4 gennaio 1968 – Debutta in radio, sul Secondo Programma Rai, La Corrida dell’indimenticabile Corrado

 

La Corrida

 

 

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4 gennaio 1968 – Debutta in radio, sul Secondo Programma Rai, La Corrida dell’indimenticabile Corrado

Le prima edizione de La Corrida venne trasmesse in Radio dal Secondo Programma Rai (attuale Radio2) a partire dal 4 gennaio 1968, e vedeva già allora la partecipazione del Maestro Roberto Pregadio (con il suo complesso musicale).

La trasmissione nasceva come un vero e proprio talent destinato ai giovani, come testimoniato dall’annuncio dei casting pubblicato nei mesi precedenti sul Tv RadioCorriere.

Salutiamo La Corrida che apre la sua serie di trasmissioni con l’anno nuovo. Il titolo ci dice un po’ tutto, La corrida è la lotta di un uomo contro il toro. E il toro è rappresentato dal pubblico che, quando vuole essere severo e implacabile, riesce a fare impallidire gli abituali avversari di Manuel Benitez detto “El cordobes”. Più che una corrida una vera occasione per i giovani che ambiscono fare carriera nel mondo dello spettacolo. Proprio loro devono a tutti i costi  cercare di non perdere l’appuntamento con questo originale concorso. Cantanti, attori, imitatori, fantasisti, presentatori, complessi, comici, solisti di musica leggera e chi più ne ha più ne metta, attenzione al momento magico. Se avete doti artistiche prendete carta e penna e indirizzate subito una domanda di partecipazione a: La Corrida, casella postale 400, Torino. Tutte le domande verranno sorteggiate e i fortunati vincitori saranno chiamati a “toreare” in un auditorio della Rai, di fronte a un grande pubblico. Ma attenzione non si tratta di un pubblico  addomesticato, messo in sala per far scena. Tutt’altro. Questo è davvero un pubblico che non si lascia addomesticare. Aggiungiamo che giudico unico, o se volete arbitro della situazione, è Corrado. Non ci saranno vincitori per categoria, ma un vincitore assoluto: il più bravo, davvero, di tutti.

Il successo della trasmissione fu tale che dopo nemmeno un anno gli aspiranti “Kamikaze della radio”, così li definiva la stampa dell’epoca, erano già diverse migliaia. Tra le tante domande pervenute non solo quelle di giovani artisti ma anche numerose richieste di persone decisamente avanti negli anni ma con altrettanta voglia e determinazione di mettersi in gioco e mostrare al pubblico il proprio talento artistico. Un’invasione di over che portò il programma ad allargare la partecipazione trasmissione a persone di ogni età. Partita al giovedì, visti i grossi consensi di pubblico, La Corrida venne dal 1970 spostata al sabato, e proseguì ininterrottamente in radio sino al 1° gennaio 1977.

Il successo del programma fu tale da far pensare da subito ad una trasposizione televisiva, ma fu proprio Corrado a non voler portare il programma sul piccolo schermo sostenendo che il programma fosse esclusivamente “sonoro” e poco adatto alla tv.

Ci vollero ben 18 anni per convincerlo e far sì che La Corrida arrivasse in televisione. La prima stagione televisiva debuttò la sera del 5 luglio 1986 arricchendosi per l’occasione di ospiti vip e momenti di spettacolo, ma soprattutto confermando il successo del format.

Seguirono altre due edizioni nelle estati del 1987 e 1988.

Nel 1990 arrivò la promozione nel palinsesto primaverile, collocazione che venne confermata anche negli anni successivi, sino ad arrivare alle ultime due edizioni in onda nella stagione autunnale del 1995 e 1997.

Un totale di dieci edizioni accomunate da grandi ascolti e consensi di critica che si conclusero con la puntata del 20 dicembre 1997 nella quale un commosso Corrado si congedò al pubblico con un’intensa poesia che riassumeva, non senza qualche polemica, la sua trentennale esperienza a La Corrida.

Abbiamo cominciato un po’ in sordina
questa Corrida, decima edizione.
Ci siamo detti: “moh, andrà come prima”.
E invece è stato un vero successone.

Non è che prima avesse brutti ascolti, no…
Si sa che si è difesa sempre bene,
ma mai come quest’anno, a conti fatti,
davvero in tanti siamo stati insieme.

Abbiamo fatto un record di ascolti,
e sotto sotto, è dispiaciuto a molti.
Ospiti illustri contro strana gente,
che quasi sempre non sa fare niente.

Ma poi, come è finita lo si sa:
ha vinto questo nostro varietà
e dico varietà, badate bene,
e fatto pure come tv comanda.

Perché vi giuro, ho un po’ le tasche piene,
di udire la peggiore delle offese
che alla Corrida fanno la domanda
(come qualcuno scrisse a suo tempo),
soprattutto gli scemi del paese.

È gente che si vuole divertire.
Hanno una dote che non è pazzia,
e ce l’hanno in pochi: si chiama autoironia!
In quanto a me, sono stato fortunato
perché ho trovato collaboratori
che forse più di me hanno sudato
e più di me meritano gli allori.

Sono tanti e i nomi non li posso fare,
vorrei, ma finirei con l’annoiare.
È andata bene pure grazie a loro
perché un successo non si fa da solo.

E adesso la Corrida finirà,
forse per sempre, forse, chi lo sa…?
Qualcuno, e questa è ormai un’istituzione
tra un poco ne farà un’imitazione.
Pazienza, io mi sono divertito per tanti anni
ed è arrivato il tempo di dare il mio commosso benservito,
ma chi lo sa se poi non me ne pento?

Lo so, mi mancherete e pure tanto.
E se c’è stato uno scemo del paese
Oh! M’ha insegnato, non sapete quanto,
a sorridere e a non aver pretese.

 

5 curiosità su La Corrida di Corrado

1 – La Corrida è stata un trampolino di lancio per diversi personaggi. Tra questi Gigi Sabani, Neri Marcorè ed Emanuela Aureli.

2 – Una figura fissa di tutte le edizioni è stata la valletta. Tra le tante alternatesi sul palco si ricordano Miriana Trevisan e una giovanissima Lorena Bianchetti, ma soprattutto Antonella Elia, presente per ben 4 edizioni e protagonista di numerosi siparietti comici con lo stesso Corrado.

3 – Tra i concorrenti più famosi de La Corrida di Corrado il più amato è stato senza dubbio Leonardo Vitelli, il pensionato che si esibiva in numeri musicali realizzando dei suoni con le proprie ascelle. Il signor Vitelli, che Corrado definiva “custodia” dello strumento, si è presentato al programma per la prima volta nel 1988, ed è poi tornato ad esibirsi nel 1991 e 1994. In tutte le occasioni, suscitando inevitabilmente ilarità tra il pubblico, il Maestro Pregadio veniva suo malgrado coinvolto nella procedura di accordatura dello strumento.

4 – Nel 1991 alcuni concorrenti che avevano partecipato alle precedenti edizioni suonando oggetti o imitando i suoni degli strumenti musicali costituirono la New Economic Orchestra. La curiosa formazione tornò ad esibirsi fuori gara in alcune puntate del programma.

5 – Il format de La Corrida è stato venduto in Spagna e adattato per il canale TVE, dove è andato in onda con il titolo El semáforo dal 1995 al 1997. La trasmissione è approdata nello stesso periodo anche in Francia e soltanto lo scorso dicembre in Polonia.

Un ricordo – Buon Anno con lo spot di Asti Cinzano 1986 – Oh Happy Day

 

Oh Happy Day

 

 

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Un ricordo – Buon Anno con lo spot di Asti Cinzano 1986 – Oh Happy Day

Spot della Asti Cinzano che utilizzava quale propria colonna sonora “Oh Happy Day”; in Italia venne adottato come inno natalizio, anche se in realtà il testo è una celebrazione della Pasqua (“Oh Happy day, He washed my sins away”).

Oggi tutti i brindisi si fanno con lo spumante, quelli più raffinati con lo champagne. Sembra impossibile fare senza, eppure c’è stato un tempo in cui era perfettamente naturale brindare con quello che si era sempre bevuto: vino bianco o rosso più o meno dolce, e di solito non frizzante. Quel tempo era fino agli anni Ottanta.

Certo, il vino frizzante è vecchio come il mondo (vedi il lambrusco), ma se negli anni Settanta prendevi un francese o un siciliano e gliene facevi bere un bicchiere, ti chiedevano se ci avevi messo dentro l’acqua frizzante…

Ma non divaghiamo… Buon Anno con questo stupendo ricordo…

 

Domenica 27 dicembre 1908 – In edicola il primo numero del Corriere dei Piccoli – Nasce così il fumetto italiano.

 

Corriere dei Piccoli

 

 

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Domenica 27 dicembre 1908 – In edicola il primo numero del Corriere dei Piccoli – Nasce così il fumetto italiano.

Nasce il fumetto italiano: Nell’Italia di re Vittorio Emanuele III e del terzo Governo Giolitti apparve in edicola il Corriere dei Piccoli, supplemento settimanale illustrato del Corriere della Sera. Questa data venne considerata in seguito come l’inizio del fumetto italiano.

Fondato e diretto da Silvio Spaventa Filippi, che era partito da un’idea della pedagogista e scrittrice Paola Lombroso, il Corrierino (variante familiare usata dai suoi giovanissimi lettori) introdusse nel contesto italiano i personaggi dei fumetti americani, presentati all’interno di tavole illustrate, ognuna suddivisa solitamente in quattro strisce di due vignette ciascuna.

Ma in questo primo numero trovò spazio anche uno dei personaggi più popolari lanciati dal settimanale: Bilbolbul, un bambino africano protagonista di storie surreali. A disegnarlo fu Attilio Mussino che insieme ad Antonio Rubino (ideatore di Quadratino, altro personaggio storico) rappresentarono le colonne portanti del Corrierino fino agli inizi degli anni Cinquanta.

In questa prima fase le “nuvolette parlanti” (il termine inglese è balloon) erano rigorosamente vietate, perché ritenute diseducative. Al loro posto c’erano i sottotitoli composti da filastrocche in rima baciata, dal tono moraleggiante. Siamo certamente lontani dall’idea moderna di fumetto.

Le tavole illustrative erano permeate di valori pedagogici, patriottici e risorgimentali, in perfetta sintonia con la mentalità di allora che non ammetteva l’esistenza di libri per ragazzi concepiti esclusivamente per il loro intrattenimento. Tutto doveva avere un fine educativo, e ciò spiega perché la maggior parte dei contenuti fosse costituita da racconti, poesie e brevi testi teatrali.

Il successo del primo numero fu straordinario, al punto che venne stampato in 80.000 copie. Ciò lo rese subito un riferimento per bambini e adolescenti. Nel 1917 fu la volta di un altro protagonista storico di quegli anni: il Signor Bonaventura nato dalla matita di Sergio Tofano.

Dieci anni dopo, presero piede le nuvolette – che sul Corrierino si affermarono solamente a partire dagli anni Sessanta – grazie a nuove pubblicazioni che segnarono l’evoluzione moderna del fumetto made in Italy: dal primo numero di Topolino (edito nel 1932 da Giuseppe Nerbini) ai settimanali L’Avventuroso (che portò dagli Usa Mandrake e Flash Gordon) e Intrepido (che inaugurò il genere romantico e sentimentale).

Dopo il grande avvento, nel Dopoguerra, delle riviste dedicate a un singolo personaggio – il più amato fu Tex Willer di Sergio Bonelli, uscito nel 1948 – si arrivò agli anni Sessanta che portarono alla ribalta i “cattivi”, gli antieroi per eccellenza come Diabolik delle sorelle Giussani (1962), accanto a fumetti d’autore come l’insuperabile Corto Maltese, che Ugo Pratt lanciò in “Una ballata del mare salato”.

Pratt e Benito Jacovitti (padre del famoso cowboy Cocco Bill) furono gli artefici della stagione d’oro del Corrierino, vissuta dalla seconda metà degli anni Sessanta alla prima metà dei Settanta, suggellata dagli esordi di Lupo Alberto (pubblicato da Silver sul Corriere dei Ragazzi, nato come costola del Corriere dei Piccoli da cui si distaccò nel 1972) e di La Pimpa (creata nel 1975 da Altan e considerata il più fortunato fumetto italiano per bambini in età prescolare).

Gli anni ’80 coincisero con il periodo di crisi del settore, fortemente condizionato dall’avvento dei manga giapponesi in TV, che col passare del tempo presero il sopravvento anche nelle riviste di fumetti, la prima delle quali fu Zero (1990), interamente dedicata ai manga.

Nel 2008 venne celebrato un secolo di storia del fumetto, partendo dalla prima uscita del Corriere dei Piccoli che, sebbene avesse smesso le pubblicazioni da gennaio del 1996, venne celebrato come il periodico dedicato all’infanzia più longevo d’Italia.

tratto da: http://www.mondi.it/almanacco/voce/9206

L’intramontabile Last Christmas dei Wham compie 35 anni

 

Last Christmas

 

 

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L’intramontabile Last Christmas dei Wham compie 35 anni

L’avreste mai detto che sono passati ben trentacinque anni da quando i Wham! di George Michael e Andrew Ridgley hanno proposto uno dei brani più belli e indimenticabili legati al Natale? Ebbene sì, Last Christmas è stato pubblicato il 15 dicembre del 1984 e, ad oggi, è il pezzo del Natale più ascoltato e amato in ogni angolo del Mondo.

Un classico intramontabile

Era il 15 dicembre del 1984 quando due giovanissimi artisti di talento, George Michael e Andrew Ridgley, i Wham! proponevano uno dei brani più iconici di sempre, Last Christmas. Il successo del brano è stato così potente e travolgente che, ad oggi, si tratta di una delle canzoni natalizie più ascoltate di tutti i tempi. Per celebrare il trentacinquesimo anniversario della canzone, dunque, è stata pubblicata una ristampa  in edizione limitatissima della versione originale del singolo su vinile bianco da collezione. Il brano, inoltre, è anche nella colonna sonora dell’omonimo film con Emilia Clarke, uscito nelle sale proprio in questi giorni.

Il successo del pezzo è stato davvero incredibile: all’indomani della sua pubblicazione, ha raggiunto la posizione numero due della classifica di vendita, battuto solo da Do They Know It’s Christmas del charity supergroup ‘Band Aid’, a cui aveva preso parte anche lo stesso George Michael. Una curiosità per voi: Last Christmas è il pezzo più venduto a non aver mai raggiunto il vertice della classifica ufficiale dei singoli.

Ammettetelo, quante volte avete cantato Last Christmas nel periodo natalizio?

 

 

 

fonte: https://www.greenme.it/vivere/arte-e-cultura/last-christmas-nalale-35-anni/

Un esempio per i nostri ragazzi: Rhea, appena 11 anni, non ha i soldi per comprarsi le scarpe, crea a mano ‘Nike’ improvvisate e vince tre medaglie d’oro!

 

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Un esempio per i nostri ragazzi: Rhea, appena 11 anni, non ha i soldi per comprarsi le scarpe, crea a mano ‘Nike’ improvvisate e vince tre medaglie d’oro!

Questa giovanissima ragazza ha dimostrato che un’atleta per avere successo ha bisogna di determinazione, passione e anche un pizzico di fantasia quando le possibilità economiche sono limitate. Rhea Bullos, ha appena 11 anni e la sua immagine è diventata virale sui social perché l’atleta ha vinto ben tre medaglie d’oro nell’atletica leggera nonostante abbia corso con delle scarpe fatte a mano con bende e gesso.

Rhea è una studentessa della scuola elementare di Balasan nelle Filippine e non ha voluto rinunciare alla gara solo perché non aveva le scarpe. Così con l’aiuto della famiglia se l’è fatte da sé mettendoci tanto di brand Nike sopra. La foto è stata condivisa sui social dal suo allenatore Predirick B. Valenzuela e ha fatto il giro del mondo, diventando esempio di tenacia e voglia di superare i limiti.

Se non si nasce in una famiglia benestante, allora bisogna ingegnarsi per non rinunciare mai ai propri sogni. Così Rhea ha corso più che ha potuto, facendolo quasi scalza. Ha vinto così nella gara dei 400, in quella degli 800 e perfino nei 1500 nel torneo sportivo organizzato dal Consiglio di Iloilo.

Per la giovane atleta sono arrivati centinaia di commenti di congratulazioni e tantissimi si sono offerti di regalarle delle scarpe vere per le competizioni future. Rhea che sogna di gareggiare in futuro nei Giochi del Sud est asiatico, è diventata un esempio per tanti altri ragazzi della sua età e non solo, dimostrando che per inseguire i propri sogni ci si deve impegnare al massimo e che molto spesso non esistono limiti per superare le sfide.

 

fonte: https://www.greenme.it/vivere/sport-e-tempo-libero/non-ha-i-soldi-per-comprarsi-le-scarpe-crea-a-mano-nike-improvvisate-e-vince-tre-medaglie-doro/

 

 

 

Le notizie che i Tg dimenticano di dare – La Nostra fantastica Nazionale di Basket composta da ragazzi con sindrome di Down è Campione del Mondo!

 

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Le notizie che i Tg dimenticano di dare – La Nostra fantastica Nazionale di Basket composta da ragazzi con sindrome di Down è Campione del Mondo!

La Nazionale Italiana Atleti di pallacanestro con sindrome di Down è campione mondiale per la seconda volta consecutiva dopo il titolo iridato conquistato nella scorsa edizione a Madeira.

Gli Azzurri hanno battuto in finale i padroni di casa del Portogallo con il punteggio di 36-22, bissando la vittoria del girone iniziale (40-4).

Davide Paulis, Antonello Spiga, Emanuele Venuti, Alessandro Ciceri, Andrea Rebichini, Alessandro Greco, sono loro i nostri campioni che, dopo il titolo iridato conquistato nella scorsa edizione a Madeira, fanno il bis grazie alla loro tenacia, l’impegno e il sacrificio. La gioia di giocare, ma anche tutta la voglia di vincere grazie anche al sostegno degli allenatori Giuliano Bufacchi e Mauro Dessì.

Sul podio finale, dietro l’Italia dell’oro, il Portogallo con l’argento e la Turchia con il bronzo.

Ricordiamo che nella prima partita del torneo, la Nazionale Italiana aveva battuto la Turchia per 26-11 con 16 punti realizzati dall’atleta (neo campione d’Italia) dell’Atletico Aipd Oristano, Davide Paulis. E da lì, gli azzurri non si sono più fermati, strappando la vittoria ai portoghesi.

E’ questo lo sport che ci piace, quello inclusivo e che dimostra che tanti limiti possono essere superati con la forza di volontà, il duro allenamento e la voglia di farcela. I sogni nel cassetto dei nostri azzurri si stanno realizzando uno dopo l’altro e l’Italia non può non essere orgogliosa di chi crede nello sport e porta in alto la bandiera tricolore.

“Complimenti alla nazionale italiana di basket composta da ragazzi con sindrome di Down. Un Dream Team che si è laureato per la seconda volta campione del mondo! Bravissimi. Applausi a scena aperta”, scrive su Twitter, il presidente del Cip, Comitato Italiano Paralimpico, Luca Pancalli.

La notizia corsa in rete grazie alla Fisdir, Federazione italiana sport paralimpici degli intellettivo relazionali, ha fatto il giro del web e per i nostri campioni sono arrivati i complimenti da tutto il mondo. Tra i post, anche quello del presidente della Camera, Roberto Fico.

“La Nazionale italiana di basket con sindrome di Down si conferma campione del mondo. Orgoglioso dei nostri ragazzi che sono un superbo esempio di talento e passione”.

Quando in america i bambini di colore venivano usati come esca per cacciare i coccodrilli…

 

bambini di colore

 

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Quando in america i bambini di colore venivano usati come esca per cacciare i coccodrilli…

Tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo, la pelle di coccodrillo era particolarmente apprezzata negli Stati Uniti dove era molto usata per fabbricare scarpe, borse e cinture.
Catturare un alligatore non era però un’attività priva di rischi ed erano molti i casi di cacciatori che perdevano un braccio, una gamba o che riportavano altre ferite durante la caccia.

In Florida i cacciatori ebbero un’idea raccapricciante: affittare bambini neri da usare come esche vive per i coccodrilli.

Sembra incredibile, ma durante la schiavitù e sotto le leggi Jim Crow, abrogate solo nel 1965, negli Stati Uniti gli afroamericani furono brutalizzati e maltrattati in ogni maniera immaginabile.
Gli afroamericani erano infatti considerati come “sub-umani” e rappresentati come creature selvagge e prive di valore.

Se esisteva un modo per schiavizzare, torturare, opprimere o uccidere una persona dalla pelle nera, questo veniva quasi sicuramente messo in pratica, per quanto brutale fosse.

In questo terribile contesto, tra le tante atrocità commesse dai bianchi contro i neri in quel periodo, ci fu anche quella di utilizzare i bambini per cacciare i coccodrilli.

Il Jim Crow Museum, in Michigan, raccoglie oggetti legati all’opprimente discriminazione razziale dei neri, tra cui una fotografia dell’epoca in cui sono mostrati nove bambini neri, senza abiti, la cui legenda recita “Alligator Bait”, cioè “esca per coccodrillo”.

Alligator bait

Nell’era più buia della segregazione razziale, i cacciatori noleggiavano i bambini dalle famiglie in cambio di due dollari, per buttarli in acqua allo scopo di attirare i coccodrilli.

Dagli articoli di giornale dell’epoca, i sostenitori di questa tremenda iniziativa, dichiaravano che non ci fosse nulla di terribile nell’utilizzare i bambini come esche, che uscivano dall’acqua solo un po’ bagnati ma divertiti pronti per essere restituiti sani e salvi alle loro madri.

Bambini neri esche per alligatori

I bambini di pelle nera erano usati anche dalle guardie degli zoo per riuscire a spostare gli alligatori nelle aree dei parchi. Nel 1908 il Washington Times riferì che un custode del Giardino Zoologico di New York attirò gli alligatori, per farli uscire dal loro rifugio invernale,  utilizzando i pickaninnies, termine dispregiativo cui ci si riferiva ai bambini di colore.

Sebbene non si trattasse di una prassi diffusa, quella di utilizzare i bambini come esche per i coccodrilli era comunque una pratica abbastanza comune, tanto che il termine “alligator bait” veniva usato anche come insulto nei confronti degli afroamericani.

Che dire, davvero una pagina buia della storia della Florida e dell’umanità.

 

fonte: https://www.greenme.it/vivere/speciale-bambini/bambini-neri-usati-come-esche/

Amazzonia: i Guardiani della Foresta lottano, e muoiono, per tutti noi

 

Amazzonia

 

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Amazzonia: i Guardiani della Foresta lottano, e muoiono, per tutti noi

Fisso la foto di Paulo Paulino Guajajara scattata qualche mese fa, al termine di una spedizione notturna con i guardiani Guajajara alla ricerca dei trafficanti di legno. Mi avevano invitato a unirmi a loro come attivista e ricercatrice di Survival International, il movimento mondiale per i popoli indigeni che da anni sostiene il lavoro dei Guardiani e li aiuta a diffondere la loro voce nel mondo.

Dopo avervi fatto due buchi per gli occhi, Paulino usava il mio cappellino come passamontagna per coprirsi il volto e non essere riconosciuto dai taglialegna. Diceva che avrebbe potuto salvargli la vita. Ma quando il pericolo passava, tornava a scoprire il suo sorriso contagioso.

Indossava il mio cappellino anche quel drammatico 1° novembre. Ma questa volta non è servito a proteggerlo. Lui e l’amico Tainaky Tenetehar non si sentivano in pericolo perché stavano semplicemente andando a caccia. Non stavano pattugliando l’area alla ricerca dei trafficanti di legno, come facevano nelle missioni per proteggere la propria terra e i vicini Awà incontattati. Tainaky è riuscito miracolosamente a sopravvivere all’attacco, anche se è stato gravemente ferito. Ma per Paulino non c’è stato nulla da fare e io continuo a fissare la fotografia, con dolore e sgomento.

Era aprile e la tensione tra chi voleva distruggere la foresta e chi la voleva proteggere era allarmante. I taglialegna avevano già assassinato tre guardiani. E arrivavano puntualmente nuove minacce di morte.

Quel giorno la rabbia e l’urgenza erano palpabili. Non potevamo aspettare il mattino perché i taglialegna erano lì intorno. E così siamo partiti di notte. “Ci stanno osservando”, hanno sussurrato i Guardiani dell’Amazzonia mentre percorrevamo chilometri al buio nella foresta verso un centro di disboscamento illegale. “Ma noi stiamo osservando loro e questa è la nostra foresta. La conosciamo perfettamente. Li prenderemo!”.

Man mano che avanzavamo incontravamo macchie di foresta appena distrutte. Decine di alberi giacevano come cadaveri, pronti per il mercato nero. Paulino era preoccupato. “Mi fa impazzire vedere tutto questo! Questa gente pensa di poter venire qui, nella nostra casa e servirsi liberamente della nostra foresta? No. Non glielo permetteremo. Noi non facciamo irruzione nelle loro case e non le derubiamo, giusto? Mi ribolle il sangue. Sono tanto arrabbiato.”

 Abbiamo allestito il campo dove si incrociavano due sentieri di disboscamento. Per terra c’erano rametti spezzati poche ore prima. I trafficanti di legno erano vicini. Abbiamo dormito intorno a un piccolo fuoco e al tramonto siamo ripartiti. Ci stavamo avvicinando: le tracce degli invasori erano frequenti. Alcune ore più tardi, finalmente, abbiamo individuato la base. Avanzavamo con cautela, ma non c’era più nessuno. I taglialegna erano fuggiti in fretta e furia. E così i Guardiani hanno dato fuoco al campo. Con ogni probabilità gli invasori erano stati informati dalle loro spie. Consapevoli dell’efficacia delle operazioni dei Guardiani, che spesso riescono a cacciare i taglialegna e a bruciare le attrezzature, avevano preferito fuggire e abbandonare i preziosi tronchi.

Quella notte ci trovavamo nel cuore di Arariboia, nel Nordest dell’Amazzonia. Guardando le immagini satellitari si resta impressionati dal contrasto dei colori lungo i suoi confini: è un’isola verde in mezzo a un mare di devastazione. Ma questa non è una sorpresa: i popoli indigeni si prendono cura della propria terra meglio di chiunque altro.

I Guardiani rispettano e proteggono la foresta come parte integrante della loro vita, perché dà cibo, protezione, medicine. È il loro tutto. “Noi popoli indigeni conosciamo la nostra foresta meglio di chiunque altro. Combatteremo fino a che avremo vita”, diceva Tainaky. “Non abbiamo altra scelta”.

Brasile: l’attacco di Bolsonaro e la reazione dei popoli indigeni

Paulino ha pagato con la vita l’impegno per salvare la foresta. Arariboia viene distrutta a una velocità allarmante. Gli Awá rischiano l’estinzione e le parole razziste del presidente Bolsonaro, insieme alle sue proposte genocide di rubare terra indigena, incoraggiano i trafficanti di legno. Da quando Bolsonaro si è insediato, il numero di invasioni di territori indigeni e di attacchi alle comunità è schizzato alle stelle. “Il Presidente ha chiarito che non proteggerà neanche un millimetro in più di terra indigena. Vogliono ucciderci tutti e prendersi la nostra terra”, mi spiegava Tainaky.

La presidenza di Bolsonaro ha aumentato l’attenzione sulla foresta: ma se da un lato sono aumentati gli occhi di coloro che la vogliono depredare, dall’altra sono cresciuti anche quelli di chi la vuole proteggere. Per il futuro di Arariboia e di altre terre indigene – i luoghi a maggiore biodiversità sulla terra e àncora di salvezza per tutti noi – dobbiamo continuare a mantenere i nostri occhi sulla foresta e a sostenere gli occhi indigeni nella foresta.

Dobbiamo onorare la vita di Paulino e di altri come lui che non sapranno mai quanto gli siamo grati, così come noi non capiremo mai quanto gli dobbiamo davvero. In prima linea nella lotta per i popoli indigeni, la natura e l’umanità ci sono loro. Ma a noi resta il compito importante di unirci a loro e restare al loro fianco per dire #StopBrazilsGenocide.

di Sarah Shenker, SURVIVAL INTERNATIONAL per IL FATTO QUOTIDIANO

 

tratto da: https://raiawadunia.com/amazzonia-i-guardiani-della-foresta-lottano-e-muoiono-per-tutti-noi/

 

 

Il circo che ha stupito il mondo con gli ologrammi al posto degli animali

 

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Il circo che ha stupito il mondo con gli ologrammi al posto degli animali

Domatori di leoni, cerchi infuocati, acrobati. Il Circo Roncalli ha tutto ciò a cui la tradizione circense ci ha abituati. Meno gli animali. Quelli veri, perlomeno. Dal 2018 il circo fondato nel 1976 da Bernhard Paul e André Heller ha scelto di sostituire tigri, elefanti e cavalli con ologrammi.

Ologrammi al posto degli animali in carne e ossa: è questa l’idea portata avanti dal Circus Roncalli, La compagnia circense ha deciso di bandire l’impiego dei cavalli negli spettacoli, dopo aver eliminato le esibizioni di animali selvatici già negli anni ’90. Per non rinunciare del tutto agli animali, ma boicottando ogni forma di sfruttamento, lo spettacolo viene fatto con un sofisticato sistema di ologrammi.

Pesci, cavalli, elefanti sono proiezioni luminose elaborate dai computer e animate da appositi speciali proiettori al laser.

Grazie a undici proiettori collocati intorno alla pista, gli animali prendo vita e si esibiscono in evoluzioni straordinarie quanto realistiche insieme ad acrobati e giocolieri. In questo modo la direzione del Roncalli ha preso una posizione netta circa l’utilizzo degli animali all’interno dei numeri circensi, da tempo messa in discussione per gli aspetti etici legati al loro sfruttamento.

 

Imparare ad essere una donna – Il nuovo singolo di Fiorella Mannoia che rappresenta un bellissimo messaggio a tutte le donne: continuare ad imparare vuol dire essere vive.

 

Fiorella Mannoia

 

 

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Imparare ad essere una donna – Il nuovo singolo di Fiorella Mannoia che rappresenta un bellissimo messaggio a tutte le donne: continuare ad imparare vuol dire essere vive.

Non c’è un’età in cui ci siede sugli spalti e ci si rassegna a guardare la vita che corre; non c’è un’età nemmeno per smettere di far sentire la propria voce e il proprio dissenso; non c’è un tempo per vivere e un altro per subire: questo racconta Fiorella Mannoia nel suo nuovo brano, Imparare ad essere una donna, contenuto nel suo ultimo disco di inediti, Personale.

Fiorella Mannoia, nelle sue canzoni, ha raccontato spesso le donne, la loro tenacia e la loro fragilità, il dolore vissuto con dignità, la libertà di non dover inseguire un concetto astratto di perfezione. Imparare ad essere una donna è una canzone matura, consapevole, intensa e densa di vita. Non poteva che cantarla e scriverla (ne è l’autrice insieme a Federica Abbate e Cheope) una donna risoluta e sensibile come Fiorella Mannoia, che a questo brano – oltre a dare la voce e la penna – offre le proprie consapevolezze e il punto di vista della persona che è oggi. Per questo, è un pezzo intimo, ma nel contempo universale; racconta la sua storia, ma – senza pretenderlo – può essere considerato un manifesto.

Non è un’apologia delle donne, anche perché la Mannoia, da sempre un’interprete intelligente, sensibile, attenta, sa bene che un’esaltazione cieca risulterebbe quasi sminuente, sarebbe solo mera esaltazione, quasi una presa di posizione. Invece, in questo brano, si racconta dalla propria prospettiva e svela una verità condivisibile. Fiorella rivela, in questo modo, tutte le sfaccettature di una donna adulta, che sa commuoversi, che si arrabbia, che non si accontenta, che si cerca in tutte le donne che è stata, che impara ancora a vivere, perché la vita è in divenire e fermarsi significa non comprenderla appieno.

Il messaggio di Imparare ad essere una donna

A dire il vero, al brano è possibile dare una lettura più universale: non è un inno alle donne, ma alla vita, perché ognuno di noi salvaguardi il proprio entusiasmo, la voglia di lasciarsi sorprendere e, qualche volta, persino ammutolire; ciò che conta è esserne parte attiva, non spettatori, nemmeno arbitri. Il messaggio di Imparare ad essere una donna è chiaro sin dai primi versi; il brano, infatti, si apre così: “A mani nude, a piedi scalzi, affrontare la vita sul campo e mai dagli spalti”.

È il racconto di una donna che ha “più passato che futuro”, che ha fatto i conti con i propri sbagli e, col tempo, ha saputo farne un monito, non un limite. La donna raccontata dalla Mannoia, infatti, non si è lasciata inaridire dal dolore: sa ancora concedersi lacrime di rabbia e commozione, non rinnega i ricordi, che sono pulsanti e travolgenti, ma vive saldamente nel presente, guarda in avanti e impara ogni giorno a essere una donna, sopportandone il peso e accogliendone la bellezza.

Testo

Il testo di Imparare ad essere una donna è diretto e genuino e l’interpretazione di Fiorella, come sempre, è intensa, raffinata, personale. L’originalità del brano sta nel fatto che racconta una donna inedita, raramente presa in esame nelle canzoni: non quella che s’affaccia alla vita per la prima volta, non quella che è vittima, nemmeno quella che è forte a tutti i costi, non una mamma, non una figlia, non una persona innamorata e neanche una ferita. Racconta una donna che ha un imponente vissuto alle spalle, più ricordi che ambizioni, ma una sola, incrollabile certezza: c’è sempre qualcosa da imparare, perché vivere vuol dire non essere mai sazi di conoscenza, di curiosità e di bellezza.

Ecco il testo del brano:

Imparare ad essere una donna

A mani nude, a piedi scalzi
Affrontare la vita sul campo e mai dagli spalti
Senza risparmi
Andando sempre comunque avanti
E niente è mai sicuro
E quando hai più passato che futuro
Sai che hai imparato dagli altri anche i peggiori sbagli
Per giorni, mesi, anni
Ma ancora mi commuovo
Per un bacio lontano, una foto ricordo
Per la notte che piano ridiventa giorno
Ogni emozione mi attraversa il respiro
E piango di gioia oppure senza motivo
Ci sono giorni in cui vorrei sparire
E altri che la felicità non ha una fine
Ogni emozione mi attraversa il respiro
E rido di gioia oppure senza motivo
Convinta che alla fine tutto torna
Con il peso e la bellezza di imparare
Ad essere una donna
E camminare sui vetri rotti
Di mille scelte sbagliate da bruciare gli occhi
E nonostante i colpi
Non dare peso alle ragioni, ai torti
E ancora mi commuovo
Ogni volta che aspetto la primavera
Quando incrocio lo sguardo di una persona vera
Ogni emozione mi attraversa il respiro
E piango di gioia oppure senza motivo
Ci sono giorni in cui vorrei sparire
Altri che la felicità non ha una fine
Ogni emozione mi attraversa il respiro
E rido di gioia oppure senza motivo
Convinta che alla fine tutto torna
Con il peso e la bellezza di imparare
Ad essere una donna
Ogni emozione mi attraversa il respiro
E rido di gioia oppure senza motivo
Convinta che alla fine tutto torna
Con il peso e la bellezza di imparare
Ad essere una donna
Una donna

Fiorella Mannoia

 

FONTE: https://www.greenme.it/vivere/arte-e-cultura/fiorella-mannoia-donne-imparare/