Tutti pazzi per la pianta “salva-api”

 

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Tutti pazzi per la pianta “salva-api”

ARCUGNANO. Nel Vicentino è esplosa la facelia mania. Ovvero l’interesse per il fiore “salva-api”, con una spettacolare infiorescenza violacea, che funziona anche come concime naturale una volta sfiorito. Il Comune di Arcugnano si è fatto promotore da qualche mese, in collaborazione con Coldiretti e Sis, Società Italiana Sementi con sede a San Lazzaro di Savena, alle porte di Bologna, di divulgare la coltivazione della facelia. E la risposta del territorio è andata oltre le attese. Ad Arcugnano sono arrivate chiamate da tutta la Provincia, da Breganze a Sossano, da Trissino a Zovencedo, e i 200 chili di sementi a disposizione ai magazzini comunali di Torri per circa 20 ettari di terreno, forniti gratuitamente dalla Sis, sono praticamente già assegnati o prenotati.

 

«Si tratta per lo più di coltivatori diretti o apicoltori – spiega l’assessore all’ambiente Gino Bedin – un’azienda importante di Arcugnano ha già fissato sementi per 10-12 ettari, altre invece hanno prenotato per 5/6 ettari complessivi. E poi ci sono tante microrealtà che hanno chiesto sementi per 500 o 1000 metri quadrati di terreno. Abbiamo anche avviato una collaborazione con Zovecendo, per una superficie di 2000/3000 metri quadrati, in cui gli apicoltori hanno compreso il valore agronomico oltre che ambientale dell’operazione facelia e quindi sono già venuti a prendersi le sementi». «Ma ci hanno chiamato anche tanti privati – continua l’amministratore – persone che hanno chiesto di poterla coltivare nell’orto o nell’aiuola davanti casa. In questi giorni una piccola realtà di Altavilla, 500 metri di orto con 4 arnie di api, ha chiesto le sementi per procedere alla coltivazione. Saranno almeno una trentina i contatti che abbiamo avuto. I semi sono a disposizione gratuitamente, ma qualcuno era disposto pure a pagare per avere la facelia».

 

Un fiore che al di là dell’aspetto estetico, sicuramente di grande impatto, rappresenta una sorta di concimazione naturale del terreno, perché una volta sfiorita lo arricchisce di materia organica naturalmente, senza contare che è una sorta di salvezza per le api e la produzione di miele di qualità, perché se seminata a giugno, fiorisce a luglio e agosto, periodo in cui le api vanno in difficoltà per la mancanza di fioriture.

 

«Stiamo praticamente già raccogliendo adesioni per un eventuale progetto il prossimo anno – aggiunge l’assessore Bedin – speriamo che la Sis appoggi nuovamente l’iniziativa. Si potrebbe anche pensare ad un progetto di consegna a domicilio delle sementi. L’idea ci era piaciuta subito, ma non era così scontato far passare il messaggio ai coltivatori, perché far crescere la facelia non porta reddito e quindi come secondo raccolto si potrebbe pensare ad altro, come la soia. Invece l’interesse è stato notevole, dai coltivatori diretti in primis e poi dagli hobbisti e apicoltori in particolare. Siamo decisamente soddisfatti dell’inaspettato successo dell’operazione, che speriamo di poter ripetere anche il prossimo anno. In modo da poter dare risposta alle tante richieste e continuare ad abbellire il territorio di Arcugnano».

Luisa Nicoli
tratto da: http://m.ilgiornaledivicenza.it/permanent-link/1.5812292

La foresta degli elefanti massacrata dai giganti dell’Olio di Palma!

 

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La foresta degli elefanti massacrata dai giganti dell’Olio di Palma!

Pepsico, Unilever, Nestlé, McDonald’s e molti altri comprano olio di palma da aziende che stanno devastando gli ultimi ettari di una foresta pluviale patrimonio dell’umanità

L’olio di palma ha portato l’Ecosistema Leuser sull’orlo della crisi

Le principali multinazionali dell’agroalimentare sono complici della deforestazione degli ultimi brandelli di un luogo unico sul pianeta, rimpiazzato con colture per l’olio di palma. L’Ecosistema Leuser, 2.6 milioni di ettari di foresta pluviale in Indonesia, è l’ultimo posto sulla terra dove vivono gli elefanti, i rinoceronti, le tigri e gli orangutan di Sumatra. Ha uno dei sistemi forestali più ricchi ma meno conosciuti, ma è stato semidistrutto da aziende collegate alla filiera di Pepsico, Unilever e Nestlé. Le piantagioni di palma da olio su terreni deforestati forniscono il grasso vegetale a decine di marchi, inclusi McDonald’s, Mars, Kellogg’s e Procter & Gamble.

Le accuse sono contenute nel nuovo rapporto di Rainforest Action Network (RAN), organizzazione ambientalista impegnata nella salvaguardia delle foreste. Tramite dati satellitari, prove fotografiche e coordinate GPS, la ricerca è tesa a dimostrare la continua distruzione dell’ecosistema Leuser, sull’orlo del collasso nonostante una moratoria annunciata lo scorso giugno.

Gli attivisti hanno ricostruito la filiera dell’olio di palma dalla società di disboscamento Agra Bumi Niaga (ABN), che vende ad un impianto di trasformazione della Ensem Sawita (ES), la distribuisce l’olio di palma ad alcuni dei più grandi commercianti del mondo. Il tutto a danno dell’ecosistema, che viene utilizzato come corridoio ecologico dagli ultimi elefanti di Sumatra, specie a rischio estinzione. A Leuser tra il 2012 e il 2015, almeno 35 di loro sono stati uccisi, ma il numero degli scontri tra umani e animali è destinato a crescere man mano che le piantagioni di palme frammentano gli habitat.

Tigri, leopardi nebulosi e orsi del sole diventano sempre più vulnerabili ai bracconieri, poiché il loro ambiente scompare. Leuser è ancora la più grande foresta pluviale di Sumatra e rientra nel patrimonio mondiale dell’UNESCO. Ma il suo tasso di disboscamento è tra i più alti del mondo. Nel 2015, gli incendi legati alle piantagioni di palma da olio hanno distrutto 8 mila chilometri quadrati di giungla.

Il presidente dell’Indonesia Joko Widodo ha risposto con una moratoria sui nuovi permessi alle aziende legate al business dell’olio di palma lo scorso aprile. Due mesi dopo, il governatore di Aceh, Zaini Abdullah, ha ordinato alle compagnie di fermare la deforestazione, anche in caso di licenze valide. Tuttavia, la ricerca di RAN dimostra come le operazioni sul terreno siano proseguite, mantenendo aperto il flusso di risorse dall’Indonesia alle grandi multinazionali del cibo.

fonte: http://www.rinnovabili.it/ambiente/foresta-elefanti-olio-di-palma-333/

Testosterone: perché è tanto importante per gli uomini e come stimolare naturalmente il corpo a produrne di più.

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Testosterone: perché è tanto importante per gli uomini e come stimolare naturalmente il corpo a produrne di più.

Il testosterone è un ormone presente anche nelle donne ma è maggiormente prodotto negli uomini. Oggi giorno molti maschi (sia ragazzi che adulti) hanno livelli di testosterone bassi che si riflettono su:

  • Autostima
  • Energia
  • Capacità sessuale
  • Massa muscolare
  • Peso corporeo
  • Instabilità mentale

Sebbene la questione del testosterone sia sconosciuta o viene associata semplicemente alla libido, tutti i maschi dovrebbero valutare se sono carenti di testosterone, l’ormone maschile per eccellenza. L’uomo è strutturato diversamente dalla donna, ma spesso oggi sembra che i ruoli si sono invertiti a causa di uno squilibrio ormonale sempre più diffuso.

Il testosterone è l’ormone che fa avere agli uomini una voce profonda (“la voce sensuale” insomma), che stimola la crescita dei peli nel corpo, e che fa avere un bella struttura muscolare ideale per le attività fisiche.

Bassi livelli di testosterone possono indurre anche

  • Problemi cognitivi
  • Depressione
  • Irritabilità
  • Sfiducia in se stessi
  • Difficoltà a dormire

tutte problematiche che danneggiano la nostra vita e rendono anche difficili i rapporti con gli altri.

Se quindi ad esempio fai difficoltà ad aumentare la tua muscolatura, hai eiaculazione precoce e non hai abbastanza autostima che ti permette di esporre le tue idee e progetti senza sminuirti o farti sminuire, allora forse devi considerare di aumentare il tuo testosterone.

Non bisogna assumere sostanze esterne che contengono testosterone in quanto queste danneggiano solamente il nostro organismo e peggiorano la situazione. L’unico modo è quello di stimolare naturalmente il corpo a produrne di più, cosicché non ne avremo mai troppo e avremo ristabilito la normale produzione interna.

1. Abbassare i livelli di zucchero nel sangue

Mangiare un sacco di dolci, zucchero e carboidrati raffinati (pasta, pane, pizza, crackers, ecc) induce un aumento brusco dell’indice glicemico. In uno studio infatti i ricercatori hanno somministrato a 74 uomini (che avevano diverse tolleranze al glucosio) un test del glucosio standard che consisteva in 75 grammi di zucchero in una forma di glucosio puro. Quello che hanno visto è stato che in tutti i loro soggetti i livelli di testosterone sono scesi fino al 25%, indipendentemente dal fatto che gli uomini erano sani, pre-diabetici o diabetici. Circa 2 ore dopo il carico di glucosio, il 15% dei soggetti aveva dei livelli di testosterone ancora bassi che sono quelli per cui i medici spesso prescrivono sostituzione con testosterone sintetico.

2. Fare attività fisica anaerobica

Esercizi che mirano all’aumento della massa muscolari stimolano la produzione di testosterone nell’organismo. Eseguire quindi esercizi di forza più volte a settimana, come squat, piegamenti, panca e trazioni sono efficaci per incrementare la produzione di testosterone.

3. Riposare

Affaticare il proprio corpo sia con lo stress quotidiano che con un’eccessiva attività fisica, ha l’effetto di inibire la produzione di testosterone. Secondo uno studio la mancanza di sonno può portare a una diminuzione dei livelli di testosterone anche del 50 per cento. I risultati infatti hanno mostrato che i ragazzi che avevano dormito per 4 ore, avevano livelli di testosterone di circa 200-300 ng/dl, mentre i ragazzi che dormivano per 8 ore, avevano i loro livelli di circa 500-700 ng/dl. Cerca di avere almeno otto ore di sonno nelle ore migliori per dormire (dalle 22.30 alle 6.30).

4. Digiuno

Digiunare non è solo una pratica naturale dagli enormi benefici per la salute fisica e mentale come ho descritto spesso su Dionidream, ma è utile anche per migliorare i livelli di testosterone. Uno studio ha dimostrato che un breve digiuno di sole 24 ore aumenta i livelli di ormone della crescita in modo incredibile del 2.000% negli esseri umani. Un altro studio ha dimostrato che il digiuno diminuisce i valori di leptina che favorisce la produzione di testosterone.

5. Ridurre lo stress

Lo stress sarà la causa principale di malattia nei prossimi anni secondo un recente rapporto dell’Unione Europea. Non solo danneggia la nostra salute ma abbassa anche i livelli di testosterone. Uno studio ha dimostrato che i livelli di cortisolo nel sangue salgono bruscamente in risposta allo stress, con conseguente involuzione testicolare seguita da una significativa diminuzione della secrezione di testosterone.

6. Assimilazione di nutrienti

Con un’alimentazione carente di alcuni nutrienti, il testosterone non può essere prodotto. Vediamo in dettaglio quali sono i principali:

Zinco. Lo zinco è importante per la produzione di testosterone e le migliori fonti di zinco sono da alimenti ricchi di proteine ma anche fagioli, yogurt fatto in casa, kefir, semi di zucca e semi di girasole. Tieni a mente che la cottura riduce il contenuto di zinco da questi alimenti. Una soluzione può anche essere l’integrazione di zinco. Lo zinco è il minerale più importante per il testosterone ed uno studio ha dimostrato che assumere zinco è legato ad una migliore produzione di testosterone.
Vitamina D. La vitamina D è essenziale per la sintesi del testosterone e per una buona fertilità. La migliore fonte di vitamina D è la naturale esposizione al sole. In assenza di questa, perché vivi in un clima poco soleggiato o perché passi poco tempo all’aria aperta esponendo tutto il corpo, un supplemento di vitamina D3 è consigliato.
Grassi sani. Mangiare grassi sani che includono i grassi saturi di origine animale eolio di cocco contribuirà a dare i livelli di testosterone una grande spinta. Altre buone fonti di grassi sani sono da olio extravergine d’oliva, frutta secca, uova e avocado. E’ importante assumere molti grassi per avere un sano sistema endocrino, infatti tutti gli ormoni dell’organismo vengono prodotti a partire dai grassi. Purtroppo la propaganda contro i grassi degli ultimi decenni ha fatto solo danni dato che è stato scoperto che non sono coinvolti con le malattie cardiache.

7. Integratori Stimolanti

Esistono delle piante che stimolano naturalmente la produzione di testosterone:

Epimedium. Chiamato anche Horny Goat Weed, è la pianta più efficace per migliorare tutte le problematiche sessuali dovute ad un basso testosterone (eiaculazione precoce, disfunzione erettile, poca libido).

Ashwagandha. Famosa nella medicina ayurvedica, è stato dimostrato che nei soggetti poco fertili migliora la qualità dello sperma ed aumenta i livelli di testosterone anche del 40% in 90 giorni di assunzione.

Tribulus. Il tribulus terrestris è utile per aumentare il testosterone e la massa muscolare.

Mucuna Pruriens. Usata nella medicina ayurvedica da più di 4000 anni, la mucuna pruriens è ottima per migliorare la libido e il livello di testosterone come dimostrato da uno studio che ha analizzato gli effetti benefici sugli ormoni maschili.

He Shou Wu. Questa pianta molto usata nella medicina tradizionale cinese è ricchissima di zinco biodisponibile stimolando naturalmente la produzione di testosterone. Sono numerose le testimonianze di come l’He Shou Wu abbiamo permesso anche uomini anziani e sterili di riacquistare la fertilità.

Fieno Greco. Il fieno greco contiene fenuside, un principio attivo in grado di aumentare i livelli di testosterone provocando in tal modo un aumento della massa muscolare e della libido.

via Dionidream

Il Fiuto dei cani per “annusare” e scoprire i tumori

 

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Il Fiuto dei cani per “annusare” e scoprire i tumori

 

Fiuto di cane per annusare i tumori

In Giappone un ampio test di valutazione dell’affidabilità dei cani nel diagnosticare il cancro dello stomaco.

In una piccola cittadina in Giappone, a diagnosticare i tumori con il fiuto saranno i cani. Kaneyama è un villaggio di seimila abitanti nella prefettura di Yagamata con il triste primato di essere il posto con i più alti tassi di mortalità per tumore dello stomaco in Giappone. La malattia, che dà pochi sintomi nelle sue fasi iniziali, quando sarebbe curabile con l’intervento chirurgico, ha invece bassi tassi di sopravvivenza nelle fasi più avanzate. Per questo, i ricercatori cercando di scoprire se i cani, che in varie altre occasioni hanno dimostrato di essere in grado di riconoscere malattie – tra cui i tumori, possano essere d’aiuto per una diagnosi tempestiva.

QUASI INFALLIBILI. L’intera città prenderà parte al programma di ricerca: i residenti invieranno i loro campioni di urina, congelati, alla Nippon Medical School, nei pressi di Tokyo, dove alcuni cani sono stati addestrati come diagnosti. «Nel nostro studio, finora i cani sono stati in grado di identificare tracce di tumore con un’accuratezza di quasi il 100 per cento», ha dichiarato Masao Miyashita, che dirige il programma.

FIUTO PER LE MALATTIE. Ma non è l’unico studio in corso per testare la fattibilità della diagnosi canina. In Gran Bretagna, la Medical Detection Dogs, fondata da uno dei primi ricercatori a notare la capacità dei cani di riconoscere malattie, valuta l’affidabilità degli animali nell’identificare il tumore della prostata.

In altre ricerche già concluse, per riconoscere il cancro della vescica, del colon, dell’ovaio e della prostata, i cani hanno avuto percentuali di successo dal 90 a quasi il 100 per cento.

 

fonte: http://www.focus.it/scienza/salute/fiuto-di-cane-per-annusare-i-tumori

Il succo di mela è un potente antitumorale, uno studio del CNR spiega il perché.

 

succo di mela

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Il succo di mela è un potente antitumorale, uno studio del CNR spiega il perché.

Uno studio condotto dal Cnr spiega per la prima volta quali sono, nello specifico, le proprietà antitumorali del succo di mela.

Secondo uno studio condotto dall’Istituto di scienze dell’alimentazione del Consiglio nazionale delle ricerche (Isa-Cnr) in collaborazione con l’Università di Salerno, il #succo di mela ha proprietà antitumorali ed è ricco di antiossidanti utili alla salute. Grazie a questa ricerca ora si potrà conoscere il modo in cui le cellule malate vengono contrastate, in particolare per il tumore del colon retto.

Succo di mela: spiegato il motivo per cui ha effetti antitumorali

Angelo Facchiano, ricercatore presso il Cnr, ha dichiarato che, per la prima volta, è stato analizzato in maniera specifica il modo in cui i polifenoli contenuti nel succo di mela operano come agenti antitumorali.

In sostanza, i ricercatori hanno analizzato, quantificato e identificato i principali composti antiossidanti di tre tipi di mela: Annurca, Red Delicious, Golden Delicious ed hanno scoperto che i polifenoli contenuti nel suo succo ostacolano “la replicazione ed espressione del DNA nelle cellule cancerose del colon” impedendo loro di far aumentare la massa tumorale, dichiara Facchiano. Questa scoperta è molto importante, ma non ancora sufficiente per mettere a punto terapie mirate, continua il ricercatore del Cnr. Sarà quindi necessario effettuare altri studi per capire i meccanismi molecolari e le proteine coinvolte.

Succo di mela: gli altri vantaggi di questo frutto

Ma ci sono molti altri vantaggi nel bere succo di mela eccoli elencati:

  • E’ carico di sostanze nutritive grazie all’alto contenuto di antiossidanti che sono cruciali per prevenire l’invecchiamento precoce e combattere i radicali liberi associati alle malattie croniche.
  • E’ ricco di potassio, un nutriente che controlla l’attività elettrica del cuore e regola l’acidità del corpo. Inoltre è utile per la costruzione della massa muscolare, nel processo di assimilazione dei carboidrati e la loro successiva trasformazione in energia.
  • Salute del fegato: per le sue proprietà alcaline che aiutano il corpo ad eliminare le tossine.
  • Protezione del cuore: in quanto il succo di mela riduce le probabilità di attacchi di cuore, diminuendo l’accumulo di colesterolo nelle arterie.
  • Migliora la digestione: le mele contengono l’acido malico che contribuisce alla corretta funzione del fegato e aiuta la digestione.

Dopo aver letto i vantaggi di bere succo di mela, capirete perché le mele sono il frutto più popolare nel mondo.

Si chiama AMLA. È il frutto più ANTIOSSIDANTE in assoluto, è in grado di disintossicare il fegato e, pensate, ha 20 volte più vitamina C del succo d’arancia.

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Si chiama AMLA. È il frutto più ANTIOSSIDANTE in assoluto, è in grado di rigenera il fegato e, pensate, ha 20 volte più vitamina C del succo d’arancia.

 

Nell’ayurveda si fa spesso riferimento ad un piccolo frutto chiamato amla (nome scientifico Phyllanthus Emblica Linn). Questo frutto viene usato da più di 5000 anni in India, col fine di ringiovanire il corpo e rinforzare il sistema immunitario.

Di colore giallo e verde, l’amla è molto diffusa in Asia ma poco conosciuta in Italia. Possiede antiossidanti come polifenoli e vitamina C, che proteggono da malattie croniche come cancro, malattie cardiache e diabete.

100 grammi di amla possono apportare al nostro corpo circa 450 milligrammi di vitamina C. Di seguito tutti i benefici di questo frutto:

  1. Cura il mal di stomaco. Tanti problemi addominali si possono risolvere con l’amla: diarrea, vomito, coliche, infezioni e altri problemi digestivi.
  2. Previene il diabete. L’amla migliora la funzione del fegato, aiuta a curare la pancreatite, il gonfiore e il dolore del pancreas. Il suo consumo regolare riduce il livello di zucchero nelle persone con diabete di tipo 2.
  3. Disintossica il fegato. E’ stato dimostrato scientificamente che l’amla è ottima nella pulizia del fegato in quanto aiuta ad espellere le tossine.
  4. Combatte il cancro. Gli antiossidanti contenuti nell’amla possono giocare un ruolo importante nel trattamento contro il cancro.
  5. Rigenera la pelle. Questo incredibile frutto viene usato contro eruzioni cutanee, brufoli e altri problemi della pelle.
  6. Stimola la crescita dei capelli. Mescola della polvere di amla con dell’acqua calda, poi applica sul cuoio capelluto effettuando massaggi. Dopo 30 minuti i tuoi capelli saranno più idratati, protetti e luminosi.

E’ possibile acquistare l’amla in erboristeria, spesso viene venduta sotto forma di frutto, ma sono diffusi anche polveri ed estratti di amla.

Fonte: rimedio-naturale.it

Vergogna – La Cassazione conferma maxi sequestro (un milione di chili) di spaghetti di un notissimo marchio per violazione delle norme sul “made in Italy” …ingannavano la Gente, ma il prodotto era 100% Turco!!

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Vergogna – La Cassazione conferma maxi sequestro (un milione di chili) di spaghetti di un notissimo marchio per violazione delle norme sul “made in Italy” …ingannavano la Gente, ma il prodotto era 100% Turco!!

Violazione Made in Italy: Cassazione conferma maxi sequestro spaghetti

Confermato dalla Cassazione, per violazione delle norme sul ‘made in Italy’, il maxi sequestro nel porto di Genova di circa un milione di chili di spaghetti prodotti in Turchia per il pastificio campano ‘L. Garofalo’ di Gragnano, noto marchio in vendita anche sugli scaffali della grande distribuzione.

Ad avviso della Cassazione, in maniera “argomentata e logica”, il Tribunale del riesame nel congelare l’ingente carico “ha ritenuto fallaci le indicazioni apposte sulla pasta, tali da ingannare il consumatore sulla provenienza della merce e da integrare l’ipotesi penale”. La scritta ‘made in Turkey’ era poco vedibile e facilmente cancellabile, mentre era in bella vista il richiamo all’Italia e a Gragnano.

In particolare, con riferimento alla dicitura sulle confezioni, la Suprema Corte – nella sentenza 25030 che inaugura una linea molto severa in tema di tutela dei brand nazionali – rileva che “mentre i caratteri relativi all’area geografica (‘Napoli Italia‘) e alla ditta produttrice (‘prodotta e confezionata for pastificio l.Garofalo spa Via Pastai 42 Gragnano NA Italy‘) erano ben evidenti sulla confezione, la dicitura ‘made in Turkey‘, sulla base di un esame diretto ad opera degli stessi giudici liguri, era confinata sotto la data di scadenza, poco leggibile e apposta con inchiostro diverso, facilmente rimuovibile”.

Non regge la sosta tecnica durante transito verso il mercato africano

L’amministratore delegato della ‘Garofalo’, Massimo Menna, in Cassazione ha contestato senza successo la sussistenza delle accuse di vendita di prodotti industriali con segni contraffatti, frode contro le industrie nazionali, e violazione del ‘made in Italy’, spiegando che i 2700 colli di pasta della linea ‘Santa Lucia’ erano destinati al mercato africano, al Benin Mali, e la sosta ligure era solo tecnica per l’imbarco delle merci verso l’Atlantico. Secondo la difesa di Menna, non era stato commesso alcun illecito penale perchè la pasta non era per il mercato italiano nè europeo, erano spaghetti in transito da un paese straniero ad altro paese, entrambi extracomunitari, “non era stata posta in essere alcuna attività di sdoganamento funzionale a una commercializzazione in Italia della pasta, solo temporaneamente depositata in area doganale“.

Il Fob non conta, ha valore la fattura e il territorio italiano per integrare l’importazione

Quale invece il percorso logico seguito dai giudici di Cassazione? Secondo gli ‘ermellini’, invece, correttamente i giudici liguri hanno ritenuto “esservi stata introduzione almeno temporanea nel territorio italiano e risultando la commercializzazione da parte del pastificio Garofalo con sede a Gragnano proprio dalla fattura emessa in favore della ditta francese ‘Franco Africanine del Negoce sas’ con sede a Parigi”.

L’emissione della fattura in Italia rileva come “parte del processo di messa in circolazione della merce” e non importa se “nella fattura è indicata la clausola FOB, ossia l’indicazione del porto di imbarco in Turchia”. Inoltre “il magazzino dove era temporaneamente custodita la merce sequestrata si trova nell’area doganale e quindi in territorio italiano” pertanto – afferma la Cassazione – “anche la presenza temporanea della merce, ancorchè destinata all’estero, appare condotta idonea a integrare l’importazione, nel senso di introduzione, della stessa nel territorio italiano”.

E’ la seconda volta che il maxi sequestro, emesso nell’ottobre 2015, approda in Cassazione che nel giugno 2016 lo aveva annullato con rinvio. Ora il riesame bis dello scorso settembre, è stato convalidato. Nel frattempo la pasta sarà quasi scaduta.

Fonte:http://www.ansa.it/canale_terraegusto/notizie/istituzioni/2017/05/24/cassazione-conferma-maxisequestro-spaghetti-made-in-turkey_f94cd755-9255-43ae-bfe2-e23cc120f4f1.html

tramite: http://zapping2017.myblog.it/2017/05/26/vergogna-la-cassazione-conferma-maxi-sequestro-un-milione-di-chili-di-spaghetti-di-un-notissimo-marchio-per-violazione-delle-norme-sul-made-in-italy-ingannavano-la-gente-ma-il-prodotto-era/

La Cannabis per la cura dei tumori? Una ricerca italiana fa sperare.

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La Cannabis per la cura dei tumori? Una ricerca italiana fa sperare.

 

Cannabis e cura dei tumori: la ricerca (italiana) che fa sperare

Nonostante i pregiudizi, sono centinaia gli studi sulle cure a base di cannabinoidi. E i risultati sono molto importanti. Intervista al Prof. Massimo Nabissi

C’è chi pensa che la pianta della cannabis sia usata esclusivamente per produrre prodotti “di svago”. E c’è chi invece su questa pianta ci ha scommesso molto: non solo agricoltori e imprenditori ma anche ricercatori e medici. Se l’uso della cannabis per alleviare le sofferenze dei pazienti è ormai una realtà, non sempre accettata, ma conosciuta, molto meno conosciuto è il campo della ricerca nel ridurre la crescita, o indurre la morte, delle cellule tumorali.

Sono centinaia gli studi in questo senso, svolti in silenzio nei laboratori di tutto il mondo fin dagli anni ’90, che hanno l’obiettivo di ampliare le conoscenze attuali sui farmaci antitumorali e dare nuove speranze ai malati.

Come nel laboratorio di Camerino, dove il Dr.Massimo Nabissi, ricercatore del gruppo di Patologia ed Immunologia della Scuola del Farmaco e dei Prodotti della Salute, lavora fin dal 2008 allo studio sul ruolo anti-tumorale dei cannabinoidi sia nel GBM (tumore del cervello) sia nel mieloma multiplo. E i risultati sono davvero importanti.

“L’idea dello studio nel mieloma è nata – ci racconta Nabissi – da una collaborazione con il Dipartimento di Ematologia degli Ospedali Riuniti di Ancona. Il nostro lavoro aveva dimostrato che la maggior parte delle cellule tumorali isolate dai pazienti analizzati mostrava la presenza di un recettore di membrana che rispondeva se stimolato con i cannabidiolo (CBD). Da questo dato siamo andati a valutare “in vitro” l’effetto del CBD sia da solo sia in combinazione con un farmaco utilizzato di solito nella terapia del mieloma multiplo (il Bortezomib). I dati hanno dimostrato un ruolo anti-proliferativo del CBD e un’azione sinergica della combinazione CBD insieme al farmaco.”. Che cosa vuol dire in concreto? Che l’aggiunta del principio attivo della cannabis, insieme al farmaco già conosciuto, permette di ottenere una risposta maggiore rispetto a quella dei due farmaci usati singolarmente.Da qui la spinta a continuare. “Nel lavoro successivo – continua Nabissi- abbiamo testato la combinazione THC/CBD in combinazione con un nuovo farmaco (Carfilzomib) sempre nel mieloma multiplo e anche in questo caso i dati hanno dimostrato che la combinazione è più efficace dei singoli farmaci ed inoltre riduce la migrazione (processo di metastasi) delle cellule tumorali. Questi dati “in vitro” che abbiamo ottenuto, sono stati presi ad esempio, da una Biotech Israeliana, per la richiesta di avvio del primo studio “in vivo”, in pazienti affetti da mieloma multiplo”.

 Per la prima volta quindi la sperimentazione non si limiterà ad essere studiata su delle cellule (fasi pre cliniche di una ricerca) ma arriverà su veri e propri pazienti che utilizzeranno, insieme al farmaco “ufficiale”, anche quello a base di THC e CBD.

Se quindi per il mieloma multiplo la sperimentazione sui pazienti sta per cominciare,per altri tipi di tumori la ricerca è già molto avanti. Ci spiega Nabissi: “La sperimentazione con THC/CBD in combinazione con Temodal (il farmaco attualmente in uso nella terapia per il tumore al cervello), ha ormai superato la fase clinica II, con risultati che sono stati appena pubblicati nel sito della casa farmaceutica che ha svolto la sperimentazione . Da quello che si legge, a breve organizzeranno la fase clinica III che se darà risultati positivi potrà permettere di utilizzare questa combinazione nella terapia futura su centinaia o migliaia di pazienti. Per altri tipi di tumore, come il tumore al seno, al polmone, melanoma, pancreas la ricerca è in una fase avanzata a livello di studi pre-clinici”.

Nonostante i risultati diano ragione a queste ricerche e suggerirebbero di continuare su questa strada, Nabissi non nasconde il suo rammarico: “Quello che noto in Italia è che ci sono due principali prese di posizione, chi è a favore e chi è contro all’uso terapeutico dei cannabinodi. Trattandosi di farmaci, facendo una comparazione semplicistica, è come se in Italia ci fossero due prese di posizione pro e contro alla morfina, agli anti-depressivi o agli oppiacei. Se i cannabinoidi vengono viste come “droghe”, lo stesso dovrebbe valere per la morfina, per gli oppiacei (utilizzati nei cerotti antidolorifici ed acquistabili in farmacia) o per gli anti-depressivi (es. le benzodiazepine), tutti farmaci che possono indurre dipendenza psicologica e fisica (tutti dati reperibili sul sito del Ministero della Salute o nel sito dell’Agenzia Italiana del Farmaco). Quindi mi chiederei, perché esiste questo pregiudizio per i farmaci cannabinodi? All’estero, almeno in alcuni paesi europei e negli Sati Uniti d’America, l’argomento cannabis terapeutica viene trattato in modo molto più approfondito e lo sviluppo d’imprese che lavorano nell’ambito della cannabis è in forte espansione. Solo in Europa (Olanda, U.K., Germania, Spagna Svizzera, Repubblica Ceca, ecc…) sono presenti diverse ditte che si occupano nello sviluppare nuovi incroci di piante, nella purificazione di cannabinodi, nello sviluppo di nuove formulazioni, nella ricerca pre-clinica”. In Italia fare ricerca in questo campo è davvero difficile da punto di vista burocratico o di autorizzazioni, chissà se nel futuro qualcosa cambierà seguendo il caso della Repubblica Ceca ha investito milioni di euro nel 2015 per avviare il primo centro per lo studio dei cannabinoidi in ambito terapeutico.

“Personalmente – ci dice ancora Nabissi – credo che in futuro l’uso terapeutico, in specifiche patologie tumorali, avrà applicazione clinica. A livello di ricerca, sono abbastanza convinto che la sperimentazione sui cannabinoidi avrà un grosso sviluppo in alcuni stati europei.”

La catastrofe ambientale nascosta: in fondo ai nostri mari ordigni chimici e radioattivi abbandonati dagli americani dopo il ’43 e dopo le guerra in Jusoslavia. Si calcola siano oltre un milione di pezzi.

 

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La catastrofe ambientale nascosta: in fondo ai nostri mari ordigni chimici e radioattivi abbandonati dagli americani dopo il ’43 e dopo le guerra in Jusoslavia. Si calcola siano oltre un milione di pezzi.

Un altro grande reportage di Gianni Lannes

UN MILIONE DI BOMBE SPECIALI USA IN FONDO ALL’ADRIATICO E AL TIRRENO

Sul belpaese incombe una catastrofe ambientale con cui bisogna fare i conti. Ecco il segreto dei segreti: nel 1943 gli “alleati” angloamericani sbarcarono in Italia un arsenale proibito di armi chimiche, non le usarono affondandole nel Mare Adriatico (Golfo di Manfredonia) e nel Mar Tirreno (Golfo di Napoli e dinanzi all’isola di Ischia) al termine del secondo conflitto mondiale. Negli anni ‘90 la guerra in Jusoslavia determinò lo scarico di migliaia di bombe radioattive da Grado a Santa Maria di Leuca, sganciate  dai velivoli di rientro in Italia dopo i bombardamenti nei Balcani. A conti fatti: più di un milione di bombe chimiche e radioattive, senza contare quelle convenzionali imbottite di tritolo.

I documenti storici dell’US Army sepolti dal segreto militare anglo-americano imposto da Eisenhower e Churchill parlano chiaro, basta compulsarli a dovere. Quelle bombe caricate con aggressivi chimici erano armi proibite dalla Convenzione di Ginevra del 1925, ma il generale statunitense Eisenhower si giustificò nel 1949 sostenendo che erano state stivate «nell’incertezza delle intenzioni tedesche sull’uso di quest’arma».

Non a caso il bombardamento del porto di Bari del 2 dicembre 1943 è stato definito la Pearl Harbour italiana. 105 aerei della Lutwaffe alle 19,30 piombarono sulla città e in una pioggia di fuoco riuscirono ad affondare 17 navi, ne danneggiarono gravemente 8 ed il porto venne quasi completamente distrutto. Si registrarono ingenti perdite tra i militari alleati e i civili italiani. I danni maggiori arrivarono dal carico di iprite della nave americana John Harvey. Ogni bomba, che era lunga quasi 120 centimetri, conteneva circa 30 chilogrammi di questo gas tossico e vescicante. Sommozzatori e palombari italiani che operarono a costo della salute e della vita dal 1947 al 1953, recuperarono 20 mila bombe speciali nell’area portuale e le affondarono a poca distanza dalla costa. Non è tutto. Anche altre navi USA come la John Motley erano cariche di iprite, mentre quelle inglesi contenevano bombe della RAF con fosforo e acido clorosolforico, cloripicrina e cluoruro di cianogeno.

 

Un altro grave episodio, ignoto alla storiografia è l’esplosione avvenuta sempre nel porto di Bari il 9 aprile 1945 – a guerra ormai finita in Italia – della nave statunitense Charles Henderson, che aveva a bordo un carico di bombe all’iprite variamente assortite.

Carta canta. Anche l’archivio storico della Marina Militare italiana è una fonte di inedite rivelazioni che fanno luce sul più grave disastro chimico della seconda guerra mondiale, tenuto nascosto alla popolazioni italiana dalle autorità italiane. Le conseguenze sono incalcolabili, ma i governicchi tricolore hanno fatto sempre finta di niente.

In ogni caso, vale il principio internazionale “chi inquina paga”. Tocca a Washington e Londra pagare il conto, a noi esigerlo senza compromessi.

 

riferimenti:

Gianni Lannes, BOMBE A… MARE!, Nexus Edizioni, Padova, 2017 (di prossima pubblicazione).

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2017/04/bombe-amare_19.html

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=bombe+a…mare

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2017/05/bombe-chimiche-e-radioattive-alleate.html

 

Fonte:

https://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2017/05/un-milione-di-bombe-speciali-usa-in.html#more

L’allarme radiazioni nucleari viene lanciato dal giornalista Gianni Lannes sul suo blog: pasta Made in Italy prodotta con grano radioattivo proveniente dalla Russia!

 

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L’allarme radiazioni nucleari viene lanciato dal giornalista Gianni Lannes sul suo blog: pasta Made in Italy prodotta con grano radioattivo proveniente dalla Russia!

 

L’allarme radiazioni nucleari viene lanciato sul blog di Gianni Lannes, che denuncia che la pasta italiana viene prodotta con grano radioattivo coltivato in Russia. C’è da preoccuparsi?

Due navi arrivano nel porto di Manfredonia il 2 gennaio, con bandiere maltesi. Ma secondo Gianni Lannes, scrittore ed ex giornalista, sono il cargo Azov Coast, proveniente dal porto russo di Yeysk, e la bulk carrier Matteo Br da Nikolaev, Ucraina. E senza che nessuno le controllasse, hanno importato grano dall’estero.

L’accusa è rivolta verso i grandi brand della pasta italiana, che utilizzerebbero di nascosto questo grano, senza curarsi dei rischi legati alla radiazioni nucleari, per la produzione dei prodotti. Per venderli poi sotto il marchio made in Italy.

Radiazioni nucleari: l’eredità di Chernobyl

Citando l’ultimo rapporto di Greenpeace “Nuclear scars: the Lasting Legacies of Chernobyl and Fukushima”, Lannes ricorda che l’inquinamento nucleare causato dal disastro di Chernobyl colpisce proprio quelle zone di Russia e Ucraina destinate alla coltivazione.

Oltre 10.000 chilometri quadrati tra Russia, Bielorussia e Ucraina sono inutilizzabili per migliaia di anni per il plutonio che ha contaminato il terreno. Eppure, in queste stesse zone colpite dalle radiazioni nucleari, viene coltivato il grano che poi, secondo l’accusa di Lannes, finisce sulle tavole italiane.

Un fabbisogno interno soddisfatto grazie all’importazione

Se si considera che l’Italia produce appena il 30/40% del grano duro utilizzato per la produzione della pasta, ci si chiede come fa il paese a soddisfare il fabbisogno interno. Uno dei fornitori principali sarebbe proprio l’Ucraina, che nel 2016 ha quadruplicato la fornitura di grano all’Italia, arrivando a esportare fino a 600mila tonnellate.

Inoltre, Lannes spiega che la quasi assenza di regole fa sì che il prezzo del grano da importazione sia così basso da rendere quasi non conveniente la coltivazione in Italia. Ciò comporta il rischio che molti terreni coltivati con qualità di grano ad alta qualità vengano abbandonati.

Anche perché i maggiori costi di mano d’opera e di tassazione, rendono i produttori italiani meno competitivi, innescando una caduta dei prezzi, non sostenibili dai piccoli produttori. Risultato: pasta contaminata sulle nostre tavole.

Ma se così fosse, chi tutela il consumatore?