17 luglio 1936 – inizia la “Guerra Civile Spagnola”, sono le prove generali alla Seconda guerra mondiale

 

Guerra Civile Spagnola

 

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17 luglio 1936 – inizia la “Guerra Civile Spagnola”, sono le prove generali alla Seconda guerra mondiale

La guerra civile spagnola scoppia a causa dell’insurrezione guidata dai militari di ideologia fascista che sotto la guida del generale Francisco Franco si oppongono al Fronte popolare, che aveva vinto le elezioni nella giovane Repubblica iberica. Questa guerra dura dal 1936 al 1939 e rappresenta sotto alcuni aspetti un preludio alla Seconda guerra mondiale, di cui in Spagna si delineano già quelli che saranno i due opposti schieramenti: da un lato i fascismi e dall’altro tutti coloro che ad essi si oppongono. Inoltre in questa guerra si sperimentano quelle tecniche che diverranno tristemente note nel conflitto mondiale, come i bombardamenti sulle città, le rappresaglie e i rastrellamenti.

La Spagna dei primi anni ’30 e la vittoria del Frente Popular

Tra il 1923 e il 1930 in Spagna aveva governato il generale Miguel Primo de Rivera, che aveva instaurato un regime semi-dittatoriale con l’appoggio del re Alfonso XIII. Nel 1930 de Rivera è costretto a dimettersi a causa delle proteste interne e nel 1931 si svolgono le elezioni che segnano una netta vittoria delle forze di sinistra. A questo punto il re decide di abbandonare il paese e il 9 dicembre del 1931 viene proclamata la Repubblica. Il paese si trova in una situazione sociale ed economica di grande arretratezza: permangono rapporti sociali di tipo feudale poiché la maggior parte delle terre è in mano a grandi proprietari terrieri, tra cui la Chiesa Cattolica, che in Spagna in questi decenni si caratterizza per una visione del mondo particolarmente reazionaria.

Le prime riforme del governo repubblicano si concentrano quindi sulla riforma agraria e la laicizzazione dello stato, provocando una netta reazione dell’opposizione che nell’estate del 1932 tenta un colpo di stato. Il tentativo fallisce ma nel novembre del 1933 le elezioni vengono vinte una coalizione formata da gruppi monarchici e cattolici: il nuovo governo di destra attua una dura repressione sociale, in particolare soffocando nel sangue un’insurrezione anarchica verso la fine del 1934.

Alle nuove elezioni del febbraio 1936 le forze di sinistra si presentano unite: i comunisti si schierano con socialisti e repubblicani nella coalizione di Frente popular, seguendo la nuova politica dettata dall’URSS nel congresso del Comintern dell’agosto 1935 che riteneva prioritaria la lotta contro il fascismo, indicato come il principale nemico. Il Frente popular vince le elezioni e in tutto il paese scoppiano le prime rivolte: da un lato la collera popolare si rivolge contro il clero e i grandi proprietari terrieri; dall’altro le forze reazionarie reagiscono con violenza, perpetuata in particolare dai gruppi fascisti del partito della Falange, nato nel 1933 per iniziativa di José Antonio Primo de Rivera, figlio dell’ex dittatore.

La guerra civile

La contrapposizione interna si trasforma in guerra civile tra il 17 e il 19 luglio del 1936, quando un gruppo di militari guidati da cinque generali, tra cui spicca Francisco Franco, inizia una ribellione armata partendo dal Marocco spagnolo. Inizialmente il governo repubblicano pare avere la meglio, in quanto riesce a mantenere il controllo su gran parte della marina e dell’aviazione e può contare sull’appoggio di un’intensa mobilitazione popolare. Così mentre gli insorti conquistano la Spagna occidentale, il governo riesce a mantenere il controllo delle zone più ricche e industrializzate, ovvero la capitale e le regioni del nord-est.

Il ribaltamento degli equilibri in questa guerra dipende molto dal ruolo giocato dalle potenze europee. Germania e Italia decidono fin da subito di appoggiare la ribellione di Franco, che si rifà all’ideologia fascista: Hitler invia soprattutto aerei, armi e rifornimenti, mentre Mussolini organizza un contingente di 50.000 uomini, ufficialmente volontari ma in realtà membri dei reparti regolari.

Sul fronte opposto la Francia, governata anch’essa dal Fronte popolare, vorrebbe intervenire ma viene di fatto bloccata dall’opposizione dell’alleato inglese: la Gran Bretagna minaccia infatti di non aiutare la Francia in caso di attacco tedesco se questa interverrà in Spagna. Gli inglesi temono che una vittoria della coalizione repubblicana in Spagna possa essere il preludio per la sua trasformazione in uno stato socialista, inoltre non desiderano giungere ad una rottura con Germania e Italia e per questo spingono la Francia a non intervenire. Il governo francese decide quindi di proporre agli stati europei un patto di non intervento: sottoscritto nell’agosto del 1936 anche da Hitler e Mussolini, non viene però rispettato dai due regimi fascisti che continuano a supportare il generale Franco.

Anche l’URSS aderisce in un primo tempo al “patto di non intervento” ma in ottobre, visto il crescente impegno italo-tedesco in Spagna, decide di intervenire direttamente inviando aiuti al governo repubblicano e favorendo la formazione delle Brigate internazionali: composte da più di 30.000 volontari provenienti da tutta Europa vedono la partecipazione anche di alcuni grandi intellettuali come Ernest Hemingway e George Orwell. Un ruolo importante è svolto dagli antifascisti italiani che vedono nella guerra spagnola un’occasione per lottare apertamente contro il fascismo mussoliniano, incitati dal motto di Carlo Rosselli “oggi in Spagna, domani in Italia”. Gli italiani costituiscono il Battaglione Garibaldi e la partecipazione al conflitto li porterà a  combattere anche contro i loro connazionali impegnati sul fronte fascista.

Nel settembre del 1936 Francisco Franco riesce ad impadronirsi della zona di San Sebastián, isolando i territori repubblicani dal confine francese. Alla fine del mese il caudillo[fnIl termine spagnolo ]caudillo significa “condottiero, capo militare”; l’appellativo dato a Francisco Franco che può essere paragonabile all’uso di “Duce” in Italia e di “Führer” in Germania.[/fn] viene proclamato capo del legittimo Stato spagnolo dalla giunta militare, creando così una divisione di fatto del territorio iberico. Inoltre Franco dà vita anche ad un nuovo partito che unisce tutti i gruppi di destra che lo appoggiano: dall’unione tra l’originario partito falangista di Primo de Rivera e le altre componenti reazionarie nasce la Falange Nazionalista. Franco ottiene anche l’appoggio della gerarchia ecclesiastica e di una parte della borghesia moderata.

D’altra parte nel fronte repubblicano, al cui interno si erano compattate una serie di forze composite, da tutti i partiti democratici di sinistra ai movimenti autonomisti basco e catalano, iniziano a farsi strada divisioni interne. In particolare una parte della borghesia repubblicana si allontana dalla coalizione, impaurita dagli eccessi di violenza mostrati soprattutto dal settore anarchico del fronte, mentre crescono i contrasti interni riguardanti l’organizzazione della società nei territori controllati. Le tensioni interne sfociano in un confronto armato nella primavera del 1937, a Barcellona: esponenti anarchici e appartenenti al partito antistalinista del POUM si scontrano con comunisti ed esercito repubblicano. I secondi hanno la meglio e al termine dello scontro danno il via ad una serie di persecuzioni, il cui modus operandi le avvicina a quelle staliniane: tra il 1937 e il 1938 numerosi militanti anarchici scompaiono, mentre il POUM viene di fatto liquidato grazie anche all’intervento di agenti sovietici. La situazione della Repubblica spagnola è quindi sempre più compromessa: nella primavera del 1938 i franchisti riescono a dividere il territorio repubblicano, isolando così Madrid dalla Catalogna, mentre i repubblicani vengono via via lasciati soli dai loro alleati fino al ritiro delle Brigate internazionali nell’autunno dello stesso anno.

Nonostante questo i repubblicani resistono strenuamente ancora alcuni mesi, fino a quando nel marzo del 1939, dopo un assedio durato un anno, Madrid cade. Questo avvenimento stabilisce di fatto la fine della Repubblica spagnola e l’inizio della dittatura di Franco.

La guerra civile lascia la Spagna provata dalle distruzioni e con un grave dissesto economico. I morti sono stati più di 500.000 e alto è anche il numero degli emigrati per motivi politici. Pochi mesi dopo il mondo si sarebbe trovato davanti ad un altro enorme conflitto, di cui la guerra civile spagnola era stata una sorta di tragico preludio.

“Dirò cosa mi hanno fatto a Dio. Gli dirò tutto” le ultime strazianti parole di un bambino Siriano…

bambino Siriano

 

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“Dirò cosa mi hanno fatto a Dio. Gli dirò tutto” le ultime strazianti parole di un bambino Siriano…

 

“Dirò cosa mi hanno fatto a Dio. Gli dirò tutto” le ultime strazianti parole di un bambino Siriano…

“Dirò cosa mi hanno fatto a Dio, Gli dirò tutto”

Con queste parole strazianti è morto un bambino siriano di tre anni, vittima dei bombardamenti e della guerra che martirizza da anni il suo paese. E’ lo strazio nascosto di una tragedia inarrestabile, la faccia taciuta delle atrocità che subiscono i piccoli innocenti coinvolti nelle guerre.

Bambini che non hanno più niente, né case, né genitori, né qualcuno che li abbracci e li consoli. Bambini che sono stati costretti a vedere cose che mai avrebbero dovuto

Bambini a cui sono stati rubati sogni e speranza, che hanno perso tutto: anche le loro vite. La frase “Dirò cosa mi hanno fatto a Dio, Gli dirò tutto”, la dice una bambino, (secondo blog e agenzie, di 3 o 4 anni) prima di morire dopo aver subito delle atrocità. Un bambino, in un paese in guerra, solo, promette di dire a Dio che il Male che gli uomini gli hanno fatto è qualcosa di brutto, che la guerra gli ha fatto qualcosa di ingiusto, che la violenza gli ha tolto tutto, anche la vita.

Quante volte la stessa identica successione di parole, diverse solo per l’autoritàPapà/Mamma/maestro/insegnante/fratello maggiore) a cui ci si rivolge, abbiamo ripetuto tutti noi. Quante volte ci ha consolati l’idea non di un vendicatore ma di un uomo o una donna saggi, che vedono dall’alto, in nostro soccorso e capaci non di offrirci la vittoria ma di ristabilire la giustizia ? Quante volte ci ha consolati questa idea, possibilità, soluzione ?

I bambini ovunque vi è la guerra non hanno questa possibilità di speranza in un adulto, in un’autorità in grado d ristabilire la giustizia.

L’Onu oggi denuncia gli orrori subiti dai bambini per mano dell’Isis, e basterà leggere quanto si dice per restare sgomenti.

“Dirò tutto a Dio” è un pensiero sicuramente passato per la mente di un qualsiasi bambino in Siria, fosse anche solo per un secondo.

Speriamo che quel bambino, quei bambini, quelle preghiere di quanti tornano a sentirsi bambini davanti all’orrore di un male così abominevole possano vedere o raggiungere Dio e dirgli cosa è stato fatto loro. E’ una preghiera, è una richiesta, è una supplica davanti ad un male che sfinisce.

“Lo dirò a Dio”, questo basta a non rendere preghiera e speranza inutili. A qualcuno ancora in un mondo silente e sordo davanti alla guerra, è possibile dire qualcosa.

13-15 febbraio 1945, il bombardamento angloamericani di Dresda – Un’azione concepita e condotta per uccidere esclusivamente civili – Un crimine di guerra che fece più vittime della bomba atomica…!

 

bombardamento

 

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13-15 febbraio 1945, il bombardamento angloamericani di Dresda – Un’azione concepita e condotta per uccidere esclusivamente civili – Un crimine di guerra che fece più vittime della bomba atomica…!

La maggior parte degli storici tende a minimizzare la gravità dei raid aerei su Dresda del febbraio 1945 nei quali morirono almeno 135.000 persone. La sua distruzione cancellò quasi otto secoli di storia insieme a buona parte dei suoi abitanti

Fino all’autunno del 1944 la zona di Dresda era rimasta al di fuori del raggio di azione dei bombardieri degli Alleati, ma con l’avvicinamento del fronte la situazione cambiò.

All’inizio del 1945 la leadership politico-militare alleata iniziò a porsi il problema di come sostenere l’impegno bellico sovietico in Europa con lo strumento del bombardamento strategico.

Furono quindi pianificati i bombardamenti di Berlino e di molte altre città dell’est della Germania, coordinati con l’avanzata russa.

L’obiettivo dichiarato era quello di causare confusione ed evacuazioni di massa dall’est, ostacolando quindi l’avanzata delle truppe da ovest; si prevedeva infatti che i nazisti avrebbero spostato verso il Fronte Orientale 42 divisioni (mezzo milione di uomini) entro il mese di marzo.

I bombardamenti

L’attacco fu condotto congiuntamente dalla Royal Air Force britannica e dalla United States Army Air Force ed avvenne fra il 13 e il 15 febbraio 1945. Il 13 febbraio 1945 più di 800 aerei inglesi volarono su Dresda, scaricando circa 1.500 tonnellate di bombe esplosive e 1.200 tonnellate di bombe incendiarie. Il giorno dopo la città fu attaccata dai B-17 americani che in quattro raid la colpirono con altre 1.250 tonnellate di bombe. Nella mattinata del 15 febbraio ci fu l’ultima incursione di 200 bombardieri statunitensi sulla città ancora in fiamme. I bombardieri alleati rasero al suolo una gran parte del centro storico di Dresda con un bombardamento a tappeto, causando una strage di civili, con obiettivi militari solo indiretti e praticamente insignificanti.

 

Secondo i piani, il 13 febbraio sarebbe dovuto esserci un attacco congiunto di USAAF (di giorno) e RAF (di notte) ma a causa del maltempo diurno, il raid britannico fu il primo. 796 Avro Lancaster e 9 De Havilland Mosquito raggiunsero la città in due ondate, colpendo Dresda durante la notte con 1478 tonnellate di bombe esplosive e 1182 tonnellate di bombe incendiarie.

Il giorno successivo la città fu attaccata dai B-17 americani, che in quattro raid la colpirono con 1250 tonnellate di bombe, esplosive e incendiarie.

Il bombardamento notturno della RAF creò una “tempesta di fuoco”, con temperature che raggiunsero i 1500 °C. Lo spostamento di aria calda verso l’alto e il conseguente movimento di aria fredda a livello del suolo, crearono un fortissimo vento che spingeva le persone dentro le fiamme, fenomeno già osservato in altri bombardamenti (per esempio quello ad Amburgo del 1943) e talvolta indicato col nome di tempesta di fuoco. Col passare delle ore, il vento caldo sempre più forte e l’altissima temperatura non permisero più alcuno spostamento: l’aria calda degli incendi dei vecchi quartieri attirava aria fredda dalla periferia, provocando una potentissima corrente d’aria che a tre ore dal bombardamento si trasformò in un ciclone. L’equipaggio di un bombardiere statunitense, tornato nelle ore successive, vide arrivare a 8 000 metri travi di legno e ogni tipo di materiale, sollevato da una forte corrente ascensionale.

Il fenomeno delle tempeste di fuoco si ripropose numerose volte nella seconda guerra mondiale. Dopo i primi tentativi tedeschi (falliti) sulla Gran Bretagna, si verificarono tempeste di fuoco su molte grandi città tedesche (la più devastante fu quella di Amburgo nel 1943), sovietiche (in particolar modo Stalingrado e numerose piccole città industriali degli Urali), e giapponesi, come Tokyo (che subì il numero più elevato di vittime in una sola incursione, forse il doppio rispetto a Dresda).

Per ottenere una tempesta di fuoco occorrevano quattro condizioni: 1) strade strette e edifici molto ravvicinati (Berlino e Londra non erano adatte, malgrado i numerosi tentativi); 2) case realizzate con materiali incendiabili come legno (molto diffuso in Russia e Germania) o carta (Giappone meridionale); 3) Un’elevata concentrazione di bombe incendiarie mescolate a bombe esplosive e mine aeree; le bombe esplosive avrebbero aperto nelle case brecce in cui si sarebbe infilata l’aria surriscaldata dalle bombe incendiarie, ma se queste non fossero state concentrate su un’area ristretta, si sarebbero spente; 4) condizioni climatiche adatte. Per poter innescare una tempesta di fuoco, inoltre, bisognava che le squadre antincendio fossero insufficienti o assenti, e per questa ragione la Luftwaffe sviluppò la tecnica della doppia ondata (presto copiata da USAAF e RAF): un attacco civetta costringeva i vigili del fuoco a uscire dai rifugi ed essere sorpresi ed eliminati nel secondo passaggio.

La città fu nuovamente bombardata dalla USAAF il 2 marzo con altre 1000 tonnellate di bombe esplosive e incendiarie, e il 17 aprile, con 1554 tonnellate di bombe esplosive e 164 di bombe incendiarie. Forse per errore, numerosi bombardieri americani colpirono un’altra città, situata a poco più di un centinaio di chilometri verso sud, Praga.

Le rovine dopo il bombardamento

Furono distrutte 24.866 case del centro su un totale di 28.410. Un’area di 15 chilometri quadrati fu rasa al suolo (includeva 14.000 case, 72 scuole, 22 ospedali, 19 chiese, 5 teatri, 50 edifici bancari e assicurativi, 31 magazzini, 31 alberghi, 62 edifici amministrativi, industrie, e altre costruzioni, tra cui il comando principale della Wehrmacht). Dei 222.000 appartamenti della città, 75.000 furono completamente distrutti, 11.000 gravemente danneggiati, 7.000 danneggiati, 81.000 leggermente danneggiati. All’epoca, la città era grande circa 300 chilometri quadrati. 199 fabbriche furono danneggiate in modo più o meno grave; 41 di esse erano classificate dalle autorità locali come importanti per la produzione militare. Numerosi stabilimenti della Zeiss-Ikon furono distrutti al 100%. Paradossalmente, la ferrovia riprese a funzionare dopo pochi giorni, con una connessione lenta su un unico binario, attraverso un ponte solo parzialmente danneggiato.

L’esatto numero totale di vittime è impossibile da definire: la popolazione di Dresda nel 1939 contava circa 642.000 abitanti ma alcune fonti hanno affermato che i rifugiati fossero fino a 200.000. La commissione di storici incaricata dalla città di Dresda di studiare il bombardamento, invece, ha concluso che « […] a Dresda non potevano essere arrivati profughi a decine o persino a centinaia di migliaia». Secondo alcuni storici, una valutazione verosimile sarebbe fra 25.000 e 35.000 morti, un bilancio non troppo diverso da quello relativo ad altri bombardamenti alleati su città tedesche.

Sui registri ufficiali tedeschi risultano 21.271 sepolture di resti umani ritrovati. Da tale elenco sono quindi esclusi eventuali corpi completamente distrutti dalla tempesta di fuoco. La commissione di storici incaricata dalla città di Dresda di riesaminare, per l’anniversario del 2005, la questione del numero di vittime, escluse con test scientifici che « […] un gran numero di persone – alcune migliaia o decine di migliaia…» potessero essere scomparse senza lasciare traccia. È comunque indicativo che si siano trovati cadaveri fino al 1966. Altre fonti parlano di un numero di vittime molto superiore (da 150.000 a 300.000) ma destituito da ogni fondamento. Tali informazioni hanno origine da una falsificazione dei nazisti: alla cifra iniziale di circa 30.000 morti nei documenti ufficiali redatti dalle efficienti squadre governative tedesche (specializzate nel fare stime dei danni dopo un bombardamento) fu aggiunto uno zero per fomentare l’odio contro gli alleati nei paesi neutrali. Secondo le stime di Frederick Taylor, dando per assodata e certificata la distruzione totale di 24.866 edifici e dando per vera la cifra non falsificata dai nazisti di 30.000 decessi, risulterebbe l’assurdità di un solo deceduto per ogni edificio distrutto. Lo storico tedesco Jörg Friedrich parla di 40.000 morti. Tali stime sono in linea con quanto accadde nella maggior parte dei bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Più del 90% di Dresda fu distrutto dalla furia dei bombardamenti. Nella foto, la città dalla Rathausturm.

Nel 1955 Konrad Adenauer, Cancelliere della Repubblica Federale Tedesca, dichiarò: «Il 13 febbraio del 1945 l’attacco alla città di Dresda, sovraffollata di profughi, provocò circa 250.000 vittime». Nel libro Mattatoio n. 5 lo scrittore statunitense Kurt Vonnegut (che durante il bombardamento si trovava a Dresda, come prigioniero di guerra, e che sopravvisse perché detenuto in un mattatoio), riporta la cifra di 135.000 morti. Né le stime di Adenauer né quelle di Vonnegut sono suffragate da documenti, ma indicano bene come il bombardamento di Dresda, a differenza di altri gravi bombardamenti della seconda guerra mondiale, fosse diventato un simbolo. Grazie all’attacco il filologo Victor Klemperer e sua moglie poterono fuggire dalla Judenhaus in cui erano prigionieri.

Sebbene la potenza di fuoco non fosse di molto superiore a quella usata in altri bombardamenti in Europa, una serie di fattori ne aumentarono l’efficacia: le condizioni meteorologiche favorevoli, la presenza di numerosi edifici in legno, e i tunnel sotterranei che collegavano molte cantine (e attraverso cui le fiamme si diffusero). Inoltre Dresda si rivelò assolutamente impreparata all’attacco: a causa del tracollo delle forze armate tedesche e del fatto che agli inizi della guerra la città fosse fuori dal raggio di azione dei bombardieri alleati, disponeva di una difesa contraerea inadeguata, che andò progressivamente diminuendo con il trasferimento in altre zone delle batterie contraeree, tanto che gli equipaggi delle incursioni riferirono di una pressoché totale assenza di contrasto da terra. Sei Lancaster tuttavia non rientrarono alla base, e tre si schiantarono all’atterraggio. Anche un Bf 110, uno dei caccia notturni della Luftwaffe decollati per intercettare l’attacco, non tornò. I rifugi antiaerei erano assolutamente inadeguati ad ospitare sia la popolazione residente, sia i profughi presenti in città.

 

16 febbraio 1947 – Il treno della vergogna – Gli esuli Istriani accolti dai loro connazionali non solo senza un briciolo di solidarietà, ma con avversione, rancore e inaudita violenza.

 

treno della vergogna

 

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16 febbraio 1947 – Il treno della vergogna – Gli esuli Istriani accolti dai loro connazionali non solo senza un briciolo di solidarietà, ma con avversione, rancore e inaudita violenza.

 

“Il Treno della Vergogna” o “Treno dei fascisti” 
La targa è alla stazione di Bologna.
Il testo è: “Nel corso del 1947 da questa stazione passarono i convogli che portavano in Italia esuli istriani, fiumani e dalmati: italiani costretti ad abbandonare i loro luoghi dalla violenza del regime nazional-comunista jugoslavo e a pagare, vittime innocenti, il peso e la conseguenza della guerra d’aggressione intrapresa dal fascismo. Bologna seppe passare rapidamente da un atteggiamento di iniziale incomprensione a un’accoglienza che è nelle sue tradizioni, molti di quegli esuli facendo suoi cittadini. Oggi vuole ricordare quei momenti drammatici della storia nazionale. Bologna 1947-2007.”

E’ una targa ipocrita, tardiva e non veritiera; scrivere “un atteggiamento di iniziale incomprensione” è non assumersi appieno le proprie colpe.

Quello che è passato alla storia come “Treno della vergogna” è un convoglio che nel 1947 trasportò da Ancona i profughi provenienti da Pola: si trattava di esuli italiani che con la fine della Seconda Guerra Mondiale, si ritrovarono costretti ad abbandonare le loro case in Istria, Quarnaro e Dalmazia.

L’evento è passato alla storia come “esodo istriano“. All’epoca i ferrovieri lo definirono offensivamente “treno dei fascisti”, definizione emblematica di tutta la disinformazione e la strumentalizzazione politica che circondò la vicenda.

Domenica 16 febbraio 1947 i profughi partirono da Pola a bordo di diversi convogli, portandosi dietro il minimo indispensabile, ovvero quel poco che erano riusciti a salvare. Giunti ad Ancona per gli esuli si rese necessario l’intervento dell’esercito: i militari dovettero proteggerli da connazionali, militanti di sinistra, che non solo non mostrarono solidarietà, ma li accolsero con avversione e violenza.

Il giorno seguente, di sera, partirono di nuovo stipati in un treno merci già carico di paglia. Il convoglio arrivò alla stazione di Bologna solo alle 12:00 del giorno seguente, quindi proprio martedì 18 febbraio.

La Pontificia Opera di Assistenza e la Croce Rossa Italiana avevano preparato dei pasti caldi, soprattutto per bambini e anziani. Ma quando gli esuli erano quasi giunti nella città emiliana, alcuni ferrovieri sindacalisti diramarono un avviso ai microfoni, incitando i compagni a bloccare la stazione se il treno si fosse fermato.

Allo stop del convoglio ci furono persino alcuni giovani che, sventolando la bandiera con falce e martello, iniziarono a prendere a sassate i profughi, senza distinzione tra uomini, donne e bambini. Altri lanciarono pomodori e addirittura il latte che era destinato ai bambini, ormai quasi in stato di disidratazione.

A causa di questi atti vili fu dunque necessario far ripartire il treno per Parma, dove finalmente si riuscì ad andare in aiuto dei profughi ormai allo stremo delle forze. Da lì, ripartirono poi per La Spezia, dove furono temporaneamente sistemati in una caserma.

Il “treno della vergogna” non fu affatto un caso isolato. Gli “Italiani”, ancora furenti per l’infamia della guerra, avevano ormai identificato i profughi Istriani come “fascisti” e come tali responsabili della tragedia appeta vissuta.

 

L’invenzione del biliardino? Una storia commovente: Alejandro Finisterre, militante anarchico spagnolo, guardava i bambini mutilati durante la guerra civile e pensando tristemente che non avrebbero più potuto giocare a calcio…

 

biliardino

 

 

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L’invenzione del biliardino? Una storia commovente: Alejandro Finisterre, militante anarchico spagnolo, guardava i bambini mutilati durante la guerra civile e pensando tristemente che non avrebbero più potuto giocare a calcio…

 

ALEJANDRO FINISTERRE CI LASCIO’ IL 9 FEBBRAIO 2007. MILITANTE ANARCHICO, GUARDAVA I BAMBINI SPAGNOLI MUTILATI DURANTE LA GUERRA CIVILE E PENSO’, TRISTEMENTE, CHE NON AVREBBERO PIU’ POTUTO GIOCARE A CALCIO. E COSI’ INVENTO’ IL BILIARDINO

Le storie che raccontiamo, come ripetiamo spesso, sono le nostre storie. Vicende che ci riguardano da vicino anche se magari non ce rendiamo subito conto. Pensiamo al biliardino. Chi nella vita non ha fatto almeno una partita a questo celebre gioco? 

La storia della nascita di questo gioco/sport è strettamente legata ad un alla storia della Guerra civile spagnola, e ad un personaggio di orientamento libertario che per primo lo ha brevettato. 

Alejandro Finisterre nasce nella città di Finisterre – dalla quale prende il cognome – nella regione spagnola della Galizia nel 1919. All’età di 15 anni si sposta a Madrid per studiare. Per potersi pagare la scuola fa ogni tipo di lavoro, dal muratore al ballerino di tip-tap, ed inizia a sviluppare una coscienza politica che lo porterà ad avvicinarsi al mondo anarchico, che ci concretizzerà un paio di anni dopo, nel 1936, allo scoppio della Guerra civile. 

Pochi mesi dopo l’inizio del conflitto rimarrà però vittima di uno dei tanti bombardamenti che subì la capitale spagnola. Travolto dalle rovine dell’edificio nel quale si trovava rimase ferito e venne trasferito in ospedale. Qui, insieme ai numerosi feriti provenienti dal fronte, erano presenti molti bambini colpiti nel corso dei bombardamenti. Molti avevano ferite gravi e, spesso, erano mutilati alle gambe. Alejandro penso che non avrebbero più potuto fare molte cose, come giocare a calcio. Fu allora che gli venne l’idea, prendendo spunto dal pingpong: creare un gioco di calcio “da tavolo” che potesse essere usato facilmente ancehe da chi aveva subito gravi mutilazioni. Nacque così il biliardino.

Ma la storia della nascita del gioco non finisce qui e prosegue in maniera turbolenta, come turbolenta fu la vita di Alejandro Finisterre in quegli anni. Con l’avvicinarsi dell’epilogo della guerra civile, egli scappò infatti in Francia per sfuggire alla persecuzione franchista. Ma la stessa Francia imprigionò molti degli esuli che attraversavano i Pirenei. Proprio mentre si spostava in Francia perse il brevetto del biliardino, tant’è che ancora oggi si sollevano dubbi sull’effettiva paternità dell’invenzione. Rimase per quattro anni detenuto in Marocco, poi venne liberato e partì alla volta del Guatemala dove, però, venne arrestato nel 1954 in seguito ad un colpo di Stato. Mentre lo estradavano a Madrid, fece finta di avere una pistola e dirottò l’aereo verso Panama in uno dei primi dirottamenti aerei della storia. Infine, dopo la morte di Franco, è tornato in Spagna dove si è spento nel 2007.

Fonti:

Cannibali e Re
Cronache Ribelli

Un racconto di Silvestro Montanaro: “Esiste una colla speciale per riattaccare i piedi?”

 

racconto

 

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Un racconto di Silvestro Montanaro: “Esiste una colla speciale per riattaccare i piedi?”

tratto da RAIAWADUNIAUn blog da seguire…

 

Esiste una colla speciale per riattaccare i piedi?

Dov’è il pallone?

Non riesco a vederlo…Per la verità non riesco a vedere nulla, solo ombre e mi scoppia la testa.

Devo riuscire a trovarlo.

Mio fratello me la farebbe pagare carissima se non glielo riporto. É l’unico pallone sopravvissuto qui nel nostro

villaggio. Vecchio, sporchissimo e mille volterattoppato, ma è l’unico. Vale più di un tesoro.

Me lo ha prestato dopo settimane di preghiere e mille piccoli favori. Ha pure preteso in cambio

l’uso permanente del mio temperino con il manico d’osso, un regalo del nonno. Poi mi ha

detto di aspettarlo e non cercare di scoprire doveandava. Eh, si, lo tiene ben nascosto il suo

tesoro.

Ci ho provato un milione di volte a trovarlo, ma niente. Quello, è davvero furbo..

Quando è tornato, lo aveva tra le mani. Mi ha fissato con occhi di fuoco.

<< Se si rompe….se te lo fai fregare…non tornare a casa perché, giuro, ti faccio a

pezzi…>>.

Poi me lo ha consegnato e ho sentito il cuore accelerare. L’ho stretto tra le mani e sono corso

fuori. Ho raggiunto i miei amici e l’ho sollevatoverso il cielo tra ululati di gioia.

Mi chiamo Samir ed ho 10 anni. Vivo in un piccolo villaggio non troppo lontano dalla

grande Aleppo, una delle città più belle del mio paese, la Siria. Da noi c’è la guerra. Non ho mai

capito perché, nessuno sa spiegarmelo. So solo che è una cosa brutta, bruttissima in cui viviamo

da tanti anni.

Ero piccolissimo e già c’era la guerra. E con la guerra mille problemi e tanta paura. Mangiare

poco e certe volte proprio niente. La scuola chiusa. Papà portato via da uomini armati che

hanno rubato tutto il possibile da casa nostra. Anche il televisore. É stato allora che Alì, mio

fratello, ha nascosto chissà dove il pallone.

Mamma dice che papà prima o poi torna, ma una volta l’ho sentita piangere con le sue amiche.

<< Lo hanno ucciso. Lo hanno fatto fuori come una pecora. Lo hanno sgozzato e lasciato

soffocare nel suo sangue…>>.

Era buono e simpatico il mio papà. Mi manca. Mi manca da morire. Alle volte guardo il cielo e

gli parlo…

Tutto quello che ricordo, in questo momento, è che stavamo giocando a pallone, con un pallone

vero e non con la solita lattina o con una palla fatta di stracci.

Eravamo felici, ma davvero felici. Nonostante la guerra, nonostante la miseria, nonostante la

paura. Ho segnato un goal. Poi un altro. Tutti e due di sinistro, il mio piede migliore. Sono il capitano

della mia squadra ed i miei compagni mi chiamano Maradona.

Poi è venuta la pioggia…

In cielo sono comparsi degli aerei. Non so dire se erano quelli del governo o quelli degli altri.

So solo che dalle loro pance sono usciti dei puntini che in pochi secondi sono divenuti

sempre più grandi e poi ancora di più.

<< Scappate, scappate! >>, urlavano tutti. << Le bombe…le bombe…>>.

Tutti fuggivano come impazziti, ma io sono rimasto.

Dovevo recuperare il pallone. Alì, altrimenti, mi avrebbe fatto a pezzi….

Poi…boom…boom…

La terra tremava, le esplosioni erano come i tuoni di cento tempeste messe insieme e sempre più vicine. E mi sono

sentito sollevare da terra e volare. Poi il buio, non so più per quanto tempo…

Poi solo ombre e suoni smozzicati…

Pian piano la strana nebbia si dirada. Ricomincio a vedere, ma il mondo non è più colorato. É tutto

bianco e nero. Vedo gente accorrere, tutta sporcadi polvere. E sento le urla e i pianti della loro

disperazione. Mi stropiccio gli occhi e cerco il pallone.

E  finalmente lo vedo accanto alle macerie della casa che prima si erigeva ad un angolo dello

spiazzo dove eravamo venuti a giocare ed ora non c’è più.

Provo ad alzarmi, a correre a riprenderlo e sento il dolore. Un male orribile, un pulsare di fitte

dolorose ad una gamba.

La guardo. É lì come sempre, ma ho il pantaloncino strappato. E rivedo il rosso. Quello

del mio sangue.

Il mio piede, il sinistro, il mio piede buono, quello alla Maradona, è un po’ più

in là, reciso come quello di una bambola fatta a pezzi.

Non capisco, è tutto così strano…

Provo a rimetterlo al suo posto, ma niente, non si attacca. Solo altro terribile dolore.

Esiste una colla speciale per riattaccare i piedi?

 

da COL CUORE COPERTO DI NEVE di SILVESTRO MONTANARO

fonte: https://raiawadunia.com/tutto-il-mondo-e-presepe-esiste-una-colla-speciale-per-riattaccare-i-piedi/

La strage degli innocenti a cui partecipiamo con le nostre bombe – Yemen dall’inizio del conflitto 84.701 bambini sotto i 5 anni sono morti per fame o malattie… E sulla coscienza ce li abbiamo pure NOI…!

 

strage degli innocenti

 

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La strage degli innocenti a cui partecipiamo con le nostre bombe – Yemen dall’inizio del conflitto 84.701 bambini sotto i 5 anni sono morti per fame o malattie… E sulla coscienza ce li abbiamo pure NOI…!

La strage degli innocenti cui partecipiamo con le nostre bombe

Quasi 85mila bambini sono morti di fame o malattia in Yemen dall’inizio del conflitto tuttora in corso nel paese arabo. Lo riferisce un rapporto pubblicato oggi dall’ong Save The Children, basato sui dati forniti dalle Nazioni Unite per stimare i tassi di mortalità in casi di grave malnutrizione e malattia tra i bambini al di sotto dei cinque anni di età. Sulla base di una «stima prudente», Save The Children denuncia la morte di 84.701 bambini per fame o malattie tra l’aprile 2015 e l’ottobre 2018. Il Fondo per l’Infanzia delle Nazioni Unite (Unicef) ha fatto sapere che dal 2015 oltre 2.400 bambini hanno perso la vita e oltre 3.600 sono rimasti feriti a causa degli scontri avvenuti in Yemen. La guerra ha provocato in tutto oltre 10mila vittime civili. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), a causa della guerra in corso l’80% dei minori residenti in Yemen ha bisogno di assistenza umanitaria, pari a oltre 11 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni. L’Unicef sostiene che almeno 2,2 milioni di bambini soffrono di malnutrizione acuta in Yemen. Almeno 16,37 milioni di persone, su una popolazione di oltre 27 milioni, hanno bisogno di servizi sanitari di base, mentre la situazione è peggiorata dall’epidemia di colera in corso nel paese arabo, dove ogni 10 minuti muore un bambino per denutrizione.

Fonte: https://raiawadunia.com/la-strage-degli-innocenti-cui-partecipiamo-con-le-nostre-bombe/

Un Cult – Alberto Sordi in Finché c’è guerra c’è speranza – La fantastica scena del resoconto con la famiglia – un calcio nelle palle all’ipocrisia italiana. Tutti dovremmo vedere questa scena almeno una volta ogni 15 giorni!!

 

Alberto Sordi

 

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Un Cult – Alberto Sordi in Finché c’è guerra c’è speranza – La fantastica scena del resoconto con la famiglia – un calcio nelle palle all’ipocrisia italiana. Tutti dovremmo vedere questa scena almeno una volta ogni 15 giorni!!

 

La trama del film

Pietro Chiocca, commerciante milanese di pompe idrauliche, riconvertitosi ad un più lucroso commercio internazionale di armi, gira per i paesi del Terzo Mondo, dilaniati dalle guerre civili. Per mezzo di alcune astuzie, riesce a vincere un suo rivale diventando dipendente di un’industria più importante ed assai più redditizia.

La sua famiglia, già benestante e residente nel centro di Milano, può finalmente trasferirsi in una lussuosa villa nel verde, esaudendo così il desiderio di una viziatissima moglie.

Tutto pare andare a gonfie vele, finché un giornalista del Corriere della Sera, che gli aveva procurato il contatto per la vendita di armi ad un movimento di liberazione nazionale nello stato africano della Guinea-Bissau, denuncia all’opinione pubblica l’operato di Chiocca con un articolo dal titolo «Ho incontrato un mercante di morte».

Davanti allo sdegno e al disprezzo dei propri familiari, Chiocca si offre di tornare al suo vecchio e onesto lavoro, ma costoro, posti di fronte all’alternativa di una rinuncia all’altissimo tenore di vita, preferiscono ignorare l’origine dei guadagni del loro capofamiglia.

Un vero e proprio calcio nelle palle all’ipocrisia italiana.

Tutti dovremmo vedere questa scena almeno una volta ogni 15 giorni!!

 

 

Maya, un miracolo per la bimba siriana che aveva due lattine per protesi

 

bimba siriana

 

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Maya, un miracolo per la bimba siriana che aveva due lattine per protesi

La vicenda della piccola nata con due moncherini nel campo profughi di Idlib ha commosso il mondo. Grazie a una colletta è stata operata in Turchia. Fra tre mesi potrà camminare

Avevano commosso il mondo le immagini della piccola siriana che camminava con l’aiuto di due lattine nel campo profughi di Idlib. Adesso la piccola Maya Merhi sta imparando a usare delle protesi in un centro specializzato di Istanbul e nel giro di tre mesi riuscirà a camminare da sola.

La bimba al posto delle gambe aveva due moncherini, a causa di una malattia congenita. Il padre per aiutarla a muoversi, le aveva impiantato all’altezza delle ginocchia due scatole di tonno. Quando la storia della bimba, grazie a una foto, è diventata virale la famiglia ha ricevuto i soldi necessari per portarla in Turchia e farla operare.

Ogni tanto capita anche  un miracolo.

 

fonte: https://www.globalist.it/world/2018/07/09/maya-un-miracolo-per-la-bimba-siriana-che-aveva-due-lattine-per-protesi-2027599.html

Buon compleanno Emergency, l’associazione fondata il 15 maggio del 1994 da Gino Strada compie 26 anni durante i quali ha curando oltre 8 milioni di persone in 17 Paesi.

 

Emergency

 

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Buon compleanno Emergency, l’associazione fondata il 15 maggio del 1994 da Gino Strada compie 26 anni durante i quali ha curando oltre 8 milioni di persone in 17 Paesi.

 

Emergency è un’associazione umanitaria italiana, fondata il 15 maggio 1994 a Milano da Gino Strada e dalla moglie Teresa Sarti, insieme a Carlo Garbagnati e Giulio Cristoffanini.

Ha ottenuto il riconoscimento giuridico di organizzazione non lucrativa di utilità sociale (ONLUS) nel 1998 e di organizzazione non governativa (ONG) nel 1999.

Dal 2006 Emergency è partner ufficiale del Dipartimento dell’informazione pubblica delle Nazioni Unite, dal 2015 ha uno stato consultivo speciale presso il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite (ECOSOC).

Gli obiettivi dichiarati di Emergency sono offrire cure mediche e chirurgiche gratuite e di alta qualità alle vittime della guerra, delle mine antiuomo e della povertà; anche grazie al coordinamento e all’attività dei volontari sul territorio, l’associazione promuove attivamente i valori di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani.

Nata per fornire soccorso chirurgico nei paesi in guerra, l’associazione ha nel tempo esteso il raggio delle sue attività alla cura delle vittime della povertà in paesi in cui non esistono strutture sanitarie gratuite. Dal 2005 Emergency opera anche in Italia, per garantire a tutti il rispetto del diritto a essere curati sancito anche dalla Costituzione.

L’attuale presidente della ONG è Rossella Miccio, chiamata a ricoprire la carica nel luglio del 2017; Alessandro Bertani ricopre la carica di vicepresidente. In precedenza, hanno ricoperto la carica di presidente Teresa Sarti Strada (dal 1994 al 2009) e Cecilia Strada (dal 2009 al 2017).

Emergency gestisce strutture sanitarie in Afghanistan, Iraq, Repubblica Centroafricana, Sierra Leone, Sudan e Italia. Sono invece stati portati a termine i programmi in Ruanda, in Eritrea, a Jenin in Palestina, a Medea in Algeria, in Kosovo, in Angola, in Libia, in Nicaragua, in Sri Lanka e in Cambogia.

Tra i vari interventi realizzati, l’associazione ha costruito e ancora adesso gestisce ospedali dedicati alle vittime di guerra e alle emergenze chirurgiche, centri di riabilitazione fisica e sociale, posti di primo soccorso per il trattamento delle emergenze, centri sanitari per l’assistenza medica di base, centri pediatrici, centri di maternità, poliambulatori e ambulatori mobili per migranti e persone disagiate, centri di eccellenza. Oltre alla realizzazione dei nuovi centri sanitari, l’ONG italiana ha collaborato, in concerto con le autorità locali e con altre organizzazioni, all’ammodernamento e all’equipaggiamento di strutture già esistenti.

Particolarmente importante e innovativo è il Centro Salam di cardiochirurgia in Sudan, attivo dal 2007: una struttura di eccellenza a vocazione regionale in cui l’associazione opera gratuitamente pazienti provenienti da tutta l’Africa (e non solo). Il Centro Salam è il fulcro del “Programma regionale di pediatria e cardiochirurgia” che Emergency sta costruendo in Africa: una rete di strutture dove i cardiologi dell’associazione effettuano gli screening di pazienti cardiopatici da operare presso il Salam di Khartoum ed effettuano i necessari controlli post-operatori. Laddove Emergency non è presente con sue strutture, queste missioni di screening hanno luogo in ospedali locali.
Con lo scopo di realizzare in Africa nuovi ospedali modellati sull’esperienza del Centro Salam, Emergency ha promosso nel 2009 l’istituzione dell’ANME (African Network of Medical Excellence – Rete sanitaria d’eccellenza in Africa), a cui hanno aderito i governi di 11 paesi africani.

In Italia, a Palermo, dall’aprile 2006 Emergency ha reso operativo e gestisce un poliambulatorio, che fornisce assistenza sanitaria gratuita agli immigrati e ad altri bisognosi; successivamente ha aperto strutture analoghe a Marghera, Polistena, Castel Volturno e Ponticelli. Sono inoltre presenti nel territorio italiano ambulatori mobili, che lavorano principalmente nelle zone agricole dell’Italia del sud per offrire assistenza ai migranti impiegati come stagionali nell’agricoltura. Tra il 2005 e il 2007 l’associazione ha portato avanti un programma di assistenza sanitaria in alcune carceri laziali.

Programma Italia è il nome con cui Emergency si riferisce al complesso dei suoi interventi nel paese.

Interventi umanitari

Emergency è intervenuta, dal 1994, in 17 paesi, curando oltre 8 milioni di persone.

 Programmi in corso:
Afghanistan

Emergency è presente in Afghanistan con 3 centri chirurgici (a Kabul, Anabah e Lashkar Gah), un centro di maternità con reparto pediatrico (ad Anabah) e una rete di 30 Posti di primo soccorso e Centri sanitari collegati ai suoi ospedali. Inoltre, Emergency garantisce assistenza medica ai detenuti delle principali carceri della capitale Kabul.

Iraq

In Iraq, Emergency gestisce un centro di produzione protesi, riabilitazione e reintegrazione sociale a Sulaymaniyya (Kurdistan iracheno), aperto nel 1998. Inoltre, organizza dei corsi di formazione professionale per i pazienti e li aiuta nell’avvio di botteghe e piccole cooperative artigiane.

Italia

In Italia, Emergency gestisce 3 poliambulatori, 3 ambulatori, 3 ambulatori mobili, 2 unità mobili e uno sportello di orientamento socio-sanitario:

  • Nel 2006 Emergency ha aperto in Sicilia, a Palermo, un Poliambulatorio per garantire assistenza sanitaria gratuita ai migranti, con o senza permesso di soggiorno, e a tutti coloro che ne abbiano bisogno. Un secondo Poliambulatorio ha cominciato le attività a Marghera, in provincia di Venezia, il 2 dicembre 2010. Il 15 luglio 2013 ha aperto il Poliambulatorio di Polistena, in provincia di Reggio Calabria, situato in un palazzo confiscato alla ‘ndrangheta. Da marzo 2015 è attivo anche il Poliambulatorio di Castel Volturno, e dal 1º settembre 2015 quello di Napoli, nel quartierePonticelli.
  • Tre ambulatori mobili portano assistenza sanitaria dove più c’è bisogno; essi prestano servizio per periodi definiti in aree a forte presenza di migranti: si tratta di due “Polibus” e un “Politruck”. Due unità mobili offrono informazione e prevenzione per le prostitute che lavorano nel casertanoe servizi di orientamento socio-sanitario a Bologna.
  • A metà dicembre 2012 Emergency ha aperto a Sassariuno sportello di orientamento socio-sanitario, che da gennaio 2016 funziona anche da ambulatorio. A luglio 2016 è stato aperto uno sportello informativo a Brescia.
  • Dal luglio 2013 Emergency offre assistenza socio-sanitaria ai migranti sbarcati sulle coste italiane; in particolare opera in Sicilianei porti di Augusta, Pozzallo, Porto Empedocle e nei centri di accoglienza di Priolo, Villa Sikania e Rosolini.
Repubblica Centrafricana

In Repubblica Centrafricana, Emergency dal 2009 gestisce un Centro pediatrico nella capitale Bangui; il centro offre assistenza di base e di emergenza ai bambini fino ai 14 anni, assistenza prenatale e attività di educazione igienico-sanitaria rivolta alle famiglie.

Inoltre dal 2013, a seguito delle violenze dopo il colpo di stato, è attivo un team per la chirurgia di guerra e di emergenza, che ha riattivato le sale operatorie dell’ospedale pediatrico cittadino.

Sierra Leone

In Sierra Leone, Emergency gestisce un Centro chirurgico (dal 2001) e un Centro pediatrico (dal 2002) a Goderich, nei sobborghi della capitale Freetown. A settembre 2014, per far fronte all’epidemia di Ebola nel Paese ha aperto un Centro per la cura dei malati di Ebola a Lakka, a pochi chilometri da Freetown, realizzato in collaborazione col DFID, l’agenzia per la cooperazione internazionale del Regno Unito. Nei mesi successivi sono stati aperti un Posto di primo soccorso a Waterloo e un Centro di cura da 100 posti a Goderich.

Sudan

In Sudan Emergency gestisce dal 2007 il Centro Salam di cardiochirurgia a Khartum (nei pressi di Soba Hilla) e 2 centri pediatrici: uno (dal 2005) nel campo profughi di Mayo, nei sobborghi della capitale, e uno a Port Sudan, sul mar Rosso (dal 2011).

Altri Programmi completati
Afghanistan

Programma di aiuti alle vedove di guerra con la distribuzione di bestiame per l’allevamento a 400 famiglie della Valle del Panshir (2001).
Avvio di un laboratorio di produzione di tappeti per favorire l’autonomia economica di donne, vedove o indigenti, della Valle del Panshir (2003-2007).

Algeria

Avvio di un Centro di riabilitazione e produzione protesi a Medea (2003) trasferito alle autorità locali nel 2004.

Angola

Ristrutturazione, equipaggiamento e gestione per oltre un anno di due centri sanitari; formazione del personale nazionale (2003).

Cambogia

Costruzione e gestione di un Centro chirurgico a Battambang e di 5 Posti di primo soccorso nel distretto di Samlot (1998). Nel 2012, con la consegna in gestione del centro di Battambang alle autorità locali, Emergency ha concluso il suo intervento in Cambogia. I posti di primo soccorso erano stati anch’essi consegnati alle autorità locali negli anni precedenti.

Eritrea

Invio di un team chirurgico nell’ospedale Mekane Hiwet di Asmara, su richiesta della Cooperazione Italiana. Il personale di Emergency ha curato le vittime del conflitto tra Etiopia ed Eritrea (2000).

Iraq

Costruzione e gestione di due centri chirurgici per vittime di guerra a Sulaymaniyya (1996) ed Erbil (1998) e di 22 posti di primo soccorso. Nel 2005 queste strutture sono state date in consegna alle autorità locali.
Costruzione di un Centro di riabilitazione e produzione protesi a Diana (2000), dato in consegna alle autorità sanitarie locali.
Fornitura di farmaci, materiali di consumo e combustibile per i generatori all’ospedale Al-Kindi di Bagdad e di farmaci e materiale sanitario all’ospedale di Karbala, a sud di Baghdad (2001).
Costruzione di un Centro di riabilitazione e produzione protesi a Dohuk (2003), ora gestito dalle autorità sanitarie locali.
Sostegno alla popolazione di Fallujah durante l’assedio della città, con distribuzione di generi di prima necessità, acqua e farmaci ai rappresentanti della comunità e all’ospedale cittadino (2004).

Italia

Assistenza sanitaria in alcune carceri laziali (2005-2007).

Nell’ambito del progetto “Sviluppo di percorsi di salute e percorsi di integrazione” del Fondo Europeo per l’Integrazione sono stati aperti cinque sportelli informativi: uno a Catania, uno a Messina e tre in provincia di Ragusa (Scicli, Santa Croce Camerina, Vittoria). L’obiettivo del programma, attivo tra il 2013 e il 2014, era quello di facilitare l’accesso ai servizi sanitari pubblici da parte dei migranti

Dal 2013 al 2015 due ambulatori mobili (“minivan”) prestavano cure gratuite e servizi di orientamento socio sanitario nelle campagne pugliesi e in particolare nell’area di Capitanata.

Dal 1º giugno 2016 e per 2 mesi uno staff dell’associazione ha garantito assistenza medica a bordo della nave Topaz Responder dell’associazione MOAS (Migrant Offshore Aid Station) per il soccorso e salvataggio dei migranti in mare[24][25][26].

Libia

Programma di chirurgia di guerra nella città di Misurata sotto assedio (2011).

Dall’ottobre 2015 all’agosto 2016 Emergency ha attivato un Centro chirurgico per vittime di guerra a Gernada, su richiesta del ministero della Sanità del governo di Tobruk. Il programma è stato interrotto per la mancata assicurazione da parte della autorità sui requisiti minimi di sicurezza dell’ospedale.

Nicaragua

Fornitura di farmaci alla Casa de la mujer, una rete di dispensari che presta assistenza alle donne malate di tumore e diabete (2003-2004).

Palestina

Invio di un team chirurgico presso l’unità ortopedica dell’ospedale pubblico di Jenin (2003-2004).

Ruanda

Primo intervento di Emergency (1994) – Ristrutturazione e riapertura dei reparti di chirurgia e di ostetricia e ginecologia dell’ospedale di Kigali.

Serbia

Sostegno all’orfanotrofio Jova Jovanovic Zmaj di Belgrado (1999).

Sri Lanka

In seguito allo tsunami del 2004, forniture di materiale all’ospedale di Kalutara (2005), distribuzione di barche a motore, canoe e reti da pesca ai pescatori del villaggio di Punochchimunai e di kit scolastici agli studenti (2005), ricostruzione di 91 abitazioni (2005-2008).

Sudan

Ricostruito e allestito il reparto di Chirurgia d’urgenza dell’ospedale di Al Fashir in Nord Darfur (2004). Il reparto è stato trasferito al ministero della Sanità nell’agosto 2005.

Emergency è stata insignita della Medaglia d’oro al merito della sanità pubblica con la seguente motivazione:

«L’Associazione, nata nel 1994 per offrire cure mediche chirurgiche gratuite e di elevata qualità alle vittime delle guerre, delle mine antiuomo e della povertà, fornisce assistenza gratuita a chiunque ne abbia bisogno senza discriminazioni politiche, ideologiche o religiose ed è stata particolarmente impegnata nel prestare cure e assistenza ai malati colpiti dall’epidemia di Ebola nei paesi africani interessati. L’Associazione forma il personale medico e paramedico secondo criteri e standard di alto livello professionale fino al raggiungimento della completa autonomia operativa. L’impegno umanitario di Emergency è reso possibile dal contributo di migliaia di volontari, medici, infermieri che operano in situazioni critiche per le vittime di guerra e per le emergenze chirurgiche.»