Esattamente 50 anni fa veniva assassinato Martin Luther King. Lo vogliamo celebrare con un ricordo della figlia Bernice King: “Vi racconto mio padre che ha sfidato il razzismo”

 

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Esattamente 50 anni fa veniva assassinato Martin Luther King. Lo vogliamo celebrare con un ricordo della figlia Bernice King: “Vi racconto mio padre che ha sfidato il razzismo”

Bernice King: vi racconto mio padre Martin Luther che ha sfidato il razzismo

Il Guardian pubblica un’intervista a Bernice King, la figlia più piccola di Martin Luther, il leader del movimento per i diritti civili degli afroamericani, ucciso 50 anni fa a Memphis.

Il Guardian pubblica un’intervista a Bernice King, la figlia più piccola di Martin Luther, il leader del movimento per i diritti civili degli afroamericani, ucciso 50 anni fa a Memphis. E’ un colloquio bello, profondo, commovente quello del giornalista Ed Pilkington con una delle eredi del pastore pacifista. Si spazia dai ricordi intimi e privati di quella che era una bambina di soli 5 anni quando il 4 aprile del 1968 le venne ucciso il padre alle riflessioni di una donna adulta sull’America di oggi, quella segnata dalle politiche di da Donald Trump.

“Quando tornava nella nostra casa sulla Sunset Avenue, ad Atlanta in Georgia, dopo aver sfidato razzisti e manganelli, mio padre faceva con noi il gioco del bacio. Per ognuno aveva un bacio in un posto zuccherino del viso. Ognuno di noi ne aveva uno – il punto di zucchero della mamma era, naturalmente,  sulle labbra; per i miei due fratelli su entrambe le guance; per Yolanda poco fuori  l’angolo della bocca e per me sulla fronte”. Bernice e i suoi fratelli – Yolanda, che morì nel 2007, Martin e Dexter – sono associati per sempre alla famosa frase di Martin Luther King del 1963, quella che risuonò come un grande monito durante la Marcia su Washington: “Ho un sogno: che i miei quattro bambini piccoli vivranno un giorno in una nazione in cui non saranno giudicati dal colore della loro pelle ma per la qualità  del loro carattere “. Bernice ricorda molto poco dell 4 aprile 1968 . “Rammento che mia mamma Coretta, mentre salivamo sull’aereo che ci avrebbe portati a Memphis disse: ‘Papà è morto, non ci parlerà più ma
il suo “spirito” è andato a vivere con Dio'”.

Scrive ancora Il Guardian: “Bernice King ha trascorso una buona parte degli ultimi 50 anni cercando di comprendere il momento in cui suo padre le è stato sottratto. È stato un viaggio personale che si abbina in modo sorprendente al viaggio pubblico che l’America ha intrapreso nel tentativo di dare un senso compiuto alla missione di uno suoi figli più cari”.

Avanzano i razzismi nel mondo, le disuguaglianze crescono assieme alle povertà. La lezione di Martin Luther si è persa? “Non credo – dice Bernice – . Le sfide degli ultimi 15 mesi hanno ulteriormente rafforzato l’eredità di King, non l’hanno diminuita. Il mese scorso alla March for Our Lives in Washington ho visto uomini e donne marciare, soprattutto centinaia di migliaia di bambini guidati dagli studenti sopravvissuti al massacro alla scuola superiore Marjory Stoneman Douglas, che hanno chiesto a gran voce alla politica di fermare la violenza armata”. Quel giorno ha preso la parola Yolanda Renee King, di nove anni, la nipote di Bernice che ha raccontato al mondo il sogno di un mondo senza armi.

“La lotta – dice ancora Bernice King al Guardian – è un processo senza fine, la libertà deve essere guadagnata da ogni generazione. E vedendo nelle strade del mio Paese i ragazzi che protestano io dico che questa nazione si è svegliata, c’è un nuovo, diverso tipo di attenzione verso i grandi problemi dell’umanità, un’attenzione che forse si era smarrita negli ultimi 25 anni. Alla fine ho ancora la stessa speranza di mio padre: che la verità disarmata e l’amore incondizionato avranno l’ultima parola”.
Bernice sarà intervistata martedì 3 aprile alle ore 21  su Rai Storia che subito dopo  trasmetterà “Un uomo nel mirino. Martin Luther King e l’Fbi”,  un documentario in prima visione che racconta la feroce opposizione politica, in parte sostenuta direttamente dal governo americano, contro il leader nero. Per molti anni infatti il reverendo King fu vittima di una campagna intimidatoria messa in atto dall’Fbi di Edgar Hoover, con atti così estremi da far sospettare ancora oggi l’opinione pubblica che l’agenzia federale fosse in qualche modo coinvolta nell’assassinio avvenuto a Memphis. Il documentario rivela la durezza della campagna d’odio ideata da Hoover, esamina nel dettaglio le strategie intimidatorie utilizzate dall’FBI nei confronti di Martin Luther King, e delinea il possibile legame oscuro tra questa campagna segreta e spesso illegale e i valori della società americana di oggi.

 

 

tratto da: http://www.globalist.it/news/articolo/2018/04/02/bernice-king-vi-racconto-mio-padre-martin-luther-che-ha-sfidato-il-razzismo-2022008.html

Martin Luther King, 14 ottobre 1964 – Ad un “nero” il premio Nobel per la pace, senza neanche dover bombardare 7 paesi… Ecco il fantastico discorso per la premiazione.

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Martin Luther King, 14 ottobre 1964 – Ad un “nero” il premio Nobel per la pace, senza neanche dover bombardare 7 paesi… Ecco il fantastico discorso per la premiazione.

Discorso di Martin Luther King per il Premio Nobel (1964)

Il 10 dicembre 1964 fu assegnato a Martin Luther King il premio Nobel per la pace per il suo impegno per i diritti civili e la giustizia sociale. All’epoca trentacinquenne, King è stato il più giovane nella storia del Nobel a ricevere il premio. Non essendovi allora la consuetudine di dare la motivazione, si fece riferimento all’incarico che ricopriva: Capo della Southern Christian Leadership Conference, attivista per i diritti civili.

Nel ricevere al notizia, Martin Luther King sottolineò come non si trattasse del premio a una sola persona, quanto il riconoscimento a tutte le “persone nobili” che hanno lottato con lui per i diritti civili e contro le discriminazioni razziali. I 54.000 dollari del premio furono divisi nei diversi movimenti: Congress of Racial Equality, Southern Christian Leadership Conference, National Association for the Advancement of Colored People, Student Nonviolent Coordinating Committee, National Council of Negro Women, American Foundation on Nonviolence.

Il documento

DISCORSO PRONUNCIATO DA MARTIN LUTHER KING IN OCCASIONE DEL RITIRO DEL PREMIO NOBEL (Oslo, 10 dicembre 1964 )

Vostra Maestà, Vostra Altezza Reale, Signor Presidente, eccellenze, signori e signore: accetto il Premio Nobel per la Pace nel momento in cui ventidue milioni di Negri degli Stati Uniti sono impegnati in una battaglia creativa per concludere la lunga notte della ingiustizia raziale. Accetto questo premio proprio quando un movimento per I diritti civili sta muovendosi con determinazione e grande disprezzo del rischio e del pericolo per stabilire un regno di libertà ed un governo di giustizia. Ho in mente che solo ieri a Birmingham, in Alabama, i nostri bambini, mentre piangevano per la fratellanza, ricevevano risposta con lanciafiamme, cani ringhiosi e persino morte. Ho in mente che solo ieri a Philadelphia, nel Mississippi, ragazzi in cerca di assicurare il diritto di voto sono stati brutalizzati e uccisi. Ho in mente che la deabilitazione e l’abitudine alla povertà affliggono il mio popolo e lo incatenano al più basso gradino della scala economica.

Quindi devo chiedere perchè questo premio è assegnato ad un movimento assediato e impegnato in una lotta accanita, e a un movimento che non ha ancora vinto la pace e la fratellanza che sono l’essenza del Premio Nobel. Dopo averci pensato, ho concluso che questo premio, che ricevo per quel movimento, è un profondo riconoscimento della nonviolenza quale risposta alle questioni cruciali, politiche e morali del nostro tempo: la necessità per l’uomo di superare l’oppressione e la violenza senza ricorrere alla violenza e all’oppressione.

Civilizzazione e violenza sono concetti antitetici. I Negri degli Stati Uniti, seguendo il popolo indiano, hanno dimostrato che la nonviolenza non è sterile passività, ma una potente forza morale che lavora per la trasformazione sociale. Presto o tardi, tutti I popoli della terra dovranno scoprire un modo di vivere insieme e in pace, e quindi trasformeranno questa elegia cosmica pendente in un cretivo salmo di fratellanza. Se questo deve essere perseguito, l’uomo deve elaborare per tutti i conflitti umani un metodo che respinga la vendetta, l’aggressione e la rappresaglia. Il fondamento di questo metodo è l’amore. La strada tortuosa che ci ha condotti da Montgomery, in Alabama, a Oslo è testimone di questa verità, e questa è la strada che milioni di Negri stanno percorrendo per trovare un nuovo senso di dignità. Questa stessa strada ha aperto per tutti gli Americani una nuova era di progresso e di speranza.

Ha guidato a nuove strade di diritti civili, che sarà, sono convinto, allargata ed allungata in un’autostrada di giustizia così che uomini Negri e bianchi in un numero sempre maggiore creino alleanze per superare i loro problemi comuni.

Accetto questo premio oggi avendo perpetua fiducia nell’America ed una più audace fiducia nel futuro del genere umano. Rifiuto di accettare la disuguaglianza quale responso finale alle ambiguità della storia.

Rifiuto di accettare l’idea che “la certezza” (egocentrismo) della natura attuale dell’uomo lo renda moralmente incapace di aspirare all’eterna “condizionalità” (possibilità e apertura verso gli altri) con cui da sempre si confronta.

Rifiuto di accettare l’idea che l’uomo sia meramente il relitto galleggiante di un carico buttato nel fiume della vita incapace di influire sulla nascita degli eventi che lo circondano.

Rifiuto di accettare la posizione secondo cui l’umanità sia così tragicamente legata alla buia notte del razzismo e della guerra e che la radiosa alba della pace e della fratellanza non possano diventare una realtà. Rifiuto di accettare la cinica idea che nazione dopo nazione debbano essere attratte dalla spirale del militarismo nell’inferno della distruzione termonucleare. Io credo che la verità disarmata e l’amore incondizionato conquisteranno alla fine il mondo. Questo è il motivo per cui il bene, momentaneamente sconfitto, è più forte del male trionfante. Io credo che anche se oggi viviamo fra “lo scoppio del mortaio” e lo sparo (piagnucolante) della pallottola, ci sia ancora la speranza per un brillante futuro. Io credo che la giustizia ricercata, falsamente prostrata sulle strate insanguinate della nostra nazione, possa essere levata da questa posizione vergognosa per regnare suprema tra i bambini.

Ho l’audacia di credere che la gente dappertutto possa avere tre pasti al giorno per il loro corpo, l’educazione e la cultura per le loro menti, e la dignità, l’eguaglianza e la libertà per i loro spiriti. Io credo che quanto uomini egocentrici hanno buttato giù, altri uomini egocentrici possono aver ricostruito. Io credo ancora che un giorno il genere umano si inchinerà agli altari di Dio e sarà incoronato trionfante sulla Guerra, gli spargimenti di sangue e l’amicizia redentiva, non violenta, proclamata governo della terra. Ed il leone e l’agnello giaceranno insieme, ed ogni uomo siederà sotto il proprio albero di fico e nessuno avrà paura. Io credo che noi andremo oltre. Questa fede può darci il coraggio di guardare in faccia all’incertezza del futuro. Darà ai nostri piedi stanchi nuova forza per farci continuare a lunghi passi attraverso la città della libertà. Quando i nostri giorni diventano tetri con nuvole che volano basse e le nostre notti diventano più scure di mille notti messe assieme, sapremo che stiamo vivendo nella confusione creativa di quell’umus genuino da cui nascerà una nuova civiltà.

Oggi sono venuto ad Oslo come un rappresentante ispirato e con rinnovata dedica all’umanità. Accetto questo premio come uno fra gli uomini che amano la pace e la fratellanza. Ho detto di essere venuto come rappresentante perché nel profondo del mio cuore sono convinto che questo premio sia molto di più che un onore fatto a me personalmente. Ogni volta che prendo un aereo per un viaggio penso sempre alle molte persone che rendono possibile e buono il viaggio, i piloti che si conoscono ed il personale di terra sconosciuto. Voi rendete onore ai piloti della nostra lotta che hanno guidato il movimento per la libertà affinchè questo andasse in orbita. Voi onorate ancora una volta il Capo Lutuli del Sudafrica le cui lotte con e per il suo popolo sono contrapposte alle più brutali espressioni di inumanità di uomini verso l’uomo. Voi onorate il personale di terra, senza il cui lavoro e sacrificio, l’aereo che vola verso la libertà, non potrebbe mai decollare. La maggior parte di queste persone non farà mai I titoli, e i loro nomi non appariranno mai in un elenco di personalità. Ancora, quando gli anni saranno trascorsi e quando il bagliore della lampada della verità sarà focalizzata in questo meraviglioso periodo in cui viviamo, gli uomini e le donne sapranno e I bambini avranno imparato che noi abbiamo la terra più bella, la miglior gente, la più nobile civiltà perché questi umili ragazzi di Dio saranno disposti a soffrire per amore della rettitudine.

Penso che Alfred Nobel saprebbe quello che voglio dire quando dico che accetto questo premio con lo spirito di un custode di qualche prezioso gioiello di famiglia che egli ha in consegna per fiducia dei suoi proprietari: tutti quelli a cui la fiducia è considerata la cosa più bella e nei cui occhi la bellezza di un’autentica fratellanza e pace è più preziosa dei diamanti, dell’argento o dell’oro. Grazie.