Claudio Bisio in “Benvenuto Presidente” – Il fantastico discorso finale…

 

Claudio Bisio

 

.

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

 

Claudio Bisio in “Benvenuto Presidente” – Il fantastico discorso finale…

“Ho scelto di fare questo discorso a camere congiunte per annunciare le dimissioni….le vostre!
Le vostre dimissioni!!!
Ho prove, nomi, cifre di tutte le vostre ruberie. Le regalo a chi è rimasto pulito!
Ecco un assaggio…prego staffieri.
Non ci sono solo politici corrotti, c’è di tutto; finanza, banche, alcuni industriali…ho le prove di tutto.
Ah e c’è dell’altro….tra quei faldoni c’erano anche dei dossier di persone che amo e a quel punto dovevo  scegliere tra i sentimenti, l’amore, l’amicizia e l’onesta!
Una scelta non facile, ma io ho scelto…ho bruciato i dossier!!
Ora sono come loro. Quindi sono ben altre le dimissioni che io annuncio…
Le mie!!
D’altronde e giusto così; io sono solo un pescatore, forse eccellente, questo va detto.
Uno come me può solo dare una scossa. Per cambiare davvero il paese serve gente che è preparata che conosce le leggi, il protocollo.Comunque io in questo periodo qualcosa sul protocollo l’ho imparato…guardate come so firmare bene le mie dimissioni.
Non si deve dimettere più nessuno? O forse Tu (indicando l’obbiettivo della telecamera), Tu che punti il dito e dici i politici sono ladri e poi magari evadi le tasse, parcheggi in doppia fila, paghi in nero convinto di risparmiare un po’, Tu che non fai il politico ma ti piacerebbe farlo per poter piazzare i parenti arraffare qualche cosa che riesci a fare la tac in due giorni perché conosci il primario, Tu che timbri il cartellino e poi t’imboschi, Tu che magari sei onesto ma se vedi qualche amico che fa qualche abuso non dici niente tanto è un inezia, Tu non ti puoi dimettere tanto non sei rappresentante di niente.
Dovresti dimettere la tua furbizia sennò i prossimi saranno peggio di questi, perchè questi qua sono figli nostri di un paese dove le regole non le rispetta più nessuno.
Già ma qui i disonesti son sempre gli altri, ma gli altri chi?
“GLI ALTRI CHI??? GLI ALTRI CHI?!!”?

I Nobel per la Medicina Tasuku Honjo e James P. Allison: “Entro il 2050 il cancro sarà sconfitto grazie all’immunoterapia”

 

Nobel

 

.

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

 

I Nobel per la Medicina Tasuku Honjo e James P. Allison: “Entro il 2050 il cancro sarà sconfitto grazie all’immunoterapia”

«Immunoterapia sconfiggerà i tumori entro il 2050». L’annuncio dei Nobel della Medicina

È nata soltanto 20 anni fa, ma la nuova arma contro i tumori, quella che scatena contro di essi il sistema immunitario, potrebbe riuscire a sconfiggerli entro i prossimi 30 anni. Ne sono convinti i pionieri che hanno aperto questa nuova strada: i Nobel per la Medicina 2018 Tasuku Honjo, 76 anni, dell’Università di Tokyo, e l’americano James P. Allison, 70 anni, dell’Anderson Cancer Center.

«Sono quasi sicuro che entro il 2050 tutte le forme di tumore potranno essere sconfitte con l’immunoterapia», ha detto Honjo incontrando la stampa insieme ad Allison nell’Istituto Karoliska, alla vigilia della loro conferenza Nobel e a pochi giorni dalla cerimonia di premiazione. «Se non riusciremo a eliminare tutti i tumori, potremo comunque riuscire a bloccarli, impedendo loro di continuare a crescere», ha detto ancora Honjo. Nonostante da 20 anni lavorino nello stesso campo di frontiera, quello di oggi è stato il secondo incontro tra i due pionieri dell’immunoterapia.

Il primo è avvenuto nel 1982 in Texas, quando Honjo propose al collega di collaborare, ma senza successo. «Da allora non ci siamo più visti, ma – ha detto Honjo – nonostante questo fra noi non c’è mai stata competizione: le nostre ricerche sono andate avanti in modo complementare». Ognuno per conto suo e seguendo vie diverse, i due ricercatori hanno gettato le basi per aggredire i tumori con una nuovo arma, la quarta oggi disponibile dopo la chirurgia, la radioterapia e la chemioterapia. Senza parlarsi, ognuno dei due studiava le cellule immunitarie cercando, sulla loro superficie, le proteine utilizzate dai tumori per ingannarle e per continuare a crescere indisturbati.

All’inizio degli anni ’90 Allison ha scoperto la prima proteina bersaglio dei tumori, chiamata CTLA-4, sulla superficie delle cellule immunitarie chiamate linfociti T; nello stesso periodo e sulle stesse cellule Honjo ha scoperto la proteina PD1. Adesso sono queste le armi più promettenti contro il cancro. «È una strada che abbiamo aperto 20 anni fa e adesso un grande numero di persone in tutto il mondo lavora nel campo dell’immunoterapia», hanno detto. «È una strada molto promettente, ma ancora per un pò dovrà essere combinata con le terapie più tradizionali», hanno aggiunto, convinti però che «il sistema immunitario è la chiave della battaglia contro il cancro».

Per entrambi l’entusiasmo è lo stesso di 20 anni fa: «è tutto così interessante che non prevedo assolutamente di fermarmi», ha detto Honjo. Certamente la ricerca da sola non sarà sufficiente: per i due Nobel va aiutata con investimenti e anche l’industria farmaceutica dovrà fare la sua parte riducendo i costi dei nuovi farmaci. L’ottimismo è comunque d’obbligo, considerando i successi finora ottenuti con l’immunoterapia contro il più aggressivo tumore della pelle, il melanoma. La speranza di Allison è che fra i prossimi bersagli ci siano i tumori del cervello.

fonte: https://salute.ilgazzettino.it/Salute/notizie/cancro_ricerca_terapie_tumori_ultime_news7_dicembre_2018-4157610.html

La strage degli innocenti a cui partecipiamo con le nostre bombe – Yemen dall’inizio del conflitto 84.701 bambini sotto i 5 anni sono morti per fame o malattie… E sulla coscienza ce li abbiamo pure NOI…!

 

strage degli innocenti

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

La strage degli innocenti a cui partecipiamo con le nostre bombe – Yemen dall’inizio del conflitto 84.701 bambini sotto i 5 anni sono morti per fame o malattie… E sulla coscienza ce li abbiamo pure NOI…!

La strage degli innocenti cui partecipiamo con le nostre bombe

Quasi 85mila bambini sono morti di fame o malattia in Yemen dall’inizio del conflitto tuttora in corso nel paese arabo. Lo riferisce un rapporto pubblicato oggi dall’ong Save The Children, basato sui dati forniti dalle Nazioni Unite per stimare i tassi di mortalità in casi di grave malnutrizione e malattia tra i bambini al di sotto dei cinque anni di età. Sulla base di una «stima prudente», Save The Children denuncia la morte di 84.701 bambini per fame o malattie tra l’aprile 2015 e l’ottobre 2018. Il Fondo per l’Infanzia delle Nazioni Unite (Unicef) ha fatto sapere che dal 2015 oltre 2.400 bambini hanno perso la vita e oltre 3.600 sono rimasti feriti a causa degli scontri avvenuti in Yemen. La guerra ha provocato in tutto oltre 10mila vittime civili. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), a causa della guerra in corso l’80% dei minori residenti in Yemen ha bisogno di assistenza umanitaria, pari a oltre 11 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni. L’Unicef sostiene che almeno 2,2 milioni di bambini soffrono di malnutrizione acuta in Yemen. Almeno 16,37 milioni di persone, su una popolazione di oltre 27 milioni, hanno bisogno di servizi sanitari di base, mentre la situazione è peggiorata dall’epidemia di colera in corso nel paese arabo, dove ogni 10 minuti muore un bambino per denutrizione.

Fonte: https://raiawadunia.com/la-strage-degli-innocenti-cui-partecipiamo-con-le-nostre-bombe/

Questi siamo stati NOI, questi siamo NOI e questi continueremo ad essere NOI – Nella foto: un padre congolese davanti agli arti mozzati della sua bambina di 5 anni. La colpa della piccola? Il padre non aveva raccolto abbastanza gomma per i padroni bianchi…!

 

padroni

 

.

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

Questi siamo stati NOI, questi siamo NOI e questi continueremo ad essere NOI – Nella foto: un padre congolese davanti agli arti mozzati della sua bambina di 5 anni. La colpa della piccola? Il padre non aveva raccolto abbastanza gomma per i padroni bianchi…!

UN PADRE CONGOLESE DAVANTI AGLI ARTI MOZZATI DELLA SUA BAMBINA DI 5 ANNI

Questa immagine è forse la rappresentazione più brutale della crudeltà del colonialismo. La foto e la storia dietro di essa ci viene raccontata da una delle prime attiviste per i diritti umani, Lady Alice Seeley Harris. Il nome dell’uomo è Nsala, e viene fotografato mentre osserva una mano ed un piede mozzati alla sua bambina di 5 anni. Il motivo? Non aveva raggiunto la quota minima giornaliera di gomma da raccogliere secondo le leggi del Congo Free State. La bambina, Boali, verrà poi uccisa insieme alla moglie di Nsala, al quale verranno presentati i resti della sua famiglia. Pare, sempre secondo Lady Alice, che i belgi compirono in questo caso persino atti di cannibalismo

Tutto questo accadeva all’inizio del Novecento, non secoli fa. Con l’ascesa dei trasporti su ruota crebbe esponenzialmente la domanda di gomma, e Leopoldo II di Belgio pensò bene di trarre il massimo profitto dal suo bacino di risorse naturali ‘privato’, ovvero il Congo. A tal fine, lo sfruttamento brutale degli autoctoni rappresentò la norma dell’amministrazione belga, che arrivò ad uccidere e mutilare oltre 10 milioni di congolesi, una cifra mostruosa considerando la demografia dell’epoca. La pratica delle mutilazioni divenne così diffusa che le mani dei congolesi divennero un cimelio molto richiesto, quasi una sorta di valuta.

L’eredità del nefasto regime di Leopoldo II, al giorno d’oggi, è rappresentata da uno dei paesi più instabili e corrotti del Paese africano, protagonista di diverse guerre sanguinarie, durante e dopo la fine della guerra fredda .La morte degli avieri italiani, nel 1961, l’assassinio di Patrice Lumumba e la grande guerra del Congo, spesso ribattezzata in ‘Guerra mondiale d’Africa’ per il coinvolgimento di numerosi paesi dell’Africa Subsahariana, trovano un punto di partenza nella nascita e sviluppo del Congo Free State. E dagli arti mutilati dei suoi abitanti.

fonte: https://www.facebook.com/cannibaliere/photos/a.989651244486682/1923293294455801/?type=3&theater

Nasce il portale per lo shopping antiracket – Si chiama “Nuovo Commercio Online” ed è una sorta di Amazon anticamorra. Ecco il portale equo e solidale dei venditori antiracket e delle coop sociali che vendono prodotti provenienti dal lavoro nei beni confiscati.

 

antiracket

 

.

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

Nasce il portale per lo shopping antiracket – Si chiama “Nuovo Commercio Online” ed è una sorta di Amazon anticamorra. Ecco il portale equo e solidale dei venditori antiracket e delle coop sociali che vendono prodotti provenienti dal lavoro nei beni confiscati.

Nasce il portale per lo shopping antiracket

Si chiama “Nuovo Commercio Online” (NCO) e potete immaginarlo come una sorta di Amazon anticamorra. Il portale equo e solidale aggrega tutti i venditori schierati sul fronte antiracket e quelle cooperative sociali che vendono i prodotti provenienti dal lavoro nei beni confiscati.

Tra i promotori dell’e-commerce etico c’è Antonio Picascia che nel 2015 vide la sua azienda nel casertano andare in fumo: le fiamme furono appiccate dalla camorra dopo che l’imprenditore si era opposto al pizzo.

«Vogliamo aggregare tutti quegli imprenditori che si oppongono alla criminalità organizzata e quelli che lavorano nelle terre confiscate alle mafie – ha spiegato Picascia – Nel tempo puntiamo a vendere qualsiasi tipo di prodotto, compreso l’hi-tech. Il nostro obiettivo è raggiungere in un anno 100mila acquirenti e in dieci anni riuscire ad avere un fatturato di almeno cento milioni di euro».

L’obiettivo, infatti, è quello di valorizzare prodotti fatti da uomini e donne che vivono storie di riscatto, realizzati in luoghi di resistenza che non hanno voluto piegarsi alle logiche criminali, con l’intento di riorientare le logiche di mercato.

NCO nasce come evoluzione di “Un pacco per la camorra“, un’iniziativa di sensibilizzazione contro la criminalità giunta alla sua decima edizione che prevede di creare e vendere dei pacchi dono natalizi contenenti prodotti derivanti dall’economia sociale.

Felix Finkbeiner, il ragazzo che pianta alberi per salvare il pianeta – E guardate che c’è poco da sorridere: ad oggi, a soli 21 anni, mentre voi fate gli ecologisti col culo ben saldo sul divano, di alberi ne ha già piantati 15 miliardi…!

 

 

alberi

 

.

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

 

Felix Finkbeiner, il ragazzo che pianta alberi per salvare il pianeta – E guardate che c’è poco da sorridere: ad oggi, a soli 21 anni, mentre voi fate gli ecologisti col culo ben saldo sul divano, di alberi ne ha già piantati 15 miliardi…!

Felix Finkbeiner aveva 9 anni quando decise che avrebbe realizzato il suo sogno: piantare un milione di alberi in ogni paese del mondo per cercare di salvare il pianeta. Oggi Felix ha 21 anni e di alberi ne ha piantati 15 miliardi, grazie al suo movimentoPlant-for-the-Planet, il cui motto “stop talking start planting”, la dice lunga sulla determinazione di un ragazzo che già da bambino comprese le problematiche inerenti al clima e decise di farsi portavoce di un nuovo modo di pensare e di guardare al mondo. Oggi la sua vocazione green non si è spenta, ma si è consolidata tanto da porsi un obiettivo veramente improbo: piantare 1000 miliardi di alberi in modo tale da assorbire un quarto della CO2 prodotta dall’uomo.
Sul pianeta, al momento, ci sono circa 3000 miliardi di alberi, ma questo numero è in forte calo, a causa della deforestazione mondiale. Deforestazione e cambiamenti climatici sono strettamente legati alla povertà sociale, a problemi economici e migratori; ma anche politiche economiche sbagliate sono responsabili della crisi climatica.

alberi

La povertà rende vulnerabili anche ai cambiamenti climatici, e viceversa. Infatti i paesi poveri dipendono ancora dalla pioggia per l’irrigazione e di conseguenza per il loro sostentamento. La frequenza e l’intensità crescente degli shock climatici incide sulla loro capacità di vendere un surplus agricolo, il che significa minor capacità di reinvestire gli utili nelle attività di sussistenza e minore possibilità di rispettare una dieta nutriente. Il timore è che 100 milioni di persone possano essere spinte nel baratro della povertà estrema dal riscaldamento globale.

I cambiamenti climatici hanno un impatto negativo non solo sulla salute e sulla sicurezza ambientale, ma anche sulla società: la scarsità delle risorse è spesso fonte di conflitto fra le diverse comunità e di migrazione esterna ed interna. L’innalzamento del livello degli oceani è destinato a provocare enormi migrazioni dalle regioni di bassa quota, come il Bangladesh, o dalle aree molto esposte agli uragani, come il sud degli Stai Uniti. Tali spostamenti sono però resi difficili da una moltitudine di confini e sono destinati a provocare gravissimi tumulti politici e sociali. Nessuno vorrebbe lasciare le proprie case e famiglie e per questo devono aumentare progetti ed investimenti per lo sviluppo all’interno dei paesi in sofferenza, mentre a livello internazionale, si devono ridurre le emissioni.

Ma non serve andare troppo lontano per vedere con i propri occhi le conseguenze dei cambiamenti climatici. Dal Veneto alla Siciliasono tanti i comuni italiani colpiti da frane, esondazioni, trombe d’aria. Nonostante il cambiamento climatico sia un dato di fatto, l’Italia continua ad essere impreparata. Il rischio idrogeologico è evidente sul nostro territorio, ma si continua a costruire in aree soggette a vincoli idrogeologici, sismici e paesaggistici. La cementificazione eccessiva e il condono non fanno bene all’Italia che, ogni anno, è provata e prostrata da calamità di una frequenza e violenza inaudita. E questo senza tener conto dei costi della ricostruzione che invece sarebbero ridotti se si investisse maggiormente sulla prevenzione, su progetti di adattamento ai cambiamenti climatici, sulla manutenzione e riqualificazione del rischio, a partire dagli spazi pubblici e di allerta dei cittadini.

Si può mettere un freno alla crisi climatica?

Considerato che il clima sta cambiando sopratutto a causa dell’ingerenza dell’uomo, sì qualcosa si può fare per riequilibrare il pianeta. Innanzitutto far comprendere ai governi e ai potenti che salvare il pianeta significa anche salvare noi stessi da un’estinzione che a dirla tutta ci saremmo meritata già decenni, se non centinaia di anni fa. Il secondo passo è educare: educare al rispetto della Natura, alla bellezza, agli essere viventi. Infine, come ci ha insegnato Felix, piantare alberi, dovunque, ogni anno, così da ridare ossigeno a un malato che sta collassando non per cause naturali, ma esterne.

E se non dovesse essere chiaro….le cause esterne siamo noi.

Rosa Araneo per MIfacciodiCultura

tratto da: http://www.artspecialday.com/9art/2018/11/30/felix-finkbeiner-ragazzo-pianta-alberi-salvare-pianeta/?fbclid=IwAR3sXjoHDhYAvWHIRQ98mB9H6Zxz1PNm9sirB7k47ortWYj3ZOMlWlzhIsY

Forse non lo sapete, ma Caparezza ha composto l’inno della Lega Nord – Assolutamente da non perdere: il fantastico Inno Verdano…!

 

Caparezza

 

 

.

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

Forse non lo sapete, ma Caparezza ha composto l’inno della Lega Nord – Assolutamente da non perdere: il fantastico Inno Verdano…!

Di seguito il testo, ed i video del fantatico inno scritto da Caparezza per omaggiare la Lega Nord

Inno Verdano
Imbraccia il fucil,
prepara il cannòn,
difendi il verdano dai riccioli d’or
espelli il negròn,
inforca il terròn
e servi il tuo popolo con fulgido amor

Anche se sono del Gargano

sogno di diventare verdano.
Mamma, asciugati le lacrime
porto le mie natiche
in fabbriche che non abbiamo.
Mollami la mano, dico, mollami la mano,
che da quando sono nato bramo lo Stato verdano.
No, non amo ciò che è sotto il mio meridiano,
da piccolo odiavo l’inquilino del primo piano.
Sul banco tracciavo linee di confine,
di Rijkaard e Gullit niente figurine,
bambini e bambine in cortile,
io verde di bile col Monopoli mettevo in prigione le mie pedine.
Bene, sto bene nel mio ruolo,
volo, non sono solo,
siamo uno stuolo. La Verdania chiama all’armi: mi arruolo
Con la mia divisa cetriolo io:

Voglio una Verdania secessionista,
con una bandiera secessionista,
una fidanzata secessionista
con cui fare l’amore secessionista,
un appartamento secessionista
con arredamento secessionista,
raccolta di rifiuti secessionista,
ma che cosa sta secedendo?

‘Noi marcerem verso Roma ladrona perché chi va a Roma prende la poltrona.’

All’inizio quel tizio
che s’attizza al comizio
pare un alcolista alla festa di San Patrizio,
parla da un orifizio sporco di pregiudizio, pubblico in prestito dal museo egizio.
Ora capisco quanto aveva ragione,
ora che sono soldato di Stato senza Meridione,
ora che è finita la carta del cesso,
ma fa lo stesso,
tanto ci ho messo la Costituzione.
Ora che la mia ambizione è fare la pulizia,
primaverile o etnica che sia, la farò,
il manico ce l’ho duro perciò scoperò
dove si può per il potere dell’ampolla nel Po.
Il popolo verdano smania
per la separazione dall’Italia che dilania.
E se cade il muro in Germania
chi se ne frega io lo innalzo in Verdania
dato che…

Voglio una Verdania secessionista
con un quotidiano secessionista,
un telegiornale secessionista
con un giornalista secessionista,
una passerella secessionista
con una modella secessionista:
sogno di qualunque secessionista,
ma che cosa sta secedendo?

‘Conquisteremo la Rai lottizzata per sistemare i nostri direttori di testata.’

Io voglio diventare un verdano avvinazzato,
sputare parlando un italiano stentato.
Io, servitore di uno Stato
dove chi non è come me viene discriminato.
Voglio sbandierare commosso
un tricolore senza bianco, né rosso.
Voglio lodare il deputato esaltato,
che vuole l’immigrato umiliato e percosso.
Voglio denigrare le prostitute
disinfettando i treni dove sono sedute,
questione di cute su cui non si discute,
sono puro come l’aria: tutta salute.
Voglio giurare fedeltà al senatùr,
voglio vendicare la mia Pearl Harbour.
Roba da fare rivoltare nella tomba
Gaetano Salvemini ed il conte di Cavour.
Allora fate come me: Tutti in Verdania!
Italiani: Tutti in Verdania!
Ottomani: Tutti in Verdania!
Venusiani: Tutti in Verdania!
Andini e Atzechi: Tutti in Verdania!
Kazachi ed Uzbechi: Tutti in Verdania!
Arditi e Galati: Tutti in Verdania!
Dove si lavora, si guadagna e si magna!

Voglio una Verdania secessionista,
con una bandiera secessionista,
una fidanzata secessionista
con cui fare l’amore secessionista,
un appartamento secessionista
con arredamento secessionista,
raccolta di rifiuti secessionista,
ma che cosa sta secedendo?

Imbraccia il fucil,
prepara il cannòn,
difendi il verdano dai riccioli d’or
espelli il negròn,
Inforca il terròn
Inforca il terròn
Inforca il terròn
Inforca il

Caparezza

 

 

Per non dimenticare quanto la razza umana possa fare schifo – Non vi potete sbagliare, la CAROGNA non è il bellissimo e rarissimo esemplare di giraffa nera ammazzato…!

 

razza umana

 

.

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

 

Per non dimenticare quanto la razza umana possa fare schifo – Non vi potete sbagliare, la CAROGNA non è il bellissimo e rarissimo esemplare di giraffa nera ammazzato…!

Leggi anche:

Ricordate l’Agente Smith in Matrix? “L’essere umano è un virus, è un’infezione, una piaga, un cancro su questo pianeta” …Forse aveva ragione: Abbiamo cancellato dal Pianeta il 60% delle specie animali in soli quarant’anni…!

 

 

Lo scorso anno, aveva sparato e ucciso una giraffa in Sud Africa. Nei giorni successivi la cacciatrice, originaria del Kentucky, in memoria delle crudeli gesta ha pubblicato la foto sul proprio profilo Facebook. E il mondo dei social non è rimasto a guardare. Nel giro di qualche ora, le foto sono diventate virali e sono arrivati migliaia di commenti di insulti.

In posa con il cadavere dell’animale, Tess Thompson Talley, 37 anni, aveva inizialmente caricato le foto scattata dopo una una battuta di caccia avvenuta un anno fa, a giugno 2017. Il suo post è stato cancellato, ma le foto sono state ampiamente condivise online.

Il giornale Africlandpost ha condiviso le foto il 16 giugno, in un tweet diventato virale, in cui la donna è stata accusata di avere ucciso “una rarissima giraffa nera per gentile concessione della stupidità del Sud Africa”. Il tweet è stato condiviso oltre 45.000 volte.

Visualizza l'immagine su TwitterVisualizza l'immagine su Twitter

AfricaDigest@africlandpost

White american savage who is partly a neanderthal comes to Africa and shoot down a very rare black giraffe coutrsey of South Africa stupidity. Her name is Tess Thompson Talley. Please share

Eppure, non c’è indicazione che la battuta di caccia di Talley fosse illegale. La donna ha addirittura detto che uccidere la giraffa abbia contribuito agli sforzi di conservazione.

“La giraffa che ho cacciato era la sottospecie sudafricana della giraffa. Il numero di questa sottospecie è in realtà in aumento dovuto, in parte, ai cacciatori e agli sforzi di conservazione pagati in gran parte dalla caccia grossa” si è difesa.

È emerso che la giraffa uccisa non era del tutto rara ma ciò non toglie che ucciderla e vantarsene sia stato un gesto crudele.

Talley ha pubblicato ulteriori commenti sulla sua pagina Facebook, alcuni da rabbrividire, sostenendo che gli animali, in quanto tali, non hanno diritti.

Purtroppo finché la caccia non sarà resa illegale, i cacciatori potranno agire indisturbati e condividere le loro gesta sui social.

Un ricordo – il 2 dicembre di 36 anni fa ci lasciava, troppo presto, l’indimenticabile Marty Feldman

 

Marty Feldman

 

.

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

 

Un  ricordo – il 2 dicembre di 36 anni fa ci lasciava, troppo presto, l’indimenticabile Marty Feldman

 

Passato alla storia come il servo Igor del Dottor Frankenstin, Marty Feldman è un personaggio impossibile da dimenticare: far ridere gli era naturale come respirare e sfruttò i suoi soli 48 anni di vita al massimo. Sempre propenso a gettarsi in nuovi progetti si spostò instancabilmente dalla radio alla televisione al cinema; più di una volta fu anche attratto dall’idea di pubblicare un proprio libro di versi, cosa che però non avverrà mai.

Tuttavia è necessario riconoscere che la sua fama non fu unicamente dovuta alla contagiosa ilarità che lo caratterizzava, ma anche a quell’aspetto così peculiare e buffo, con gli occhi strabuzzati e divergenti che furono un suo cruccio ma anche, senza dubbio, la sua fortuna. Se infatti «da bambino era bello e somigliava ad una Shirley Temple gotica», crescendo il volto di Marty finì per «riflettere in pieno il disastro della sua vita»: gli incontri clandestini di boxe a cui partecipava in gioventù conferirono al suo naso quella particolare forma schiacciata, mentre negli anni ’60 il morbo di Basedow-Graves rese prominenti i suoi occhi.

Continua dopo il video

Frankenstein Junior - Potrebbe piovere

Figlio di ebrei originari di Kiev, Martin Alan Feldman nacque a Londra l’8 luglio 1934 e visse il periodo della Seconda Guerra Mondiale nella più tranquilla campagna inglese. È forse ripensando a questo soggiorno che maturò poi in lui il pensiero di diventare vegetariano quando realizzò effettivamente che «un bel giorno, George “il coniglio” era diventato “George la cena”».

Come tutti i comici che si rispettano, Feldman era uno dalla battuta sempre pronta; ciononostante gli ci volle del tempo per realizzare che avrebbe potuto impiegare quella sua dote come mestiere. A 15 anni lasciò gli studi e lavorò presso un parco divertimenti, cercando di sopravvivere mentre cercava di sfondare come trombettista jazz; ma una volta trovata la sua strada, Marty la percorse con falcate grandi e profonde.

Continua dopo il video

Frankenstein Junior - Il consiglio

"Quando la sorte ti e' contraria e mancato ti e' il successo, piantala di fare castelli in aria e vai a piangere sul...!"

Recitò dapprima in commedie per teatri minori e successivamente nel trio MorrisMarty and Mitch che aveva contribuito a fondare nei primi anni ’50. La sua comicità stralunata e surreale alla maniera dell’idolo Buster Keaton attirò su di lui una certa visibilità e da lì il cammino si fece meno accidentato: scrisse i suoi stessi sketch radiofonici insieme all’amico Barry Took e in poco tempo si trovò a lavorare per la televisione, diventando uno dei personaggi più apprezzati dal pubblico britannico. La malattia non fece arretrare Feldman di un solo passo e nel corso degli anni ’60 fu letteralmente sommerso di lavoro, arrivando a collaborare con i futuri Monthy Piton per The Frost Report. Le sue battute erano sulla bocca di tutti e per la BBC non fu affatto difficile assegnargli una propria serie, Marty: andato in onda nel 1968, lo show valse a Feldman ben due BAFTA.

Nel nuovo decennio non smise di raccogliere applausi, tutt’altro: volò negli Stati Uniti, dove in poco tempo debuttò con il fortunato programma L’occhio che uccide (Marty Feldman’s Comedy Machine il titolo originale).  Nemmeno nel Nuovo Mondo Marty rinunciò a frequentare i party più alla moda, così come già nel Regno Unito: pare che fosse solito presentarsi con degli occhiali da aviatore e in compagnia della madre, almeno fino a quando non sposò Lauretta Sullivan nel 1959.

Continua dopo il video

Frankenstein Junior - Il malocchio

Forte dei trionfi che andava ottenendo, il debutto al cinema sembrò abbastanza prevedibile: nel 1970 recitò in Ogni uomo dovrebbe averne due di Jim Clark e quattro anni dopo fu accolto a braccia aperte da Mel Brooks, il quale decise insieme a Gene Wilder di scritturare Marty per il ruolo che l’avrebbe reso celebre. Frankenstein Junior (1974) incassò trenta volte il budget di produzione e fu un vero e proprio boom che procurò a Feldman il nuovissimo Saturn Award come miglior attore non protagonista. Successivamente Marty apparve ancora in Il fratello più furbo di Sherlock Holmes (diretto da Wilder), L’ultima follia di Mel Brooks e nell’italiano film a episodi 40 gradi all’ombra del lenzuolo.

Sul finire degli anni ’70 tentò la regia con due pellicole: la parodia Io, Beau Geste e la legione straniera e Frate Ambrogio (malriuscita traduzione di In God we tru$t), aspra satira del modo tutto statunitense di commercializzare la religione.

Un attacco di cuore lo colse mentre era impegnato in Barbagialla, il terrore dei sette mari e mezzo e Marty Feldman si spense il 2 dicembre 1982, in un albergo di Città del Messico. La causa del decesso è tutt’oggi avvolta nel mistero: un’intossicazione alimentare o la sua sconsigliabile dieta fatta di sigarette, caffè e latticini sono le motivazioni più accreditate.

Il suo humour dal riso facile ci ha lasciato una grandissima lezione: disse con una certa mestizia di essere troppo vecchio per morire giovane, ma era unico. Un pioniere della commedia che ispirò altri pionieri della commedia.

Fonti: http://www.artspecialday.com/9art/2018/07/07/marty-feldman/ e altre dal web

Buon compleanno Federico Monti Arduini il pioniere del Moog italiano, conosciuto dai più “vintage” come “Il Guardiano del Faro” – La sua storia e i suoi capolavori

 

Il Guardiano del Faro

 

.

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

Buon compleanno Federico Monti Arduini il pioniere del Moog italiano, conosciuto dai più “vintage” come “Il Guardiano del Faro” – La sua storia e i suoi capolavori

Buon compleanno Guardiano.
Il primo dicembre 1940 nasceva Federico Monti Arduini – Il Guardiano del Faro

Gli anni ’70 sono stati un periodo folle per l’Italia (e non solo): erano sì gli anni di piombo e della crisi del petrolio, ma erano anche l’epoca dei movimenti femministi e studenteschi, dell’eccentricità e della voglia di cambiare il mondo, proprio come qualche anno più tardi illustrerà Andrea Pazienza nel suo “Pentothal”. In strada si poteva incontrare chiunque: eroinomani, forze armate, cortei, intellettuali e giovinastri. O, a essere estremamente fortunati, un conte-compositore a bordo della sua Austin-Healey 3000 gialla. Il nome di quel conte è Federico Monti Arduini, noto in quegli anni al grande pubblico come Il Guardiano del Faro.

Questo ragazzo, allievo di Von Karajan (direttore d’orchestra considerato tra i migliori tre al mondo, e habitué di casa Monti Arduini), ha lasciato un breve ma indelebile segno nella musica italiana grazie all’uso del Moog, che fino a quel momento era un suono mai sentito dal grande pubblico italiano, tanto che una rivista dell’epoca lo descriveva come “un suono strano, mai sentito prima. Non era né un violino, né un clarino, né un flauto, né uno zufolo, eppure sembrava un po’ tutti questi strumenti messi insieme“. Una peculiarità di cui lo stesso Guardiano era ben cosciente:

A differenza di altri gruppi o artisti, che utilizzavano il Moog come elemento aggiuntivo degli arrangiamenti dei loro brani, io davo allo strumento un ruolo di primo piano: lo facevo cantare, lo facevo ridere. Non lo trattavo come una comparsa, ma come un protagonista. La musica che io proponevo insieme al mio sintetizzatore Moog era una musica di rottura rispetto a quanto circolava allora in Italia, alle canzonette incentrate sulle rime tra ‘cuore’ e ‘amore’: e credo sia stato proprio questo ad aver suscitato tutta quella curiosità intorno al progetto de Il Guardiano del Faro”

Niente “cuore” o “amore” quindi, anzi proprio niente testi. In un paese la cui musica si è sempre poggiata sul potere narrativo della canzonetta, il proporre canzoni solo strumentali poteva essere una scelta da pazzi, persa in partenza; e invece, complice un periodo musicale in cui l’Italia stava scoprendo un certo amore per la sperimentazione, il giovane conte riuscì addirittura a vincere l’edizione del 1975 di “Un disco per l’estate”, vendere 3 milioni di copie ed entrare nelle case e nei cuori del grande pubblico. Ma chi si celava davvero dietro questo strano moniker?

Dietro Il Guardiano del Faro c’è un ragazzo nato nel 1940 e diplomato in pianoforte al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Il suo esordio da cantautore arriva presto: a 21 anni pubblica a suo nome “Dolci sogni/Così”, il primo 45 giri, a cui ne seguono altri per la stessa etichetta, la Blueball di Antonio Casetta. Entro breve ne diventa addirittura produttore artistico e arriva a collaborare con Claudio Lippi (che inciderà “Cosa importa”) e altri artisti ben noti all’epoca come Sal Da Vinci o i Nuovi Angeli. Oltre che alla propria carriera solista, si dedicherà negli anni successivi anche al lavoro di autore per grandi della canzone italiana come Mina (“Ma ci pensi“), Gigliola Cinquetti (“Il primo bacio che darò“), Giorgio Gaber (“Parole parole“, “Suona Chitarra“) e Orietta Berti (“Solo tu“).

Proprio la versione inglese di “Solo Tu” (“All My Love”) cantata da Cliff Richard supera le oltre 12 milioni di copie vendute nel mondo e l’impressione che la sua sia una carriera in ascesa si conferma nel 1972: passa dall’altra parte della barricata e diviene direttore generale della Ricordi, carica che manterrà tra l’altro per circa 15 anni. Da quell’anno, fino al 1975, sarà anche direttore artistico e assistente alla Direzione Generale della Polydor Italia.
Lo pseudonimo di Guardiano del Faro (ispirato da un faro vicino la residenza estiva della sua famiglia, quello di Lividonia nei pressi di Porto Santo Stefano, dove la leggenda vuole si chiudesse per comporre sotto effetto di sostanze ricreative) arriva nel 1972 quando produce un 45 giri con su incisi “Il gabbiano triste” e “Oceano”, brani che sono l’uno la versione registrata al contrario dell’altro. Il primo è un rifacimento di “Amazing Grace” di John Newton ed il protagonista indiscusso del brano è proprio lo strumento che caratterizzerà tutta la sua carriera.

Scoprii il sintetizzatore Moog, casualmente, negli anni in cui lavoravo come dirigente per la Ricordi, grazie ad un mio amico importatore che aveva fatto arrivare questo nuovo strumento nella nostra sala di registrazione: lo provai e rimasi affascinato dal suono. Sin da subito, cominciai a registrare un po’ di materiale e al suono del sintetizzatore Moog pensai bene di sovrapporre quello di un pianoforte, di una chitarra e di altri strumenti: nacque così il brano “Il gabbiano infelice”.”

Proprio in occasione della pubblicazione di questo brano (come raccontato da Lucio Salvini, all’epoca direttore generale di Ricordi), visto il conflitto d’interessi causato dalla carica di dirigente del Conte Arduini, Paolo Limiti e Felice Piccarreda (produttore ed ex-funzionario Durium) si propongono come produttori del Guardiano. Salvini, da parte sua, accetta di pubblicare “Il gabbiano infelice” senza sapere nulla dell’autore, aggirando inconsapevolmente tutti i problemi connessi alla figura di Arduini e non facendosi scappare un disco di probabile successo.

Il risultato dell’idea di Arfemo (un altro dei suoi pseudonimi, ottenuto tramite le iniziali del nome e dei due cognomi) piace tanto, sicuramente per l’assoluta novità che rappresenta e forse anche per quell’alone di mistero che circondava la sua figura. Per un periodo piuttosto lungo, infatti, nessuno sapeva chi fosse esattamente questo Guardiano del Faro se non gli amici di cui sopra; nel frattempo “Il gabbiano triste” ha un successo commerciale straordinario, e con pochissime spese il pezzo raggiunge la posizione numero 1 della classifica italiana: 400.000 45 giri e 50.000 LP venduti in pochi mesi. L’anonimato sarebbe durato ancora a lungo se non fosse stato per Mike Bongiorno, che lo invitò nel pubblico di “Lascia o raddoppia” con la promessa di non coinvolgerlo in diretta – una promessa ovviamente disattesa di fronte a milioni di telespettatori.

Nonostante il successo, Il Guardiano del Faro va avanti nella sua sperimentazione con il sintetizzatore ottenendo risultati alterni. Più avanti, affascinato dalla trasversalità dello strumento, visiterà anche la fabbrica di Robert Moog, il quale gliene regalerà un modello polifonico (Polymoog) e si complimenterà per la sua musica scrivendogli una lettera.

In una continua ambivalenza fatta di riletture di temi editi e composizioni proprie, nel 1978 arriva “Oasis” (l’ottavo di una discografia di 14), un album che è un’ottima summa dello stile di Arduini: tra la scala araba del brano che dà il nome al disco, le chitarre e i pianoforti, il risultato è in tutto e per tutto un antesignano di moltissimi generi che sarebbero nati di lì a qualche anno, fino ad arrivare alla più recente chill-wave. Con grafiche di Mario Convertino e disegni di Paolo della Valle, la copertina si presenta con l’illustrazione di un’oasi; il disco, invece, nonostante per alcuni momenti ricordi le colonne sonore dell’epoca (lo stesso Arduini non era nuovo a esperienze simili, d’altra parte: compose la colonna sonora di “La Orca” e “Amore grande, amore libero” film che prende il titolo da un suo stesso brano), si snoda in ottimi brani con un forte richiamo all’esotico e il moog che rimane incontrastato protagonista del disco.

La sua carriera musicale si conclude all’alba degli anni ’80, e dopo qualche assurda apparizione televisiva (tra cui la pubblicità dell’Amaro Ramazzotti!), nel giugno del 1996 Monti Arduini fonda la casa discografica Café Concerto, per poi continuare con esperienze più istituzionali: nel 1998 entra nel Comitato Estero di SIAE, nel 2005 è nel Comitato Studi Regolamenti e Statuti e nel 2009 nel Comitato Elettorale della Società (nelle ultime elezioni, che hanno visto la nomina di Filippo Sugar, si paventava anche il suo nome come possibile Presidente).

Al di là delle sorti artistiche, quello che emerge dalla carriera di Federico Monti Arduini è l’indubbia capacità di fondere gli studi classici a uno strumento d’avanguardia di cui è stato tra i pionieri in Italia, riuscendo a raggiungere il grande pubblico con qualcosa di molto diverso dalle tendenze pop del tempo, e firmando uno dei tormentoni più strani e atipici che l’Italia avesse mai ascoltato.