20 luglio 1893 – La vera storia di Pietro Rigosi, il ferroviere ribelle protagonista de “La Locomotiva”, l’eroe “giovane e bello” della guerra santa dei pezzenti di Francesco Guccini

 

Pietro Rigosi

 

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20 luglio 1893 – La vera storia di Pietro Rigosi, il ferroviere ribelle protagonista de “La Locomotiva”, l’eroe “giovane e bello” della guerra santa dei pezzenti di Francesco Guccini

LA VERA STORIA DI PIETRO RIGOSI, IL FERROVIERE RIBELLE PROTAGONISTA DE “LA LOCOMOTIVA” DI GUCCINI

“Non so quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli,
ma nella fantasia ho l’immagine sua: gli eroi son tutti giovani e belli”.

Invece il protagonista della canzone di Guccini un nome e un cognome preciso ce l’ha: Pietro Rigosi. Sarà lo stesso cantautore a parlarne diverso tempo dopo l’uscita di una delle sue canzoni di maggior successo.. I fatti sono riportati dettagliatamente anche in un articolo del Resto del Carlino il 21 luglio 1893. Giorno 20 il telegrafo della stazione di Bologna aveva trascritto un messaggio proveniente da quella di Poggio Renatico. Il contenuto era chiaro: la locomotiva del treno merci 1343 era stata sganciata dai vagoni e si dirigeva a una velocità di 50 km orari, parecchio per l’epoca, verso il capoluogo senza alcun permesso. Si sollecitavano i colleghi di Bologna e di tutte le stazioni che la precedevano a far transitare il treno su binari sgombri affinché l’azione non provocasse un disastro. A guidare quella “locomotiva impazzita” c’era il ferroviere Pietro Rigosi, classe 1860, sposato e padre di due bambini. Aveva approfittato di una distrazione del macchinista del treno merci per prenderne possesso e poi, facendo fischiare la motrice come un forsennato, lanciarsi al galoppo verso il suicidio. Sì perché l’intento di Rigosi era chiaro: uccidersi. E lo dimostrò quando entrando alle 17 e 10 alla stazione di Bologna e vedendo che era stato deviato su un binario tronco, uscì dalla cabina e si piazzò sul fanale di fronte della locomotiva. Impattò violentemente con i carri merci che si trovavano sulla linea morta. Unico coinvolto nell’incidente, Rigosi ne uscì vivo ma ferito gravemente; perse una gamba e fu segnato da profonde cicatrici al volto. Secondo alcune ricostruzioni il suo obiettivo era un treno di prima classe che in quell’orario stazionava quotidianamente a Bologna.
Tanto la stampa dell’epoca quanto la direzione delle Ferrovie bollò il suo gesto come quello di un matto. Uno squilibrato da pensionare e graziare misericordiosamente. L’azione di Rigosi fu invece, probabilmente, l’eclatante gesto di un ferroviere che più volte aveva dimostrato di mal digerire le durissime condizioni di lavoro e le dure punizioni aziendali riservate a chi non rispettava la ferrea disciplina. Erano anni in cui i macchinisti spalavano quintali di carbone per percorrere pochi chilometri, facevano turni massacranti che li portavano a guidare spesso per più di ventiquattro ore consecutive e avevano una speranza di vita assai breve. Evidentemente quello di Rigosi era un atto estremo che voleva porre l’accento sul mondo dei ferrovieri e, più in generale, dei lavoratori che in quell’Italia di fine ottocento non si vedevano riconosciuti i diritti più elementari.

Cannibali e Re

tratto da:

https://www.facebook.com/cannibaliere/photos/a.989651244486682/1997802613671535/?type=3&theater

Se incontrate un ragazzo africano non donategli un sorriso – Leggi queste poche righe e rifletti…!

 

ragazzo africano

 

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Se incontrate un ragazzo africano non donategli un sorriso – Leggi queste poche righe e rifletti…!

Se incontrate un ragazzo africano non donategli un sorriso.

Non ne ha bisogno.

Raccontategli invece quello che forse non sa. E non perché è stupido, ma perché non gliel’hanno mai detto.

Raccontategli che la sua terra è la stessa di grandi rivoluzionari come Thomas Sankara, Samora Machel, Agostinho Neto, Patrice Lumumba, Steve Biko, Nelson Mandela.

E chi e perché ha ammazzato molti di loro.

Raccontategli che il petrolio, l’oro, i diamanti, l’uranio e tutte le altre risorse appartengono al popolo africano e non alle multinazionali che le sfruttano.

Raccontategli che se i loro Paesi fossero veramente liberi, indipendenti e sovrani non vivrebbero fame e carestia.

Raccontategli che l’Europa che sognano non esiste. E che per loro, qui, c’è solo miseria, elemosina, accattonaggio, marginalità, sfruttamento, schiavitù.

Raccontategli che non ha bisogno di diventare come noi, ma che esiste un’alternativa. Quella di vivere da uomo libero in una terra che dà pane e lavoro.

Raccontategli che anzichè sognare l’accoglienza dovrebbe sognare l’emancipazione, della sua terra e dei suoi figli.

Raccontategli che il suo nemico non è il disoccupato europeo che chiamate razzista, ma il colonialista che continua a sfruttarlo.

Raccontategli di come il colonialismo sia diverso rispetto a un secolo fa.

E di come, nonostante la decolonizzazione, l’occidente continui a interferire sulla sua vita.

Con le guerre per procura, gli stati fantoccio, i mercanti d’armi e i signori della guerra, le guerre tribali e i genocidi, che seminano morte e disperazione in quei giovani Paesi.

Le multinazionali che, grazie ad accordi con governi compiacenti e amici dell’occidente, ne depredano le risorse lasciando briciole alle popolazioni. ONG e aiuti umanitari che ne fiaccano la volontà.

Che la principale battaglia politica non è aprire i porti e abbattere le frontiere, ma pretendere che i Governi del mondo ricco la smettano di interferire con la vita dei Paesi africani, che azzerino il loro debito e che investano in infrastutture, sanità e istruzione, senza chiedere nulla in cambio. Se non la facoltà di commerciare le risorse in condizioni eque e paritarie.

Che il socialismo non è donare sorrisi con un sms di 2€.

Ma è coscienza e lotta di classe, cooperazione, solidarietà internazionale, sovranità, indipendenza, autodeterminazione dei popoli.

Se gli racconterete tutto questo, il suo sogno non sarà più essere salvato in mezzo al mare per venire qui a raccogliere pomodori.

Ma capirà che l’unica vera salvezza è “emancipare sé stessi dalla schiavitù mentale”, diventando un combattente per la libertà.

Lo cantava anche Bob Marley ma il significato di quei versi, voi frikkettoni, non l’avete ancora capito.

E continuare a non capirlo significa perseverare nel trattarlo come un selvaggio da civilizzare.

Significa farlo restare uno schiavo.

Raccontategli tutto questo e gli avrete fatto il dono più grande di tutti: la coscienza.

Dopo potete tranquillamente sorridergli.

Perché è vostro fratello.

 

fonte: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-se_incontrate_un_ragazzo_africano/29278_29279/

Più una società si allontana dalla verità più odierà quelli che la dicono, ci insegnò George Orwell

 

George Orwell

 

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Più una società si allontana dalla verità più odierà quelli che la dicono, ci insegnò George Orwell

Nel 2017 sul magazine The New Yorker fu pubblicato un articolo di Jill Lepore, professoressa di storia americana dell’Università di Harvard, intitolato Un’età d’oro per la narrativa distopica. La professoressa spiegava che i romanzi distopici nacquero in contrapposizione alla narrativa utopica: “Un’utopia è un paradiso, una distopia un paradiso perduto”, ha scritto Lepore per poi evidenziare quanto gli attuali scenari politici mondiali abbiano favorito la rinascita di questo genere, sia con la scrittura di nuovi romanzi, film e serie tv, che con la riscoperta dei grandi classici. Un dato esemplificativo: nel primo mese dell’amministrazione di Donald Trump, durante il quale il suo staff faceva continuo riferimento ai “fatti alternativi”, il romanzo cult di George Orwell, 1984, registrò unrecord di vendite su Amazon.

È difficile non cogliere l’attualità delle opere di George Orwell, pseudonimo di Eric Arthur Blair, e delle sue riflessioni su temi come la corruzione, il tradimento e più in generale gli orrori che può generare una società capitalista e individualista come quella in cui viviamo. L’odierno scenario della politica e della società civile, italiana e di altre democrazie occidentali, può trovare sufficienti corrispondenze, e trarre insegnamenti, in quanto raccontato da Orwell nel romanzo breve La fattoria degli animali del 1945.

La genesi di questo racconto allegorico deve molto al vissuto personale dello scrittore britannico. Orwell, nato in India nel 1903, era figlio di un funzionario coloniale e sin da adolescente entrò in contatto con le profonde ingiustizie che l’amministrazione britannica imponeva alle popolazioni indigene, empatizzando con la loro condizione. Tornò in Europa nel 1927, deciso a seguire la sua vocazione di scrittore, scelta che gli fece patire la fame per anni, ma che lo mise in contatto con quella parte della popolazione, povera e senza speranza, che rafforzò le sue idee socialiste e lo convinse a combattere contro le ingiustizie sociali. Nel 1937 Orwell combatteva dalla parte dei repubblicani nella guerra civile spagnola come volontario nelle file del Poum (Partito obrero de unificaciòn marxista), un partito marxista di ispirazione trotzkista della Catalogna. L’esperienza di guerra durò poco meno di un anno: a maggio il Poum venne dichiarato illegale, costringendo lo scrittore a fuggire in Francia. L’esperienza spagnola ispirò il libro Omaggio alla Catalogna, pubblicato nel 1938, dove già si intravedevano le idee di fondo che lo condussero alla stesura de La fattoria degli animali: l’elogio della rivoluzione, l’avversione nei confronti di coloro che si lasciano corrompere dal potere e l’aspra critica al comunismo nella sua derivazione stalinista.

La fattoria degli animali racconta la ribellione di un gruppo di animali stanchi di essere vessati e sfruttati dall’uomo, il terribile signor Jones, per autogovernarsi. Il padre morale della rivolta è il Vecchio Maggiore, il maiale più anziano e saggio della fattoria, che poco prima di morire incita gli altri a insorgere contro la tirannia degli esseri umani: “Tutto il prodotto del nostro lavoro ci viene rubato dall’uomo. […] L’uomo è il solo, vero nemico che abbiamo. Si tolga l’uomo dalla scena e sarà tolta per sempre la causa della fame e della fatica”. Guidati da queste parole, e approfittando delle continue ubriacature del signor Jones , gli animali riescono a liberarsi, cacciando gli umani e diventando padroni della fattoria. Fin da subito, l’operato di tre di loro spicca su quello di tutti gli altri: i maiali Palla di Neve, Napoleon e Clarinetto. I primi due si rivelano essere abili strateghi mentre il terzo, capace di “far vedere bianco per nero”, lavora per influenzare l’opinione degli altri animali coinvolti nella rivoluzione, in un’allegoria non troppo velata alla propaganda dei regimi e al servilismo di alcuni media.

I maiali ritenendosi più intelligenti degli altri animali, si autoproclamano capi: imparano a leggere e a scrivere ed elaborano sette comandamenti, plasmati sui principi della rivoluzione, a cui la comunità deve sottostare. Ben presto, però, il mondo di uguaglianza e libertà dai lavori più umili, in cui avevano tutti riposto fiducia, si rivela un orizzonte irraggiungibile. I suini cambiano le regole continuamente e siccome pochi animali sanno leggere e scrivere, i principi della rivoluzione vengono dimenticati e nessuno ha la forza o la conoscenza necessaria per opporsi a chi è al potere. Nell’epilogo i capi arrivano a riunirsi allo stesso tavolo per cenare e riappacificarsi con l’uomo, di cui ormai hanno assunto i comportamenti e la postura eretta, rendendo impossibile distinguere i maiali dai fattori, un tempo dipinti come nemici. C’è un momento del romanzo, in cui le sette regole che il gruppo di ribelli si era dato per organizzare la vita all’interno della fattoria vengono soppiantate dall’unico motto “Tutti gli animali sono uguali” a cui viene aggiunto “ma alcuni sono più uguali degli altri”. Questa fu la sintesi trovata da Orwell per spiegare i meccanismi che possono corrompere gli ideali rivoluzionari, seppur mossi dalla volontà di creare società più giuste ed egualitarie. Il messaggio, come accade in ogni grande opera che resiste al passare del tempo, ha dunque una portata universale che arriva fino ai giorni nostri.

In Italia abbiamo al governo del Paese un partito nato come antisistema: il Movimento 5 Stelle è nato per combattere la vecchia politica, ma ora che gioca con le sue stesse regole sembra essersi dimenticato le ragioni della sua rivoluzione. Il motto che Orwell fa scrivere sui muri della fattoria ricorda l’originario “Ognuno vale uno” declamato nel 2010 dagli attuali capi del Movimento, primo tra tutti Beppe Grillo, che l’anno della fondazione scriveva “La massa non è più stupida, la massa diventa intelligente, si autogoverna […] Per la prima volta nasce un movimento dove ognuno vale uno, un movimento che non ha bisogno di sovvenzioni e di partiti”. Come nel libro di Orwell, oggi appaiono evidenti le contraddizioni tra i vecchi principi e i provvedimenti presi dal M5S una volta arrivato al governo.

Il M5S sta pagando a livello elettorale le incoerenze tra il suo programma e l’azione legislativa, come dimostra il caso dell’Ilva di Taranto. Il Movimento ha chiesto per anni, anche per bocca dell’attuale vicepremier Luigi Di Maio, la chiusura, la bonifica del territorio e la formazione dei lavoratori per reimpiegarli nel settore della green economy. Con queste promesse alle elezioni politiche il M5S si è guadagnato quasi la metà dei voti della provincia, ma nel settembre 2018, Di Maio, in qualità di ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, ha firmato un accordo con i nuovi proprietari dell’ex Ilva, in base al quale il complesso siderurgico continuerà a lavorare con impianti obsoleti, senza aver disposto nessun piano di bonifica. Evoluzione simile ha avuto anche il dibattito sul progetto della Tap, il gasdotto Trans-Adriatico, ferocemente contestato da quella classe politica che oggi dice di essersi resa conto di non poterlo bloccare. La lista di promesse non mantenute si allunga di giorno in giorno, come l’acquisto dei caccia da combattimento di ultima generazione F-35, considerato una spesa da tagliare con priorità prima di arrivare al governo del Paese e che oggi è stata confermata perché secondo il sottosegretario alla Difesa del M5S, , “Resta ovvio che non possiamo rinunciare a quella che è una grande capacità aerea della nostra aeronautica”.

L’incoerenza del M5S è evidente anche nelle sue linee di condotta, come ad esempio il divieto del doppio mandato. Se Grillo nel 2009 scriveva: “Riduzione a due mandati per i parlamentari, per qualunque carica pubblica e eliminazione di ogni privilegio per i parlamentari”, dieci anni dopo i pentastellati hanno deciso di abolire la regola del doppio mandato. Anche sul tema dell’immunità parlamentare, demonizzata quando si trovava all’opposizione, il M5S ha rivisto la sua posizione al Tribunale dei Ministri di Catania l’autorizzazione a procedere contro il vicepremier e alleato di governo Matteo Salvini, accusato di sequestro di persona aggravato per il caso della nave Diciotti.

Orwell lascia intendere  nel suo romanzo che la rivoluzione è stata tradita anche per due motivi: la maggior parte degli animali non ha conservato la memoria dei vecchi principi e chi l’aveva, come l’asino Benjamin, ha scelto di non tacere. I primi si sono lasciati rabbonire dalle parole di Clarinetto, il maiale servo del potere che distorce la realtà alle ragioni della propaganda. Mentre Benjamin, cinico e disilluso, non ha messo al servizio della comunità la sua istruzione e le sue conoscenze, proprio come quella schiera di intellettuali colpevoli nel corso della storia di non essersi schierati contro le dittature. Oggi più che mai bisogna leggere, fare proprie e riflettere sulle parole che Orwell scrisse nella nota che precedeva La fattoria degli animali: “La libertà intellettuale è una tradizione profondamente radicata, senza la quale è assai dubbio che la nostra tipica cultura occidentale possa esistere. Molti nostri intellettuali si sono visibilmente allontanati da questa tradizione. […] Se libertà vuol dire veramente qualcosa, significa il diritto di dire alla gente quello che la gente non vuol sentir dire”.

 

 

 

fonte:

https://thevision.com/cultura/george-orwell/

3 aprile 1944 – L’ultima lettera del professore partigiano: figlia adorata, sarò fucilato all’alba per un ideale…

 

partigiano

 

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3 aprile 1944 – L’ultima lettera del professore partigiano: figlia adorata, sarò fucilato all’alba per un ideale…

Paolo Braccini era docente di zootecnia generale e speciale all’università di Torino. Aderì alla lotta Partigiana. Il 3 aprile del 1944 scrisse alla sua piccola Gianna…

3 aprile 1944
Gianna, figlia mia adorata,
è la prima ed ultima lettera che ti scrivo e scrivo a te per prima, in queste ultime ore, perché so che seguito a vivere in te.
Sarò fucilato all’alba per un ideale, per una fede che tu, mia figlia, un giorno capirai appieno.
Non piangere mai per la mia mancanza, come non ho mai pianto io: il tuo Babbo non morrà mai. Egli ti guarderà, ti proteggerà ugualmente: ti vorrà sempre tutto l’infinito bene che ti vuole ora e che ti ha sempre voluto fin da quando ti sentì vivere nelle viscere di tua Madre. So di non morire, anche perché la tua Mamma sarà per te anche il tuo Babbo: quel tuo Babbo al quale vuoi tanto bene, quel tuo Babbo che vuoi tutto tuo, solo per te e del quale sei tanto gelosa.
Riversa su tua Madre tutto il bene che vuoi a lui: ella ti vorrà anche tutto il mio bene, ti curerà anche per me, ti coprirà dei miei baci e delle mie tenerezze. Sapessi quante cose vorrei dirti ma mentre scrivo il mio pensiero corre, galoppa nel tempo futuro che per te sarà, deve essere felice. Ma non importa che io ti dica tutto ora, te lo dirò sempre, di volta in volta, colla bocca di tua Madre nel cui cuore entrerà la mia anima intera, quando lascierà il mio cuore.
Tua Madre resti sempre per te al di sopra di tutto.
Vai sempre a fronte alta per la morte di tuo Padre.

Paolo Braccini

 

Paolo Braccini (Dal sito Anpi)

Nato a Canepina (Viterbo) il 16 maggio 1907, fucilato a Torino il 5 aprile 1944, docente universitario, Medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

“Fa’ la cosa giusta”: tutte le battaglie di Roger Waters – Il mito vivente, fondatore dei Pink Floyd e da sempre incazzato contro i signori della guerra ed i sacerdoti del dio denaro

 

Roger Waters

 

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“Fa’ la cosa giusta”: tutte le battaglie di Roger Waters – Il mito vivente, fondatore dei Pink Floyd e da sempre incazzato contro i signori della guerra ed i sacerdoti del dio denaro

«Fa’ la cosa giusta»: tutte le battaglie di Roger Waters, un mito vivente

Questa è la storia di un soldato, un milite del rock in prima linea dal 6 settembre 1943, armato di una voce, quattro corde e una buona dose di ombrosa incazzatura contro i signori della guerra, sacerdoti del dio denaro e la mancanza di empatia tra gli esseri umani. E se in città vedete librarsi in cielo un maiale gigante, è molto probabile che nei paraggi, ci sia proprio lui, Roger Waters, e che il porco gonfiabile, Algie (leggiadro alter ego di Donald Trump), non sia una vostra allucinazione, ma l’ennesima provocazione di un uomo, un artista, che del pungolo e del motivato dissenso ha fatto una ragione di vita.

L’ultima netta presa di posizione, in ordine di tempo, è arrivata il 31 gennaio, prima del, come sempre, chiacchieratissimo Super Bowl 2019, l’evento che, unendo sport e intrattenimento, una volta l’anno incolla alla tv gli Stati Uniti d’America e con loro buona parte del resto del mondo occidentale. Il messaggio? Diretto ai Maroon 5, band scelta quest’anno per il quarto d’ora più bollente dell’entertainment a stelle e strisce, insieme a Travis Scot e Big Boi, già al centro di una petizione che chiedeva alla band di Adam Levine di abbandonare lo show, ovviamente sottoscritta da Waters.

«Li invito a “mettersi in ginocchio” sul palco davanti a tutti. Li invito a farlo in solidarietà con Colin Kaepernick (ex quarterback dei San Francisco 49ers, famoso per essersi inginocchiato durante l’inno nazionale in protesta contro le ingiustizie razziali e la violenza della polizia contro i cittadini afroamericani, gesto costatogli la carriera, ndr), li invito a farlo per ogni bambino ucciso in queste strade, li invito a farlo per ogni madre e padre e fratello e sorella in lutto. Mia madre mi diceva sempre: “In ogni situazione c’è quasi sempre la cosa giusta da fare, quindi falla”. Ci siamo fratelli, siete davanti a una scelta, non dico che sarà facile, tutti gli uomini del Presidente si incazzeranno, ma che si fottano. Vi chiedo di farlo perché è la cosa giusta e perché da qualche parte dentro di voi lo sapete», ha esortato l’ex bassista e fondatore dei Pink Floyd con un post pubblicato sulla sua pagina Facebook, accompagnato da un video in cui lo si vede con la sua band inginocchiarsi alla fine del concerto del 24 settembre 2017 a Hartford nel Connecticut.

Levine e soci l’esibizione l’hanno portata avanti come da copione, un colpo di testa durante l’halftime show del Super Bowl è roba da giocarsi la carriera… se non sei Roger Waters. Sì, perché lui, pacifista, progressivamente più vicino a posizioni atee, convinto sostenitore del partito Laburista, simpatizzante della causa palestinese, ma contro ogni antisemitismo, spina nel fianco dei governi guerrafondai di George W. Bush e dell’attuale maialone Donald Trump, del contorno se n’è sempre sonoramente sbattuto le palle, dritto al messaggio, dritto alla ragione più profonda, la prima e unica, per cui valga la pena di imbracciare uno strumento e salire su un palco, con un microfono davanti a milioni o anche solo a una manciata di persone.

Nipote di un soldato morto durante la Prima Guerra Mondiale e figlio di un soldato dell’8° Reggimento dei Royal Fusiliers, insegnate pacifista, attivista del partito comunista, Eric Fletcher Waters, morto durante la Seconda Guerra Mondiale, dopo lo sbarco ad Anzio (comune di cui l’ex Pink Floyd è cittadino onorario dal 2014 e dove è tornato spesso in situazioni commemorative) il 18 febbraio del ’44, in quella mattina buia e ghiacciata raccontata nella canzone “When the Tigers Broke Free” e poi in “The Wall”, l’ossessione per la guerra e il pacifismo sono entrate nel profondo della persona e dell’arte di Roger Waters.

Con i Pink Floyd fino all’85, anno in cui abbandonò ufficialmente la band, a partire da “The Dark Side Of The Moon” (1973), con “Wish You Were Here” (1975) e, poi, nella trilogia degli anni tra il ’77 e l’83 – “Animals”, “The Wall” (da cui venne tratto il film “Pink Floyd The Wall”) e “The Final Cut” – darà sfogo a tutta l’inquietudine rispetto a temi quali l’assenza, l’alienazione, il denaro, la morte, la guerra. Saranno le colonne portanti anche della sua carriera solista, proseguita, dopo l’esordio del ’70 con “Music From The Body”, già a partire dall’84 con “The Pros and Cons of Hitch Hiking”. Nell’87 con “Radio K.A.O.S.” racconta la storia di un ragazzo diversamente abile, che con le sue capacità telepatiche, scopre il modo di collegarsi a una stazione radio di Los Angeles e inviare il segnale di lancio a tutte le basi missilistiche del pianeta che si distruggeranno a vicenda, ponendo fine all’oppressione militare del Pianeta.

Nel’92 “Amused To Death”, catalizza gli input di avvenimenti storici come la protesta e le violenze di piazza Tienanmen, la caduta del muro di Berlino e lo scoppio della Guerra del Golfo. Incentrato su una riflessione del rapporto tra media, guerre, violenza e repressioni, il disco sarà l’ultimo fino al 2005, quando Waters tornerà con l’opera lirica sulla Rivoluzione Francese, “ça Ira”.

Da solista Roger Waters si è reso protagonista di un’importante attività live, con concerti come quello del 21 luglio 1990 in Postdamer Platz per celebrare la caduta del muro di Berlino e il lungo tour del ’99 in cui ripropone materiale suo e della band, con cui suonerà di nuovo nel 2005 in occasione del Live 8. Poi da solo sempre più live, sempre più in prima lineanella diffusione di una musica che è resistenza, con tour incentrati su due dischi cardine della sua carriera: “The Dark Side Of The Moon”, “The Wall”, tournée documentata nel film “Roger Waters the Wall”. Via via fino alla realizzazione dell’ultimo album di inediti, intitolato “Is This The Life We Realy Want?”. È questa la vita che vogliamo veramente? A venticinque anni da “Amused To Death” il ritorno di Waters è ancora una volta a gamba tesa su una società, la nostra, capace di rimanere indifferente davanti alla morte degli innocenti, bambini o adulti che siano. Quella domanda, per rispondere alla quale basterebbe guardarsi dentro per un nanosecondo, però, parte anche da una riflessione sull’amore e sul come riuscire a estendere le piccole epifanie amorose, che ognuno di noi, se gli è andata bene, ha vissuto almeno una volta nella vita, sul resto dell’esistenza, sugli altri.

Con quel disco e con quella domanda, Waters ci ha fatto un tour bello e importantissimo tra il 2017 e il 2018: “Us+them”, a sottolineare l’alleanza necessaria tra pubblico e artista contro i porci della guerra, dei muri e dell’alienazione collettiva. Una lunga serie di date, passate anche in Italia, incrociando la loro strada con quella della mostra “The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains” e nelle quali sono confluite tutte le istanze fondamentali della sua carriera: roba scritta quarant’anni fa, in alcuni casi, ma ancora pesante e attualissima, soprattutto in un momento storico marcio e maledetto come quello che stiamo vivendo.

“Resist” e “Stay Human” sono le due frasi simbolo di questo tour, forse perché proprio il battersi indefesso per tutti, soprattutto per gli ultimi e i dimenticati, contro la violenza e la sopraffazione, per Roger Waters, la leggenda vivente, è davvero l’unico modo per rimanere umano. Perché quella di Roger Waters è la storia di un soldato, ma non certo quello dell’opera da camera “Histoire du Soldat” di Igor Stravinskij, rivisitata con la sua voce narrante e il titolo “The Soldier’s Tale”. No, a differenza del protagonista dell’opera, infatti, Waters il suo basso al diavolo, in cambio di infinite ricchezze, non lo venderà mai.

tratto da: https://www.dolcevitaonline.it/fa-la-cosa-giusta-tutte-le-battaglie-di-roger-waters-un-mito-vivente/

18 febbraio – Buon compleanno Faber. Un ricordo con alcuni dei suoi pensieri e alcune delle sue più belle canzoni…

 

Fabrizio De André

 

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18 febbraio – Buon compleanno Faber. Un ricordo con alcuni dei suoi pensieri e alcune delle sue più belle canzoni…

Buon compleanno Fabrizio. Lo ricordiamo con qualche esempio della sua poesia… Qui potete leggere una breve biografia: Fabrizio De André: la vita e la carriera di uno dei più grandi cantautori di tutti i tempi….

Tutto Fabrizio De André in 11 pensieri…

  • Questo nostro mondo è diviso in vincitori e vinti, dove i primi sono tre e i secondi tre miliardi. Come si può essere ottimisti?
  • Passerà anche questa stazione senza far male, passerà questa pioggia sottile come passa il dolore.
  • Libertà l’ho vista dormire nei campi coltivati, a cielo e denaro, a cielo ed amore, protetta da un filo spinato.
  • L’inferno esiste solo per chi ne ha paura.
  • Benedetto Croce diceva che fino all’età dei diciotto anni tutti scrivono poesie. Dai diciotto anni in poi rimangono a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini. E quindi io precauzionalmente preferirei considerarmi un cantautore.
  • Se i cosiddetti “migliori” di noi avessero il coraggio di sottovalutarsi almeno un po’ vivremmo in un mondo infinitamente migliore.
  • Durante il rapimento mi aiutò la fede negli uomini, proprio dove latitava la fede in Dio. Ho sempre detto che Dio è un’invenzione dell’uomo, qualcosa di utilitaristico, una toppa sulla nostra fragilità… Ma, tuttavia, col sequestro qualcosa si è smosso. Non che abbia cambiato idea ma è certo che bestemmiare oggi come minimo mi imbarazza.
  • Quello che io penso sia utile è di avere il governo il più vicino possibile a me e lo stato, se proprio non se ne può fare a meno, il più lontano possibile dai coglioni.
  • E per tutti il dolore degli altri è dolore a metà.
  • La vita in Sardegna è forse la migliore che un uomo possa augurarsi: ventiquattro mila chilometri di foreste, di campagne, di coste immerse in un mare miracoloso dovrebbero coincidere con quello che io consiglierei al buon Dio di regalarci come Paradiso.
  • Ho sempre avuto due chiodi fissi: l’ansia di giustizia e la convinzione presuntuosa di poter cambiare il mondo. Oggi quest’ultima è caduta.

Tutto De André in 4 canzoni:

Il pescatore

All’ombra dell’ultimo sole
S’era assopito un pescatore
E aveva un solco lungo il viso
Come una specie di sorriso
Venne alla spiaggia un assassino
Due occhi grandi da bambino
Due occhi enormi di paura
Eran gli specchi di un’avventura
E chiese al vecchio “dammi il pane
Ho poco tempo e troppa fame”
E chiese al vecchio “dammi il vino
Ho sete e sono un assassino”
Gli occhi dischiuse il vecchio al giorno
Non si guardò neppure intorno
Ma versò il vino e spezzò il pane
Per chi diceva “ho sete, ho fame”
E fu il calore d’un momento
Poi via di nouvo verso il vento
Davanti agli occhi ancora il sole
Dietro alle spalle un pescatore
Dietro le spalle un pescatore
E la memoria è già dolore
È già il rimpianto d’un aprile
Giocato all’ombra di un cortile
Vennero in sella due gendarmi
Vennero in sella con le armi
Chiesero al vecchio se lì vicino
Fosse passato un assassino
Ma all’ombra dell’ultimo sole
S’era assopito il pescatore
E aveva un solco lungo il viso
Come una specie di sorriso
E aveva un solco lungo il viso
Come una specie di sorriso

Volta la carta

C’è una donna che semina il grano
Volta la carta si vede il villano
Il villano che zappa la terra
Volta la carta viene la guerra
Per la guerra non c’è più soldati
A piedi scalzi son tutti scappati
Angiolina cammina cammina sulle sue scarpette blu
Carabiniere l’ha innamorata, volta la carta e lui non c’è più
Carabiniere l’ha innamorata, volta la carta e lui non c’è più
C’è un bambino che sale un cancello
Ruba ciliege e piume d’uccello
Tira sassate non ha dolori
Volta la carta c’è il fante di cuori
Il fante di cuori che è un fuoco di paglia
Volta la carta il gallo ti sveglia
Angiolina alle sei di mattina s’intreccia i capelli con foglie d’ortica
Ha una collana di ossi di pesca, la gira tre volte intorno alle dita
Ha una collana di ossi di pesca, la conta tre volte in mezzo alle dita, ehi
Mia madre ha un mulino e un figlio infedele
Gli inzucchera il naso di torta di mele
Mia madre e il mulino son nati ridendo
Volta la carta c’è un pilota biondo
Pilota biondo camicie di seta
Cappello di volpe sorriso da atleta
Angiolina seduta in cucina che piange, che mangia insalata di more
Ragazzo straniero ha un disco d’orchestra, che gira veloce che parla d’amore
Ragazzo straniero ha un disco d’orchestra, che gira che gira che parla d’amore, ehi
Madamadorè ha perso sei figlie
Tra i bar del porto e le sue meraviglie
Madamadorè sa puzza di gatto
Volta la carta e paga il riscatto
Paga il riscatto con le borse degli occhi
Piene di foto di sogni interrotti
Angiolina ritaglia giornali, si veste da sposa, canta vittoria
Chiama i ricordi col loro nome, volta la carta e finisce in gloria
Chiama i ricordi col loro nome, volta la carta e finisce in gloria, ehi

 

La città vecchia

Nei quartieri dove il sole del buon Dio
non da i suoi raggi
ha già troppi impegni per scaldar la gente
d’altri paraggi
una bimba canta la canzone antica
della donnaccia
quel che ancor non sai tu lo imparerai
solo qui fra le mie braccia
E se alla sua età le difetterà la campetenza
presto affinerà le capacità con l’esperienza
dove sono andati i tempi d’una volta, per Giunone
quando ci voleva per fare il mestiere
anche un po’ di vocazione?
Una gamba qua una gamba là
gonfi di vino
quattro pensionati mezzo avvelenati
al tavolino
li troverai là col tempo che fa
estate inverno
a stratracannare a strameledir
le donne il tempo ed il governo
Loro cercan là la felicità
dentro a un bicchiere
per dimenticare d’esser stati presi
per il sedere
ci sarà allegria anche in agonia
col vino forte
porteran sul viso l’ombra di un sorriso
fra le braccia della morte
Vecchio professore cosa vai cercando
in quel portone
forse quella che sola ti può dare
una lezione
quella che di giorno chiami con disprezzo
pubblica moglie
quella che di notte stabilisce il prezzo
alle tue voglie
Tu la cercherai tu la invocherai
più d’una notte
ti alzerai disfatto rimandando tutto
al ventisette
quando incasserai delapiderai
mezza pensione
diecimila lire per sentirti dire
“micio bello e bamboccione”
Se ti inoltrerai lungo le calate
dei vecchi moli
in quell’aria spessa carica di sale
gonfia di odori
lì ci troverai i ladri gli assassini
e il tipo strano
quello che ha venduto per tremila lire
sua madre a un nano
Se tu penserai e giudicherai
da buon borghese
li condannerai a cinquemila anni
più le spese
ma se capirai se li cercherai
fino in fondo
se non sono gigli son pur sempre figli
vittime di questo mondo

Geordie

Mentre attraversavo London Bridge
Un giorno senza sole
Vidi una donna pianger d’amore
Piangeva per il suo Geordie
Impiccheranno Geordie con una corda d’oro
È un privilegio raro
Rubò sei cervi nel parco del Re
Vendendoli per denaro
Sellate il suo cavallo dalla bianca criniera
Sellatele il suo pony
Cavalcherà fino a Londra stasera
Ad implorare per Geordie
Geordie non rubò mai neppure per me
Un frutto o un fiore raro
Rubò sei cervi nel parco del Re
Vendendoli per denaro
Salvate le sue labbra, salvate il suo sorriso
Non ha vent’anni ancora
Cadrà l’inverno anche sopra il suo viso
Potrete impiccarlo allora
Né il cuore degli inglesi né lo scettro del Re
Geordie potran salvare
Anche se piangeranno con te
La legge non può cambiare
Così lo impiccheranno con una corda d’oro
È un privilegio raro
Rubò sei cervi nel parco del Re
Vendendoli per denaro

Buon San Valentino con le 10 poesie più belle di tutti i tempi da dedicare a chi si ama…

 

San Valentino

 

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Buon San Valentino con le 10 poesie più belle da dedicare a chi si ama…

Ecco le 10 poesie più belle da dedicare a chi si ama…

Ho sceso, dandoti il braccio… –  Eugenio Montale
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
Le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
Non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
Le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Noi saremo – Verlaine
Nell’amore isolati come in un bosco nero,
i nostri cuori insieme, con quieta tenerezza,
saranno due usignoli che cantan nella sera.
 

Tu… Anima mia – Saffo
Rapita
nello specchio dei tuoi occhi
respiro
il tuo respiro.
E vivo…
T’amo senza sapere come… – Pablo Neruda
T’amo senza sapere come, né quando né da dove,
t’amo direttamente senza problemi né orgoglio:
così ti amo perché non so amare altrimenti
che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.
 

Il più bello dei mari – Nazim Hikmet
Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.
 

Paris at night – Jacques Prévert
Tre fiammiferi accesi uno per uno nella notte
Il primo per vederti tutto il viso
Il secondo per vederti gli occhi
L’ultimo per vedere la tua bocca
E tutto il buio per ricordarmi queste cose
Mentre ti stringo fra le braccia.
Amore non è amore se muta… – William Shakespeare
Amore non è amore se muta
quando scopre un mutamento
o tende a svanire quando l’altro s’allontana.
Oh no!
Amore è un faro sempre fisso che sovrasta la tempesta
e non vacilla mai;
Amore non muta in poche ore o settimane,
ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio;
se questo è errore
e mi sarà provato,
io non ho mai scritto,
e nessuno ha mai amato.

Ti adoro – Charles Baudelaire
T’adoro al pari della volta notturna,
o vaso si tristezza, o grande taciturna!
E tanto più t’amo quanto più mi sfuggi,
o bella, e sembri, ornamento delle mie notti,
ironicamente accumulare la distanza
che separa le mie braccia dalle azzurrità infinite.
Mi porto all’attacco, m’arrampico all’assalto
Come fa una fila di vermi presso un cadavere e amo,
fiera implacabile e crudele, sino la freddezza
che ti fa più bella ai miei occhi.

Alla tua salute amore mio – Alda Merini
Accarezzami, amore,
ma come il sole
che tocca la dolce fronte della luna.
Non venirmi a molestare anche tu
con quelle sciocche ricerche
sulle tracce del divino.
Dio arriverà all’alba
se io sarò tra le tue braccia.
 
Per un istante d’estasi – Emily Dickinson
Per un istante d’estasi
Noi paghiamo in angoscia
Una misura esatta e trepidante,
Proporzionata all’estasi.
Per un’ora diletta
Compensi amari d’anni,
Centesimi strappati con dolore,
Scrigni pieni di lacrime

 

 

L’inno per chi resiste che Fiorella Mannoia, con molto coraggio, porterà a Sanremo: “Il peso del coraggio”… Fantastico…!

 

Fiorella Mannoia

 

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L’inno per chi resiste che Fiorella Mannoia, con molto coraggio, porterà a Sanremo: “Il peso del coraggio”… Fantastico…!

Questo il testo dell’ultima canzone di Fiorella Mannoia. Un inno di libertà, responsabilità e spreranza.

Il peso del coraggio

Sono questi vuoti d’aria
questi vuoti di felicità
queste assurde convinzioni
tutte queste distrazioni
a farci perdere

Sono come buchi neri
questi buchi nei pensieri
si fa finta di niente
lo facciamo da sempre
ci si dimentica
che ognuno ha la sua parte in questa grande scena
che ognuno ha i suoi diritti
ognuno ha la sua schiena
per sopportare il peso di ogni scelta
il peso di ogni passo, il peso del coraggio

E ho capito che non sempre il tempo cura le ferite
che sono sempre meno le persone amiche
che non esiste resa senza pentimento
che quello che mi aspetto è solo quello che pretendo
ed ho imparato ad accettare che gli affetti tradiscono
che gli amori, anche i più grandi poi finiscono
che non c’è niente di sbagliato in un perdono
che se non sbaglio non capisco io chi sono

Sono queste devozioni
queste manie di superiorità
c’è chi fa ancora la guerra
chi non conosce vergogna
chi si dimentica
che ognuno ha la sua parte in questa grande scena
che ognuno ha i suoi diritti
ognuno ha la sua schiena
per sopportare il peso di ogni scelta
il peso di ogni passo, il peso del coraggio

E ho capito che non serve il tempo alle ferite
che sono sempre meno le persone unite
che non esiste azione senza conseguenza
chi ha torto e chi ha ragione quando un bambino muore
e allora stiamo ancora zitti che così ci preferiscono
tutti zitti come cani che obbediscono
ci vorrebbe più rispetto, ci vorrebbe più attenzione
se si parla della vita, se parliamo di persone

Siamo il silenzio che resta dopo le parole
siamo la voce che può arrivare dove vuole
siamo il confine della nostra libertà
siamo noi l’umanità
siamo in diritto di cambiare tutto e di ricominciare
ricominciare

Ognuno ha in gioco la sua parte in questa grande scena
che ognuno ha i suoi diritti
ognuno ha la sua schiena
per sopportare il peso di ogni scelta
il peso di ogni passo, il peso del coraggio
il peso del coraggio

Migranti – La stupenda canzone scritta da Francesco Guccini e cantata da Enzo Iacchetti, chissà perchè esclusa dal Festival di Sanremo

 

Migranti

 

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Migranti – La stupenda canzone scritta da Francesco Guccini e cantata da Enzo Iacchetti, chissà perchè esclusa dal Festival di Sanremo

Francesco Guccini che da tempo non si esibiva più dal vivo o scriveva canzoni, scrisse questo brano colpito dal dramma dell’emigrazione e dalle polemiche che il dramma suscitava. Fantastica è anche l’interpretazione di Enzo Iacchetti. Doveva essere tra le canzoni del Festival di Sanremo 2018, ma fu scartata all’ultimo momento… Chissà perché…

Migranti

“Andavamo che non era ancor giorno La bocca piena di sogni e dolore Lasciavamo in un niente di ore lì attorno una casa di gente e di amore e una terra da infami, di sassi e di rabbia La miseria attaccata alla pelle come una scabbia Ma nei petti gonfiava un respiro che volava in giro come una danza E andavamo nel mondo America, Europa! Dovunque ci fosse uno spazio Comunque sapendo di andare a soffrire per vivere e ricostruire Mescolando al sangue la storia per creare una nuova e vitale memoria In un turbinio di speranza di vita futura lavoro di gioia per noi a decine a migliaia per noi così in tanti.. per noi niente nessuno, per noi emigranti E partiamo per caso, per sorte su quei gusci di noce affollati di scafisti violenti di umanità nuda donne, vecchi, bambini e di morte un confuso partire ignoto l’arrivo Non più l’ora od il giorno ma si arrivi e da vivo Ma nei cuori si allarga un respiro che ci spinge ad andare, ad osare sul mare Tra paure e gli stenti di quel mare mai visto Ma stringendo un sogno fra i denti: che qualcuno lontano ci accolga, ci tenda una mano a noi supplicanti, a noi meno di niente, nessuno.. noi diversi di pelle e cultura Noi che siamo anche forse il futuro a noi immigranti E veniamo da un mondo di guerra e di fame dovunque E cerchiamo una patria comunque per tornare a sperare, per vivere ancora E veniamo da un mondo di guerra e di fame dovunque E cerchiamo una patria comunque per tornare a sperare, per vivere ancora e ricominciare…”

Francesco Guccini

 

Francesco Guccini – Auschwitz, la struggente “Canzone del bambino nel vento”

 

Guccini

 

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Francesco Guccini – Auschwitz, la struggente “Canzone del bambino nel vento”

Canzone del bambino nel vento – Uno struggente capolavoro di Francesco Guccini… Non c’è bisogno di alcun commento… Si può solo leggerne il testo e ascoltare… In silenzio…

Canzone del bambino nel vento

Son morto con altri cento,
son morto chr ero bambino,
passato per il camino
e adesso sono nel vento
e adesso sono nel vento

Ad Auschwitz c’era la neve,
il fumo saliva lento
nel freddo giorno d’inverno
e adesso sono nel vento,
e adesso sono nel vento

Ad Auschwitz tante persone,
ma un solo grande silenzio:
è strano non riesco ancora a sorridere qui nel vento,
a sorridere qui nel vento…

Io chiedo come può l’uomo
uccidere un suo fratello
eppure siamo a milioni
in polvere qui nel vento,
in polvere qui nel vento

Ancora tuona il cannone
ancora non è contenta
di sangue la bestia umana
e ancora ci porta il vento
e ancora ci porta il vento

Io chiedo quando sarà
che l’uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare
e il vento si poserà
e il vento si poserà

Io chiedo quando sarà
che l’uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare
e il vento si poserà
e il vento si poserà
e il vento si poserà…

Francesco Guccini