Il circo che ha stupito il mondo con gli ologrammi al posto degli animali

 

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Il circo che ha stupito il mondo con gli ologrammi al posto degli animali

Domatori di leoni, cerchi infuocati, acrobati. Il Circo Roncalli ha tutto ciò a cui la tradizione circense ci ha abituati. Meno gli animali. Quelli veri, perlomeno. Dal 2018 il circo fondato nel 1976 da Bernhard Paul e André Heller ha scelto di sostituire tigri, elefanti e cavalli con ologrammi.

Ologrammi al posto degli animali in carne e ossa: è questa l’idea portata avanti dal Circus Roncalli, La compagnia circense ha deciso di bandire l’impiego dei cavalli negli spettacoli, dopo aver eliminato le esibizioni di animali selvatici già negli anni ’90. Per non rinunciare del tutto agli animali, ma boicottando ogni forma di sfruttamento, lo spettacolo viene fatto con un sofisticato sistema di ologrammi.

Pesci, cavalli, elefanti sono proiezioni luminose elaborate dai computer e animate da appositi speciali proiettori al laser.

Grazie a undici proiettori collocati intorno alla pista, gli animali prendo vita e si esibiscono in evoluzioni straordinarie quanto realistiche insieme ad acrobati e giocolieri. In questo modo la direzione del Roncalli ha preso una posizione netta circa l’utilizzo degli animali all’interno dei numeri circensi, da tempo messa in discussione per gli aspetti etici legati al loro sfruttamento.

 

Imparare ad essere una donna – Il nuovo singolo di Fiorella Mannoia che rappresenta un bellissimo messaggio a tutte le donne: continuare ad imparare vuol dire essere vive.

 

Fiorella Mannoia

 

 

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Imparare ad essere una donna – Il nuovo singolo di Fiorella Mannoia che rappresenta un bellissimo messaggio a tutte le donne: continuare ad imparare vuol dire essere vive.

Non c’è un’età in cui ci siede sugli spalti e ci si rassegna a guardare la vita che corre; non c’è un’età nemmeno per smettere di far sentire la propria voce e il proprio dissenso; non c’è un tempo per vivere e un altro per subire: questo racconta Fiorella Mannoia nel suo nuovo brano, Imparare ad essere una donna, contenuto nel suo ultimo disco di inediti, Personale.

Fiorella Mannoia, nelle sue canzoni, ha raccontato spesso le donne, la loro tenacia e la loro fragilità, il dolore vissuto con dignità, la libertà di non dover inseguire un concetto astratto di perfezione. Imparare ad essere una donna è una canzone matura, consapevole, intensa e densa di vita. Non poteva che cantarla e scriverla (ne è l’autrice insieme a Federica Abbate e Cheope) una donna risoluta e sensibile come Fiorella Mannoia, che a questo brano – oltre a dare la voce e la penna – offre le proprie consapevolezze e il punto di vista della persona che è oggi. Per questo, è un pezzo intimo, ma nel contempo universale; racconta la sua storia, ma – senza pretenderlo – può essere considerato un manifesto.

Non è un’apologia delle donne, anche perché la Mannoia, da sempre un’interprete intelligente, sensibile, attenta, sa bene che un’esaltazione cieca risulterebbe quasi sminuente, sarebbe solo mera esaltazione, quasi una presa di posizione. Invece, in questo brano, si racconta dalla propria prospettiva e svela una verità condivisibile. Fiorella rivela, in questo modo, tutte le sfaccettature di una donna adulta, che sa commuoversi, che si arrabbia, che non si accontenta, che si cerca in tutte le donne che è stata, che impara ancora a vivere, perché la vita è in divenire e fermarsi significa non comprenderla appieno.

Il messaggio di Imparare ad essere una donna

A dire il vero, al brano è possibile dare una lettura più universale: non è un inno alle donne, ma alla vita, perché ognuno di noi salvaguardi il proprio entusiasmo, la voglia di lasciarsi sorprendere e, qualche volta, persino ammutolire; ciò che conta è esserne parte attiva, non spettatori, nemmeno arbitri. Il messaggio di Imparare ad essere una donna è chiaro sin dai primi versi; il brano, infatti, si apre così: “A mani nude, a piedi scalzi, affrontare la vita sul campo e mai dagli spalti”.

È il racconto di una donna che ha “più passato che futuro”, che ha fatto i conti con i propri sbagli e, col tempo, ha saputo farne un monito, non un limite. La donna raccontata dalla Mannoia, infatti, non si è lasciata inaridire dal dolore: sa ancora concedersi lacrime di rabbia e commozione, non rinnega i ricordi, che sono pulsanti e travolgenti, ma vive saldamente nel presente, guarda in avanti e impara ogni giorno a essere una donna, sopportandone il peso e accogliendone la bellezza.

Testo

Il testo di Imparare ad essere una donna è diretto e genuino e l’interpretazione di Fiorella, come sempre, è intensa, raffinata, personale. L’originalità del brano sta nel fatto che racconta una donna inedita, raramente presa in esame nelle canzoni: non quella che s’affaccia alla vita per la prima volta, non quella che è vittima, nemmeno quella che è forte a tutti i costi, non una mamma, non una figlia, non una persona innamorata e neanche una ferita. Racconta una donna che ha un imponente vissuto alle spalle, più ricordi che ambizioni, ma una sola, incrollabile certezza: c’è sempre qualcosa da imparare, perché vivere vuol dire non essere mai sazi di conoscenza, di curiosità e di bellezza.

Ecco il testo del brano:

Imparare ad essere una donna

A mani nude, a piedi scalzi
Affrontare la vita sul campo e mai dagli spalti
Senza risparmi
Andando sempre comunque avanti
E niente è mai sicuro
E quando hai più passato che futuro
Sai che hai imparato dagli altri anche i peggiori sbagli
Per giorni, mesi, anni
Ma ancora mi commuovo
Per un bacio lontano, una foto ricordo
Per la notte che piano ridiventa giorno
Ogni emozione mi attraversa il respiro
E piango di gioia oppure senza motivo
Ci sono giorni in cui vorrei sparire
E altri che la felicità non ha una fine
Ogni emozione mi attraversa il respiro
E rido di gioia oppure senza motivo
Convinta che alla fine tutto torna
Con il peso e la bellezza di imparare
Ad essere una donna
E camminare sui vetri rotti
Di mille scelte sbagliate da bruciare gli occhi
E nonostante i colpi
Non dare peso alle ragioni, ai torti
E ancora mi commuovo
Ogni volta che aspetto la primavera
Quando incrocio lo sguardo di una persona vera
Ogni emozione mi attraversa il respiro
E piango di gioia oppure senza motivo
Ci sono giorni in cui vorrei sparire
Altri che la felicità non ha una fine
Ogni emozione mi attraversa il respiro
E rido di gioia oppure senza motivo
Convinta che alla fine tutto torna
Con il peso e la bellezza di imparare
Ad essere una donna
Ogni emozione mi attraversa il respiro
E rido di gioia oppure senza motivo
Convinta che alla fine tutto torna
Con il peso e la bellezza di imparare
Ad essere una donna
Una donna

Fiorella Mannoia

 

FONTE: https://www.greenme.it/vivere/arte-e-cultura/fiorella-mannoia-donne-imparare/

 

 

 

Una bella storia – Monica Bergantin, sconfigge il tumore e si licenzia dalla fabbrica: “Ora lavoro in ospedale, era il mio sogno”

 

tumore

 

 

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Una bella storia – Monica Bergantin, sconfigge il tumore e si licenzia dalla fabbrica: “Ora lavoro in ospedale, era il mio sogno”

Padova, batte il tumore e si licenzia dalla fabbrica: «Ora lavoro in ospedale, era il mio sogno»

La veneziana Monica Bergantin, 49 anni: «Volevo seguire le mie ambizioni. È come se il cancro mi avesse spinto a migliorarmi»

PADOVA La prima domanda non cambia mai: «Perché proprio a me?». Le ragioni di un tumore, che entra a gamba tesa nella quotidianità di una persona, non trovano risposta nelle menti normalmente occupate nei piccoli o grandi affanni della vita. Chiunque è impreparato a rispondere a una domanda come questa: «Perché a me?». Quando Monica Bergantin scopre a 35 anni di avere un tumore al seno, anche lei perde la testa dietro a questo rompicapo. «È un pensiero che sta lì a tormentarti giorno e notte – spiega – poi, improvvisamente, scopri che è una trappola, è una domanda che non ha risposta, e allora io ho iniziato a reagire, la mia vita doveva cambiare, ma non potevo aspettare di guarire, dovevo iniziare subito, io non ero il cancro, io sono sempre stata Monica».

Da operaia a tecnico dei servizi sociali

Come un’amazzone questa coraggiosa donna che oggi ha 49 anni e che vive a Cavarzere, ha ripreso in mano la sua vita, e ne ha fatto la sua rivoluzione. E volendo rovesciare quella domanda, si potrebbe quasi affermare che Monica è guarita perché doveva ancora fare delle cose, quelle più importanti, quelle che le riempiono il cuore e l’hanno fatta diventare una donna nuova. Monica era operaia in una ditta di vestiti e dopo l’esito dei primi accertamenti sul suo tumore al seno, dopo aver superato lo smarrimento e la paura iniziale, ha deciso che quella vita di prima non le bastava più, che c’era ben altro a pulsarle dentro. «Avevo lasciato andare le mie ambizioni, e me le sono riprese», dice, per cui ha studiato e ha preso il diploma di tecnico dei servizi sociali seguendo la scuola serale. I libri da una parte, la flebo della chemio dall’altra e la mamma che la interrogava per farla arrivare preparata. Forte come una tigre Monica ha preso la Maturità, ma ha dovuto affrontare una nuova prova: un altro carcinoma, questa volta alla Tiroide. La diagnosi rapida e l’intervento risolutore le hanno permesso di non abbattersi e continuare. Il percorso della sua nuova vita l’ha portata a lavorare al reparto di Rianimazione dell’ospedale dell’Immacolata Concezione di Piove di Sacco. Dal tumore al seno è guarita, la tiroide è ok, ma deve stare sotto controllo. «È come se il cancro mi avesse spinto a migliorarmi, non potevo dargliela vinta, non sarei stata io, ho sentito dentro una forza che mai avrei pensato di avere, ora lavoro a tempo pieno, sono a contatto ogni giorno con il dolore e la malattia, la disabilità, ma cerco di portare speranza con il mio esempio – racconta – ho il rimpianto di non aver figli ma ho Nero e Camilla, i miei due cani, che adoro, ho sei splendidi nipotini e sono loro le mie medicine – continua – ho imparato che le cure, le medicine salvano, ma anche l’amore salva. Ho imparato che i giorni che abbiamo davanti non sono infiniti, per cui bisogna aggiungere tanta vita in ogni giorno che viviamo». «Sono ammaliato di fronte a tanta straordinaria caparbietà – dice il direttore dell’Ulss 6 euganea Domenico Scibetta – Monica ha tirato fuori gli artigli e si è salvata, ora il suo coraggio e quella bellezza li trasferisce ogni giorno in ospedale, dove si trasforma in una infusione di vita».

tratto da:

 https://corrieredelveneto.corriere.it/padova/cronaca/19_ottobre_29/padova-batte-tumore-si-licenzia-fabbrica-ora-lavoro-ospedale-era-mio-sogno-fa8d9914-fa20-11e9-b1d3-8ef4db66594d.shtml?fbclid=IwAR1pgV2EL8ql3YhIvtmDS6nel6XFcvofvJtN7eT8zpvml42uyo06zEZk18E

Quale paese ha conquistato le tavole di tutto il mondo? Lo straordinario primato Italiano

 

 

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Quale paese ha conquistato le tavole di tutto il mondo? Lo straordinario primato Italiano

“Il destino degli stati dipende da come si nutrono”, ha scritto Jean Anthelme Brillat-Savarin, un gastronomo francese del diciottesimo secolo. Oggi il prestigio di un paese dipende anche da quanto nutre il resto del mondo. Ne è una dimostrazione l’ascesa della cosiddetta diplomazia culinaria. Nel 2012 il dipartimento di stato di Washington ha messo in piedi una “formazione di cuochi” destinata a promuovere la cucina statunitense all’estero. Il governo tailandese manda i suoi chef in giro per il mondo a promuovere tagliolini e curry massaman attraverso il suo programma Global Thai. La Corea del Sud persegue la sua “diplomazia del kimchi”.

Ma qual è la cucina nazionale in cima alla catena alimentare globale? Un recente articolo di Joel Waldfogel dell’Università del Minnesota fornisce una risposta. Usando i ristoranti recensiti da TripAdvisor e i dati sulle vendite diffusi da Euromonitor, un’azienda di ricerche di mercato, Waldfogel ha valutato il “commercio” mondiale delle cucine di 52 paesi. Se il commercio tradizionale è misurato in base al valore di beni e servizi esportati, le stime dello studioso sullo scambio culinario si basano sul valore del cibo servito nei ristoranti. Per ogni paese il consumo di una cucina straniera è trattato come un “import”, mentre il consumo all’estero della propria cucina nazionale è trattato come un “export”. Il saldo determina quali sono i paesi che hanno la maggiore influenza sui palati del mondo.

I risultati non fanno la felicità del presidente statunitense, estimatore di McDonald’s e propagandista dei dazi doganali. Gli Stati Uniti sono infatti il più grande importatore netto di cucina al mondo, dato che spendono in piatti stranieri 55 miliardi di dollari in più rispetto alla popolarità all’estero dei piatti statunitensi (e se si escludono i fast food, la differenza sale a 134 miliardi). La Cina arriva dopo, con un deficit culinario di 52 miliardi di dollari; il Brasile e il Regno Unito hanno rispettivamente saldi negativi per circa 34 miliardi e 30 miliardi. L’Italia, invece, si posiziona come il più grande esportatore mondiale di beni commestibili. L’appetito del mondo per la pasta e la pizza, oltre al relativo disinteresse degli italiani verso le altre cucine, danno al paese un surplus a tavola di 168 miliardi. Anche il Giappone, la Turchia e il Messico vantano avanzi consistenti.

Waldfogel non tiene conto di ibridi culinari come il cronut – un incrocio tra un cornetto e una ciambella – o il Tex-Mex. Né considera più di tanto l’autenticità dei piatti: pochi napoletani considererebbero la Domino’s Pizza un vero piatto di casa. Eppure, alcune cucine esercitano chiaramente un fascino maggiore di altre in tutto il mondo. I buongustai che deridono gli involtini primavera a San Francisco o i cheeseburger a Chongqing dovrebbero ringraziare la globalizzazione. Una politica di dazi culinari potrebbe rendere la ristorazione davvero noiosa.

 

 

 

Martin Luther King, 14 ottobre 1964 – Ad un “nero” il premio Nobel per la pace, senza neanche dover bombardare 7 paesi… Ecco il fantastico discorso per la premiazione.

Martin Luther King

 

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Martin Luther King, 14 ottobre 1964 – Ad un “nero” il premio Nobel per la pace, senza neanche dover bombardare 7 paesi… Ecco il fantastico discorso per la premiazione.

Discorso di Martin Luther King per il Premio Nobel (1964)

Il 10 dicembre 1964 fu assegnato a Martin Luther King il premio Nobel per la pace per il suo impegno per i diritti civili e la giustizia sociale. All’epoca trentacinquenne, King è stato il più giovane nella storia del Nobel a ricevere il premio. Non essendovi allora la consuetudine di dare la motivazione, si fece riferimento all’incarico che ricopriva: Capo della Southern Christian Leadership Conference, attivista per i diritti civili.

Nel ricevere al notizia, Martin Luther King sottolineò come non si trattasse del premio a una sola persona, quanto il riconoscimento a tutte le “persone nobili” che hanno lottato con lui per i diritti civili e contro le discriminazioni razziali. I 54.000 dollari del premio furono divisi nei diversi movimenti: Congress of Racial Equality, Southern Christian Leadership Conference, National Association for the Advancement of Colored People, Student Nonviolent Coordinating Committee, National Council of Negro Women, American Foundation on Nonviolence.

Il documento

DISCORSO PRONUNCIATO DA MARTIN LUTHER KING IN OCCASIONE DEL RITIRO DEL PREMIO NOBEL (Oslo, 10 dicembre 1964 )

Vostra Maestà, Vostra Altezza Reale, Signor Presidente, eccellenze, signori e signore: accetto il Premio Nobel per la Pace nel momento in cui ventidue milioni di Negri degli Stati Uniti sono impegnati in una battaglia creativa per concludere la lunga notte della ingiustizia raziale. Accetto questo premio proprio quando un movimento per I diritti civili sta muovendosi con determinazione e grande disprezzo del rischio e del pericolo per stabilire un regno di libertà ed un governo di giustizia. Ho in mente che solo ieri a Birmingham, in Alabama, i nostri bambini, mentre piangevano per la fratellanza, ricevevano risposta con lanciafiamme, cani ringhiosi e persino morte. Ho in mente che solo ieri a Philadelphia, nel Mississippi, ragazzi in cerca di assicurare il diritto di voto sono stati brutalizzati e uccisi. Ho in mente che la deabilitazione e l’abitudine alla povertà affliggono il mio popolo e lo incatenano al più basso gradino della scala economica.

Quindi devo chiedere perchè questo premio è assegnato ad un movimento assediato e impegnato in una lotta accanita, e a un movimento che non ha ancora vinto la pace e la fratellanza che sono l’essenza del Premio Nobel. Dopo averci pensato, ho concluso che questo premio, che ricevo per quel movimento, è un profondo riconoscimento della nonviolenza quale risposta alle questioni cruciali, politiche e morali del nostro tempo: la necessità per l’uomo di superare l’oppressione e la violenza senza ricorrere alla violenza e all’oppressione.

Civilizzazione e violenza sono concetti antitetici. I Negri degli Stati Uniti, seguendo il popolo indiano, hanno dimostrato che la nonviolenza non è sterile passività, ma una potente forza morale che lavora per la trasformazione sociale. Presto o tardi, tutti I popoli della terra dovranno scoprire un modo di vivere insieme e in pace, e quindi trasformeranno questa elegia cosmica pendente in un cretivo salmo di fratellanza. Se questo deve essere perseguito, l’uomo deve elaborare per tutti i conflitti umani un metodo che respinga la vendetta, l’aggressione e la rappresaglia. Il fondamento di questo metodo è l’amore. La strada tortuosa che ci ha condotti da Montgomery, in Alabama, a Oslo è testimone di questa verità, e questa è la strada che milioni di Negri stanno percorrendo per trovare un nuovo senso di dignità. Questa stessa strada ha aperto per tutti gli Americani una nuova era di progresso e di speranza.

Ha guidato a nuove strade di diritti civili, che sarà, sono convinto, allargata ed allungata in un’autostrada di giustizia così che uomini Negri e bianchi in un numero sempre maggiore creino alleanze per superare i loro problemi comuni.

Accetto questo premio oggi avendo perpetua fiducia nell’America ed una più audace fiducia nel futuro del genere umano. Rifiuto di accettare la disuguaglianza quale responso finale alle ambiguità della storia.

Rifiuto di accettare l’idea che “la certezza” (egocentrismo) della natura attuale dell’uomo lo renda moralmente incapace di aspirare all’eterna “condizionalità” (possibilità e apertura verso gli altri) con cui da sempre si confronta.

Rifiuto di accettare l’idea che l’uomo sia meramente il relitto galleggiante di un carico buttato nel fiume della vita incapace di influire sulla nascita degli eventi che lo circondano.

Rifiuto di accettare la posizione secondo cui l’umanità sia così tragicamente legata alla buia notte del razzismo e della guerra e che la radiosa alba della pace e della fratellanza non possano diventare una realtà. Rifiuto di accettare la cinica idea che nazione dopo nazione debbano essere attratte dalla spirale del militarismo nell’inferno della distruzione termonucleare. Io credo che la verità disarmata e l’amore incondizionato conquisteranno alla fine il mondo. Questo è il motivo per cui il bene, momentaneamente sconfitto, è più forte del male trionfante. Io credo che anche se oggi viviamo fra “lo scoppio del mortaio” e lo sparo (piagnucolante) della pallottola, ci sia ancora la speranza per un brillante futuro. Io credo che la giustizia ricercata, falsamente prostrata sulle strate insanguinate della nostra nazione, possa essere levata da questa posizione vergognosa per regnare suprema tra i bambini.

Ho l’audacia di credere che la gente dappertutto possa avere tre pasti al giorno per il loro corpo, l’educazione e la cultura per le loro menti, e la dignità, l’eguaglianza e la libertà per i loro spiriti. Io credo che quanto uomini egocentrici hanno buttato giù, altri uomini egocentrici possono aver ricostruito. Io credo ancora che un giorno il genere umano si inchinerà agli altari di Dio e sarà incoronato trionfante sulla Guerra, gli spargimenti di sangue e l’amicizia redentiva, non violenta, proclamata governo della terra. Ed il leone e l’agnello giaceranno insieme, ed ogni uomo siederà sotto il proprio albero di fico e nessuno avrà paura. Io credo che noi andremo oltre. Questa fede può darci il coraggio di guardare in faccia all’incertezza del futuro. Darà ai nostri piedi stanchi nuova forza per farci continuare a lunghi passi attraverso la città della libertà. Quando i nostri giorni diventano tetri con nuvole che volano basse e le nostre notti diventano più scure di mille notti messe assieme, sapremo che stiamo vivendo nella confusione creativa di quell’umus genuino da cui nascerà una nuova civiltà.

Oggi sono venuto ad Oslo come un rappresentante ispirato e con rinnovata dedica all’umanità. Accetto questo premio come uno fra gli uomini che amano la pace e la fratellanza. Ho detto di essere venuto come rappresentante perché nel profondo del mio cuore sono convinto che questo premio sia molto di più che un onore fatto a me personalmente. Ogni volta che prendo un aereo per un viaggio penso sempre alle molte persone che rendono possibile e buono il viaggio, i piloti che si conoscono ed il personale di terra sconosciuto. Voi rendete onore ai piloti della nostra lotta che hanno guidato il movimento per la libertà affinchè questo andasse in orbita. Voi onorate ancora una volta il Capo Lutuli del Sudafrica le cui lotte con e per il suo popolo sono contrapposte alle più brutali espressioni di inumanità di uomini verso l’uomo. Voi onorate il personale di terra, senza il cui lavoro e sacrificio, l’aereo che vola verso la libertà, non potrebbe mai decollare. La maggior parte di queste persone non farà mai I titoli, e i loro nomi non appariranno mai in un elenco di personalità. Ancora, quando gli anni saranno trascorsi e quando il bagliore della lampada della verità sarà focalizzata in questo meraviglioso periodo in cui viviamo, gli uomini e le donne sapranno e I bambini avranno imparato che noi abbiamo la terra più bella, la miglior gente, la più nobile civiltà perché questi umili ragazzi di Dio saranno disposti a soffrire per amore della rettitudine.

Penso che Alfred Nobel saprebbe quello che voglio dire quando dico che accetto questo premio con lo spirito di un custode di qualche prezioso gioiello di famiglia che egli ha in consegna per fiducia dei suoi proprietari: tutti quelli a cui la fiducia è considerata la cosa più bella e nei cui occhi la bellezza di un’autentica fratellanza e pace è più preziosa dei diamanti, dell’argento o dell’oro. Grazie.

5 ottobre 2011, addio Genio – Le ultime parole di Steve Jobs – Il grande, fantastico testamento spirituale di un uomo eccezionale

 

Steve Jobs

 

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5 ottobre 2011, addio Genio – Le ultime parole di Steve Jobs – Il grande, fantastico testamento spirituale di un uomo eccezionale

– Le ultime parole di Steve Jobs –

Ho raggiunto l’apice del successo nel mondo degli affari.

Agli occhi altrui la mia vita è stata il simbolo del successo.

Tuttavia, a parte il lavoro, ho una piccola gioia. Alla fine, la ricchezza è solo un dato di fatto al quale mi sono abituato.

In questo momento, sdraiato sul letto d’ospedale e ricordando tutta la mia vita, mi rendo conto che tutti i riconoscimenti e le ricchezze di cui andavo così fiero, sono diventati insignificanti davanti alla morte imminente.

Nel buio, quando guardo le luci verdi dei macchinari per la respirazione artificiale e sento il brusio dei loro suoni meccanici, riesco a sentire il respiro della morte che si avvicina…

Solo adesso ho capito, una volta che accumuli sufficiente denaro per il resto della tua vita, che dobbiamo perseguire altri obiettivi che non sono correlati alla ricchezza.

Dovrebbe essere qualcosa di più importante:
per esempio le storie d’amore, l’arte, i sogni di quando ero bambino…

Non fermarsi a perseguire la ricchezza potrà solo trasformare una persona in un essere contorto, proprio come me.

Dio ci ha dato i sensi per farci sentire l’amore nel cuore di ognuno di noi, non le illusioni costruite dalla fama.

I soldi che ho guadagnato nella mia vita non li posso portare con me.

Quello che posso portare con me sono solo i ricordi rafforzati dall’amore.

Questa è la vera ricchezza che ti seguirà, ti accompagnerà, ti darà la forza e la luce per andare avanti.

L’amore può viaggiare per mille miglia. La vita non ha alcun limite. Vai dove vuoi andare. Raggiungi gli apici che vuoi raggiungere. E’ tutto nel tuo cuore e nelle tue mani.

Qual è il letto più costoso del mondo? Il letto d’ospedale.
Puoi assumere qualcuno che guidi l’auto per te, che guadagni per te, ma non puoi avere qualcuno sopporti la malattia al posto tuo.

Le cose materiali perse possono essere ritrovate. Ma c’è una cosa che non può mai essere ritrovata quando si perde: la vita.

In qualsiasi fase della vita siamo in questo momento, alla fine dovremo affrontare il giorno in cui calerà il sipario.

Fate tesoro dell’amore per la vostra famiglia, dell’amore per il vostro coniuge, dell’amore per i vostri amici…

Trattatevi bene. Abbiate cura del prossimo.

Curcuma e miele: lo straordinario antibiotico naturale contro freddo e mal di gola

 

Curcuma

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Curcuma e miele: lo straordinario antibiotico naturale contro freddo e mal di gola

Molti di noi conoscono alla perfezione la curcuma e le sue innumerevoli proprietà. Abbiamo visto come possa essere utilizzata per combattere i dolori e l’artrite, come sia capace di curare e prevenire il diabete. Abbiamo anche visto il Golden Milk, un’importante ricetta utile a combattere i dolori muscolari e il mal di gola, grazie all’azione antinfiammatoria della curcumina.

Pochi, però, conoscono il potere della curcuma abbinata al miele.

Il miele è da sempre considerato un antibiotico naturale. Se associato alla cannella, poi, può avere numerosi effetti benefici, utili per combattere, ad esempio: artrite, raffreddore e mal di gola.

Cosa possiamo ricavare allora, unendo il potere antibiotico del miele a quello antinfiammatorio della curcuma?

La prima cosa che possiamo dire è che questo mix genera un potente antibiotico naturale che non solo distrugge i batteri che causano le più comuni malattie, ma favorisce anche le difese naturali del nostro organismo.

A differenza dei comuni antibiotici sintetici, questa sorta di farmaco naturale non ha alcun effetto negativo sulla microflora intestinale.

La curcuma, lo ricordiamo, contiene un potentissimo principio attivo che prende il nome di curcumina, capace di raggiungere più di 150 potenziali attività terapeutiche, tra cui le proprietà antiossidanti, anti-infiammatorie e anti-cancro. Il consumo di curcuma e miele migliora significativamente la digestione e aumenta l’attività della flora intestinale.

Nella medicina Ayurvedica è uno dei più utilizzati rimedi tradizionali utili per combattere il freddo. Ai primi sintomi di mal di gola o malattie da raffreddamento, potreste decidere di ricorrere a questo “miele d’oro”. Una volta preparata la miscela, potrete conservarla tre giorni, il tempo necessario per veder sparire i sintomi del vostro malessere.

Per realizzarla vi servono semplicemente: 100 grammi di miele e 1 cucchiaio di curcuma in polvere. Mescolate bene i due ingredienti e conservateli in un barattolo.

Ai primi segni di raffreddamento, prendete: durante il primo giorno mezzo cucchiaino della miscela ogni ora; durante il secondo giorno ogni due ore e durante il terzo giorno la stessa dose, solo tre volte al giorno.

Potete aggiungere questa miscela nel tè o in altre bevande calde.

La curcuma fluidifica il sangue e riduce la pressione sanguigna. Da prestare attenzione se si soffre di diabete.

In caso di gravi malattie epatiche o alle vie biliari, inoltre, è sempre meglio evitare il fai da te e rivolgersi a uno specialista.

Se questo rimedio viene assunto prima dei pasti, agisce sull’apparato digerente. Durante i pasti, su quello respiratorio.

L’alternativa

Esiste anche un’alternativa molto interessante a questa ricetta che vede l’aggiunta di zenzero, pepe e una spruzzata di limone.

Ecco gli ingredienti:

  • 120 grammi di miele
  • 2 cucchiai di zenzero grattugiato
  • 2 cucchiaini curcuma in polvere
  • 1 limone
  • pepe nero un pizzico

Mescolate tutti gli ingredienti e conservate.

Questa alternativa unisce al potere antinfiammatorio e antiossidante della curcuma, quello dello zenzero che disintossica, aiuta la digestione e combatte i dolori articolari. Il pepe serve poi per aumentare la biodisponibilità della curcumina, come abbiamo visto in un nostro precedente articolo.

Anche in questo caso, la soluzione può essere consumata sciolta in una bevanda calda a piacere.

 

 

Erri De Luca – Mare nostro che non sei nei cieli – La struggente preghiera per i migranti morti nel Mare Nostro – Eparliamo di 19.000 esseri umani in 6 anni…!

 

Erri De Luca

 

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Erri De Luca – Mare nostro che non sei nei cieli – La struggente preghiera per i migranti morti nel Mare Nostro – Eparliamo di 19.000 esseri umani in 6 anni…!

Si riempiono la bocca i governanti d’Italia, quelli dell’Europa, i Ponzi Pilato. Parlano di muri da mettere in mare, parlano di invasione. La realtà è che vegli ultimi 6 anni 19.000 esseri umani (compreso donne e bambini) sono morte mentre tentavano di raggiungere le coste europee. 1000 solo nel 2019…

Sono i numeri oggi agghiaccianti dei quali sembra che a nessuno freghi niente

Per commentare questa ecatombe in cui insieme a uomini, donne e bambini sta naufragando anche la nostra coscienza civile, abbiamo scelto una poesia struggente di Erri De Luca.

Mare nostro che non sei nei cieli

Mare nostro che non sei nei cieli
e abbracci i confini dell’isola e del mondo
sia benedetto il tuo sale
sia benedetto il tuo fondale
accogli le gremite imbarcazioni
senza una strada sopra le tue onde
i pescatori usciti nella notte
le loro reti tra le tue creature
che tornano al mattino
con la pesca dei naufraghi salvati

Mare nostro che non sei nei cieli
all’alba sei colore del frumento
al tramonto dell’uva di vendemmia,
Ti abbiamo seminato di annegati
più di qualunque età delle tempeste
tu sei più giusto della terra ferma
pure quando sollevi onde a muraglia
poi le abbassi a tappeto
Custodisci le vite, le visite cadute
come foglie sul viale
Fai da autunno per loro
da carezza, da abbraccio, da bacio in fronte
di padre e madre prima di partire

Erri De Luca

Le 7 marche di cioccolato che sfruttano il lavoro minorile – Fareste bene ad appuntarvele per ricordarle quando siete al supermercato!

cioccolato

 

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Le 7 marche di cioccolato che sfruttano il lavoro minorile – Fareste bene ad appuntarvele per ricordarle quando siete al supermercato!

 

Conosciamo “il lato nero del cioccolato”

Nel settembre 2015 è stata presentata un’azione giudiziaria contro la Mars, la Nestlè e la Hershey sostenendo che stavano ingannando i consumatori che “senza volerlo” stavano finanziando il lavoro schiavo infantile del cioccolato in Africa Occidentale.

Bambini tra gli 11 e i 16 anni (a volte anche più giovani) sono chiusi in piantagioni isolate in cui lavorano tra le 80 e le 100 ore a settimana. Il documentario Slavery: A Global Investigation ha intervistato dei bambini che sono stati liberati, che hanno raccontato che spesso ricevevano pugni e venivano picchiati con cinte e fruste.

“Essere picchiato faceva parte della mia vita”, ha raccontato Aly Diabate, uno dei bambini liberati. “Quando ti mettevano addosso i sacchi [di chicchi di cacao] e cadevano mentre li trasportavi, nessuno ti aiutava. Anzi, ti picchiavano finché non ti rialzavi”.

Nel 2001, la Food and Drug Administration voleva approvare una legislazione per l’applicazione del marchio “slave free” (senza lavoro schiavo) sulle confezioni, ma prima che il provvedimento venisse votato l’industria del cioccolato – includendo Nestlé, Hershey e Mars – ha usato il suo denaro per bloccarla, promettendo di porre fine al lavoro schiavo infantile nelle sue imprese entro il 2005.

Questo limite temporale è stato ripetutamente rimandato, e attualmente la meta è il 2020. Nel frattempo, il numero di bambini che lavorano nell’industria del cacao è aumentato del 51% tra il 2009 e il 2014, in base a un resoconto del luglio 2015 della Tulane University.

Come ha detto uno dei bambini liberati, “godete di qualcosa che è stato fatto con
la mia sofferenza. Ho lavorato sodo per loro, senza alcun beneficio. State mangiando la mia carne”.

Le 7 marche di cioccolato che utilizzano cacao proveniente dal lavoro schiavo infantile sono:

  1. Hershey
  2. Mars
  3. Nestlè
  4. ADM Cocoa
  5. Godiva
  6. Fowler’s Chocolate
  7. Kraft

Per avere un’idea più chiara della questione, ecco il documentario O Lado Negro do Chocolate.

La situazione è stata denunciata anche dal The Guardian, mentre il Daily Mail ha sottolineato che i bambini impiegati in questa industria utilizzano strumenti e macchinari pericolosi, portano i chicchi di cacao su lunghe distanze, lavorano per molte ore e sono esposti a pesticidi e ad altre sostanze chimiche pericolose senza indumenti protettivi. Gran parte del pericolo deriva dal fatto di utilizzare machete con grosse lame.

Secondo l’Huffington Post, le violazioni dei diritti dei bambini sono alla base di oltre il 70% della produzione mondiale di cacao. In base a un rapporto investigativo della BBC, centinaia di migliaia di bambini vengono comprati o rapiti e poi portati in Costa d’Avorio, il più grande produttore mondiale di cacao, dove vengono schiavizzati nelle piantagioni.

I genitori spesso pensano che i figli troveranno un lavoro onesto fuori dal loro Paese e potranno mandare un po’ di denaro a casa, ma nella maggior parte dei casi non è così. I bambini non vengono pagati, non ricevono educazione, sono malnutriti e spesso non rivedranno più le proprie famiglie.

Insomma, prima di mangiare un pezzo di cioccolata sarebbe bene informarsi su com’è stato prodotto, e soprattutto sulle spalle di chi.

[Traduzione dal portoghese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Ripubblichiamo integralmente una lettera  di chiarimento inviataci dal Gruppo Nestlé in Italia

Fonte: Aleteia

 

tratto da: https://www.informarexresistere.fr/le-7-marche-di-cioccolato-che-sfruttano-il-lavoro-minorile/