Un cult – Troisi e Benigni al passaggio della dogana… Una delle scene più divertenti nella storia del nostro cinema.

 

Troisi

 

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Un cult – Troisi e Benigni al passaggio della dogana… Una delle scene più divertenti nella storia del nostro cinema.

Da Non ci resta che piangere, il passaggio della dogana… Una delle scene più divertenti nella storia del nostro cinema.

Mario e Saverio si avvicinano alla dogana a borgo di un carro

G: Eh

G: Chi siete?

M: siamo due che…

G: cosa fate?

G: cosa portate?

M: niente roba che..

G: si ma quanti siete?

M: due, siamo io e lui dietro non c’è…

G: un fiorino!

M: si paga?

G: un fiorino!

Mentre attraversano la dogana cade un sacco e Mario torna indietro per recuperarlo

S: Oh ferma, scusi il sacco doganiere

G: Eh

G: Chi siete?

M: quello che è passato adesso con il carro, ci è caduto il sacco qua..

G: cosa portate?

M: niente, quelli di prima… ma siamo passati proprio adesso, stavamo qua ed è caduto il sacco…

G: si, ma quanti siete?

M: uno, adesso, eravamo due quando siamo passati, mo uno che vado a prendere il sacco

G: un fiorino!

M: …che era caduto il sacco… allora ho attraversato…

G: Un fiorino!

M: Andiamo vai… grazie…

Mario per tornare al carro deve ripassare la dogana…

G: Eh

G: Chi siete?

M: quelli di prima sono venuto a prendere il sacco…

G: cosa portate?

M: porto ulive, caciotte… pane… un po’ di…

G: Si, ma quanti siete?

M: Uno! Io sono entrato ….sto uscendo no…

G: un fiorino!

M: allora uno entra…esce… paga sempre un fiorino…

M: Siano due, tre… Grazie, arrivederci…

Saverio si accorge che Mario nel pagare ha dimenticato una caciotta sul banchetto delle guardie

S: Oh… la caciotta

M: ssssh mamma mia… mo passo di la un’altra volta…

M: senta…

G: Eh

G: Chi siete?

M: ma vaffancuuul

G: cosa portate?

G: si, ma quanti siete?

G: un fiorino?

Mario e Saverio si allontanano ed insieme urlano: Eh

G: chi siete?

G: cosa portate?

G: si, ma quanti siete…?

G: un fiorino!

 

Giulio Cavalli – Le leggi fondamentali della stupidità umana

 

stupidità

 

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Giulio Cavalli – Le leggi fondamentali della stupidità umana

E’ stato grazie al progresso che il contenibile “stolto” dell’antichità si è tramutato nel prevalente cretino contemporaneo, personaggio a mortalità bassissima la cui forza è dunque in primo luogo brutalmente numerica; ma una società ch’egli si compiace di chiamare “molto complessa” gli ha aperto infiniti interstizi, crepe, fessure orizzontali e verticali, a destra come a sinistra, gli ha procurato innumerevoli poltrone, sedie, sgabelli, telefoni, gli ha messo a disposizione clamorose tribune, inaudite moltitudini di seguaci e molto denaro. Gli ha insomma moltiplicato prodigiosamente le occasioni per agire, intervenire, parlare, esprimersi, manifestarsi, in una parola (a lui cara) per “realizzarsi”. Sconfiggerlo è ovviamente impossibile. Odiarlo è inutile. Dileggio, sarcasmo, ironia non scalfiscono le sue cotte d’inconsapevolezza, le sue impavide autoassoluzioni (per lui, il cretino è sempre “un altro”); e comunque il riso gli appare a priori sospetto, sconveniente, «inferiore», anche quando − agghiacciante fenomeno − vi si abbandona egli stesso».

Se coltivassimo il vizio della memoria terremmo ben stretto questo scritto del 1985 di Carlo Fruttero e Franco Lucentini. In quegli anni doveva accadere ancora tutto il marasma politico più o meno recente (il berlusconismo, il leghismo, il renzismo, il salvinismo e tutti gli -ismi che possono venirvi in mente) eppure traspare già tutta la Storia recente. Erano chiaroveggenti? No, per niente. Si chiama memoria storica (i più arditi si azzardano ancora a chiamarla cultura) e serve per evitare nel presente gli errori del passato o, più semplicemente, serve per possedere chiavi di lettura collettive che si formino sullo studio e non sempre e per sempre sull’esperienza.

Il cretino, purtroppo per noi, è spesso uno stupido che ha avuto successo. Come scriveva Carlo M. Cipolla:

«È un gruppo non organizzato, non facente parte di alcun ordinamento, che non ha capo, né presidente, né statuto, ma che riesce tuttavia ad operare in perfetta sintonia come se fosse guidato da una mano invisibile, in modo tale che le attività di ciascun membro contribuiscono potentemente a rafforzare ed amplificare l’efficacia dell’attività di tutti gli altri membri».

Il professor Cipolla (che si aggiunse nel nome quella M puntata per non essere confuso con un suo collega omonimo) scrisse anche le “cinque leggi fondamentali della stupidità umana” (non inorridite, non fu uno studio, fu un divertissement) che recitavano:

  1. Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione.
  2.  La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona.
  3. Una persona stupida è una persona che causa un danno a un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita.
  4. Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare i non stupidi dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, ed in qualunque circostanza, trattare e/o associarsi con individui stupidi si dimostra infallibilmente un costosissimo errore.
  5. La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista.

Senza prenderlo (e prendersi) troppo sul serio. Ecco tutto.

Giulio Cavalli

 

Autore, attore, scrittore, politicamente attivo. Racconto storie, sul palcoscenico, su carte e su schermo e cerco di tenere allenato il muscolo della curiosità. Quando alcuni mafiosi mi hanno dato dello “scassaminchia” ho deciso di aggiungerlo alle referenze.

Tratto da: https://left.it/2019/01/09/le-leggi-fondamentali-della-stupidita-umana/

Il 25 gennaio 1939 nasceva il signor G: Giorgio Gaber, il cantautore che ha messo a nudo le ipocrisie della nostra società

 

 

Gaber

 

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Il 25 gennaio 1939 nasceva il signor G: Giorgio Gaber, il cantautore che ha messo a nudo le ipocrisie della nostra società

Autore di grandi successi pop e inventore del teatro-canzone nel quale ha raccontato vizi e debolezze dellʼuomo senza fare sconti a nessuno. 

Il 25 gennaio del 1939 nasceva Giorgio Gaber. Cantautore e attore, ha unito queste due figure in maniera unica inventando quella formula nota come teatro-canzone, a cui tanti oggi si rifanno citandolo. Con le sue canzoni ha lasciato un segno indelebile nella storia della cultura italiana portando una lettura della società e dell’uomo spietata e senza sconti, appena filtrata dal velo dell’ironia.

Il 25 gennaio del 1939, al civico 28 di via Londonio a Milano nasceva Giorgio Gaberscik, proprio a pochi passi dalla sede milanese della Rai che, solo vent’anni dopo, giovanissimo, l’avrebbe reso popolare a livello nazionale come interprete di rock’n’roll assieme a Mina e Celentano con la trasmissione “Il Musichiere”.

E proprio sulla facciata di quella casa campeggia la targa che ricorda l’evento.

“Qui nacque nel 1939 GIORGIO GABER. Inventore del Teatro – Canzone. – si legge sulla targa – La sua opera accompagna vecchie e nuove generazioni sulla strada della libertà di pensiero e dell’onestà intellettuale.”

Gaber è entrato nel cuore della gente e nella cultura del nostro Paese in due modi distinti. Nella prima fase della sua carriera, negli anni 60, con una serie di canzoni che hanno fatto la storia della nostra “musica leggera”. Da “La ballata del Cerutti” a “Porta Romana”, passando per “Torpedo blu”, “Non arrossire”, “Goganga”, “Come è bella città” e tante altre ancora. Brani in cui la canzone d’autore italiana si pone all’incrocio tra le influenze che arrivano dall’America e la canzone francese, all’epoca faro per gran parte del nostro cantautorato. Dal 1970 in avanti Gaber cambia decisamente direzione. La fine di quel decennio è caratterizzata da un grande fermento politico e culturale, di cui il ’68 è solo una delle espressioni. Gaber si sente stretto nelle maglie della discografia tradizionale e della televisione paludata di allora e cerca uno spazio di libertà nel teatro.

La svolta è segnata da “Il signor G”, del 1970, il primo di una lunga serie di spettacoli, scritti con Sandro Luporini, in cui le canzoni si alternano a monologhi. Non è la classica prosa teatrale, ma nemmeno un concerto: è il teatro canzone. Dove Gaber può esprimere tutta la sua poetica, la visione del mondo e in cui la libertà è il tratto fondamentale (e non a caso “La libertà” diventerà uno dei brani simbolo della sua carriera). Libertà di dire quello che pensa a costo di farsi dei nemici (e in quegli anni la sinistra lo metterà all’indice come e più della destra), libertà di andare controcorrente e mettere alla berlina il conformismo e il velleitarismo di ampi settori della società moderna, libertà di denudare il re senza sconti. Ma anche libertà di parlare di fragilità e sentimenti, contraddizioni e nevrosi del privato della vita quotidiana. “Dialogo tra un impegnato un non so”, “Far finta di essere sani”, “Anche per oggi non si vola”, “Polli d’allevamento”, “Anni affollati”, “Io se fossi Gaber” tratteggiano la nostra società e l’Italia di quegli anni come nessuno ha più fatto.

Lo strumento per far ciò può essere l’ironia, come accade ne “Lo shampoo”, “Il conformista”, “Destra-Sinistra” o “L’uomo che perdeva i pezzi”, ma l’invettiva, come in “Io se fossi Dio” o “Quando è moda è moda”, brano inserito in “Polli di allevamento” (1978) in cui fa a pezzi il Movimento per il suo essersi trasformato in conservazione borghese e apparato di potere a sua volta e prende le distanze da una certa sinistra senza giri di parole (“Di quelli che diranno che sono qualunquista non me ne frega niente:/non sono più compagno né femministaiolo militante/ mi fanno schifo le vostre animazioni, le ricerche popolari e le altre cazzate/ e finalmente non sopporto le vostre donne liberate con cui voi discutete democraticamente/ sono diverso perché quando è merda è merda non ha importanza la specificazione”).

Negli ultimi anni torna alla canzone nella forma più tradizionale con due album già dal titolo significativi: “La mia generazione ha perso” e “Io non mi sento italiano”.

Gaber se ne è andato nel gennaio del 2003, ma la sua opera ha continuato a mettere radici e a germogliare. Il suo mito ed il suo pensiero resteranno per sempre con noi.

“Qui, in pochi, nuotammo alle vostre spiagge. Ma che razza di uomini è questa?” – La fotografia della crudeltà della nostra civiltà odierna immortalata 2000 anni fa nei versi di Virgilio…

 

Virgilio

 

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“Qui, in pochi, nuotammo alle vostre spiagge. Ma che razza di uomini è questa?” – La fotografia della crudeltà della nostra civiltà odierna immortalata 2000 anni fa nei versi di Virgilio…

Da Fanpage:

“Ma che razza di uomini è questa?”: quei versi pro-migranti nell’Eneide di Virgilio

“Qui, in pochi, nuotammo alle vostre spiagge. Che razza di uomini è questa? O quale patria così barbara permette simile usanza? Ci negano il rifugio della sabbia; dichiarano guerra e ci vietano di fermarci sulla terra più vicina. Se disprezzate il genere umano e le armi degli uomini, temete almeno gli Dei”. Sono i versi dell’Eneide di Virgilio, che dopo duemila anni ci raccontano la tragedia del nostro Mediterraneo oggi.

Nel primo Libro dell’Eneide di Virgilio, mentre Enea e i suoi stanno per raggiungere le coste della Sicilia, dopo sette anni di navigazione, arriva la tempesta. La dea Giunone, da sempre ostile ai troiani, briga con Eolo, re dei venti, a scatenare una tempesta senza precedenti. Ma anche Enea ha i suoi santi in Paradiso e così, sostenuto da Nettuno, dio delle acque, si salva e con sette delle sue venti navi approda nelle coste della Libia. Qui dovrà convincere Didone, la regina di Cartagine, con una famosa orazione, per chiederle ospitalità:

Huc pauci vestris adnavimus oris. Quod genus hoc hominum? quaeve hunc tam barbara morem permittit patria? hospitio prohibemur harenae; bella cient primaque vetant consistere terra. Si genus humanum et mortalia temnitis arma, at sperate deos memores fandi atque nefandi.

Qui, in pochi, nuotammo alle vostre spiagge. Che razza di uomini è questa? O quale patria così barbara permette simile usanza? Ci negano il rifugio della sabbia; dichiarano guerra e ci vietano di fermarci sulla terra più vicina. Se disprezzate il genere umano e le armi degli uomini, temete almeno gli Dei, memori del bene e del male.

Sono i versi da 538 a 543 dell’Eneide di Publio Marone Virgilio, poema composto probabilmente tra il 29 a.C. e il 19 a.C., opera epica alla base della nostra cultura non solo perché narra la nascita di Roma, ma perché da oltre duemila anni racconta la “lotta per la vita” di un uomo e dei suoi compagni, narrando la leggendaria storia di un gruppo di profughi che, sfuggendo dalla guerra, viaggiarono tra tempeste, morti e naufragi per il Mediterraneo fino ad approdare nel Lazio, diventando il progenitore del popolo romano, i fondatori dell’Italia. Quella stessa Italia che oggi nega ad altri disperati l’approdo e, dunque, la salvezza. Che Nettuno sia con loro.

Fonte: https://www.fanpage.it/ma-che-razza-di-uomini-e-questa-quei-versi-pro-migranti-nelleneide-di-virgilio/

 

Giorno della memoria – Per non dimenticare – Liliana Segre e Auschwitz: “Mio padre si scusò per avermi messa al mondo”

 

Giorno della memoria

 

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Giorno della memoria – Per non dimenticare – Liliana Segre e Auschwitz: “Mio padre si scusò per avermi messa al mondo”

La senatrice a vita: “Il sapore della libertà è quello di un’albicocca secca, lanciata dagli americani”

Mio padre mi disse “Ti chiedo scusa di averti messa al mondo”. Ma io ho avuto la fortuna, nella disgrazia, di vivere questa tragedia da figlia”. Lo ha detto la senatrice Liliana Segre, stasera ospite a Che tempo che fa da Fabio Fazio. “Io rispondevo ‘sono contenta di essere qui con te”.

Segre ricorda il viaggio verso Auschwitz. “Il viaggio durava una settimana con altri disgraziati. Ricordo che il treno arrivato ad Auschwitz prima si fermò: noi vedemmo un orologio grande che era sulla facciata della stazione ferroviaria vera. Poi il treno proseguì, la prima era una stazione artificiale, preparata per i treni che arrivano da tutta l’Europa occupata dai nazisti. Era un enorme spiazzo pieno di neve con i binari morti e dei treni in cui nessun ferroviere si è chiesto come mai arrivassero pieni e tornassero vuoti. Lì venivamo sbattuti con una violenza inaudita giù dai vagoni. Avevano deportato dalla casa di riposo di Venezia tutti gli ospiti, tra cui una signora di 98 anni. La deportazione dei vecchi, con le sue limitazioni, le ho capite solo ora: trovarsi 8 giorni dentro quel vagoni, era difficile, era faticosa anche la discesa e venivano buttati giù dalla carrozza bestiame per poi essere uccisi. C’era una grandissima confusione, era uno di quei momenti in cui esci da te stesso e dici: ‘ma sono proprio io che sono qui?’ Un incubo: invece era tutto vero”.

Liliana Segre ha raccontato in un altro passaggio che allora aveva 13 anni, “ero abbastanza consapevole di quel che accadeva, ma ero molto semplice, avevo vissuto” il tentativo di espatrio “quasi come un’avventura, ma già quella sera eravamo nella camera di sicurezza per la colpa di essere nato”.

Ed ancora: “Avevo lottato per resistere e non cadere, a 13 anni avevo provato a farcela ma il ritorno fu una delusione terribile. Tornata a Milano ho trovato parenti, buone persone che mi volevano bene ma c’era un mondo così diverso da quello che avevo sognato, non avevo più la mia casa, nè tanti visi intorno a me, nè papà, nè i nonni. Mi sentivo vecchia pur avendo solo 16 anni, ero molto più vecchia allora di quanto non mi senta ora, che ho trovato l’amore e sono diventata nonna”. Per Liliana Segre, il sapore della libertà “è quello di una albicocca secca: sono stata testimone della storia che cambiava: l’ultimo giorno della mia prigionia, il 1 maggio 1945, avevamo visto gli ufficiali tedeschi mettersi in borghese, fuggivano, c’era un cambio di ruolo. Improvvisamente arrivò la prima camionetta americana, non sapevamo chi fossero questi fantastici soldati. Buttavano dai camion cioccolata, sigarette e ricordo una albicocca secca. Allora pesavo 32 chili: con fatica la raccolsi, era fantastica, era il sapore della libertà”.

Buon compleanno Signor G – Il 25 gennaio di 81 anni fa nasceva Giorgio Gaber… Il nostro ricordo ed i suoi capolavori.

 

Giorgio Gaber

 

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Buon compleanno Signor G – Il 25 gennaio di 81 anni fa nasceva Giorgio Gaber… Il nostro ricordo ed i suoi capolavori.

Autore di grandi successi pop e inventore del teatro-canzone nel quale ha raccontato vizi e debolezze dellʼuomo senza fare sconti a nessuno. 

Giorgio Gaber nasceva il 25 gennaio 1939 a Milano, cantautore, autore di spettacoli teatrali, attore, showman televisivo. Un intellettuale a tutto tondo.

Le sue opere sono ancora tutte attualissime.

Ecco a Voi 3 dei suoi capolavori scelti per voi…

La libertà

[parlato]: Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Vorrei essere libero come un uomo.

Come un uomo appena nato
Che ha di fronte solamente la natura
E cammina dentro un bosco
Con la gioia di inseguire un’avventura.
Sempre libero e vitale
Fa l’amore come fosse un animale
Incosciente come un uomo
Compiaciuto della propria libertà.

La libertà non è star sopra un albero
Non è neanche il volo di un moscone
La libertà non è uno spazio libero
Libertà è partecipazione.

[parlato]: Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come un uomo che ha bisogno
Di spaziare con la propria fantasia
E che trova questo spazio
Solamente nella sua democrazia.
Che ha il diritto di votare
E che passa la sua vita a delegare
E nel farsi comandare
Ha trovato la sua nuova libertà.

La libertà non è star sopra un albero
Non è neanche avere un’opinione
La libertà non è uno spazio libero
Libertà è partecipazione.

La libertà non è star sopra un albero
Non è neanche il volo di un moscone
La libertà non è uno spazio libero
Libertà è partecipazione.

[parlato]: Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come l’uomo più evoluto
Che si innalza con la propria intelligenza
E che sfida la natura
Con la forza incontrastata della scienza
Con addosso l’entusiasmo
Di spaziare senza limiti nel cosmo
E convinto che la forza del pensiero
Sia la sola libertà.

La libertà non è star sopra un albero
Non è neanche un gesto o un’invenzione
La libertà non è uno spazio libero
Libertà è partecipazione.

La libertà non è star sopra un albero
Non è neanche il volo di un moscone
La libertà non è uno spazio libero
Libertà è partecipazione.

 

 

Com’è bella la città

(Parlato) La città di Milano ha una struttura tipicamente concentrica. I nostri interventi tendono a razionalizzare dov’è possibile tutto ciò che riguarda la viabilità, i servizi, le strutture primarie, le infrastrutture. Si deve dare al cittadino uno spazio vitale, abitabile, confortevole, soprattutto congeniale alla sua natura intima e al tempo stesso operosa. In questo contesto, in questo contesto, in questo contesto…

Vieni, vieni in città
che stai a fare in campagna?
Se tu vuoi farti una vita
devi venire in città.

Com’è bella la città
com’è grande la città
com’è viva la città
com’è allegra la città.

Piena di strade e di negozi
e di vetrine piene di luce
con tanta gente che lavora
con tanta gente che produce.

Con le réclames sempre più grandi
coi magazzini le scale mobili
coi grattacieli sempre più alti
e tante macchine sempre di più.

Com’è bella la città
com’è grande la città
com’è viva la città
com’è allegra la città.

Vieni, vieni in città
che stai a fare in campagna?
Se tu vuoi farti una vita
devi venire in città.

Com’è bella la città
com’è grande la città
com’è viva la città
com’è allegra la città.

Piena di strade e di negozi
e di vetrine piene di luce
con tanta gente che lavora
con tanta gente che produce.

Con le réclames sempre più grandi
coi magazzini le scale mobili
coi grattacieli sempre più alti
e tante macchine sempre di più.

Com’è bella la città
com’è grande la città
com’è viva la città
com’è…

Vieni, vieni in città
che stai a fare in campagna
se tu vuoi farti una vita
devi venire in città.

Com’è bella la città
com’è grande la città
com’è viva la città
com’è allegra la città.

Piena di strade e di negozi
e di vetrine piene di luce
con tanta gente che lavora
con tanta gente che produce.

Con le réclames sempre più grandi
coi magazzini le scale mobili
coi grattacieli sempre più alti
e tante macchine sempre di più.

Com’è bella la città
com’è grande la città
com’è viva la città
com’è allegra la città.

Com’è bella la città
comvè grande la città
com’è viva la città
com’è allegra la città.

Piena di strade e di negozi
e di vetrine piene di luce
con tanta gente che lavora
con tanta gente che produce.

Con le réclames sempre più grandi
coi magazzini le scale mobili
coi grattacieli sempre più alti
e tante macchine sempre di più
sempre di più, sempre di più, sempre di più!

Io Non Mi Sento Italiano

Parlato: Io G. G. sono nato e vivo a Milano.
Io non mi sento italiano
Ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Mi scusi Presidente
Non è per colpa mia
Ma questa nostra Patria
Non so che cosa sia.
Può darsi che mi sbagli
Che sia una bella idea
Ma temo che diventi
Una brutta poesia.
Mi scusi Presidente
Non sento un gran bisogno
Dell’inno nazionale
Di cui un po’ mi vergogno.
In quanto ai calciatori
Non voglio giudicare
I nostri non lo sanno
O hanno più pudore.

Io non mi sento italiano
Ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Mi scusi Presidente
Se arrivo all’impudenza
Di dire che non sento
Alcuna appartenenza.
E tranne Garibaldi
E altri eroi gloriosi
Non vedo alcun motivo
Per essere orgogliosi.
Mi scusi Presidente
Ma ho in mente il fanatismo
Delle camicie nere
Al tempo del fascismo.
Da cui un bel giorno nacque
Questa democrazia
Che a farle i complimenti
Ci vuole fantasia.

Io non mi sento italiano
Ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Questo bel Paese
Pieno di poesia
Ha tante pretese
Ma nel nostro mondo occidentale
È la periferia.

Mi scusi Presidente
Ma questo nostro Stato
Che voi rappresentate
Mi sembra un po’ sfasciato.
E’ anche troppo chiaro
Agli occhi della gente
Che tutto è calcolato
E non funziona niente.
Sarà che gli italiani
Per lunga tradizione
Son troppo appassionati
Di ogni discussione.
Persino in parlamento
C’è un’aria incandescente
Si scannano su tutto
E poi non cambia niente.

Io non mi sento italiano
Ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Mi scusi Presidente
Dovete convenire
Che i limiti che abbiamo
Ce li dobbiamo dire.
Ma a parte il disfattismo
Noi siamo quel che siamo
E abbiamo anche un passato
Che non dimentichiamo.
Mi scusi Presidente
Ma forse noi italiani
Per gli altri siamo solo
Spaghetti e mandolini.
Allora qui mi incazzo
Son fiero e me ne vanto
Gli sbatto sulla faccia
Cos’è il Rinascimento.

Io non mi sento italiano
Ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Questo bel Paese
Forse è poco saggio
Ha le idee confuse
Ma se fossi nato in altri luoghi
Poteva andarmi peggio.

Mi scusi Presidente
Ormai ne ho dette tante
C’è un’altra osservazione
Che credo sia importante.
Rispetto agli stranieri
Noi ci crediamo meno
Ma forse abbiam capito
Che il mondo è un teatrino.
Mi scusi Presidente
Lo so che non gioite
Se il grido “Italia, Italia”
C’è solo alle partite.
Ma un po’ per non morire
O forse un po’ per celia
Abbiam fatto l’Europa
Facciamo anche l’Italia.

Io non mi sento italiano
Ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Io non mi sento italiano
Ma per fortuna o purtroppo
Per fortuna o purtroppo
Per fortuna
Per fortuna lo sono.

Il monito di Padre Zanotelli: “Sui migranti saremo giudicati come i nazisti”

 

Padre Zanotelli

 

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Il monito di Padre Zanotelli: “Sui migranti saremo giudicati come i nazisti”

Parla il religioso attaccato dai leghisti: “Il Vangelo parla di perdono, di accoglienza, se siete cristiani non potete scegliere chi si regge sull’odio o sul disprezzo”. Come Salvini

“Il Vangelo parla di perdono, di accoglienza dell’altro, se siete cristiani e lo scegliete non potete scegliere Salvini. La Storia ci giudicherà come noi oggi giudichiamo i nazisti”. Padre Alex Zanotelli, missionario, critica con forza e coerenza la politica anti-immigratoria sbandierata dal vicepremier che ama indossare divise militari e la Lega ricambia attaccandolo e screditando la sua figura religiosa. Direttore per anni di “Nigrizia”, l’80enne padre Zanotelli della comunità comboniana è autore del recente pamphlet pubblicato da Chiarelettere Prima che gridino le pietre.

Padre, il leghista Alessandro Pagano si è riferito a lei dicendo che “di questi pseudo preti non abbiamo bisogno” perché, a parere dell’esponente della Lega, “il suo unico chiodo in testa è attaccare #Salvini”.

Prima di tutto non voglio attaccare nessuno, non mi interessa e men che meno mi interessa Salvini. Il problema non sono i leghisti. Ho invece sempre detto con chiarezza che ognuno deve decidersi nella vita e ho parlato ai cristiani.

Decidersi su cosa?

Se siete cristiani potete naturalmente scegliere qualunque politica, ognuno è libero, però dovete fare i calcoli con vostra coscienza. Il Vangelo parla di perdono, di accoglienza dell’altro e se lo scegliete non potete scegliere il Vangelo di Salvini che si regge sull’odio o sul disprezzo dell’altro. Mi meravigliano però tanti cristiani.

Perché?

Non c’è coerenza con quello che credono e dicono. Faccio perciò appello ai cristiani leghisti. A loro dico: provate a chiedervi che cuore avete. Un uomo se è un uomo si commuove davanti a certe realtà. Fin da tempi più antichi far fuori un bambino o trucidare qualcuno faceva scattare qualcosa nel cuore. Come è possibile che noi che ci dichiariamo umani siamo diventanti così insensibili?

Intende i migranti che affogano nel Mediterraneo e che non vediamo?

Certo: se non vediamo non sentiamo. Per questo hanno messo il cordone sanitario intorno alla Libia: se non si vedono la gente non reagisce quando, come ieri, periscono in mare 117 persone e altri 60 sono morti davanti al Marocco. Se sappiamo i dettagli, un bambino che aveva due anni, una donna affogata, allora sentiamo qualcosa. Invece è possibile diventare così bestie da non sentire? Da non avere un sentimento? Non giudico ma chiedo: siete uomini o bestie? Decidetelo. Persino la bestia è più tenera in certe situazioni. Ne sono certo: i nostri nipoti diranno di noi le stesse cose che diciamo noi dei nazisti e di Auschwitz. L’Europa dovrà rispondere davanti alla storia. Un giorno non ci sarà più la tribù bianca che governa il mondo e allora verremo portati davanti alla storia per questi che sono delitti come lo sono stati il colonialismo e il neocolonialismo. La storia ce lo rinfaccerà.

Dalla Lega lei è stato definito “globalista” e il termine vuole essere dispregiativo.

Non parlo in chiave politica. Non sono un globalista se non nel senso che siamo un unico mondo, che siamo tutti su un’unica barca e quindi o ci salviamo insieme o periremo tutti insieme: se il pianeta va incontro al disastro ecologico la pagheremo tutti, se saltiamo in aria per una bomba atomica saltiamo per aria tutti. Pertanto dobbiamo fare i conti a livello globale, non è possibile che gli otto uomini più ricchi della Terra abbiano quanto miliardi di persone e che quattro miliardi di persone vivano con due dollari al giorno. È allora globalismo pensare che tutti hanno diritto a un minimo di vita: queste sono le domande che dobbiamo porci, sono i ragionamenti che dobbiamo fare.

 

 

fonte: https://www.globalist.it/politics/2019/01/20/padre-zanotelli-accusa-ancora-sui-migranti-saremo-giudicati-come-i-nazisti-2036307.html

Un Preside Fantastico – Scrivono “il preside è gay” su muro della scuola – Lui non cancella la scritta – “Non è la falsa attribuzione di una condizione, ma il fatto che uno studente del mio liceo l’abbia pensata come un’offesa, resti lì come pietra d’inciampo per l’intelligenza umana”

 

gay

 

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Un Preside Fantastico – Scrivono “il preside è gay” su muro della scuola – Lui non cancella la scritta – “Non è la falsa attribuzione di una condizione, ma il fatto che uno studente del mio liceo l’abbia pensata come un’offesa, resti lì come pietra d’inciampo per l’intelligenza umana”

Scrivono ‘il preside è gay’ ma lui non cancella la scritta: resti come pietra d’inciampo

Dipinta con una bomboletta sul muro del Liceo Scientifico Oriani di Ravenna. Il dirigente spiega: offende non la falsa attribuzione ma che qualcuno l’abbia pensata come offesa.

Una risposta da vera e propria lezione da educazione civica alla stupidita dei solidi omobobi.
“Il preside è gay”. Questa la scritta comparsa ieri su un muro esterno del Liceo Scientifico Alfredo Oriani di Ravenna. Ma quando alcuni docenti gliel’hanno fatto notare, il dirigente scolastico Gianluca Dradi ha deciso di lanciare un messaggio chiaro. “Ciò che offende – ha scritto il preside sul suo profilo Facebook – non è la falsa attribuzione di una condizione, ma il fatto che uno studente del mio liceo l’abbia pensata come un’offesa. Non la farò cancellare: resti lì come pietra d’inciampo per l’intelligenza umana. #Nonnellamiascuola”.
“In un primo momento la mia reazione è stata semplicemente un’alzata di spalle – ha quindi spiegato Dradi al Resto del Carlino – Poi però ha prevalso l’idea di cogliere l’occasione per un piccolo gesto educativo nei confronti del presunto autore. A me non importa chi sia stato. Mi piacerebbe però che fra qualche tempo l’autore, ripassando davanti a quel muro, possa ravvedersi e vergognarsi di aver pensato che quell’epiteto fosse un’offesa. Il bullismo omofobo e non solo è una vera piaga che colpisce soprattutto gli adolescenti che vivono periodi di fragilità. Già quest’anno ho avviato due procedimenti disciplinari straordinari per atti verso compagni, oltre ad adottare qualche intervento più leggero per episodi più circoscritti”.
Tra i commenti al post, che ha fatto rapidamente il giro del web, quello di Sofia Dradi: “Fiera di essere figlia di quest’uomo”. Da Gianluca Dradi “una lezione di civiltà”, commenta Gaynews.

Lettera di una mamma siriana al suo bimbo morto in mare…

 

bimbo morto in mare

 

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Lettera di una mamma siriana al suo bimbo morto in mare…

“Se potessi scegliere dove farti nascere sceglierei il mare,
perché è l’acqua del grembo materno il primo contatto con il mondo.
La mia pancia ti ha protetto per nove mesi, lasciando fuori ogni male.
L’acqua del mio ventre è stata la tua morbida e avvolgente coperta,
la tua prima culla, la casa più bella dove hai vissuto.
Se potessi scegliere dove farti vivere, sceglierei una casa vicino al mare,
perché l’acqua purifica, rinnova, disseta. L’acqua è il regalo più grande.
L’acqua racconta emozioni, è natura, movimento, forza. L’acqua è vita.
Ma è nell’acqua del mare che ti ho perso, figlio mio.
Quel mare che abbiamo attraversato in cerca di una vita migliore,
quel mare oltre il quale iniziare una nuova vita,
perché i figli non possono scegliere dove nascere e a te, figlio mio, è capitato il posto peggiore.
Purtroppo siamo nati nella parte sbagliata del mondo, non è colpa di nessuno.
Perdonami se non sono riuscita a salvarti, se non sono stata forte,
se non sono riuscita a cavalcare le onde e portarti in alto, come in un gioco, come in una fiaba.
Se potessi scegliere dove farti morire ti riporterei dentro di me,
dove ti ho concepito, perché tornare nella natura dell’acqua materna,
l’unica acqua che non uccide,
significherebbe tornare indietro e farti nascere ancora, riportarti in vita”

estratto di una lettera di una mamma siriana al suo bimbo morto in mare di Paolo Vanacore

fonte: https://raiawadunia.com/lettera-di-una-mamma-siriana-al-suo-bimbo-morto-in-mare/

Papa Francesco: “Penso alle 170 vittime dei naufragi nel Mediterraneo. Cercavano un futuro per la loro vita, vittime forse di trafficanti di esseri umani. Preghiamo per loro e per coloro che hanno la responsabilità di quello che è successo” – Secondo voi con chi ce l’ha?

 

Papa Francesco

 

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Papa Francesco: “Penso alle 170 vittime dei naufragi nel Mediterraneo. Cercavano un futuro per la loro vita, vittime forse di trafficanti di esseri umani. Preghiamo per loro e per coloro che hanno la responsabilità di quello che è successo” – Secondo voi con chi ce l’ha?

Si, la domanda (retorica) è Con chi ce l’ha Papa Francesco?

Papa Francesco manifesta al mondo tutta la sua angoscia ed il suo dolore, senza mascherare un filo di rabbia. Lo fa affacciandosi dalla finestra del Palazzo Apostolico per la recita dell’Angelus domenicale. Ai fedeli che sono radunati sulla piazza e a quelli che sono collegati in tv confida la sua profonda amarezza per quanto è accaduto in mare. «Oggi ho due dolori nel cuore: la Colombia e il Mediterraneo. Desidero assicurare la mia vicinanza al popolo colombiano, dopo il grave attacco terroristico di giovedì scorso alla scuola nazionale della polizia. Prego per le vitime e per i loro familiari e continuo a pregare per il cammino di pace in quel Paese». Il Papa fa una pausa, gli esce un sospiro amaro e poi continua: «Penso anche alle 170 vittime del naufragio nel Mediterraneo cercavano futuro per la loro vita. Vittime forse di trafficanti di esseri umani. Preghiamo per loro e per coloro che hanno responsabilità per quello che e’ successo».

E sì. Una preghiamo per qiesti moveri cristi morti in mare. Ma soprattutto una preghiera per coloro che ne hanno responsabilità , perchè ira questi disgraziati ne hanno proprio bisogno…

By Eles