Enterogermina: 60 anni di storia tutta italiana

 

Enterogermina

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Enterogermina: 60 anni di storia tutta italiana

Lanciato sul mercato nel 1958, il farmaco, nato e tuttora prodotto in Italia, ha avuto un enorme successo internazionale. Un successo tutto Italiano.

Lanciato per la prima volta sul mercato italiano nel 1958, il farmaco ha avuto un enorme successo internazionale, oggi è registrato in quasi 70 Paesi e commercializzato in oltre 50. Parliamo di Enterogermina, il riequilibratore della flora batterica intestinale. E’ un prodotto al 100% italiano, tutt’oggi prodotto in Italia, nello stabilimento Sanofi di Origgio che lo produce per poi esportarlo in tutto il mondo. Una storia italiana di successo.

Negli anni il prodotto si è innovato profondamente e ha visto crescere la sua gamma che oggi comprende anche tanti integratori. Quest’anno celebra il suo sessantesimo compleanno e si riconferma campione di qualità.

Oltre mezzo secolo di storia alle spalle che testimonia la lunga esperienza produttiva e la qualità di un prodotto la cui caratteristica consiste nel suo principio attivo costituito dalla sospensione concentrata di spore di Bacillus clausii che, resistenti ai succhi gastrici, ai sali biliari, al calore e a molti antibiotici di uso comune nella pratica medica, sono in grado di raggiungere indenni il tratto intestinale, combattendo le alterazioni della flora batterica: caratteristiche essenziali affinché un probiotico arrivi vitale nell’ambiente intestinale dove deve agire.

Conferme dagli studi dell’Università di Pisa
Le caratteristiche e la qualità di Enterogermina sono state recentemente confermate da una ricerca dell’Università di Pisa sul mondo dei probiotici volta ad analizzare il comportamento dei microrganismi contenuti nelle 10 formulazioni più vendute appartenenti ai principali brand nel mercato italiano.

Sono stati effettuati studi in vitro per simulare l’acidità dello stomaco e l’ambiente intestinale, che hanno permesso di ottenere informazioni sulla tolleranza gastrica e sulla resistenza alla bile e al succo pancreatico di diverse formulazioni probiotiche in commercio. Per quanto riguarda la sopravvivenza dei microrganismi a contatto con l’ambiente gastrico non solo Enterogermina, insieme a pochi altri, ha dimostrato di resistere inalterata fino a 120 minuti, ma, nel modello di ambiente intestinale, è addirittura l’unica in grado di moltiplicarsi in maniera significativa.

“La ricerca mette in evidenza la qualità comprovata di Enterogermina, probiotico di riferimento in un mercato sempre più complesso: uno studio condotto dall’Università di Pisa e precedenti evidenze scientifiche hanno infatti dimostrato come molti prodotti probiotici minori dichiarano in etichetta una composizione che non corrisponde alla realtà” commenta la prof.ssa Emilia Ghelardi, docente di Microbiologia e Microbiologia Clinica presso l’Università di Pisa.

La flora intestinale rappresenta una vera e propria barriera difensiva che ci protegge dai batteri patogeni che possono minacciare quotidianamente il nostro intestino. Per questo motivo mantenere in equilibrio l’ecosistema intestinale è la base per uno stato di benessere generale dell’intero organismo.

Cambi di stagione, disordini nella dieta e l’uso di antibiotici, sono alcuni dei fattori che possono alterare l’equilibrio intestinale e causare effetti negativi sulle funzioni svolte dalla flora batterica intestinale, di cui le principali sono la funzione metabolica, di barriera e immunomodulante.

Cosa dicono gli esperti
“Lo studio del microbiota intestinale fornisce ogni giorno nuove informazioni sul suo ruolo nel determinare il nostro stato di salute o di malattia, ed è sempre più evidente come dal momento del concepimento in poi il microbiota possa essere influenzato dall’ambiente, dall’alimentazione, dai farmaci… e di conseguenza modificare in positivo o in negativo l’equilibrio dei germi e batteri che popolano il tratto gastrointestinale, determinando quella che viene chiamata eubiosi o disbiosi.” Prof Antonio Gasbarrini, Direttore Area Gastroenterologia e Oncologia Medica Fondazione Policlinico Universitario Gemelli, Università Cattolica, Roma.

Alti standard produttivi
Il successo internazionale di Enterogermina si fonda sugli elevati standard tecnologici, l’eccellenza nell’innovazione scientifica e il talento del made in Italy propri dello stabilimento bio-tecnologico di Origgio, dove la sospensione di spore di Bacillus clausii viene coltivata, curata, sottoposta a decine e decine di processi di sterilizzazione e trattamento. Attivo dal 1971 lo stabilimento Sanofi a Origgio, in provincia di Varese, è passato da sito multi-prodotto a polo mondiale dedicato a Enterogermina nel 2011.

“Con una produzione annuale di 350 milioni di flaconi di Enterogermina, il sito di Origgio è il principale fornitore di Enterogermina per i mercati di tutto il mondo – commenta Roberto Di Domenico, Direttore dello stabilimento Sanofi di Origgio –  Lo Stabilimento ha beneficiato di importanti investimenti che l’hanno portato ad essere protagonista nella competizione globale e nel rapporto con gli studi di nuovi prodotti e nel supporto alla ricerca scientifica, oltre ad aver contribuito in maniera decisiva allo sviluppo dell’economia del territorio.”

Donna siriana che vive in Italia racconta la verità che i media censurano

 

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Donna siriana che vive in Italia racconta la verità che i media censurano

 

Sotto le bombe: la testimonianza di una donna siriana
di MILENA CASTIGLI

Nella notte fra venerdì e sabato Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna hanno fatto scattare il raid militare in rappresaglia al presunto uso da parte del regime siriano di armi chimiche contro la popolazione civile. Il Pentagono ha fatto sapere che almeno 120 missili sono stati lanciati contro tre obiettivi sulla città di Damasco. Questo, nonostante finora non ci siano prove ufficiali sull’impiego di armi chimiche nella strage compiuta nella regione del Ghouta. Per conoscere l’esatta dinamica degli eventi, bosognerà attendere la risposta del team dell’Organizzazione internazionale per la proibizione delle armi chimiche.

La crisi siriana ha avuto inizio il 15 marzo 2011 a Damasco con le prime dimostrazioni pubbliche contro il governo centrale del presidente Bashar al-Assad, parte del contesto più ampio della cosiddetta primavera araba, per poi svilupparsi in rivolte su scala nazionale e quindi in vera e propria guerra civile a partire dall’inizio del 2012; il conflitto è ancora in corso.

Per conoscere il punto di vista di chi vive in prima persona il dramma di una guerra iniziata ormai da 7 anni, In Terris ha intervistato Myriam (nome di fantasia), un’insegnante siriana che vive in Italia da oltre un decennio.

Myriam, che vita facevi in Siria?
“In patria facevo l’insegnante, vivevo bene e non mi mancava nulla. Poi mi sono sposata con un italiano e mi sono trasferita nel Bel Paese”.

Hai parenti che abbiano vissuto i bombardamenti di venerdì notte?
“I miei parenti sono 8 anni che vivono sotto le bombe! I miei genitori e mio fratello vivono ad Aleppo, mentre ho dei cugini a Damasco”.

Sei riuscita a parlare con loro dopo il raid?
“No. Sono 7 anni che non rientro in Siria: dall’inizio della guerra. Coi miei familiari parlo a volte al telefono, ma loro cercano di raccontarmi il meno possibile per non farmi preoccupare. Però su Facebook mi arrivano le notizie in arabo di quello che succede realmente lì”.

Hai scoperto qualcosa?
“Sì. Dai social per esempio – e non dai miei parenti – ho saputo che anche la casa dei miei genitori è stata distrutta da un bombardamento, così come tutto il quartiere dove vivono”.

Come vivono – o sopravvivono – le persone comuni?
“Malissimo perché non c’è più niente. Hanno bombardato tutto e la gente vive di carità e della protezione del Signore”.

Tu sei cristiana?
“Sì, sono cristiana”.

Come riescono i tuoi parenti a sopravvivere in realtà come Aleppo o Damasco?
“Non me lo dicono. Non so come fanno a mangiare, a bere … credo che vivano solo per miracolo. Non solo loro, ma anche tutti quelli che sono rimasti in quelle zone e non sono scappati in altre nazioni, perché in Siria manca anche il minimo indispensabile: non hanno acqua potabile, né corrente elettrica né medicinali”.

Secondo te, chi sono i ribelli?
“Sono mercenari che vengono da fuori”.

Non sarebbero dunque siriani?
“No. A mio avviso, sono combattenti professionisti pagati dalle nazioni più potenti del mondo. I giornali non ne parlano perché le notizie che arrivano in occidente non sono sempre vere. Tutta l’Europa è stata ingannata. Ma noi che viviamo e veniamo dalla Siria sappiamo la verità, come si viveva lì prima dell’inizio della guerra”.

Quale sarebbe la verità?
“La verità, secondo il mio punto di vista, è che in Siria sotto gli Assad – prima il padre e poi il figlio – vivevamo benissimo, non mancava niente a nessuno”.

Ma nel 2011 qualcosa è cambiato. Come hai vissuto la Primavera Araba?
“Con molta preoccupazione per la mia gente. Perché nelle guerre e negli scontri muoiono soprattutto gli innocenti, la povera gente. Mentre i potenti sono protetti e nessuno fa loro del male. Il popolo è quello che muore. Migliaia e migliaia di vittime: chiese, ospedali, case, città andate interamente distrutte. Chi ci rimette è sempre il popolo; i politici per esempio sono ancora tutti vivi”.

Che cosa speri per la Siria?
“Spero che ritorni tutto come prima della guerra. Ma ormai i morti sono morti. Le case non ci sono più, il Paese è in ginocchio. Per rimetterlo in sesto ci vorranno forse dei decenni”.

In questo conflitto hai perso dei cari?
“Sì, purtroppo tantissimi”.

Quanti?
“Tra parenti, amici, conoscenti stretti e colleghi in questi 7 anni ho perso almeno 200 persone”.

 

fonte: https://www.interris.it/esteri/sotto-le-bombe–la-testimonianza-di-una-donna-siriana

16 Aprile – Giornata mondiale contro la schiavitù infantile – Ricordiamo oggi Iqbal Masih, l’attivista per i diritto dei bambini, assassinato dalle lobby a soli 12 anni!

 

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16 Aprile – Giornata mondiale contro la schiavitù infantile – Ricordiamo oggi Iqbal Masih, l’attivista per i diritto dei bambini, assassinato dalle lobby a soli 12 anni!

IQBAL MASIH: un bambino coraggioso

Era nato nel 1983 Iqbal Masih e aveva quattro anni quando suo padre decise di venderlo come schiavo a un fabbricante di tappeti. Per 12 dollari.

E’ l’inizio di una schiavitù senza fine: gli interessi del “prestito” ottenuto in cambio del lavoro del bambino non faranno che accrescere il debito.

Picchiato, sgridato e incatenato al suo telaio, Iqbal inizia a lavorare per più di dodici ore al giorno. E’ uno dei tanti bambini che tessono tappeti in Pakistan; le loro piccole mani sono abili e veloci, i loro salari ridicoli, e poi i bambini non protestano e possono essere puniti più facilmente.

Un giorno del 1992 Iqbal e altri bambini escono di nascosto dalla fabbrica di tappeti per assistere alla celebrazione della giornata della libertà organizzata dal Fronte di Liberazione dal Lavoro Schiavizzato (BLLF). Forse per la prima volta Iqbal sente parlare di diritti e dei bambini che vivono in condizione di schiavitù. Proprio come lui. Spontaneamente decide di raccontare la sua storia: il suo improvvisato discorso fa scalpore e nei giorni successivi viene pubblicato dai giornali locali.

Iqbal decide anche che non vuole tornare a lavorare in fabbrica e un avvocato del BLLF lo aiuta a preparare una lettera di “dimissioni” da presentare al suo ex padrone. Durante la manifestazione Iqbal conosce Eshan Ullah Khan, leader del BLLF, il sindacalista che rappresenterà la sua guida verso una nuova vita in difesa dei diritti dei bambini. Così Iqbal comincia a raccontare la sua storia sui teleschermi di tutto il mondo, diventa simbolo e portavoce del dramma dei bambini lavoratori nei convegni, prima nei paesi asiatici, poi a Stoccolma e a Boston:

“Non ho più paura di lui – dice riferendosi al suo padrone – è lui che ha paura di me, di noi, della nostra ribellione. “Da grande voglio diventare avvocato e lottare perché i bambini non lavorino troppo”. Iqbal ricomincia a studiare senza interrompere il suo impegno di piccolo sindacalista. Sarebbe diventato un avvocato, ne aveva la stoffa.
Ma la storia della sua libertà è breve. Il 16 aprile 1995, domenica di Pasqua, gli sparano a bruciapelo mentre corre in bicicletta nella sua città natale Muridke, con i suoi cugini Liaqat e Faryad. Due raffiche di proiettili gli tolgono la vita e Iqbal si accascia sulla bicicletta con cui stava finalmente giocando.

“Un complotto della mafia dei tappeti” dirà Ullah Khan subito dopo il suo assassinio. Qualcuno si era sentito minacciato dall’attivismo di Iqbal, la polizia fu accusata di collusione con gli assassini. Di fatto molti dettagli di quella tragica domenica sono rimasti poco chiari.

Aveva solo 12 anni. E mentre i suoi assassini sono liberi, il giornalista pachistano che ne ha raccontato la storia e’ stato accusato di un grave reato: “danneggia il commercio estero della nazione”.

Con i 15 mila dollari del Premio Reebok per la Gioventù in Azione ricevuti nel dicembre ’94 a Boston, Iqbal voleva costruire una scuola perché i bambini schiavi potessero ricominciare a studiare…

Beppe Grillo: La Canapa? Come fa una pianta ad essere fuorilegge?

 

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Beppe Grillo: La Canapa? Come fa una pianta ad essere fuorilegge?

 

Dallo spettacolo di Beppe Grillo del 1997

“Spinello sì o spinello no? È una domanda stupida. La grande domanda è: che fine ha fatto la canapa? Come fa una pianta ad essere fuorilegge? Abbiamo messo fuorilegge una pianta. A causa di uno degli usi più stupidi. Fumarla è uno degli usi più stupidi. E’ come se tu bevi, ti viene un po’ di cirrosi e mettiamo fuorilegge la vigna.

Ma come è potuto succedere che sparisse una roba straordinaria dal mondo? E’ sparita dall’immaginario del mondo. Non c’è più, come è potuto succedere?

Con la canapa si fa di tutto, come si fa a vietarla? Si possono fare vestiti, corde, si possono curare molte malattie. In Nepal si mangiano i semi, la Costituzione americana e le banconote francesi sono stampate sulla canapa; carta di canapa, non tagli alberi!

Ford, il più grande imprenditore del mondo, l’uomo che dava il doppio del salario ai suoi operai, lo aveva già capito nel 1930, faceva una macchina che potevano comprare tutti, la Ford T, interamente fatta di canapa. Carrozzeria di canapa, gomme di canapa, interno di canapa, andava a etanolo di canapa. Molto più elastica dell’acciaio. Questa era una macchina ecologica. Se la buttavi via, ti potevi sbriciolare il cruscotto e farti due pippatine…

Succede poi che nel 1935, Hearst, il più grande magnate delle comunicazioni, uno che faceva i giornali con i suoi alberi, insieme a Dunlop, la più grande azienda chimica al mondo, scoprono il nylon.

Dunlop, quello delle gomme, Du Pont azienda chimica, cominciano a far sparire la canapa perché c’era il petrolio. C’è una dichiarazione di Hearst e Rockfeller (due petrolieri dell’epoca) che dicono: “Perché violentare la natura tagliando la canapa? C’è il petrolio, con il petrolio potremmo proteggere la natura”. Così iniziano ad eliminare la canapa e si comincia a chiamare droga una pianta. Hearst comincia a dire sui suoi giornali, fatti con la sua carta, “Urgono misure contro la droga” , “La marijuana fa diventare matti i ragazzi in 30 giorni”, “La marijuana miete molte vittime”. E si comincia ad abbinare la droga, cioè la canapa, al mostro. Poi iniziavano a menarla con il razzismo, l’etnia. I messicani, i neri si drogano. I meticci e gli italiani. C’eravamo anche noi, dove c’è una schifezza ci siamo sempre anche noi!

Fu così che nel ’38 il nipote del più grande banchiere dell’epoca decide con una legge di abolire la droga nel mondo, e fa una legge per proibirla.

In pratica viene abolito tutto ciò che puoi farti da solo. Tutto ciò che passa attraverso la tua autonomia sta sulle palle all’autorità. Nel ’40 c’è stato un boom di vendite, che se questo qua si fosse fatto i cazzi suoi probabilmente si sarebbe estesa un pochino.

Ma l’ha proibita ed è diventata il cancro del mondo.

Genova 1997

QUI il video di Beppe Grillo

Pesticidi su frutta e verdura: bicarbonato ne elimina il 96%

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Pesticidi su frutta e verdura: bicarbonato ne elimina il 96%

Pesticidi su frutta e verdura: uno studio afferma che il bicarbonato di sodio è in grado di eleminarne il 96%

Il bicarbonato di sodio ha moltissimi utilizzi: sbianca, pulisce e deterge. Un recente studio ha dimostrato che il bicarbonato di sodio sia anche in grado di rimuovere fino al 96% dei pesticidi che possiamo trovare su frutta verdura acquistata. Se il bicarbonato viene mescolato con l’acqua e strofinato sulla buccia degli alimenti bastano 15 minuti di questo semplice trattamento per mangiare un frutto o una verdura poco o nulla contaminati dai prodotti chimici che si usano in campagna.

Il motivo per cui il bicarbonato è così efficace è che ha un pH estremamente alcalino, che agisce sulle molecole dei pesticidi e le frantuma trasformandole in molecole completamente innocue. L’autore principale di questo studio è il dottor Lili He, dell’Università del Massachussetts, che ha spiegato come sia “normale” la presenza di antiparassitari sui prodotti agricoli, ma sia altrettanto necessario eliminarli prima di mangiarli.

Dopo diversi esperimenti i ricercatori hanno così scoperto che il bicarbonato di sodio rimuove fino al 96% dei residui di pesticidi su frutta e verdura, aggiudicandosi così la corona del miglior modo per eliminare questi prodotti dannosi per la nostra salute. Quelli più difficili da togliere sono al tiabendazolo perché questo componente chimico si infila nella buccia porosa della frutta: il bicarbonato di sodio però riesce ad eliminarlo.

Ovviamente potrete anche pensare che, invece di lavare la frutta con il bicarbonato di sodio, sia più facile levare la buccia per non avere problemi di sicurezza alimentare legata ai pesticidi. È vero, ma allo stesso tempo i ricercatori sottolineano che sbucciando la frutta si perde anche un elevato quantitativo di vitamine. Meglio allora perdere qualche minuto in più per lavare con il bicarbonato frutta e verdura.

Fonte: www.greenstyle.it

Le fantastiche proprietà del limone fermentato e la semplicissima ricetta per farlo in casa…

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Le fantastiche proprietà del limone fermentato e la semplicissima ricetta per farlo in casa…

Il limone è un alimento comune che tutti conosciamo ed utilizziamo in cucina. E’ spesso adoperato per condire insalate, per insaporire ed aromatizzare primi piatti, secondi ma anche i dolci. Spesso si usa il succo ma anche la buccia.

Possiamo berlo sotto forma di spremuta oppure assaporare il suo gusto acido e deciso semplicemente morsicandolo… In realtà è un frutto dalle mille proprietà benefiche che trova la sua utilità ed i suoi impieghi già nella tradizione popolare indiana là dove il limone è usato ottimizzando al meglio le sue caratteristiche e i suoi principi.

È risaputo che i limoni hanno tante proprietà preziose, in quanto ricchi di antiossidanti, enzimi utili all’organismo e vitamine. I loro benefici possono però essere aumentati ulteriormente, facendoli fermentare con il sale. Ecco come!

Prendete 4-6 limoni, ed eliminatene i piccioli qualora fossero ancora presenti. Poi, fateci sopra un taglio a croce, e versatevi dentro mezzo cucchiaino di sale grosso, premendo per farlo penetrare al meglio. Va bene il sale comune, ma è più indicato quello integrale.

Dopo prendete un contenitore e ricopritene il fondo con il sale. Man mano che i vostri limoni fermentati saranno “farciti”, disponeteli gli uni vicino agli altri.

Prima di preparare un altro strato di limoni, coprite quello che avete appena fatto con dell’altro sale. Una volta terminato, lasciate fermentare il tutto per tre giorni. Per merito della fermentazione, le proprietà benefiche dei limoni saranno amplificate.

A procedimento ultimato potrete usare le loro parti, dopo averle ripulite dal sale, ed il succo, per insaporire carne e pesce, oppure per arricchire succhi di frutta e di verdura. Questi limoni possono essere conservati in frigo per sei mesi.

La ricetta dei limoni fermentati deriva dalle tradizioni culinarie dell’India e del Nord-Africa, paesi in cui sono ben noti i suoi vantaggi.

Non solo, infatti assumendo i limoni fermentati quotidianamente il sistema digerente migliorerà le sue funzioni, la pelle diventerà molto più bella e il metabolismo più veloce.

In questo modo, poco per volta vi prenderete cura del vostro intestino e del vostro stomaco. Allontanerete i problemi di digestione e quei bruciori di stomaco che possono rovinarvi le intere giornate. Inoltre, grazie alla presenza di antiossidanti ed all’effetto amplificatore del sale, potrete assicurarvi una pelle radiosa, liscia e vellutata. Libera da sebo ed elastica da apparire più giovani e rilassati.

Ma non è finita qui: ne viene apprezzata la caratteristica di essere un antiemorragico e disinfettante, inoltre è un naturale ipoglicemizzante in quanto tende a far diminuire il glucosio nel sangue.

Ovviamente è un efficace battericido, antisettico, valido per abbassare la pressione arteriosa, utile per eliminare verruche, calli, gengive infiammate, per curare artrite e reumatismi, vene varicose, raffreddore ed influenza.

Infatti nei periodo estivi è opportuno utilizzare questi limone facendo delle tisane calde le quali vi aiuteranno a decongestionare le vie respiratorie. Vi basterà estrarre il limone dal vaso, lavarlo dal sale in eccesso e utilizzarlo tagliuzzandolo in piccole fettine.

Pasta amica della dieta: non fa ingrassare

 

Pasta

 

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Pasta amica della dieta: non fa ingrassare

“Contrariamente alle preoccupazioni, la pasta può essere parte di una dieta sana come ad esempio quella a basso indice glicemico”

Pasta? Si grazie. I suoi carboidrati infatti non fanno ingrassare, aiutano a sostenere una dieta sana ed in alcuni casi possono aiutare a perdere peso.

Questo il messaggio di una ricerca del St. Michael’s Hospital, diretta dal dottor John Sievenpiper e pubblicata su “BMJ Open”

Gli scienziati hanno condotto una revisione su 30 ricerche e 2500 pazienti, tutti divisi in due gruppi.

Il primo, nell’ambito di una dieta a basso contenuto glicemico ha consumato pasta, in media 3,3 porzioni alla settimana. Il secondo, sottoposto allo stesso regime alimentare, ha consumato la stessa quantità di altri carboidrati.

Le analisi mediche, condotte in media dopo 12 settimane di sperimentazione, il primo gruppo (mangiatori di pasta) avesse perso circa mezzo chilo alla fine del test.

Secondo il team canadese, tale effetto è dovuto al tipo di carboidrati contenuti nella pasta rispetto a quelli presenti in altri alimenti. La pasta ha infatti un basso indice glicemico, causa quindi di minori aumenti dei livelli di zucchero nel sangue rispetto ad altri alimenti a base di carboidrati.

Secondo il capo ricercatore, “Lo studio ha rilevato che la pasta non ha contribuito all’aumento di peso o all’aumento del grasso corporeo. In realtà l’analisi ha mostrato una leggera perdita di peso, quindi contrariamente alle preoccupazioni, la pasta può essere parte di una dieta sana come ad esempio quella a basso indice glicemico”.

Tuttavia, il dottor Sievenpiper evidenzia anche i limiti dello studio. In primis, la pasta deve essere consumata insieme ad altri alimenti a basso indice glicemico. Inoltre, sono necessari ulteriori esami per determinare se la perdita di peso si applica anche alla pasta come parte di altre diete salutari.

Matteo Clerici

tratto da: https://www.newsfood.com/pasta-amica-della-dieta-non-fa-ingrassare/

31 anni fa ci lasciava Primo Levi – Vogliamo ricordarlo con la grande intervista rilasciata ad Enzo Biagi: “Come nascono i lager? Facendo finta di nulla”

 

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31 anni fa ci lasciava Primo Levi – Vogliamo ricordarlo con la grande intervista rilasciata ad Enzo Biagi: “Come nascono i lager? Facendo finta di nulla”

 

Enzo Biagi intervista Primo Levi: “Come nascono i lager? Facendo finta di nulla”

L’incontro tra il partigiano antifascista torinese e il giornalista andò in onda su Raiuno l’8 giugno 1982 nel programma “Questo secolo”. Lo scrittore raccontò la sua vita dal capoluogo piemontese al campo di concentramento polacco di Auschwitz e ritorno: “Non credemmo a quanto dicevano gli inglesi sullo sterminio degli ebrei. Eravamo stupidi e anestetizzati: abbiamo chiuso gli occhi e in tanti hanno pagato”

Levi come ricorda la promulgazione delle leggi razziali?
Non è stata una sorpresa quello che è avvenuto nell’estate del ’38. Era luglio quando uscì Il manifesto della razza, dove era scritto che gli ebrei non appartenevano alla razza italiana. Tutto questo era già nell’aria da tempo, erano già accaduti fatti antisemiti, ma nessuno si immaginava a quali conseguenze avrebbero portato le leggi razziali. Io allora ero molto giovane, ricordo che si sperò che fosse un’eresia del fascismo, fatta per accontentare Hitler. Poi si è visto che non era così. Non ci fu sorpresa, delusione sì, con grande paura sin dall’inizio mitigata dal falso istinto di conservazione: “Qui certe cose sono impossibili”. Cioè negare il pericolo.

Che cosa cambiò per lei da quel momento?
Abbastanza poco, perché una disposizione delle leggi razziali permetteva che gli studenti ebrei, già iscritti all’università, finissero il corso. Con noi c’erano studenti polacchi, cecoslovacchi, ungheresi, perfino tedeschi che, essendo già iscritti al primo anno, hanno potuto laurearsi. È esattamente quello che è accaduto al sottoscritto.

Lei si sentiva ebreo?
Mi sentivo ebreo al venti per cento perché appartenevo a una famiglia ebrea. I miei genitori non erano praticanti, andavano in sinagoga una o due volte all’anno più per ragioni sociali che religiose, per accontentare i nonni, io mai. Quanto al resto dell’ebraismo, cioè all’appartenenza a una certa cultura, da noi non era molto sentita, in famiglia si parlava sempre l’italiano, vestivamo come gli altri italiani, avevamo lo stesso aspetto fisico, eravamo perfettamente integrati, eravamo indistinguibili.

Video – Enzo Biagi intervista Primo Levi

C’era una vita delle comunità ebraiche?
Sì anche perché le comunità erano numerose, molto più di ora. Una vita religiosa, naturalmente, una vita sociale e assistenziale, per quello che era possibile, fatta da un orfanotrofio, una scuola, una casa di riposo per gli anziani e per i malati. Tutto questo aggregava gli ebrei e costituiva la comunità. Per me non era molto importante.

Quando Mussolini entrò in guerra, lei come la prese?
Con un po’ di paura, ma senza rendermi conto, come del resto molti miei coetanei. Non avevamo un’educazione politica. Il fascismo aveva funzionato soprattutto come anestetico, cioè privandoci della sensibilità. C’era la convinzione che la guerra l’Italia l’avrebbe vinta velocemente e in modo indolore. Ma quando abbiamo cominciato a vedere come erano messe le truppe che andavano al fronte occidentale, abbiamo capito che finiva male.

Sapevate quello che stava accadendo in Germania?
Abbastanza poco, anche per la stupidità, che è intrinseca nell’uomo che è in pericolo. La maggior parte delle persone quando sono in pericolo invece di provvedere, ignorano, chiudono gli occhi, come hanno fatto tanti ebrei italiani, nonostante certe notizie che arrivavano da studenti profughi, che venivano dall’Ungheria, dalla Polonia: raccontavano cose spaventose. Era uscito allora un libro bianco, fatto dagli inglesi, girava clandestinamente, su cosa stava accadendo in Germania, sulle atrocità tedesche, lo tradussi io. Avevo vent’anni e pensavo che, quando si è in guerra, si è portati a ingigantire le atrocità dell’avversario. Ci siamo costruiti intorno una falsa difesa, abbiamo chiuso gli occhi e in tanti hanno pagato per questo.

Come ha vissuto quel tempo fino alla caduta del fascismo?
Abbastanza tranquillo, studiando, andando in montagna. Avevo un vago presentimento che l’andare in montagna mi sarebbe servito. È stato un allenamento alla fatica, alla fame e al freddo.

E quando è arrivato l’8 settembre?
Io stavo a Milano, lavoravo regolarmente per una ditta svizzera, ritornai a Torino e raggiunsi i miei che erano sfollati in collina per decidere il da farsi.

La situazione con l’avvento della Repubblica sociale peggiorò?
Sì, certo, peggiorò quando il Duce, nel dicembre ’43, disse esplicitamente, attraverso un manifesto, che tutti gli ebrei dovevano presentarsi per essere internati nei campi di concentramento.

Cosa fece?
Nel dicembre ’43 ero già in montagna: da sfollato diventai partigiano in Val d’Aosta. Fui arrestato nel marzo del ’44 e poi deportato.

Lei è stato deportato perché era partigiano o perché era ebreo?
Mi hanno catturato perché ero partigiano, che fossi ebreo, stupidamente, l’ho detto io. Ma i fascisti che mi hanno catturato lo sospettavano già, perché qualcuno glielo aveva detto, nella valle ero abbastanza conosciuto. Mi hanno detto: “Se sei ebreo ti mandiamo a Carpi, nel campo di concentramento di Fossoli, se sei partigiano ti mettiamo al muro”. Decisi di dire che ero ebreo, sarebbe venuto fuori lo stesso, avevo dei documenti falsi che erano mal fatti.

Che cos’è un lager?
Lager in tedesco vuol dire almeno otto cose diverse, compreso i cuscinetti a sfera. Lager vuol dire giaciglio,vuoldireaccampamento,vuoldireluogo in cui si riposa, vuol dire magazzino, ma nella terminologia attuale lager significa solo campo di concentramento, è il campo di distruzione.

Lei ricorda il viaggio verso Auschwitz?
Lo ricordo come il momento peggiore. Ero in un vagone con cinquanta persone, c’erano anche bambini e un neonato che avrebbe dovuto prendere il latte, ma la madre non ne aveva più, perché non si poteva bere, non c’era acqua. Eravamo tutti pigiati. Fu atroce. Abbiamo percepito la volontà precisa, malvagia, maligna, che volevano farci del male. Avrebbero potuto darci un po’ d’acqua, non gli costava niente. Questo non è accaduto per tutti i cinque giorni di viaggio. Era un atto persecutorio. Volevano farci soffrire il più possibile.

Come ricorda la vita ad Auschwitz?
L’ho descritta in Se questo è un uomo. La notte, sotto i fari, era qualcosa di irreale. Era uno sbarco in un mondo imprevisto in cui tutti urlavano. I tedeschi creavano il fracasso a scopo intimidatorio. Questo l’ho capito dopo, serviva a far soffrire, a spaventare per troncare l’eventuale resistenza, anche quella passiva. Siamo stati privati di tutto, dei bagagli prima, degli abiti poi, delle famiglie subito.

Esistono lager tedeschi e russi. C’è qualche differenza?
Per mia fortuna non ho visto i lager russi, se non in condizioni molto diverse, cioè in transito durante il viaggio di ritorno, che ho raccontato nel libro La tregua. Non posso fare un confronto. Ma per quello che ho letto non si possono lodare quelli russi: hanno avuto un numero di vittime paragonabile a quelle dei lager tedeschi, ma per conto mio una differenza c’era, ed è fondamentale: in quelli tedeschi si cercava la morte, era lo scopo principale, erano stati costruiti per sterminare un popolo, quelli russi sterminavano ugualmente ma lo scopo era diverso, era quello di stroncare una resistenza politica, un avversario politico.

Che cosa l’ha aiutata a resistere nel campo di concentramento?
Principalmente la fortuna. Non c’era una regola precisa, visibile, che faceva sopravvivere il più colto o il più ignorante, il più religioso o il più incredulo. Prima di tutto la fortuna, poi a molta distanza la salute e proseguendo ancora, la mia curiosità verso il mondo intero, che mi ha permesso di non cadere nell’atrofia, nell’indifferenza. Perdere l’interesse per il mondo era mortale, voleva dire cadere, voleva dire rassegnarsi alla morte.

Come ha vissuto ad Auschwitz?
Ero nel campo centrale, quello più grande, eravamo in dieci-dodici mila prigionieri. Il campo era incorporato nell’industria chimica, per me è stato provvidenziale perché io sono laureato in Chimica. Ero non Primo Levi ma il chimico n. 4517, questo mi ha permesso di lavorare negli ultimi due mesi, quelli più freddi, dentro a un laboratorio. Questo mi ha aiutato a sopravvivere. C’erano due allarmi al giorno: quando suonava la prima sirena, dovevo portare tutta l’apparecchiatura in cantina, poi, quando suonava quella di cessato allarme, dovevo riportare di nuovo tutto su.

Lei ha scritto che sopravvivevano più facilmente quelli che avevano fede.
Sì, questa è una constatazione che ho fatto e che in molti mi hanno confermato. Qualunque fede religiosa, cattolica, ebraica o protestante, o fede politica. È il percepire se stessi non più come individui ma come membri di un gruppo: “Anche se muoio io qualcosa sopravvive e la mia sofferenza non è vana”. Io, questo fattore di sopravvivenza non lo avevo.

È vero che cadevano più facilmente i più robusti?
È vero. È anche spiegabile fisiologicamente: un uomo di quaranta-cinquanta chili mangia la metà di un uomo di novanta, ha bisogno di metà calorie, e siccome le calorie erano sempre quelle, ed erano molto poche, un uomo robusto rischiava di più la vita. Quando sono entrato nel lager pesavo 49 chili, ero molto magro, non ero malato. Molti contadini ebrei ungheresi, pur essendo dei colossi, morivano di fame in sei o sette giorni.

Che cosa mancava di più: la facoltà di decidere?
In primo luogo il cibo. Questa era l’ossessione di tutti. Quando uno aveva mangiato un pezzo di pane allora venivano a galla le altre mancanze, il freddo, la mancanza di contatti umani, la lontananza da casa…

La nostalgia, pesava di più?
Pesava soltanto quando i bisogni elementari erano soddisfatti. La nostalgia è un dolore umano, un dolore al di sopra della cintola, diciamo, che riguarda l’essere pensante, che gli animali non conoscono. La vita del lager era animalesca e le sofferenze che prevalevano erano quelle delle bestie. Poi venivamo picchiati, quasi tutti i giorni, a qualsiasi ora. Anche un asino soffre per le botte, per la fame, per il gelo e quando, nei rari momenti, in cui capitava che le sofferenze primarie, accadeva molto di rado, erano per un momento soddisfatte, allora affiorava la nostalgia della famiglia perduta. La paura della morte era relegata in secondo ordine. Ho raccontato nei miei libri la storia di un compagno di prigionia condannato alla camera gas. Sapeva che per usanza, a chi stava per morire, davano una seconda razione di zuppa, siccome avevano dimenticato di dargliela, ha protestato: “Ma signor capo baracca io vado nella camera a gas quindi devo avere un’altra porzione di minestra”.

Lei ha raccontato che nei lager si verificavano pochi suicidi: la disperazione non arrivava che raramente alla autodistruzione.
Sì, è vero, ed è stato poi studiato da sociologi, psicologi e filosofi. Il suicidio era raro nei campi, le ragioni erano molte, una per me è la più credibile: gli animali non si suicidano e noi eravamo animali intenti per la maggior parte del tempo a far passare la fame. Il calcolo che quel vivere era peggiore della morte era al di là della nostra portata.

Quando ha saputo dell’esistenza dei forni?
Per gradi, ma la parola crematorio è una delle prime che ho imparato appena arrivato nel campo, ma non gli ho dato molta importanza perché non ero lucido, eravamo tutti molto depressi. Crematorio, gas, sono parole che sono entrate subito nelle nostra testa, raccontate da chi aveva più esperienza. Sapevamo dell’esistenza degli impianti con i forni a tre o quattro chilometri da noi. Io mi sono esattamente comportato come allora quando ho saputo delle leggi razziali: credendoci e poi dimenticando. Questo per necessità, le reazioni d’ira erano impossibili, era meglio calare il sipario e non occuparsene.

Poi arrivarono i russi e fu la libertà. Come ricorda quel giorno?
Il giorno della liberazione non è stato un giorno lieto perché per noi è avvenuto in mezzo ai cadaveri. Per nostra fortuna i tedeschi erano scappati senza mitragliarci, come hanno fatto in altri lager. I sani sono stati ri-deportati. Da noi sono rimasti solo gli ammalati e io ero ammalato. Siamo stati abbandonati, per dieci giorni, a noi stessi, al gelo, abbiamo mangiato solo quelle poche patate che trovavamo in giro. Eravamo in ottocento, in quei dieci giorni seicento sono morti di fame e freddo, quindi, i russi mi hanno trovato vivo in mezzo a tanti morti.

Questa esperienza ha cambiato la sua visione del mondo?
Penso di sì, anche se non ho ben chiara quale sarebbe stata la mia visione del mondo se non fossi stato deportato, se non fossi ebreo, se non fossi italiano e così via. Questa esperienza mi ha insegnato molte cose, è stata la mia seconda università, quella vera. Il lager mi ha maturato, non durante ma dopo, pensando a tutto quello che ho vissuto. Ho capito che non esiste né la felicità, né l’infelicità perfetta. Ho imparato che non bisogna mai nascondersi per non guardare in faccia la realtà e sempre bisogna trovare la forza per pensare.

Grazie, Levi.
Biagi, grazie a lei.

Da Il Fatto Quotidiano del 26 gennaio 2014

Costretta al matrimonio, sfigurata dal marito: il volto di Shakila è la tragedia di milioni di donne

 

Shakila

 

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Costretta al matrimonio, sfigurata dal marito: il volto di Shakila è la tragedia di milioni di donne

Shakila Zareen aveva 17 anni quando è stata costretta a sposare un uomo che le ha sparato in volto. Ora vive in Canada, ma teme ancora che il suo incubo non sia finito

Shakila Zareen è al sicuro adesso, a Vancouver. Non appena arrivata, ha raccontato al Guardian, ha messo vicino al letto della sua nuova casa una foto, vestita di giallo, con indosso degli orecchini e una collana. Una bella ragazza, ora 23enne, nata in Afghanistan.

Quel volto non esiste più. Shakila non ha più un occhio, una guancia, le labbra. Metà del suo volto è stato portato via da un colpo di pistola, sparato da suo marito.

Shakila aveva 17 anni quando è stata costretta a sposare un uomo 14 anni più grande. A combinare il matrimonio è stato suo suocero, che l’ha venduta a un cugino approfittando delle ristrettezze economiche della famiglia di Shakila: il padre era stato colpito da una malattia e le cure erano state costose. Non potevano opporsi a quel matrimonio.

“È iniziata la prima notte” ha raccontato la ragazza. Stupri, violenze, pestaggi. Shakila si è recata dalla polizia, ma si è sentita rispondere che “finché l’uomo non le tagliava il naso, o una mano, o le labbra, non c’era nulla che potessero fare”.

Totalmente impotente, in balia di un uomo che continuava a violentarla ogni notte, Shakila decise di fuggire a casa della madre. La sua fuga non è durata che un giorno: il marito, insieme ad altri due uomini, penetrò nella casa e sparò sul viso della giovane moglie.

Shakila si risvegliò all’ospedale di Kabul, e metà del suo volto non c’era più.

Passano tre anni, e nove operazioni di chirurgia plastica. Shakila si trasferisce a Delhi, la sua vita è appesa a un filo e, tra l’altro, il suocero e il marito continuano a darle la caccia: “ti troveremo. Ti uccideremo. Uccideremo te, tua madre, tua sorella”.

Dopo la sparatoria, il marito era stato arrestato e aveva passato dieci mesi in carcere. Intervistato dal Guardian, il suocero continua a sostenere che Shakila si sia sparata da sola.

Terrorizzata dalla prospettiva di tornare in Afghanistan, Shakila decide di chiedere asilo negli Stati Uniti nel 2016, domanda che è stata in un primo momento accettata. Fu un sogno breve: un anno dopo, la sua domanda era stata respinta per “motivi di sicurezza”. Senz’altra specificazione. Alcuni sostengono che il rifiuto sia legato proprio alla minaccia del suocero, che aveva legami con i Talebani. Forse la stessa spiegazione che sta dietro il rifiuto della Svezia.

Ci sono voluti mesi prima che il Canada la accogliesse come rifugiata: a gennaio, Zareen è arrivata a Vancouver insieme alla madre e alla sorella. Si è finalmente tolta le bende e deve imparare a convivere con il suo nuovo volto, con il ricordo di quella terribile notte e con la paura, costante, che il suocero e il marito riescano a trovarla. Ma, guardando la sua foto col vestito giallo, Zareen continua a ripetere: “Sono ancora più forte di prima. Non rimarrò in silenzio”.

 

 

 

 

tratto da: http://www.globalist.it/world/articolo/2018/04/05/costretta-al-matrimonio-sfigurata-dal-marito-il-volto-di-shakila-e-la-tragedia-di-milioni-di-donne-2022229.html

Fiorella Mannoia contro i razzisti: andiamo noi via dall’Africa

 

Fiorella Mannoia

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Fiorella Mannoia contro i razzisti: andiamo noi via dall’Africa

In un post su Facebook la cantante risponde a tono a chi continua a usare lo slogan “aiutiamoli a casa loro”

Fiorella Mannoia non ce l’ha fatta più: all’ennesimo “aiutiamoli a casa loro”, lo slogan populista e demagogo che critica la politica dell’accoglienza ai migranti, la cantante ha scritto un lungo e arrabbiato post su facebook in cui lancia una provocazione: “aiutiamoli a casa loro, ma andiamocene via noi. Tutti: francesi, inglesi, olandesi, americani, cinesi, tedeschi, italiani, banche mondiali, multinazionali del petrolio, delle armi, del cibo, trafficanti di diamanti”.

A suscitare l’indignazione della Mannoia è stata la notizia dell’assoluzione di tredici soldati francesi, accusati di aver violentato dei minori africani in cambio di razioni extra di cibo. Una notizia disgustosa che ha spinto la cantante a dire: “tutti fuori dalle palle! Così lo sai le nostre economie che fine fanno? Con le pezze al culo!”

Lo sfogo ha provocato reazioni di sostegno ma anche, com’era prevedibile, anche invettive contro la cantante, nel migliore dei casi accusata di essere “semplicina e populista”.

Fiorella Mannoia:

DITE CHE SONO TROPPI E NON POSSIAMO ACCOGLIERLI TUTTI. È VERO! FACCIAMO UNA COSA. RIPORTIAMO TUTTI GLI AFRICANI IN AFRICA. PERÓ ANDIAMOCENE TUTTI, MULTINAZIONALI, DEL PETROLIO, DELLE ARMI, DEL CIBO, TRAFFICANTI DI DIAMANTI, DI ORGANI, DI COLTAN, DI ORO, DI RIFIUTI TOSSICI….ANDIAMOCENE VIA DALL’AFRICA: FRANCESI, INGLESI, OLANDESI, AMERICANI, CINESI, TEDESCHI, ITALIANI, BANCHE MONDIALI, FONDO MONETARIO, TUTTI FUORI DALLE PALLE!! LASCIAMO L’AFRICA AGLI AFRICANI E CHE SE LA SBRIGHINO DA SOLI, VOLETE CHE LOTTINO PER LA PROPRIA TERRA, DIAMOGLI LA POSSIBILITÀ DI FARLO, CHE RISOLVANO I LORO PROBLEMI TRA DI LORO!! LO SAI LE NOSTRE ECONOMIE CHE FINE FANNO? CON LE PEZZE AL CULO!! Io sarei d’accordo. Ognuno a casa sua, ma deve valere anche per noi!! Anche basta!