per il rispetto delle persone e della terra. Un progetto per fare olio Italiano buono e salvare gli ulivi del Salento

 

Sanu&Sarvu: l’olio buono che salva gli ulivi del Salento

Sanu&Sarvu è un progetto che parla di agricoltura naturale e di rispetto per le persone e per la terra; è un tentativo concreto di salvare gli ulivi del Salento; di prendersi cura di un pezzetto di pianeta e di produrre un olio sano che sa di buono.

Sanu&Sarvu è un’idea, un’intuizione germogliata in una caldissima giornata di luglio, in cui c’era tanto bisogno di speranza e pochissimi appigli a cui aggrapparsi. In poco tempo l’idea è diventata movimento. E il movimento si è trasformato in un progetto che ad oggi unisce oltre 40 aziende agricole, piccoli e grandi produttori responsabili impegnati a produrre un olio buono attraverso un’agri-cultura del rispetto, delle persone e della terra e tantissimi consumatori consapevoli (privati, gruppi d’acquisto, mense pubbliche, ristoratori etc.) interessati a sostenere queste forme di produzione.

Ma andiamo con ordine e partiamo dall’inizio perché questa storia merita di essere raccontata per bene.

C’è un Salento, lontano dalle coste, dalla movida e dalle vacanze d’agosto che nel silenzio generale sta vivendo un dramma. Lo chiamavano il terzo mare, quella chiazza verde e rossa, che si stagliava tra lo Ionio e l’Adriatico. Terra di ulivi, di viti, di miti e leggende. Oggi, purtroppo, terra di barricate e grandi battaglie. Contro Tap, Colacem, Ilva, inceneritori vari. Contro le tante devastazioni ambientali e sanitarie che si stanno perpetuando in quelle zone. Contro il consumo di suolo, la speculazione e il turismo predatorio degli ultimi anni. Contro grandi interessi, indifferenza e menefreghismo. E contro una tragedia silenziosa che da tempo sta consumando questi luoghi: la strage degli ulivi.

Basta un colpo d’occhio per vedere quanto la situazione sia allarmante. Piante secche, incendi e desolazione accompagnano per chilometri chi si addentra in quelle terre. Si parla di xylella, un batterio probabilmente giunto dal Centro America, che si trasmette tramite un insetto vettore (tal sputacchina) e che si moltiplica nei vasi conduttori dello xilema delle piante ospiti ostruendone i vasi, impedendo la circolazione dei nutrienti e provocandone il disseccamento. Senza rimedio alcuno. Tutto chiaro? Assolutamente no. La situazione è a dir poco fumosa e, che dir si voglia, non ci sono tuttora prove certe sulle cause e sulle conseguenze di questo patogeno (e di questa emergenza). Tant’è che c’è un’inchiesta in corso, varie teorie, studi, ricorsi al Tar, sentenze, diverse sperimentazioni in campo e chi più ne ha più ne metta.

L’unica cosa certa è che a causa di questa emergenza il paesaggio salentino rischia di mutare per sempre. E con lui anche la nostra olivicoltura. Perché per gran parte della politica e delle associazioni di categoria la soluzione è una e una soltanto: radere tutto al suolo. E reimpiantare. Magari varietà brevettate come la “Favolosa” (vero nome, molto meno rassicurante: cultivar FS-17). Piante create ad hoc per una coltivazione intensiva, estremamente produttiva ma anche esigente: di acqua e pesticidi. Un costo che queste terre e queste genti non si possono permettere: perché di acqua ce n’è già poca e di pesticidi già troppi.

Se vi interessa approfondire questa triste faccenda potete leggere l’inchiesta pubblicata sul numero di Terra Nuova di settembre (disponibile qui  ).

Come spesso succede nei momenti di grande crisi, c’è chi decide di alzare la testa, rimboccarsi le maniche e provare a trovare soluzioni. E se le soluzioni sono sagge i risultati non tardano ad arrivare.

È così che, grazie all’utilizzo di metodi naturali, al ripristino della fertilità dei suoli e alla tutela degli ecosistemi tanti piccoli e grandi agricoltori salentini stanno salvando i loro ulivi.Coltivando in maniera sostenibile e prendendosi davvero cura del terreno le piante vengono messe nelle condizioni di difendersi da sole. Dalle xylella e da qualsiasi altro patogeno. E quando la rispetti, la natura, non solo risponde ma ti sorprende proprio. Così è successo che grazie al lavoro di questi nuovi custodi della terra campi sfiniti dai pesticidi hanno ripreso vita e ulivi dati per spacciati e pronti per essere abbattuti oggi sono di nuovo colmi di frutti. Frutti che stanno dando un olio eccezionale.

Vedere per credere ma, soprattutto, assaggiare per credere! Perché questo gruppetto di produttori ha deciso di unirsi in un movimento: Sanu&Sarvu. Un nome che è un programma! Sanu, ossia sano in salentino, perché l’olio che producono è davvero salutare, sia per chi lo consuma che per chi lo fa. Sarvu, ossia salvo, perché il loro obiettivo è quello di recuperare e proteggere gli ulivi autoctoni del Salento.

Sanu&Sarvu non è un marchio o un’azienda. È un ponte di solidarietà. È un’intesa tra produttori responsabili e consumatori consapevoli. È un’impresa temeraria! Che proprio per questo merita di essere sostenuta. Perché qui in gioco non ci sono solo gli ulivi salentini, c’è un piccolo pezzetto di mondo che ha bisogno di essere difeso, c’è tanta storia e tanta vita e tanta voglia di far qualcosa di buono.

Vuoi contribuire? Acquista il loro olio e fai girare il loro messaggio.

Quello che compri non è solo un buon olio, fatto senza pesticidi e senza sfruttamento (di persone e del terreno). Con questi soldi aiuti le aziende che – spesso con fatica – hanno scelto di convertirsi al biologico; supporti i produttori che invece di abbattere gli ulivi – e magari passare al caro e vecchio intensivo – si stanno facendo in quattro per salvarli (e ci stanno riuscendo!); sostieni i frantoi che ancora utilizzano metodi tradizionali, più lenti, ma anche più sani ed ecologici; incoraggi un popolo che sta lottando non solo per salvare un paesaggio e un ecosistema, ma per preservare la propria identità, la propria storia, il proprio futuro e infine, investi in un’economia virtuosa che è a vantaggio di tutti: produttori, consumatori e ambiente.

Per info e ordini scrivete a sanuesarvu@gmail.com

Per chi fosse interessato al prezzo sono 13 € al litro (comprese le spese di spedizione, acquisto minimo di 5 litri) così suddivisi: 10 € sono per il produttore (in queste sono compresi 0.80 € circa del costo molitura e 0.35 € circa del contenitore); 0.50 €  per la spedizione; 0.50 € per la gestione ordini e l’organizzazione; 1 € andrà a un fondo per la sperimentazione e la cura degli ulivi e 1 € a un fondo di solidarietà destinato a chi quest’anno a causa del disseccamento non ha produzione. Il tutto è regolamentato e gestito da una associazione temporanea di scopo a cui ogni produttore può aderire impegnandosi a lavorare secondo i principi di Sanu&Sarvu. La gestione del denaro sarà invece gestita da Banca Etica.

di Elena Tioli

tratto da: http://www.terranuova.it/News/Agricoltura/Sanu-Sarvu-l-olio-buono-che-salva-gli-ulivi-del-Salento

Biodiversità: riscoperti degli esemplari della rarissima oliva bianca – Una fantastica, preziosa particolarità tutta Italiana!

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Biodiversità: riscoperti degli esemplari della rarissima oliva bianca – Una fantastica, preziosa particolarità tutta Italiana!

Riscoperti degli esemplari della rarissima oliva bianca.

Non molti sanno dell’esistenza delle cosiddette “olive bianche”, una rara specie, ormai quasi del tutto perduta. Questa pianta, che ai tempi della Magna Grecia era diffusa in tutta la Calabria, soprattutto nei pressi dei monasteri basiliani, veniva chiamata “leucolea”, che significa appunto bianca oliva, per la caratteristica delle sue drupe che restano di colore bianco anche quando raggiungono la piena maturazione.

Da tali olive si ottiene un olio chiarissimo, che in passato era chiamato “olio del Krisma”, utilizzato per ungere i designati alle alte cariche imperiali bizantine, nelle cerimonie per l’incoronazione degli imperatori, e soprattutto come olio sacro nelle funzioni religiose quali: battesimo, cresima, unzione dei malati, ordinazione dei sacerdoti e vescovi; tale olio veniva inoltre utilizzato per alimentare le lampade nei luoghi sacri perché bruciando produce poco fumo. Per tale ragione i monaci coltivavano con impegno e cura la rara leucolea, nei pressi dei Monasteri.

L’ulivo, albero sempreverde della famiglia delle “oleacee”, con foglie coriacee, piccolissimi fiori biancastri riuniti in  infiorescenze a pannocchia e frutti a drupa, ha origini antichissime. E pare che la sua coltivazione in Italia sia dovuta a navigatori provenienti dalla Grecia e dal Medio Oriente, i quali portarono i semi, probabilmente come riserva alimentare. E’ risaputo che, con il diffondersi del monachesimo basiliano nel mezzogiorno d’Italia, tra il VII secolo d. C. e X secolo, la coltivazione dell’ulivo abbia ricevuto un notevole impulso.

Questa particolare qualità sembrava essersi perduta ma di recente è stata riscoperta in alcune zone delle province di Cosenza e Reggio Calabria, Gli esemplari ritrovati, grazie ad illuminati olivicoltori e agronomi, sono stati quindi salvati e riprodotti con nuovi innesti, riportando a nuova vita questa bellissima e antica specie.

da: http://mediterraneinews.it/2017/02/04/riscoperti-degli-esemplari-della-rarissima-oliva-bianca/

Oliva bianca, ritrovate per la prima volta in Basilicata due piante di Leucocarpa

Il ritrovamento per la prima volta in Basilicata di due piante di Leucocarpa, un’antica varietà quasi perduta di oliva bianca, che si trova oggi solo in sporadiche coltivazioni soprattutto in Calabria- è segnalato da Agia-Cia in agro di Nova Siri (MT), nelle contrade Pizzarello e Pietrosa.

La segnalazione arriva attraverso due giovani “custodi della biodiversità” Antonio Manolio e Carlo Stigliano. Portata dagli antichi Greci nell’VIII secolo a.c. la particolarità dei suoi delicati frutti è quella di essere privi di pigmenti, e non riuscendo a effettuare la sintesi antocianina, assumono un colore simile all’avorio.

“Da ricerche condotte in Calabria -riferisce il presidente dell’Agia-Cia Rudy Marranchelli- apprendiamo che, diffusi particolarmente tra il VII e il X secolo d.C., gli ulivi sono stati ritrovati nei pressi di poderi che appartenevano un tempo a monasteri basiliani e sono stati salvati e riprodotti attraverso innesti, riportando in vita questa bellissima specie, anche se le ricerche scientifiche non sono ancora concluse. Le fonti storiche narrano che all’epoca i monaci basiliani diedero un forte impulso ad alcune coltivazioni e probabilmente curavano questi ulivi per utilizzarli nelle loro attività. L’olio che si produceva infatti era chiarissimo e veniva chiamato anche “olio del crisma” perché veniva utilizzato: nelle funzioni religiose per ungere i sacerdoti; come olio sacro per i sacramenti come il battesimo, la cresima o l’unzione degli infermi; nelle cerimonie di incoronazione per ungere le alte cariche imperiali bizantine.

Il prezioso olio della leucolea serviva inoltre per alimentare le lampade nei luoghi di culto, poiché, se bruciato, produceva pochissimo fumo. Le drupe, il nome scientifico del frutto dell’ulivo, non riescono a effettuare la sintesi antocianina e quindi assumono un colore simile all’avorio. Se si unisce il fatto che possono rimanere sulla pianta più a lungo di altre varietà, fino anche a primavera, si ottiene un effetto cromatico molto particolare: il verde scuro delle foglie e il bianco delle olive. In piena maturazione il contrasto tra verde e bianco lo fa sembrare un albero di Natale”.

“Ma nelle due contrade di Nova Siri -aggiunge il presidente di Agia- siamo in presenza di un vero ‘parco della biodiversità’: su terrazzamenti fatti a pietra le diverse specie di mandorlo, uva, melograni, piante officinali (un alloro alto quasi 6 metri), pere, fichi, cotogne, nespole si alternavano ai tanti ulivi secolari. Tra questi anche l’ulivo dai frutti bianchi che presentava un tronco di dimensioni importanti. Antonio Manolio ha raccontato che quando il bisnonno ha acquistato il terreno era già presente, sottolineando che il terreno, sotto il Centro Storico di Nova Siri, si trova a pochi metri da una stradina che porta alle ‘vasche di San Alessio’ – sito termale storico e la scalinata romana”.

Oggi Agia, insieme ai due giovani custodi, ha intenzione di avviare un censimento delle piane di Leucocarpa in Basilicata (l’invito a eventuali proprietari lucani segnalare alle sedi Cia gli alberi), fare una comparazione morfologica dei frutti e delle foglie ritrovate in Basilicata con quelle calabresi, segnalare il frutto a SlowFood (inviando scheda d’inserimento all’interno dell’Arca del Gusto). Ribattezzata simbolicamente insieme ai due giovani produttori come “Bianca di Magna Grecia” può diventare un simbolo dell’importante patrimonio di Biodiversità dell’istituendo Parco della Magna Grecia.

da: http://www.improntaunika.it/2017/06/oliva-bianca-ritrovate-per-la-prima-volta-in-basilicata-due-piante-di-leucocarpa/

Per non dimenticare: esattamente 2 anni fa sembrava lo scandalo del secolo. Poi improvvisamente nessuno ne ha parlato più – Truffavano la gente spacciando olio di oliva per extravergine. Ecco i nomi dei 7 primari marchi che sarà meglio evitare!!

 

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Era il Novembre 2015. Sembrava lo scandalo del secolo. Poi improvvisamente nessuno ne ha parlato più. Noi vogliamo ricordarvelo – Truffavano la gente spacciando olio di oliva per extravergine. Ecco i nomi dei 7 primari marchi che da ora sarà meglio evitare!!

“Taroccavano l’olio”, spacciando olio di oliva per extravergine, ecco i nomi delle sette aziende italiane sotto inchiesta

L’accusa è pesante: frode. Il pm Raffaele Guariniello accusa sette  case produttrici di olio di aver venduto olio vergine di oliva, spacciandolo per olio extravergine di oliva. La segnalazione era arrivata al pm da un periodico specializzato in informazione alimentare. A seguito della segnalazione si sono mobilitati i carabinieri del Nas che hanno scoperto, dopo […]

 

da il Corriete.it

«Olio d’oliva venduto come extravergine»: inchiesta a Torino
Indagate 7 aziende italiane

Il pm Raffaele Guariniello ha aperto fascicolo su sette aziende italiane leader nel settore tra cui Carapelli e Bertolli. L’accusa: vendevano olio d’oliva come extravergine.

Olio d’oliva spacciato come extravergine quando in realtà non lo era. È bufera su molte grandi aziende italiane, finite al centro di un’inchiesta dei Nas di Torino coordinata dal procuratore Raffaele Guariniello. Sul registro degli indagati sono stati iscritti per frode in commercio i rappresentanti legali di Carapelli, Bertolli, Santa Sabina, Coricelli, Sasso, Primadonna e Antica Badia. Dai campionamenti effettuati dai Nas, che hanno prelevato bottiglie di tutte le marche, tra cui le più vendute, è emerso che le sette imprese avrebbero dichiarato al consumatore, scrivendolo sulle confezioni, che l’olio venduto era extravergine – o al cento per cento o comunque presente e miscelato con altri oli – quando in realtà sarebbe semplicemente stato «olio vergine», cioè appartenente a una categoria inferiore per qualità, con parametri fisico-chimici diversi dall’olio più costoso.

I campionamenti

Guariniello ha anche informato il ministero delle Politiche agricole illustrando il lavoro finora svolto dai Nas. I campionamenti sono stati fatti nei laboratori dell’Agenzia delle dogane, uno degli enti più autorevoli e affidabili per l’analisi dell’olio di oliva. Al termine delle verifiche, i risultati delle marche esaminate sarebbero risultati al di sotto dei valori definiti dall’Unione europea come necessari per dichiarare un olio «extra vergine».

Segnalazione da un mensile

L’inchiesta è nata nel giugno del 2015 con l’arrivo di una segnalazione, inviata al procuratore Guariniello in persona, dal mensile Il Test (ex Salvagente). Al magistrato era stato spedito anche un articolo, uscito la scorsa estate, in cui si descriveva l’esito di una mini-inchiesta svolta dalla redazione del periodico in un’annata particolarmente dura per la produzione di olio. Un anno con una produzione in forte calo, anche per via della xylella, e con il rischio per i produttori, per risparmiare, di rivolgersi all’estero o di vendere oli più scadenti.

I test

Venti bottiglie di olio delle marche più vendute erano state analizzate dal laboratorio chimico di Roma dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Il Comitato di assaggio dell’ente, dopo i test organolettici, che sono considerati solitamente attendibili e sufficienti per la valutazione, aveva declassato nove degli oli provati e aveva sostenuto che fossero semplici «oli di oliva vergine» perché presentavano difetti. In seguito, erano stati fatti i controlli chimico-fisici sui principali parametri di acidità, perossidi e alchil esteri.

Potenziale inganno al consumatore

L’inchiesta di Guariniello non verte sulla potenziale nocività degli oli venduti. Nessuna delle sostanze analizzate infatti ha messo in commercio prodotti nocivi per la salute. L’unico problema è quello – secondo l’accusa – del potenziale inganno rivolto al consumatore, che avrebbe pagato circa il 30percento in più una bottiglia di olio pensando che fosse “extra vergine” quando in realtà non lo era. Gli oli “incriminati” sono stati giudicati dall’agenzia delle dogane «scarsi» non in assoluto, ma in rapporto alla dicitura che riportavano sull’etichetta.

Il ministro Martina: «Rafforzati i controlli»

«Seguiamo con attenzione l’evoluzione delle indagini della Procura di Torino, perché è fondamentale tutelare un settore strategico come quello dell’olio d’oliva italiano», scrive in una nota il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina. «Da mesi abbiamo rafforzato i controlli, soprattutto in considerazione della scorsa annata olearia che è stata tra le più complicate degli ultimi anni. Nel 2014 il nostro Ispettorato repressione frodi ha portato avanti oltre 6 mila controlli sul comparto, con sequestri per 10 milioni di euro. È importante ora fare chiarezza per tutelare i consumatori e migliaia di aziende oneste impegnate oggi nella nuova campagna di produzione».