La sfida al razzismo di Fiorella Mannoia: a Taormina concerto per i rifugiati

 

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La sfida al razzismo di Fiorella Mannoia: a Taormina concerto per i rifugiati

 

Fiorella Mannoia sfida i razzisti: a Taormina un concerto per i rifugiati

L’artista il prossimo 22 luglio al Teatro Antico nell’evento organizzato per raccogliere fondi da destinare al programma Guardiamo Oltre le Frontiere

Brava. Bravissima come artista. Ma altrettanto brava e coraggiosa per il suo impegno civile e per non essersi mai tirata indietro nelle battaglie civili.

Fiorella Mannoia è più di una cantante: è un’artista che spende la sua visibilità per rafforzare democrazia e diritti.
Ora un’altra scelta: la musica che promuove i valori della solidarietà, dell’accoglienza e della convivenza pacifica per dare sostegno e protezione ai rifugiati che si trovano in Libia, anche nei Centri di detenzione: con questo spirito il Cir – Consiglio Italiano per i Rifugiati ha scelto Fiorella Mannoia come protagonista del grande concerto in programma a Taormina il prossimo 22 luglio, organizzato per raccogliere fondi da destinare al programma Guardiamo Oltre le Frontiere (2018-2020).

Sarà un appuntamento speciale e di grande spessore umanitario che si svolgerà sullo splendido palcoscenico del Teatro Antico, una bellissima ”terrazza” proiettata sul quel Mar Mediterraneo nel quale tante persone in fuga hanno perso la vita cercando migliori condizioni di vita. Il concerto vuole infatti accendere i riflettori su uno dei temi più attuali e tragici degli ultimi tempi.

Guardiamo Oltre le Frontiere è un progetto che il Cir ha pensato proprio per raccogliere fondi necessari ad assistere e sottrarre alla violenza i soggetti più svantaggiati (bambini, donne e vittime di tortura) in Libia. Il Cir, come ha dichiarato il suo presidente Roberto Zaccaria, ”vuole fornire con questo programma non solo assistenza alle persone più deboli che vivono in Libia, ma soprattutto protezione ai rifugiati che si trovano nel paese, anche all’interno dei centri di detenzione, affinché sia garantita la tutela dei diritti umani ed affinché i soggetti più vulnerabili siano identificati, portati all’esterno ed avviati ai corridoi umanitari verso l’Europa”.

E attraverso il linguaggio universale della musica e la popolarità di una delle artiste più amate in Italia, l’obiettivo della serata sarà dunque provare a risvegliare e sensibilizzare di fronte a una questione di civiltà che ci riguarda tutti, sfruttando le potenzialità di un programma che, dal 2018 al 2020, si propone di rispondere concretamente e con tempestività ai bisogni primari di persone in grave emergenza. Obiettivo del programma è garantire assistenza umanitaria, legale, sanitaria e la ricerca di soluzioni durature per l’inserimento sociale in loco o nei paesi di origine. Con questo concerto e la raccolta di donatori, Cir infatti aspira ad assistere ben 500 rifugiati.

Da sempre sensibile alle cause umanitarie e impegnata a combattere le ingiustizie, testimonial e madrina di tante campagne e iniziative di beneficenza, Fiorella Mannoia sarà dunque la protagonista di una serata imperdibile che farà della solidarietà la propria bandiera. Sospesa tra cielo e mare, nella bellezza senza tempo del Teatro Antico, la cantante interpreterà alcuni dei suoi brani più celebri, da Che sia benedetta a Quello che le donne non dicono, da Combattente a Sally, da Come si cambia a Il cielo d’Irlanda.

Attualmente in Libia si valuta che ci siano oltre 500 mila persone bisognose di assistenza umanitaria e protezione, non solo migranti e rifugiati, che vivono in condizioni di estrema marginalità sociale, senza accesso a cure e servizi essenziali, quali medicine, cibo, acqua potabile e alloggi dignitosi. I rifugiati registrati dall’Alto Commissariato dell’Onu in Libia sono oltre 50.000: persone provenienti da paesi in guerra o caratterizzati da una sistematica violazione dei diritti umani quali Siria, Iraq, Palestina, Eritrea, Etiopia, Somalia e Sudan. La condizione all’interno dei centri di detenzione per migranti è particolarmente drammatica e suscita sempre maggiori preoccupazioni da parte di osservatori internazionali ed enti di tutela.

tratto da: https://www.globalist.it/musica/2018/07/13/fiorella-mannoia-sfida-i-razzisti-a-taormina-un-concerto-per-i-rifugiati-2027840.html

Caro Salvini, avevi ragione

 

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Caro Salvini, avevi ragione

In un sabato qualunque qualcuno di noi muore. E quando a farlo sono bambini non si può vedere.

In un sabato qualunque mentre noi ci svegliamo, svegliamo i nostri bambini, lì prendiamo tra le braccia, gli prospettiamo la giornata insieme, gli sussurriamo parole come sabbia, mare, sole, ti proteggerò; qualche altro bambino non ha più un nome. E nessuno, probabilmente, potrà piangerlo. Non ci sarà una madre sulla sua tomba. E nemmeno una tomba.

In un sabato qualunque mentre noi sappiamo che c’è un presente e pure un futuro per i nostri figli, qualche altro bambino non ha più né uno né l’altro.

Sarà solo un corpo appoggiato al suolo, forse un numero. E ci dimenticheremo di lui.
Come non ci fosse mai stato.

Ci dimenticheremo di averlo visto abbandonato tra le braccia di un uomo che l’ha sottratto al mare troppo tardi.

Ci dimenticheremo che aveva una madre e un padre e forse dei fratelli. Che non eravamo noi.

Ci dimenticheremo che non era solo, che altri con lui hanno intrapreso il viaggio e non hanno trovato una terra.

Ci dimenticheremo che aveva già mosso i suoi primi passi sotto lo sguardo attento di sua madre e che lei era felice. Che prima di morire lo ha stretto a sé, come farebbe ognuno di noi, e forse gli ha sussurrato una storia con un lieto fine.

E quel finale che di lieto non ha niente, nemmeno per un bambino, ci vede protagonisti purtroppo.

Ci dimenticheremo che la sua vita, dal mare in poi, non sarebbe stata come quella dei nostri figli. Che per lui avere un luogo in cui esistere e crescere sarebbe stata una scommessa.

Bene, caro Salvini, abbiamo chiuso i porti e ci siamo tolti il problema. Il nostro confine è salvo. La nostra terra pure. L’anima però, quella, l’abbiamo persa. Per sempre. È rimasta incagliata in mezzo al mare insieme all’anima di quel bambino e a tutti quelli che sono morti insieme a lui. Questa sarà la nostra punizione. Non avere più un’anima con cui fare i conti.

Sarà, soprattutto, la tua e di tutti quelli che la pensano come te.

La mia, e di quelli come me, invece, è di stare a guardare. Di non fermarvi. Di non urlare a gran voce che per me quel bambino conta. Che è un po’ figlio mio. Che ogni bambino conta, e pure ogni uomo conta.

E se l’umanità, come sostieni tu, ha pesi differenti. Conterebbero questi uomini con i loro bambini. Molto più di te.

di Cinzia Pennati*

* Insegnante, scrittrice e madre di due ragazze adolescenti. Sul sul suo blog sosdonne.com – dove questo articolo è apparso – dice di scrivere “per necessità” e che la sua ragazza quindicenne fa i disegni (davvero belli, come quello di questo articolo). Il suo primo romanzo si intitola Il matrimonio di mia sorella. Ha autorizzato con piacere Comune a pubblicare i suoi articoli e ha aderito alla campagna Un mondo nuovo comincia da qui

tratto da: https://comune-info.net/2018/06/caro-salvini-avevi-ragione/

Viva le quattro more: la vittoria delle nostre Pantere è un trionfo per l’Italia anti-razzista

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Viva le quattro more: la vittoria delle nostre Pantere è un trionfo per l’Italia anti-razzista

Viva le Quattro more: la loro vittoria un trionfo per l’Italia anti-razzista

Loro sono brave belle e veloci. Velocissime come questo mondo che corre, comunica, si muove come non aveva mai fatto prima.

Le donne belle sono le donne libere e felici, quelle che vivono per un ideale, una passione. Loro sono il volto dell’Italia reale contro l’intolleranza xenofoba e la retorica dei ‘veri italiani’ bianchi che ricorda sinistramente le teorie della purezza della razza.
Loro sono la migliore risposta alla negazione dello Ius Soli che discrimina ragazzi nati in Italia e che da noi vivono regolarmente, hanno fatto le scuole e parlano perfettamente (come è ovvio che sia) la lingua della terra dove sono nati. Loro sono brave belle e veloci. Velocissime come questo mondo che corre, comunica, si muove come non aveva mai fatto prima. Idee e persone entrano in contatto senza più ostacoli. Internet, i social, i mezzi di trasporto veloci. Come possiamo credere di fermare le persone, il loro desiderio di contatto e di riscatto? Un secolo fa un pastore della Sardegna poteva anche non aver mai visto il mare o Nuoro. Il suo razzismo, la sua paura del diverso era giustificabile. Oggi no. Oggi sappiamo cosa succede praticamente ovunque. Il lager nazisti non erano conosciuti dalla maggior parte dei tedeschi, i lager libici sappiamo invece che esistono. Abbiamo foto, video, racconti. Tutto in tempo reale. Non abbiamo più alibi, ci è rimasta solo la cattiveria.

 

Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Raphaela Lukudo e la campionessa europea Libania Grenot hanno vinto la medaglia d’oro nella staffetta femminile 4×400 ai Giochi del Mediterraneo a Tarragona, in Spagna.
Una vittoria nello stesso giorno in cui a Pontida è andato in scena un meeting pieno di odio, razzismo e egoismo nazionalista (nel senso deteriore della parola). Oggi il razzismo ha già perso perché nessuno potrà fermare questo esodo di persone, idee e culture. Non lo permetterà la tecnologia ma anche i ragazzi dell’erasmus, le nuove gerazioni che si sono mescolate per scelta, studio, lavoro.

 

Migliaia i tweet e i post per celebrare la vittoria delle quattro ragazze. Mentre ovviamente non sono mancati post polemici come questo in cui si chiedeva che “visto che 4 ragazze italiane di colore vincono la staffetta 4×400 non sia adesso il caso di far entrare tutta l’Africa in Italia, così giusto per dominare le future olimpiadi?”.

 

Ma chi sono queste donne meravigliose? 

 

Libania Grenot, la più famosa del quartetto. Sempre dalle pagine Fidal si scopre che Libania “a Cuba era considerata un talento. Il papà Francisco è sindacalista, la mamma Olga giornalista. L’ultima apparizione con la maglia rossoblù e la stella è stata quella dei Mondiali di Helsinki 2005. Poi l’avventura italiana propiziata dal matrimonio, nel settembre 2006. Un anno di inattività praticamente completa, quindi la ripresa con il tecnico Riccardo Pisani a Tivoli. La cittadinanza è arrivata ad aprile 2008 aprendole la strada per il primo miglioramento del record italiano dei 400, da lei portato nel 2009 a 50.30. Dalla fine del 2011 si allena in Florida seguita dal tecnico statunitense Loren Seagrave. Nel 2014 la consacrazione internazionale con la vittoria agli Europei di Zurigo, mentre il 27 maggio 2016 è diventata primatista italiana dei 200 metri (22.56) a Tampa, negli Stati Uniti. Ha confermato il titolo continentale nel 2016 ad Amsterdam, dove ha conquistato anche il bronzo con la 4×400 azzurra, poi la sua prima finale olimpica individuale a Rio, seguita dal record italiano in staffetta”.

 

Ayomide Folorunso, 22 anni. Sempre la biografia della Fidal informa che “la sua famiglia è originaria del Sud-Ovest della Nigeria, ma “Ayo” dal 2004 si è stabilita con i genitori – la mamma Mariam e il papà Emmanuel, geologo minerario – a Fidenza: qui è stata notata nelle competizioni scolastiche dal tecnico Chittolini e affidata a Maurizio Pratizzoli. Non è riuscita a vestire l’azzurro nei Mondiali under 18 del 2013 pur avendo ottenuto il minimo in ben cinque specialità, perché ha ricevuto il passaporto pochi giorni dopo la rassegna iridata. A giugno del 2015 è stata arruolata in Fiamme Oro, proveniente dal Cus Parma. Nel 2016, agli Assoluti di Rieti, ha stabilito il primato italiano under 23 dei 400 ostacoli in 55.54 migliorando il personale di oltre un secondo, ritoccato a 55.50 con il quarto posto in finale agli Europei di Amsterdam. Semifinalista ai Giochi di Rio, dove ha realizzato il primato italiano con la staffetta 4×400 azzurra, nel 2017 ha conquistato il titolo europeo under 23 e anche l’oro alle Universiadi. Studentessa di medicina e aspirante pediatra, dimostra una personalità matura anche negli interessi culturali: appassionata di letture fantasy, non manca di approfondire quotidianamente anche le Sacre Scritture nella comunità pentecostale alla quale appartiene”.

 

Raphaela Lukudo, 24 anni, si viene a sapere che “la famiglia è originaria del Sudan, ma si era stabilita da tempo in Italia: prima nel Casertano e successivamente, quando “Raffaella” aveva appena due anni, a Modena. Ha scoperto l’atletica nel 2006, con il Mollificio Modenese, per diventare quindi una promessa del giro di pista sotto la guida tecnica di Mario Romano. Nel 2011, dopo aver dimostrato il suo valore ancora allieva ai Mondiali di categoria (semifinalista sul piano nonostante un infortunio alla vigilia della gara), si è trasferita per un paio di anni con la famiglia nei pressi di Londra, rientrando poi in Italia. Dal giugno 2015 si allena con Marta Oliva alla Cecchignola, nel centro sportivo dell’Esercito. Nella stagione indoor 2018 ha conquistato il suo primo titolo assoluto sui 400 metri per scendere a 53.08, ottava italiana alltime. Studia scienze motorie ma ha frequentato l’istituto d’arte, conservando la passione per “disegno e foto”.

 

Maria Benedicta Chigbolu, 29 anni, come si legge nella biografia Fidal (la Federazione italiana di atletica) è “la seconda di sei figli (tre fratelli e tre sorelle) di una insegnante di religione, Paola, e di un consulente internazionale nigeriano, Augustine. Il nonno Julius è stato una celebrità in Nigeria: ha partecipato ai Giochi olimpici di Melbourne 1956 arrivando in finale nel salto in alto e poi è anche diventato presidente della Federatletica nigeriana. Il primo approccio con l’atletica a sedici anni quando un professore dell’Istituto magistrale socio psicopedagogico Vittorio Gassman di Roma, notate le sue notevoli qualità fisiche, l’ha indirizzata al campo romano della Farnesina. Qui ha cominciato a praticare l’atletica seguita da Fulvio Villa. Reclutata nell’Esercito, è allenata a Rieti da Maria Chiara Milardi e legata sentimentalmente al quattrocentista azzurro Matteo Galvan. Ha vinto il bronzo europeo della 4×400 nel 2016, poi ha realizzato il primato italiano con la staffetta azzurra ai Giochi di Rio. Laureata in scienze dell’educazione e della formazione, in passato ha anche fatto la fotomodella”.

 

Da Sarda ho pensato ai Quattro mori… accostamento facile. Ma quella bandiera che tanto amo oggi l’ho immaginata con i volti di queste donne stupende che hanno battuto l’orrore di Pontida
tratto da: https://www.globalist.it/news/2018/07/02/viva-le-quattro-more-la-loro-vittoria-un-trionfo-per-l-italia-anti-razzista-2027193.html

Fiorella Mannoia contro i razzisti: andiamo noi via dall’Africa

 

Fiorella Mannoia

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Fiorella Mannoia contro i razzisti: andiamo noi via dall’Africa

In un post su Facebook la cantante risponde a tono a chi continua a usare lo slogan “aiutiamoli a casa loro”

Fiorella Mannoia non ce l’ha fatta più: all’ennesimo “aiutiamoli a casa loro”, lo slogan populista e demagogo che critica la politica dell’accoglienza ai migranti, la cantante ha scritto un lungo e arrabbiato post su facebook in cui lancia una provocazione: “aiutiamoli a casa loro, ma andiamocene via noi. Tutti: francesi, inglesi, olandesi, americani, cinesi, tedeschi, italiani, banche mondiali, multinazionali del petrolio, delle armi, del cibo, trafficanti di diamanti”.

A suscitare l’indignazione della Mannoia è stata la notizia dell’assoluzione di tredici soldati francesi, accusati di aver violentato dei minori africani in cambio di razioni extra di cibo. Una notizia disgustosa che ha spinto la cantante a dire: “tutti fuori dalle palle! Così lo sai le nostre economie che fine fanno? Con le pezze al culo!”

Lo sfogo ha provocato reazioni di sostegno ma anche, com’era prevedibile, anche invettive contro la cantante, nel migliore dei casi accusata di essere “semplicina e populista”.

Fiorella Mannoia:

DITE CHE SONO TROPPI E NON POSSIAMO ACCOGLIERLI TUTTI. È VERO! FACCIAMO UNA COSA. RIPORTIAMO TUTTI GLI AFRICANI IN AFRICA. PERÓ ANDIAMOCENE TUTTI, MULTINAZIONALI, DEL PETROLIO, DELLE ARMI, DEL CIBO, TRAFFICANTI DI DIAMANTI, DI ORGANI, DI COLTAN, DI ORO, DI RIFIUTI TOSSICI….ANDIAMOCENE VIA DALL’AFRICA: FRANCESI, INGLESI, OLANDESI, AMERICANI, CINESI, TEDESCHI, ITALIANI, BANCHE MONDIALI, FONDO MONETARIO, TUTTI FUORI DALLE PALLE!! LASCIAMO L’AFRICA AGLI AFRICANI E CHE SE LA SBRIGHINO DA SOLI, VOLETE CHE LOTTINO PER LA PROPRIA TERRA, DIAMOGLI LA POSSIBILITÀ DI FARLO, CHE RISOLVANO I LORO PROBLEMI TRA DI LORO!! LO SAI LE NOSTRE ECONOMIE CHE FINE FANNO? CON LE PEZZE AL CULO!! Io sarei d’accordo. Ognuno a casa sua, ma deve valere anche per noi!! Anche basta!

Esattamente 50 anni fa veniva assassinato Martin Luther King. Lo vogliamo celebrare con un ricordo della figlia Bernice King: “Vi racconto mio padre che ha sfidato il razzismo”

 

Martin Luther King

 

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Esattamente 50 anni fa veniva assassinato Martin Luther King. Lo vogliamo celebrare con un ricordo della figlia Bernice King: “Vi racconto mio padre che ha sfidato il razzismo”

Bernice King: vi racconto mio padre Martin Luther che ha sfidato il razzismo

Il Guardian pubblica un’intervista a Bernice King, la figlia più piccola di Martin Luther, il leader del movimento per i diritti civili degli afroamericani, ucciso 50 anni fa a Memphis.

Il Guardian pubblica un’intervista a Bernice King, la figlia più piccola di Martin Luther, il leader del movimento per i diritti civili degli afroamericani, ucciso 50 anni fa a Memphis. E’ un colloquio bello, profondo, commovente quello del giornalista Ed Pilkington con una delle eredi del pastore pacifista. Si spazia dai ricordi intimi e privati di quella che era una bambina di soli 5 anni quando il 4 aprile del 1968 le venne ucciso il padre alle riflessioni di una donna adulta sull’America di oggi, quella segnata dalle politiche di da Donald Trump.

“Quando tornava nella nostra casa sulla Sunset Avenue, ad Atlanta in Georgia, dopo aver sfidato razzisti e manganelli, mio padre faceva con noi il gioco del bacio. Per ognuno aveva un bacio in un posto zuccherino del viso. Ognuno di noi ne aveva uno – il punto di zucchero della mamma era, naturalmente,  sulle labbra; per i miei due fratelli su entrambe le guance; per Yolanda poco fuori  l’angolo della bocca e per me sulla fronte”. Bernice e i suoi fratelli – Yolanda, che morì nel 2007, Martin e Dexter – sono associati per sempre alla famosa frase di Martin Luther King del 1963, quella che risuonò come un grande monito durante la Marcia su Washington: “Ho un sogno: che i miei quattro bambini piccoli vivranno un giorno in una nazione in cui non saranno giudicati dal colore della loro pelle ma per la qualità  del loro carattere “. Bernice ricorda molto poco dell 4 aprile 1968 . “Rammento che mia mamma Coretta, mentre salivamo sull’aereo che ci avrebbe portati a Memphis disse: ‘Papà è morto, non ci parlerà più ma
il suo “spirito” è andato a vivere con Dio'”.

Scrive ancora Il Guardian: “Bernice King ha trascorso una buona parte degli ultimi 50 anni cercando di comprendere il momento in cui suo padre le è stato sottratto. È stato un viaggio personale che si abbina in modo sorprendente al viaggio pubblico che l’America ha intrapreso nel tentativo di dare un senso compiuto alla missione di uno suoi figli più cari”.

Avanzano i razzismi nel mondo, le disuguaglianze crescono assieme alle povertà. La lezione di Martin Luther si è persa? “Non credo – dice Bernice – . Le sfide degli ultimi 15 mesi hanno ulteriormente rafforzato l’eredità di King, non l’hanno diminuita. Il mese scorso alla March for Our Lives in Washington ho visto uomini e donne marciare, soprattutto centinaia di migliaia di bambini guidati dagli studenti sopravvissuti al massacro alla scuola superiore Marjory Stoneman Douglas, che hanno chiesto a gran voce alla politica di fermare la violenza armata”. Quel giorno ha preso la parola Yolanda Renee King, di nove anni, la nipote di Bernice che ha raccontato al mondo il sogno di un mondo senza armi.

“La lotta – dice ancora Bernice King al Guardian – è un processo senza fine, la libertà deve essere guadagnata da ogni generazione. E vedendo nelle strade del mio Paese i ragazzi che protestano io dico che questa nazione si è svegliata, c’è un nuovo, diverso tipo di attenzione verso i grandi problemi dell’umanità, un’attenzione che forse si era smarrita negli ultimi 25 anni. Alla fine ho ancora la stessa speranza di mio padre: che la verità disarmata e l’amore incondizionato avranno l’ultima parola”.
Bernice sarà intervistata martedì 3 aprile alle ore 21  su Rai Storia che subito dopo  trasmetterà “Un uomo nel mirino. Martin Luther King e l’Fbi”,  un documentario in prima visione che racconta la feroce opposizione politica, in parte sostenuta direttamente dal governo americano, contro il leader nero. Per molti anni infatti il reverendo King fu vittima di una campagna intimidatoria messa in atto dall’Fbi di Edgar Hoover, con atti così estremi da far sospettare ancora oggi l’opinione pubblica che l’agenzia federale fosse in qualche modo coinvolta nell’assassinio avvenuto a Memphis. Il documentario rivela la durezza della campagna d’odio ideata da Hoover, esamina nel dettaglio le strategie intimidatorie utilizzate dall’FBI nei confronti di Martin Luther King, e delinea il possibile legame oscuro tra questa campagna segreta e spesso illegale e i valori della società americana di oggi.

 

 

tratto da: http://www.globalist.it/news/articolo/2018/04/02/bernice-king-vi-racconto-mio-padre-martin-luther-che-ha-sfidato-il-razzismo-2022008.html

Per non dimenticare – Il 24 ottobre 2005 ci lasciava Rosa Parks, la “madre dei diritti civili”… Il suo “folle” gesto di rifiutare di cedere il posto a un bianco sull’autobus cambiò per sempre la Storia!

 

Rosa Parks

 

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Per non dimenticare – Il 24 ottobre 2005 ci lasciava Rosa Parks, la “madre dei diritti civili”… Il suo “folle” gesto di rifiutare di cedere il posto a un bianco sull’autobus cambiò per sempre la Storia!

 

Con il suo netto rifiuto di cedere il posto su un autobus a un bianco, Rosa Parks cambiò per sempre la storia dei diritti civili.

Accadeva il primo dicembre del 1955 a Montgomery, in Alabama. Rosa Parks, figlia di James e Leona McCauley e moglie di Raymond Parks, attivo nel movimento dei diritti civili, stava tornando a casa dopo il lavoro di sarta in un grande magazzino.

Faceva molto freddo e la donna, non trovando posti liberi nel settore riservato agli afroamericani, decise di sedersi al primo posto dietro alla fila per i bianchi, nel settore dei posti “comuni”. Subito dopo di lei salì un uomo bianco, che restò in piedi.

Dopo qualche fermata l’autista chiese a Rosa di lasciare libero quel posto. Lei non si scompose e rifiutò di alzarsi con dignitosa fermezza.

Per quel “no” fu arrestata e portata in carcere per condotta impropria e per non aver rispettato il divieto che obbligava i neri a cedere il proprio posto ai bianchi nei settori cosiddetti comuni.

Un atto coraggioso e determinato in seguito al quale si avviò una protesta storica.

Quella stessa notte, infatti, Martin Luther King, insieme ad altre decine di leader delle comunità afroamericane, pose in atto una serie di azioni di protesta. Tra queste, il boicottaggio dei mezzi pubblici di Montgomery, che andò avanti per 381 giorni, affinché fosse cancellata una norma odiosa e discriminatoria che comprometteva persino la normale possibilità quotidiana di sedersi, come gli altri, su un autobus.

Una protesta che assunse proporzioni sempre più ampie e che ottenne il sostegno dei tassisti afroamericani che avevano adeguato le loro tariffe a quella degli autobus.

Il 13 novembre 1956, la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarò fuorilegge la segregazione razziale sui mezzi di trasporto pubblici poiché giudicata incostituzionale.

Da allora Rosa Parks è considerata The Mother of the Civil Rights movement, la donna che, come disse Bill Clinton consegnandole un’onoreficenza nel 1999, “mettendosi a sedere, si alzò per difendere i diritti di tutti e la dignità dell’America”.

Rosa Parks morì a Detroit il 24 ottobre 2005.

La foto esposta durante la commemorazione funebre a Montgomery era quella scattata dalla polizia il giorno del suo arresto.  Da allora ci sono stati molti progressi: gli afro americani hanno conquistato il diritto di non essere discriminati, di votare, di frequentare l’università, è stato eletto il primo presidente nero, Barack Obama, che nel 2012, volle farsi fotografare seduto al posto di Rosa, nel famoso bus che ancora è conservato all’Henry Ford Museum, vicino Detroit.

 

C’è un Indiano d’America in prigione da 40 anni. La sua colpa? Aver difeso il suo popolo! …E da 40 anni nessuno, proprio nessuno ne parla!!

 

Indiano

 

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C’è un Indiano d’America in prigione da 40 anni. La sua colpa? Aver difeso il suo popolo! …E da 40 anni nessuno, proprio nessuno ne parla!!

 

Chi è Leonard Peltier?

Leonard Peltier è un nativo americano in carcere da 40 anni per difendere i diritti del suo popolo. Nasce nel 1944 e già dalla sua infanzia capisce che la vita per i nativi d’America è dura, tra miseria, razzismo, emarginazione.

Cresce anche in un istituto dove conosce la prima “istituzione totale”, ma ha un buon carattere e la sua gioventù è carica di socialità, mentre impara a riparare vecchie automobili. Ma sono gli anni in cui lacomunità indiana comincia ad alzare la testa e si organizza.

Nasce l’AIM, American Indian Movement, di cui dopo poco Peltier entra a far parte. Nel 1973 oltre trecento indiani d’America tengono testa agli uomini del governo, che per scacciare i Lakota dal loro territorio, si erano alleati con il capo di un’altra tribù, Dick Wilson, che con una sorta di polizia privata mieteva terrore nella comunità indigena con pestaggi ed omicidi.

“Quando ci arrestarono, i soldati toccavano le donne davanti agli uomini, cercando di farci reagire così da poter giustificare le nostre esecuzioni.”
 
Leonard Peltier
 

Lo stesso Wilson stava trattando in gran segreto la vendita di parte delle terre della riserva dei Lakota Oglala di Pine Ridge, nel sud Dakota, agli Stati Uniti.
Consapevole della fierezza e dell’ostinazione delle popolazione native, il governo statunitense cerca in tutti i modi di cacciare i Lakota dal loro territorio per impossessarsi dei loro giacimenti. E’ un periodo durissimo, per due anni quella regione vede una presenza spropositata di agenti dell’FBI, e i morti tra i nativi sono almeno 60.

“Quelli di noi che furono riconosciuti come capi, vennero pestati nelle celle della prigione militare dell’esercito.”
 
 

Nel giugno del 1975 dalla comunità di Oglala viene lanciato un appello all’AIMperchè qualcuno vada ad aiutarli, la tensione è altissima. Arrivano 17 membri del AIM, di questi solo 6 sono uomini, tra loro c’è Leonard Peltier. Il 26 Giungo 1975 nei pressi della comunità indiana si presentano in auto, senza alcun segno di riconoscimento, due agenti dell’FBI: la scusa è la ricerca di un uomo che ha rubato degli stivali.

E’ probabilmente una trappola, tanto che nel giro di poco tempo si scatena una sparatoria tremenda con centinaia di agenti e militari.
 

Gli Oglala Lakota si difendono, rispondono al fuoco e alla fine sul terreno restano tre corpi: due agenti dell’FBI e un indigeno.

Tutta la comunità riesce a scappare e a nascondersi, si scatena una caccia all’uomo di dimensioni impressionanti. Per l’indiano americano morto non fu aperta alcuna indagine, mentre per i due agenti vennero imputate tre persone.

I primi due arrestati vengono processati ed assolti sulla base della legittima difesa, rimane il terzo accusato, Leonard Peltier, il quale nel frattempo è scappato in Canada. Su di lui si riversa tutta la rabbia dell’FBI, è il capo espiatorio.

Viene arrestato in Canada il 6 Febbraio 1976 e dopo pochi mesi estradato sulla base di false testimonianze, tanto che successivamente il governo canadese protesterà per i modi in cui si ottenne l’estradizione. Ma oramai Leonard Peltier è nelle mani dei coloro che vogliono letteralmente vendicare i due agenti morti.

Nel suo libro “La mia danza del Sole”, Leonard Peltier racconta:

A Milwaukee rimasi coinvolto in un episodio strano e inquietante.
Stavo mangiando in una trattoria con un paio di fratelli indiani, quando una coppia di uomini seduti al tavolo accanto cominciò a indicarci ridendo rumorosamente e facendo battute razziali.
Non potevo sapere che erano poliziotti in borghese.
 
Ci alzammo per andarcene, ma quei due ci aspettavano fuori, proprio davanti alla porta, impedendoci di uscire.
 
– Cosa c’è da ridere? – chiesi.
 
Ero furioso e pronto a battermi, ovviamente è quello che aspettavano.
 
Non appena parlai, prima ancora di poter alzare una mano, mi trovai due Magnum calibro 357 puntate alla testa. (…cercavo di ripararmi mentre loro mi colpivano a sangue. Venni poi a sapere che, a forza di picchiarmi, uno dei due, poverino, si era ferito una mano e aveva dovuto chiedere due giorni di  riposo.”
 
 

Questa volta il processo viene organizzato diversamente: si svolge nella città di Fargo, storicamente anti-indiana, la giuria è formata da soli bianchi e il giudice è noto per il suo razzismo.

Il processo prende ben altra piega e Peltier viene condannato a due ergastoli consecutivi. Durante il processo non si tiene conto delle prove a suo favore, ma solo di testimonianze manipolate, vaghe e contraddittorie.

Dopo cinque anni, accurati esami balistici riescono a provare che i proiettili che uccisero i due agenti non appartenevano all’arma di Leonard, e alcuni dei testimoni che lo avevano accusato ritirano le loro dichiarazioni, confessando di essere stati minacciati dall’FBI.

Leonard Peltier nel suo libro scrive:

“E’ così che fanno. Ti prendono di mira, t’incastrano, t’arrestano, ti picchiano a sangue, ti appioppano un’accusa falsa. Poi ti trascinano in prigione e in tribunale e t’impoveriscono con le spese legali.”

A Leonard è stata negata la possibilità di avere una revisione del processo, nonostante le prove che dimostrano la sua innocenza. Non gli è stato nemmeno permesso di presenziare ai funerali di suo padre, di sua madre, dei suoi zii. Per almeno due volte si è cercato di ucciderlo in carcere, mentre le sue condizioni di salute sono difficili. Operato ad una mascella solo grazie alle pressioni popolari, quasi cieco da un occhio, malato di diabete e di prostata, ma Leonard Peltierresiste e non rinnega nulla della sua lotta.

A settembre Leonard ha compiuto 70 anni.

Mentre tu stai leggendo Peltier è ancora in prigione. Fino a quando?

Leonard Peltier è in carcere perché lottava per i diritti del suo popolo e la sua storia è un esempio delle tante ingiustizie che avvengono in ogni parte del mondo e che vengono taciute perché “scomode”.

Perché punire con il carcere a vita questo indiano d’america di nome Leonard Peltier?

Per lanciare il messaggio a tutti gli indiani oppressi, per dire loro che se oseranno ribellarsi alla democratica civiltà americana moderna, essi pagheranno e saranno puniti anche se innocenti.

Ma i governi non sanno che gli indiani non hanno mai smesso di lottare, ne mai lo faranno, perché come dicevano i loro antenati, è meglio morire da uomini liberi che vivere da schiavi:


Fonte : Infoaut