19 aprile 1967 – Kathrine Switzer sfidò il maschilismo nello sport correndo la maratona di Boston

 

19 aprile

 

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19 aprile 1967 – Kathrine Switzer sfidò il maschilismo nello sport correndo la maratona di Boston

Kathrine Switzer aveva diciannove anni quando nel 1967 decise di correre la maratona di Boston violandone le regole.

La gara era infatti interdetta alla partecipazione femminile. Secondo gli organizzatori le donne non erano in grado di competere sulle 26 miglia del tracciato. 

L’anno prima Bobbi Gibb aveva partecipato alla competizione sotto mentite spoglie. Iscrivendosi sotto falso nome e vestendosi da uomo era riuscita a correre fino al traguardo raggiungendo il 125° posto su 500 partecipanti con un tempo di 3h21′. 

L’anno seguente Khatrine raccolse il testimone ma decise di dare battaglia a tutto campo. Non si travestì e non cambiò nome ma usò solo le iniziali nel modulo di iscrizione. Accompagnata dal fidanzato Tom Miller, lanciatore di pesi di 109 kg, si presentò puntuale alla partenza.

Passarono pochi minuti dall’inizio della gara quando Khatrine finì per essere notata da alcuni fotografi, che seguivano da un pulman, i concorrenti. Alcuni di loro cominciarono ad urlare “c’è una ragazza” e a scattare delle foto. 

Anche il direttore della corsa Jock Semple era sul pulman. Noto per la sua visione retrograda e per il suo carattere rissoso, scese dal veicolo, rincorse Khatrine ed iniziò a strattonarla gridando “vattene dalla mia gara e dammi la pettorina!”. Tom che seguiva la ragazza intervenne energicamente placcando Semple e mandandolo con il sedere a terra. 

Khatrine, ormai libera, poté continuare la sua corsa e raggiungere il traguardo. 

La sua storia fece il giro del mondo, e questa foto divenne un simbolo di lotta contro le discriminazioni di genere. Pochi anni dopo la maratona fu finalmente aperta alle donne. 

Khatrine partecipò per ben otto volte alla competizione e nel 1974 trionfò con un tempo di 2h51′.

16 Aprile – Giornata mondiale contro la schiavitù infantile – Ricordiamo oggi Iqbal Masih, l’attivista per i diritto dei bambini, assassinato dalle lobby a soli 12 anni!

 

16 Aprile

 

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16 Aprile – Giornata mondiale contro la schiavitù infantile – Ricordiamo oggi Iqbal Masih, l’attivista per i diritto dei bambini, assassinato dalle lobby a soli 12 anni!

IQBAL MASIH: un bambino coraggioso

Era nato nel 1983 Iqbal Masih e aveva quattro anni quando suo padre decise di venderlo come schiavo a un fabbricante di tappeti. Per 12 dollari.

E’ l’inizio di una schiavitù senza fine: gli interessi del “prestito” ottenuto in cambio del lavoro del bambino non faranno che accrescere il debito.

Picchiato, sgridato e incatenato al suo telaio, Iqbal inizia a lavorare per più di dodici ore al giorno. E’ uno dei tanti bambini che tessono tappeti in Pakistan; le loro piccole mani sono abili e veloci, i loro salari ridicoli, e poi i bambini non protestano e possono essere puniti più facilmente.

Un giorno del 1992 Iqbal e altri bambini escono di nascosto dalla fabbrica di tappeti per assistere alla celebrazione della giornata della libertà organizzata dal Fronte di Liberazione dal Lavoro Schiavizzato (BLLF). Forse per la prima volta Iqbal sente parlare di diritti e dei bambini che vivono in condizione di schiavitù. Proprio come lui. Spontaneamente decide di raccontare la sua storia: il suo improvvisato discorso fa scalpore e nei giorni successivi viene pubblicato dai giornali locali.

Iqbal decide anche che non vuole tornare a lavorare in fabbrica e un avvocato del BLLF lo aiuta a preparare una lettera di “dimissioni” da presentare al suo ex padrone. Durante la manifestazione Iqbal conosce Eshan Ullah Khan, leader del BLLF, il sindacalista che rappresenterà la sua guida verso una nuova vita in difesa dei diritti dei bambini. Così Iqbal comincia a raccontare la sua storia sui teleschermi di tutto il mondo, diventa simbolo e portavoce del dramma dei bambini lavoratori nei convegni, prima nei paesi asiatici, poi a Stoccolma e a Boston:

“Non ho più paura di lui – dice riferendosi al suo padrone – è lui che ha paura di me, di noi, della nostra ribellione. “Da grande voglio diventare avvocato e lottare perché i bambini non lavorino troppo”. Iqbal ricomincia a studiare senza interrompere il suo impegno di piccolo sindacalista. Sarebbe diventato un avvocato, ne aveva la stoffa.
Ma la storia della sua libertà è breve. Il 16 aprile 1995, domenica di Pasqua, gli sparano a bruciapelo mentre corre in bicicletta nella sua città natale Muridke, con i suoi cugini Liaqat e Faryad. Due raffiche di proiettili gli tolgono la vita e Iqbal si accascia sulla bicicletta con cui stava finalmente giocando.

“Un complotto della mafia dei tappeti” dirà Ullah Khan subito dopo il suo assassinio. Qualcuno si era sentito minacciato dall’attivismo di Iqbal, la polizia fu accusata di collusione con gli assassini. Di fatto molti dettagli di quella tragica domenica sono rimasti poco chiari.

Aveva solo 12 anni. E mentre i suoi assassini sono liberi, il giornalista pachistano che ne ha raccontato la storia e’ stato accusato di un grave reato: “danneggia il commercio estero della nazione”.

Con i 15 mila dollari del Premio Reebok per la Gioventù in Azione ricevuti nel dicembre ’94 a Boston, Iqbal voleva costruire una scuola perché i bambini schiavi potessero ricominciare a studiare…

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Il 15 aprile 1967 ci lasciava il Principe della Risata TOTÒ – Vogliamo ricordarlo anche per il suo convinto antifascismo, che si rivelava chiaro nel suo umorismo geniale e pungente…

 

TOTÒ

 

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Il 15 aprile 1967 ci lasciava il Principe della Risata TOTÒ – Vogliamo ricordarlo anche per il suo convinto antifascismo, che si rivelava chiaro nel suo umorismo geniale e pungente…

Come non rendersi conto dell’antifascismo di Totò – Spesso ha interpretato in modo magistrale “fascisti” rendendo un ritratto tanto grottesco quanto realista delle realtà dell’epoca. Tante altre volte si è imbattuto nei nazi-fascisti e sempre divertentissimo, geniale e pungente, ne ha comunque sottoliniato l’orrore.

I due marescialli – La pernacchia anti nazifascista:

I due colonnelli – La carta bianca:

 

A Roma si susseguono senza sosta rastrellamenti da parte della Gestapo e dei fascisti delle Brigate Nere, della banda Muti e della Banda Koch,  alla ricerca di partigiani e antifascisti. Un giorno, durante un rastrellamento, per non farsi prendere, Totò è costretto a rifugiarsi nel cimitero del Verano e a nascondersi dentro una tomba, vuota naturalmente. La vita a Roma, tra bombardamenti e rastrellamenti, è sempre più difficile. Parallelamente il popolo cerca distrazioni anche attraverso il teatro.

Più si soffre e più il pubblico desidera distrarsi e divertirsi. Con un coraggio che rasenta l’incoscienza, Totò non perde occasione, ad ogni replica, di strizzare l’occhio al pubblico con allusioni e battute a doppio senso, che si riferiscono alla situazione politica, al fascismo che è caduto e ai tedeschi che occupano Roma.Rappresentando il pastore Aligi ne “Il figlio di Jorio”, una parodia del testo dannunziano, Totò si scatena ripetendo in tono implorante alla soubrette: <Vieni avanti! E vieni avaanti!,> riferendosi chiaramente all’avanzata degli americani. Il pubblico capisce ed applaude, ma i rischi non mancano perché molti ufficiali tedeschi conoscono bene l’italiano e afferrano senza farseli tradurre i doppi sensi di Totò.

E, a volte, sull’onda di queste battute allusive, incitava il pubblico a belare, per cui tutti gli spettatori, con somma provocazione, si mettevano insieme a Totò a fare il verso delle pecore e a ridere.Una sera in cui si era sparsa la voce dell’attentato ad Hitler, Totò, che adattava il copione all’attualità di quei giorni, si presentò improvvisamente in scena coi baffetti e col ciuffo tutto incerottato e fasciato e attraversò la scena nel bel mezzo di un numero che trattava tutt’altro, e zoppicando scomparve tra l’ilarità generale. Quella sera stessa un colonello tedesco, suo amico, gli confidò che il mattino seguente avrebbero arrestato sia lui che i fratelli De Filippo ( rei di aver preso in giro i nazisti). Dopo aver avvertito Peppino,Totò scappò a Valmontone.

Totò ricorda:

«Il ricordo più divertente è un ricordo tragicomico… Era proprio il periodo della guerra. Io lavoravo al Valle e i De Filippo stavano all’Eliseo. Un amico mi chiamò dalla questura dicendomi che i tedeschi volevano arrestare me e i De Filippo. Allora telefonai a un amico per andarmi a nascondere. Prima di recarmi da lui, passai all’Eliseo per avvisare i De Filippo. Eduardo non c’era, c’era Peppino. Gli dico: «Peppì, qui succede così e così, bisogna scappare». «Ah sì, scappiamo, dove scappiamo? Dove scappiamo?» «Tu la prendi alla leggera, scherzi?» gli faccio. «Vengono i tedeschi, chi sa cosa ci vogliono fare…» «Ah, vengono qua? E dove ci portano? In albergo?» «No» gli dico, «ci fucilano!». E me ne andai, cioè corro a nascondermi da quest’amico che mi avrebbe ospitato gentilmente. Naturalmente nessuno doveva sapere che ero lì. Dopo mezz’ora che sto là, quest’amico mio viene e mi dice: «Senti, c’è una cugina mia che ti vuol conoscere, che ti ha visto a teatro, è una tua ammiratrice…». Dico: «Don Lui’», si chiamava Luigi, «Don Lui’, nessuno deve sapere che sto qua…». «Sì, ma è una parente…». «Vabbe’, Don Lui’…» Questa viene, piacere… piacere… e compagnia bella. Dopo un’oretta torna lui e dice: «C’è un mio compare…». Questo per due giorni di seguito. Alla fine dico: «Don Lui’, qui dove sto io lo sa tutta Roma. Se i tedeschi chiedono dove sta Totò… tutti gli dicono che sta qua…».

“Con un palmo di naso”, la nuova rivista di Galdieri, debutta al Valle il 26 giugno 1944. Roma è stata liberata solo da una ventina di giorni e nel nuovo clima lo spettacolo non esita ad affrontare temi di attualità. La rivista ritorna alla vocazione satirica soprattutto nei confronti della politica e dei suoi uomini più rappresentativi.

Anile racconta la visita negli studi di un eroe di guerra, esaltata con retorica fascista, e, ‘se sul palcoscenico della rivista Totò non esita a lanciarsi in qualche temerario sfottò all’ indirizzo di fascisti e tedeschi, il contesto di Cinecittà annulla decisamente ogni velleità di ribellione. Totò è costretto a farsi fotografare con la ‘cimice’ fascista all’ occhiello, per essere così eternato, nel mezzo di un’ impacciata smorfia comica, sul retrocopertina della rivista Film’ . Il fotografo si chiamava Eugenio Haas, che in seguito sarà definito ‘ufficiale delle SS’ e ‘spia della Gestapo’ .

In esso la forza satirica esercitata in vario modo prima contro il regime fascista e quindi contro gli occupanti tedeschi, è sempre ben presente: più volte la censura di regime intervenne per modificare battute considerate irriverenti, ma Totò, rischiando di suo, spesso pronunciava ugualmente le frasi tagliate suscitando autentiche ovazioni; dopo le prime rappresentazioni romane di “Che ti sei messo in testa”, l’attore, avvertito che sarebbe stato di lì a poco arrestato (insieme ai fratelli De Filippo), dovette tuttavia scappare a Valmontone per ripresentarsi solo dopo la liberazione di Roma con una nuova rivista (Con un palmo di naso) in cui finalmente dava libero sfogo alla sua satira impersonando Mussolini e Hitler. »‎”

Totò era un vero principe ma non praticante, molto attivo in rivista negli anni 40 nella satira anti Mussolini, con la Magnani. “C’è tutto. Totò sul set, quando prendeva il caffè di rito con la troupe, domandava alla sua spalla e aiuto-regista Mario Castellani quale scena c’era da fare, la leggeva, chiedeva “il lapis”, ne dettava una totalmente diversa, e poi ne girava una terza che non aveva a che fare né con la prima né con la seconda. Si presentava alle due del pomeriggio perché ‘al mattino non si può far ridere’ ma quel 13 aprile 1967 arrivò presto per interpretare un vecchio anarchico in “Il padre di famiglia.

Totò Diabolicus – Camerati saluti al duce:

Totò e Mussolini:

 

tratto da: https://www.magazineitalia.net/toto-il-principe-della-risata-era-antifascista-tributo/

“Cambiare”: Nasce la stella di Alex Baroni – Una stella brillantissima che, per un tragico incidente, si è spenta troppo presto… Il 13 aprile 2002 moriva Alex Baroni.

 

Alex Baroni

 

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“Cambiare”: Nasce la stella di Alex Baroni – Una stella brillantissima che, per un tragico incidente, si è spenta troppo presto… Il 13 aprile 2002 moriva Alex Baroni.

“Cambiare” è probabilmente il brano più rappresentativo ed amato del compianto Alex BaroniAlessandro Guido Mariaall’anagrafe, ed è anche il brano che gli ha permesso di palesare al grande pubblico il suo immenso talento. E’ il 1997, infatti, quando Alex presenta il suddetto brano tra le Nuove Proposte del 47° Festival di Sanremo dove, tra l’altro, era già stato l’anno precedente nelle vesti di corista. Baroni, infatti, prima di iniziare il suo percorso artistico personale è stato un eccellente corista per diversi grandi nomi della musica italiana. Con “Cambiare”, però, arriva la svolta: la canzone ottiene fin da subito un grande successo di critica e pubblico. A Sanremo non vince ma si aggiudica il premio per la Miglior Voce e per la Miglior Interpretazionementre il suo primo album da solista (dopo il primissimo con i Metrica), che porta il suo nome e che viene lanciato proprio in questa occasione gli apre le porte della grande musica. Il soul offerto da quello che sarà indicato come il Stevie Wonder italiano è un qualcosa di nuovo nel panorama degli anni ’90 in Italia e le sue doti vocali affiancate ad una buona capacità autoriale portano Baroni, in poco tempo, ad essere uno degli artisti italiani più amati dal pubblico. “Cambiare” che parla della volontà di svoltare da una storia sentimentale forte evidentemente finita ma praticamente impossibile da debellare dalla propria anima e dai propri pensieri. Tutto, in tema di sentimenti, rimane se si è amato davvero e il “cambiare” rimane solo un’illusione per credere in futuro. Ecco, quindi, la grande attenzione ai testi, in questo caso ad opera proprio di Baroni a differenza della composizione musicale che è a cura di Massimo CalabreseMarco Rinalduzzi e Marco D’Angelo. Dopo la morte dell’artista, avvenuta nel 2002 per un tragico incidente stradale, tanti sono stati gli omaggi per ricordare questo sfortunato ragazzo che in pochi anni è riuscito ad entrare, attraverso la qualità, nei cuori di tutti gli appassionati di musica. Dalla ex compagna Giorgia (“Marzo”, “Gocce di memoria”“Per sempre”), all’ex produttore e collaboratore Eros Ramazzotti (“Infinitamente”, oltre ad aver scritto per lui “Un’emozione per sempre” che Baroni non ha mai potuto incidere) fino a Noemi, che ha interpretato proprio “Cambiare” per un album tributo ad Alex inciso nel 2012, sono stati davvero in tanti a prestare la loro voce o i propri pensieri per omaggiare attraverso la musica un talento stroncato alla vita a soli 35 anni. “Cambiare” rimarrà, quindi, per sempre il ricordo più bello e limpido della sua avventura in musica poichè ha rappresentato l’inizio di una favola privata, però, del suo consueto lieto fine.

Cambiare
Ti nasconderai
Dentro i sogni miei
Ma io non dormirò
Mi dovrà passare
Quanti amori avrai
Che cosa gli dirai
E quanto anche di me
Io dovrò cambiare
Amore non mi provocare
Arriverò fino alla fine di te
Amore mi dovrò passare
Per restare libero
Cambiare
Ti nasconderai
dentro gli occhi miei
Ma io non guarderò
Io dovrò
Cambiare
Amore
Che non può volare
Resterai qui fino alla fine di me
Oooh amore
Mi dovrò passare
Per diventare libero
Cambiare cambiare
Combatterò con le mie notti bianche
Combatterò devo ricominciare a inventare me
Amore non mi provocare
Arriverò fino alla fine di te
Amore da dimenticare
Per diventare libero
Cambiare cambiare
E per non cadere più
Cambiare
Alex Baroni

 

Padre Alex Zanotelli di scaglia ancora contro la Lega: “La deriva razzista e disumana è sotto gli occhi di tutti…. Criminalizzano la bontà, bisogna protestare”

 

Alex Zanotelli

 

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Padre Alex Zanotelli di scaglia ancora contro la Lega: “La deriva razzista e disumana è sotto gli occhi di tutti…. Criminalizzano la bontà, bisogna protestare”

Il sacerdote comboniano Alex Zanotelli, contro la deriva razzista,  propone uno sciopero della fame una volta al mese in solidarietà con i migranti

La deriva razzista e disumana è sotto gli occhi di tutti. Mentre c’è la guerra in Libia l’Alan Kurdi è da una settimana in mezzo al Mediterraneo con il suo carico di disperazione mentre Malta, Italia e l’Unione europea li lasciano al freddo e alla fame.
Cosa fare allora? Uno sciopero della fame in solidarietà coi migranti una volta al mese, seguito da un breve sit-it davanti Montecitorio: questa l’iniziativa lanciata da padre Alex Zanotelli assieme ai suoi confratelli comboniani, a cui stanno aderendo realtà sia del mondo religioso che laico.
Oggi il primo appuntamento: “Continueremo finché le politiche razziste di questo governo sul tema migratorio non cambieranno” ha detto Padre Zanotelli all’agenzia ‘Dire’.
“La situazione non fa che peggiorare” denuncia il missionario. “Noi già denunciammo l’accordo Minniti con la Libia, che ha permesso di riportare 800mila migranti in quell’inferno, dove subiscono torture e stupri”.
L’esecutivo Lega-M5s, aggiunge il comboniano, “sta proseguendo questo crimine. Chi viene salvato è riportato in Libia, mentre le navi di soccorso delle Ong vengono punite per inesisteni accordi coi trafficanti. È assurdo. È ora di dire basta: non si può criminalizzare la bontà e la solidarietà verso altri esseri umani”.
All’iniziativa, conferma padre Zanotelli, hanno aderito Mons. Raffaele Nogaro, Vescovo emerito di Caserta, Don Alessandro Santoro a nome della Comunita’ delle Piagge di Firenze, la Comunita’ del Sacro Convento di Assisi, nonché singoli individui, sia laici che religiosi.

32 anni fa ci lasciava Primo Levi – Vogliamo ricordarlo con la grande intervista rilasciata ad Enzo Biagi: “Come nascono i lager? Facendo finta di nulla”

 

Primo Levi

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32 anni fa ci lasciava Primo Levi – Vogliamo ricordarlo con la grande intervista rilasciata ad Enzo Biagi: “Come nascono i lager? Facendo finta di nulla”

11 aprile 1987, 32 anni fa ci lasciava Primo Levi. Un Ricordo.

Enzo Biagi intervista Primo Levi: “Come nascono i lager? Facendo finta di nulla”

L’incontro tra il partigiano antifascista torinese e il giornalista andò in onda su Raiuno l’8 giugno 1982 nel programma “Questo secolo”. Lo scrittore raccontò la sua vita dal capoluogo piemontese al campo di concentramento polacco di Auschwitz e ritorno: “Non credemmo a quanto dicevano gli inglesi sullo sterminio degli ebrei. Eravamo stupidi e anestetizzati: abbiamo chiuso gli occhi e in tanti hanno pagato”

Levi come ricorda la promulgazione delle leggi razziali?
Non è stata una sorpresa quello che è avvenuto nell’estate del ’38. Era luglio quando uscì Il manifesto della razza, dove era scritto che gli ebrei non appartenevano alla razza italiana. Tutto questo era già nell’aria da tempo, erano già accaduti fatti antisemiti, ma nessuno si immaginava a quali conseguenze avrebbero portato le leggi razziali. Io allora ero molto giovane, ricordo che si sperò che fosse un’eresia del fascismo, fatta per accontentare Hitler. Poi si è visto che non era così. Non ci fu sorpresa, delusione sì, con grande paura sin dall’inizio mitigata dal falso istinto di conservazione: “Qui certe cose sono impossibili”. Cioè negare il pericolo.

Che cosa cambiò per lei da quel momento?
Abbastanza poco, perché una disposizione delle leggi razziali permetteva che gli studenti ebrei, già iscritti all’università, finissero il corso. Con noi c’erano studenti polacchi, cecoslovacchi, ungheresi, perfino tedeschi che, essendo già iscritti al primo anno, hanno potuto laurearsi. È esattamente quello che è accaduto al sottoscritto.

Lei si sentiva ebreo?
Mi sentivo ebreo al venti per cento perché appartenevo a una famiglia ebrea. I miei genitori non erano praticanti, andavano in sinagoga una o due volte all’anno più per ragioni sociali che religiose, per accontentare i nonni, io mai. Quanto al resto dell’ebraismo, cioè all’appartenenza a una certa cultura, da noi non era molto sentita, in famiglia si parlava sempre l’italiano, vestivamo come gli altri italiani, avevamo lo stesso aspetto fisico, eravamo perfettamente integrati, eravamo indistinguibili.

C’era una vita delle comunità ebraiche?
Sì anche perché le comunità erano numerose, molto più di ora. Una vita religiosa, naturalmente, una vita sociale e assistenziale, per quello che era possibile, fatta da un orfanotrofio, una scuola, una casa di riposo per gli anziani e per i malati. Tutto questo aggregava gli ebrei e costituiva la comunità. Per me non era molto importante.

Quando Mussolini entrò in guerra, lei come la prese?
Con un po’ di paura, ma senza rendermi conto, come del resto molti miei coetanei. Non avevamo un’educazione politica. Il fascismo aveva funzionato soprattutto come anestetico, cioè privandoci della sensibilità. C’era la convinzione che la guerra l’Italia l’avrebbe vinta velocemente e in modo indolore. Ma quando abbiamo cominciato a vedere come erano messe le truppe che andavano al fronte occidentale, abbiamo capito che finiva male.

Sapevate quello che stava accadendo in Germania?
Abbastanza poco, anche per la stupidità, che è intrinseca nell’uomo che è in pericolo. La maggior parte delle persone quando sono in pericolo invece di provvedere, ignorano, chiudono gli occhi, come hanno fatto tanti ebrei italiani, nonostante certe notizie che arrivavano da studenti profughi, che venivano dall’Ungheria, dalla Polonia: raccontavano cose spaventose. Era uscito allora un libro bianco, fatto dagli inglesi, girava clandestinamente, su cosa stava accadendo in Germania, sulle atrocità tedesche, lo tradussi io. Avevo vent’anni e pensavo che, quando si è in guerra, si è portati a ingigantire le atrocità dell’avversario. Ci siamo costruiti intorno una falsa difesa, abbiamo chiuso gli occhi e in tanti hanno pagato per questo.

Come ha vissuto quel tempo fino alla caduta del fascismo?
Abbastanza tranquillo, studiando, andando in montagna. Avevo un vago presentimento che l’andare in montagna mi sarebbe servito. È stato un allenamento alla fatica, alla fame e al freddo.

E quando è arrivato l’8 settembre?
Io stavo a Milano, lavoravo regolarmente per una ditta svizzera, ritornai a Torino e raggiunsi i miei che erano sfollati in collina per decidere il da farsi.

La situazione con l’avvento della Repubblica sociale peggiorò?
Sì, certo, peggiorò quando il Duce, nel dicembre ’43, disse esplicitamente, attraverso un manifesto, che tutti gli ebrei dovevano presentarsi per essere internati nei campi di concentramento.

Cosa fece?
Nel dicembre ’43 ero già in montagna: da sfollato diventai partigiano in Val d’Aosta. Fui arrestato nel marzo del ’44 e poi deportato.

Lei è stato deportato perché era partigiano o perché era ebreo?
Mi hanno catturato perché ero partigiano, che fossi ebreo, stupidamente, l’ho detto io. Ma i fascisti che mi hanno catturato lo sospettavano già, perché qualcuno glielo aveva detto, nella valle ero abbastanza conosciuto. Mi hanno detto: “Se sei ebreo ti mandiamo a Carpi, nel campo di concentramento di Fossoli, se sei partigiano ti mettiamo al muro”. Decisi di dire che ero ebreo, sarebbe venuto fuori lo stesso, avevo dei documenti falsi che erano mal fatti.

Che cos’è un lager?
Lager in tedesco vuol dire almeno otto cose diverse, compreso i cuscinetti a sfera. Lager vuol dire giaciglio,vuoldireaccampamento,vuoldireluogo in cui si riposa, vuol dire magazzino, ma nella terminologia attuale lager significa solo campo di concentramento, è il campo di distruzione.

Lei ricorda il viaggio verso Auschwitz?
Lo ricordo come il momento peggiore. Ero in un vagone con cinquanta persone, c’erano anche bambini e un neonato che avrebbe dovuto prendere il latte, ma la madre non ne aveva più, perché non si poteva bere, non c’era acqua. Eravamo tutti pigiati. Fu atroce. Abbiamo percepito la volontà precisa, malvagia, maligna, che volevano farci del male. Avrebbero potuto darci un po’ d’acqua, non gli costava niente. Questo non è accaduto per tutti i cinque giorni di viaggio. Era un atto persecutorio. Volevano farci soffrire il più possibile.

Come ricorda la vita ad Auschwitz?
L’ho descritta in Se questo è un uomo. La notte, sotto i fari, era qualcosa di irreale. Era uno sbarco in un mondo imprevisto in cui tutti urlavano. I tedeschi creavano il fracasso a scopo intimidatorio. Questo l’ho capito dopo, serviva a far soffrire, a spaventare per troncare l’eventuale resistenza, anche quella passiva. Siamo stati privati di tutto, dei bagagli prima, degli abiti poi, delle famiglie subito.

Esistono lager tedeschi e russi. C’è qualche differenza?
Per mia fortuna non ho visto i lager russi, se non in condizioni molto diverse, cioè in transito durante il viaggio di ritorno, che ho raccontato nel libro La tregua. Non posso fare un confronto. Ma per quello che ho letto non si possono lodare quelli russi: hanno avuto un numero di vittime paragonabile a quelle dei lager tedeschi, ma per conto mio una differenza c’era, ed è fondamentale: in quelli tedeschi si cercava la morte, era lo scopo principale, erano stati costruiti per sterminare un popolo, quelli russi sterminavano ugualmente ma lo scopo era diverso, era quello di stroncare una resistenza politica, un avversario politico.

Che cosa l’ha aiutata a resistere nel campo di concentramento?
Principalmente la fortuna. Non c’era una regola precisa, visibile, che faceva sopravvivere il più colto o il più ignorante, il più religioso o il più incredulo. Prima di tutto la fortuna, poi a molta distanza la salute e proseguendo ancora, la mia curiosità verso il mondo intero, che mi ha permesso di non cadere nell’atrofia, nell’indifferenza. Perdere l’interesse per il mondo era mortale, voleva dire cadere, voleva dire rassegnarsi alla morte.

Come ha vissuto ad Auschwitz?
Ero nel campo centrale, quello più grande, eravamo in dieci-dodici mila prigionieri. Il campo era incorporato nell’industria chimica, per me è stato provvidenziale perché io sono laureato in Chimica. Ero non Primo Levi ma il chimico n. 4517, questo mi ha permesso di lavorare negli ultimi due mesi, quelli più freddi, dentro a un laboratorio. Questo mi ha aiutato a sopravvivere. C’erano due allarmi al giorno: quando suonava la prima sirena, dovevo portare tutta l’apparecchiatura in cantina, poi, quando suonava quella di cessato allarme, dovevo riportare di nuovo tutto su.

Lei ha scritto che sopravvivevano più facilmente quelli che avevano fede.
Sì, questa è una constatazione che ho fatto e che in molti mi hanno confermato. Qualunque fede religiosa, cattolica, ebraica o protestante, o fede politica. È il percepire se stessi non più come individui ma come membri di un gruppo: “Anche se muoio io qualcosa sopravvive e la mia sofferenza non è vana”. Io, questo fattore di sopravvivenza non lo avevo.

È vero che cadevano più facilmente i più robusti?
È vero. È anche spiegabile fisiologicamente: un uomo di quaranta-cinquanta chili mangia la metà di un uomo di novanta, ha bisogno di metà calorie, e siccome le calorie erano sempre quelle, ed erano molto poche, un uomo robusto rischiava di più la vita. Quando sono entrato nel lager pesavo 49 chili, ero molto magro, non ero malato. Molti contadini ebrei ungheresi, pur essendo dei colossi, morivano di fame in sei o sette giorni.

Che cosa mancava di più: la facoltà di decidere?
In primo luogo il cibo. Questa era l’ossessione di tutti. Quando uno aveva mangiato un pezzo di pane allora venivano a galla le altre mancanze, il freddo, la mancanza di contatti umani, la lontananza da casa…

La nostalgia, pesava di più?
Pesava soltanto quando i bisogni elementari erano soddisfatti. La nostalgia è un dolore umano, un dolore al di sopra della cintola, diciamo, che riguarda l’essere pensante, che gli animali non conoscono. La vita del lager era animalesca e le sofferenze che prevalevano erano quelle delle bestie. Poi venivamo picchiati, quasi tutti i giorni, a qualsiasi ora. Anche un asino soffre per le botte, per la fame, per il gelo e quando, nei rari momenti, in cui capitava che le sofferenze primarie, accadeva molto di rado, erano per un momento soddisfatte, allora affiorava la nostalgia della famiglia perduta. La paura della morte era relegata in secondo ordine. Ho raccontato nei miei libri la storia di un compagno di prigionia condannato alla camera gas. Sapeva che per usanza, a chi stava per morire, davano una seconda razione di zuppa, siccome avevano dimenticato di dargliela, ha protestato: “Ma signor capo baracca io vado nella camera a gas quindi devo avere un’altra porzione di minestra”.

Lei ha raccontato che nei lager si verificavano pochi suicidi: la disperazione non arrivava che raramente alla autodistruzione.
Sì, è vero, ed è stato poi studiato da sociologi, psicologi e filosofi. Il suicidio era raro nei campi, le ragioni erano molte, una per me è la più credibile: gli animali non si suicidano e noi eravamo animali intenti per la maggior parte del tempo a far passare la fame. Il calcolo che quel vivere era peggiore della morte era al di là della nostra portata.

Quando ha saputo dell’esistenza dei forni?
Per gradi, ma la parola crematorio è una delle prime che ho imparato appena arrivato nel campo, ma non gli ho dato molta importanza perché non ero lucido, eravamo tutti molto depressi. Crematorio, gas, sono parole che sono entrate subito nelle nostra testa, raccontate da chi aveva più esperienza. Sapevamo dell’esistenza degli impianti con i forni a tre o quattro chilometri da noi. Io mi sono esattamente comportato come allora quando ho saputo delle leggi razziali: credendoci e poi dimenticando. Questo per necessità, le reazioni d’ira erano impossibili, era meglio calare il sipario e non occuparsene.

Poi arrivarono i russi e fu la libertà. Come ricorda quel giorno?
Il giorno della liberazione non è stato un giorno lieto perché per noi è avvenuto in mezzo ai cadaveri. Per nostra fortuna i tedeschi erano scappati senza mitragliarci, come hanno fatto in altri lager. I sani sono stati ri-deportati. Da noi sono rimasti solo gli ammalati e io ero ammalato. Siamo stati abbandonati, per dieci giorni, a noi stessi, al gelo, abbiamo mangiato solo quelle poche patate che trovavamo in giro. Eravamo in ottocento, in quei dieci giorni seicento sono morti di fame e freddo, quindi, i russi mi hanno trovato vivo in mezzo a tanti morti.

Questa esperienza ha cambiato la sua visione del mondo?
Penso di sì, anche se non ho ben chiara quale sarebbe stata la mia visione del mondo se non fossi stato deportato, se non fossi ebreo, se non fossi italiano e così via. Questa esperienza mi ha insegnato molte cose, è stata la mia seconda università, quella vera. Il lager mi ha maturato, non durante ma dopo, pensando a tutto quello che ho vissuto. Ho capito che non esiste né la felicità, né l’infelicità perfetta. Ho imparato che non bisogna mai nascondersi per non guardare in faccia la realtà e sempre bisogna trovare la forza per pensare.

Grazie, Levi.
Biagi, grazie a lei.

Da Il Fatto Quotidiano del 26 gennaio 2014

 

Pelle di coccodrillo: tutto l’orrore nascosto dietro le borse di lusso di Louis Vuitton & C. che le cafone che si credono chic portano con tanto orgoglio!

 

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Pelle di coccodrillo: tutto l’orrore nascosto dietro le borse di lusso di Louis Vuitton & C. che le cafone che si credono chic portano con tanto orgoglio!

Cosa si nasconde dietro la produzione di borse, portafogli e cinture in pelle di coccodrillo? In Vietnam lo sfruttamento dei coccodrilli per produrre borse di lusso e altri accessori ci fa aprire gli occhi su un terribile segreto dell’industria della moda.

La Peta ha messo in mostra la terribile realtà di cui sono vittime decine di migliaia di coccodrilli in Vietnam, dove vengono allevati e uccisi per la produzione di borse di pelle vendute in tutto il mondo.

Tra gli allevamenti di coccodrilli che sono stati oggetto di investigazione da parte della Peta sono presenti anche i fornitori di pelle (almeno per quanto riguarda il passato, secondo le ultime news) per la produzione delle famose borse di Louis Vuitton e di alcune delle grandi marche più in voga a livello internazionale.

Purtroppo acquistare borse, cinture e orologi con cinturino in pelle di coccodrillo supportano un orrore di cui forse non ci si rende davvero conto.

I coccodrilli vengono scuoiati vivi brutalmente solo per soddisfare i desideri di chi è alla ricerca di accessori considerati di lusso da usare o da indossare come status symbol.

I filmati della Peta mostrano come le aziende si procurano la pelle di coccodrillo e ciò purtroppo accade in modo orribile. Il video ora in circolazione è stato girato tra marzo e aprile 2016 e fa parte di una serie di indagini condotte per favorire la salvaguardia degli animali esotici.

Sulla schiena dei coccodrilli viene praticata un’incisione che permette di scuoiarli vivi. Alcuni coccodrilli si muovono ancora mentre la loro pelle viene rimossa. La morte dei coccodrilli scuoiati può avvenire anche molte ore dopo la tortura. Rimangono sensibili a lungo allo stress e al dolore di questa crudeltà.

I filmati girati dalla Peta coinvolgono Heng Long, realtà del Vietnam che è stata acquistata per il 51% nel 2011 da LVMH, società madre di famosi marchi della moda, tra cui troviamo Louis Vuitton, Givenchy, Christian Dior, Marc Jacobs e altri.

Secondo le ultime dichiarazioni delle aziende, in ogni caso, Louis Vuitton e LVMH non hanno più niente a che fare ormai dal 2014 con gli allevamenti di coccodrilli attaccati dalla Peta. Ma che dire delle borse e degli accessori in pelle di coccodrillo prodotti negli anni precedenti?

La Peta, oltre ad invitare i consumatori al boicottaggio, ha comunicato al Governo del Vietnam che i maltrattamenti dei coccodrilli violano i regolamenti dedicati al rispetto dei diritti degli animali. Si tratta di una campagna difficile da portare avanti perché in Vietnam la produzione di carne e pelli di coccodrillo fa parte dell’economia locale. L’unico modo per minare questo business sarebbe contribuire al calo della domanda di beni di lusso realizzati in pelle di coccodrillo.

Non guarderete più Louis Vuitton, Gucci, Burberry e tutti i marchi che vendono accessori in coccodrillo con gli stessi occhi…

I consumatori spendono migliaia di dollari per questi accessori, ma sono gli animali a pagare il vero costo. Bisogna smettere di acquistare prodotti con la pelle di coccodrillo.

Marta Albè – GreenMe

Fonte foto: Peta

Un’azienda norvegese, la Desert Control, ha inventato un sistema che trasforma il deserto in terreno fertile… E funziona!

 

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Un’azienda norvegese, la Desert Control, ha inventato un sistema che trasforma il deserto in terreno fertile… E funziona!

Un’azienda norvegese, la Desert Control, sta trasformando il deserto in terreno fertile, offrendo una possibilità a milioni di persone che stanno perdendo le loro case per via del fenomeno della desertificazione.

Desert Control usa uno speciale composto di argilla e acqua, che, spruzzato sulla sabbia, forma uno strato di circa mezzo metro, rendendo la sabbia capace di trattenere l’acqua come una spugna. In questo modo può crescere un raccolto. Questo composto è chiamato LNC, ovvero Liquid Nano Clay, che sta per Nano Argilla Liquida. Questa soluzione permette al terreno di produrre fino al 40% in più di raccolto usando il 65% in meno di acqua, garantendo ai contadini un notevole risparmio.

Normalmente sono necessari dai 7 ai 15 anni per rendere un terreno sabbioso adatto a coltivare un raccolto. Dopo aver spruzzato l’LNC si impiegano soltanto 7 ore. Nel processo non vengono usati additivi chimici e l’effetto può durare fino a 5 anni.

Secondo Desert Control l’LNC ha un impatto sia sociale che climatico, perché sta rendendo la Terra più verde e consente il sostentamento delle persone e la loro sicurezza alimentare.

 

fonte: https://www.ascoltalanotizia.it/2019/04/08/cosi-unazienda-norvegese-sta-trasformando-la-sabbia-in-una-risorsa-preziosa/?fbclid=IwAR0Msmq41G4O4kYfQ_VIOtxzgR7AJntT8UEYG_Zm1mquFM3hLwApWHsZEl8

Pasqua sotto le stelle cadenti: dal cielo lo spettacolo delle Liridi

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Pasqua sotto le stelle cadenti: dal cielo lo spettacolo delle Liridi

 

Pasqua sotto le stelle cadenti! L’atteso sciame delle Liridi sarà attivo proprio nei giorni a cavallo del 21 aprile, quando da noi si celebrerà la nota festa religiosa. Il picco sarà in realtà il giorno successivo, nella notte tra il 22 e il 23, ma comunque un’intensa attività è prevista tra il 15 e il 26.

Le Liridi sono attive ogni anno in questi giorni e la loro origine è dovuta alla cometa C/1861 G1 (cometa Thatcher), che ha un periodo di oltre 400 anni. Il radiante, ovvero il punto da cui sembra che le meteore partano, è nella costellazione della Lira, sull’orizzonte a Est.

In realtà quest’anno sarà Luna Piena il 19 del mese, ma secondo l’Uai ci sono comunque buone probabilità di vedere le stelle cadenti, poiché il disturbo lunare interesserà solo le ultime ore della notte.

Il maggior numero delle meteore è previsto nelle ore dopo il tramonto, purtroppo quando l’area radiante (da dove sembra nascano le stelle cadenti) è ancora molto bassa sull’orizzonte, ma, cielo permettendo, un discreto numero è previsto anche più tardi, quando il radiante tende a salire (nella mappa il cielo del 23 aprile alle 2 circa).

liridi 23apr h2.00

Tra l’altro in quelle ore la Luna bacerà Giove: nella notte tra il 22 e il 23 aprile, infatti, i due astri saranno in congiunzione nella costellazione dell’Ofiuco, non lontano dalla stella Antares dello Scorpione (nella mappa la porzione di cielo interessata alla congiunzione, sempre il 23 aprile alle 2 circa).

luna gio 23apr19 h2.00

Uno spettacolo che non possiamo perdere, una Pasqua molto speciale.

Pronti i desideri?

 

 

fonte: https://www.greenme.it/informarsi/universo/31161-pasqua-stelle-cadenti

Non solo i Pellerossa – Un altro genocidio degli americani di cui nessuno sa niente, quello dell’etnia Moro, culminato con il massacro di Bud Dajo…

massacro di Bud Dajo

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Non solo i Pellerossa – Un altro genocidio degli americani di cui nessuno sa niente, quello dell’etnia Moro, culminato con il massacro di Bud Dajo…

I Moro sono l’etnia non cristiana più numerosa nelle Filippine. Devono il loro nome al termine con cui storicamente i non islamici definivano alcuni gruppi di musulmani. Stanziati principalmente nel sud del Paese furono da sempre una spina nel fianco per tutti coloro che cercarono di assoggettarli.
Dagli spagnoli ai giapponesi, passando per gli americani, contro cui i Moro, come altri abitanti delle filippe, dal 1899 al 1913 combatterono una lunga e durissima guerra ad intermittenza. Causa del conflitto l’annullamento di una clausola del trattato di Bates sottoscritto tra gli Stati Uniti e il Sultanato Moro, che prevedeva vasta autonomia nel rispetto dei reciproci accordi.
Il territorio dei Moro fu ridotto ad una provincia direttamente dipendente dalle autorità coloniali e come conseguenza scoppiarono frequenti proteste e autentiche rivolte.
Il governo americano reagì inviando il generale Leonard Wood, già governatore a Cuba, per risolvere una volta per tutte la questione dei Moro. Se da un lato egli cercò di introdurre alcune riforme che andavano per sempre a modificare le strutture sociali dei Moro, tra cui merita di essere ricordata l’abolizione della schiavitù, dall’altra il suo etnocentrismo e la propensione a non cercare il confronto lo condussero a schiantarsi contro una cultura secolare che non voleva affatto farsi cancellare.
Wood nei tre anni di governatorato pensò di piegare i ribelli abolendo completamente il trattato di Bates e silenziando le autorità locali, mentre lanciava diverse importanti campagne militari.
Al termine di una di queste avvenne proprio il massacro di Bud Dajo.
Bud Dajo è il sito più alto della provincia, un grande cono di cenere appartenente al complesso vulcanico di Jolo. Qui secondo una leggenda dei Moro, gli spiriti avrebbero sostenuto i guerrieri nei momenti di difficoltà. Ben forniti di provviste circa novecento Moro che non avevano accettato la resa siglata da alcuni capi, si trasferirono sulla cima, con donne e bambini al seguito. La zona, accessibile solo da stretti sentieri, era facilmente difendibile, ma chiaramente la superiorità dei mezzi bellici nemici finì per vanificare il vantaggio strategico.
L’artiglieria dei marines martellò per un giorno intero la cima. Poi l’8 marzo 1906 Bud Dajo venne preso. Dei 900 Moro presenti solo 18 sopravvissero al massacro. Wood stesso riferì in patria che tutti erano stati presi a cannonate, mitragliate o finiti sul posto. Compresi donne e bambini.
Theodore Roosevelt, il presidente in carica, si complimentò per il successo dell’operazione.
Negli Stati Uniti l’episodio fu raccontato come la battaglia di Bud Dajo, tra i Moro passò alla storia come il massacro del cratere.
Si calcola che nel corso dell’insurrezione filippina contro l’occupazione statunitense, le vittime civili della repressione furono almeno 200.000.

tratto da: https://www.facebook.com/cannibaliere/photos/a.989651244486682/2096155797169549/?type=3&theater