“La libertà è un lusso di pochi” – Il 13 maggio di due anni fa ci lasciava il grande Oliviero Beha. Un uomo libero…

 

Oliviero Beha

 

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“La libertà è un lusso di pochi” – Il 13 maggio di due anni fa ci lasciava il grande Oliviero Beha. Un uomo libero…

La “libertà è un lusso di pochi” ripeteva spesso alla figlia…

Oliviero Beha stava antipatico a molti, quasi a tutti. Soprattutto ai giornalisti. Solo dopo ai politici e al potere – che lo rispettavano e lo temevano – ma prima ai giornalisti: per la sua intelligenza, irriverenza a tratti arrogante, la sua sferzante capacità di mettere in scacco semplicemente combinando insieme “le tessere del mosaico”.

Con Oliviero Beha il 13 maggio del 2017 abbiamo perso un paladino della libertà di parola.

Da sempre in guerra per denunciare il deserto di valori e la mafiosità della classe dirigente e degli intellettuali troppo spesso al seguito del potente di turno, non è mai stato tenero con nessuno. E per questo ha pagato. Ha pagato duramente questa sua libertà di parola.

Autore di trasmissioni di successo, è stato mal sopportato dalla Rai e considerato sempre molto scomodo da tutti i direttori di giornali con cui ha lavorato perché diceva quello che pensava e aveva il coraggio di mettere davanti a tutti le verità più indicibili, come quella della combina da lui scoperta e documentata, della partita tra Italia e Camerun ai Mondiali del 1982. Non volle tenere la bocca chiusa e questo gli valse il posto a la Repubblica.

Ma, come ha spesso ricordato la figlia Germana “Papà non aveva paura e per questo era libero”

Mia Martini, ventiquattro anni dopo quel tragico 12 maggio 1995. La cattiveria e le maldicenze la uccisero, ma il suo talento è immortale e Lei resterà per sempre un mito.

 

Mia Martini

 

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Mia Martini, ventiquattro anni dopo quel tragico 12 maggio 1995. La cattiveria e le maldicenze la uccisero, ma il suo talento è immortale e Lei resterà per sempre un mito.

12 maggio 1995: Mimì muore nella sua casa. È sola, in testa ha le cuffie del walkman. “Era serena”, scriveranno. Aveva vissuto sui palchi, si era isolata, tra estremi, senza compromessi. Vittima delle malelingue, sostenuta dagli amici come Renato Zero e dalla sorella Loredana, stimata dai colleghi Fossati, Mina, De André. Storia di una voce che l’Italia non ha mai smesso di  amare.

Nessuno risponde. Il campanello non smette di suonare, ma nessuno risponde. Nando Sepe, professione manager, tiene il dito incollato sul citofono, ma nulla. Eppure la Citroën verde di Mimì è parcheggiata lì fuori, all’esterno di quella palazzina di due piani in via Liguria 2, a Cardano del Campo, Varese. E in quella mattina del 14 maggio di venti anni fa, Sepe chiama la padrona di casa, si fa dare le chiavi di riserva. Ma la porta è chiusa dall’interno. Quando poche ore dopo i pompieri la sfondano, Mia Martini è stesa sul letto, le cuffie del walkman sulle orecchie. “L’espressione serena”, diranno. È morta da quarantotto ore. La notizia sbriciola i palinsesti televisivi. Renato Zero chiama Loredana Berté, la sorella di Mimì: “Spegni tutto, sto arrivando”. I cronisti appostati sotto casa della Bertè ricordano ancora le urla. E, di ricordo in ricordo, dopo vent’anni nessuno ha dimenticato quella voce magnetica, dolce, scura, emozionante e quelle melodie che Mia Martini ha regalato alla musica italiana.

“Ci sarebbero pure ‘sti due amici”. Funzionava così: era la frase classica che completava una strategia infallibile. Roma, 1968, Loredana Berté in minigonna a chiedere l’autostop. E poi Mimì, con l’immancabile bombetta, quasi uscita da un film di Fellini, che con Renato sbucava sulla strada per prendere al volo il passaggio conquistato. Inseparabili, i tre. Cercavano di mettere su un gruppo musicale. Per la Martini, ventunenne, era già la fase due della carriera: aveva iniziato nei primi anni Sessanta. Un viaggio in treno da Ancona verso Milano, Etta James nel cuore, Carlo Alberto Rossi che le fa incidere i primi singoli. Poi i concerti sulla riviera romagnola, qualcuno con Pupi Avati alla batteria. Qualche piccolo successo, ma la carriera da ragazza ye-ye non decolla. Mimì sta per lasciare, inizia a lavorare al sindacato dei musicisti, ma la passione per la musica è troppo forte. Quella Roma le restituirà la voglia di continuare. Diventa amica di Gabriella Ferri. Sperimenta con piccoli gruppi jazz. Sta per farcela. Poi in Sardegna, nel 1969, l’arresto per possesso di hashish e la condanna a quattro mesi di carcere. Le cambieranno la vita.

Una dinamica maledetta di ombre e di luce, di pace e di dannazione, di sorrisi e di lacrime. La vita e la carriera di Mia Martini si sono sempre mosse tra gli estremi, saltando le vie di mezzo, i compromessi, la sciatteria, la mediocrità. Dopo l’arresto Mimì torna a Roma, sbarca a Civitavecchia in una giornata di pioggia. Entra in un bar, prende un cappuccino e inizia a berlo sotto il diluvio. E sorridendo decide di non rinunciare al suo sogno. Sceglie il jazz. Ritorna a essere “Domenica” (il suo nome completo è Domenica Rita Adriana Berté) e con il trio di Totò Torquati conquista il pubblico del Titan di via della Meloria, del Piper di via Tagliamento. L’occasione della vita le capita nel febbraio del 1971. Deve correre al Piper di Viareggio, c’è da improvvisare una serata. Il pubblico resta a ballare fino alle quattro di mattina. Alberigo Crocetta, proprietario del Piper e mentore di Patty Pravo, si offre di produrla. Mimì rifiuta una prima volta. Poi cede. “Dobbiamo cambiare nome però. Ci vuole un nome italiano riconoscibile nel mondo. Ho pensato a Martini”, dice Crocetta. “Va bene: però mi chiamerò Mia, come Mia Farrow”. La storia ha inizio.

Gli anni Settanta saranno i suoi anni. Inizia a collaborare in modo stabile con Baldan Bembo, Bruno Lauzi, Claudio Baglioni. Con Franco Califano scatta l’alchimia musicale. C’è questa canzone, Minuetto, ma nessuno riesce a scrivere le parole giuste per Mia. Lei e Califano escono una sera a cena. Parlano tanto. E “il Califfo” ritorna il giorno dopo con un testo che sembra un pezzo pregiato di sartoria artigianale: perfetto per la Martini. “E vieni a casa mia, quando vuoi, nelle notti più che mai / dormi qui, te ne vai, sono sempre fatti tuoi”. Nell’Italia dove maistream fa rima con piccolo-borghese le parole, il volto, l’immagine della Martini sono come un metallo pregiato, come un diamante: l’autenticità professata come valore assoluto. La sensibilità come guida. Talmente forte che le piccole, idiote e meschine armi che lo show business inventa per fermare la Martini diventano tanti colpi. Le dicerie sul suo “portar jella” iniziano allora. Non si fermeranno mai. Mimì prima ci sorride. Poi ci sta male. Crisi cicliche. Sempre più pesanti.

“Una monomaniaca della musica”: Mimì secondo Ivano Fossati, che con lei ha condiviso una pezzo importante di vita. A lei regalò “E non finisce il cielo”, una delle canzoni d’amore più intense della musica pop italiana, con cui Mia Martini partecipò per la prima volta al Festival di Sanremo nel 1982 ottenendo il Premio della Critica, istituito in quell’anno appositamente per lei e a lei intitolato dopo la sua morte. Ironia della sorte, il premio attribuito non fu mai consegnato alla cantante e venne ritirato, postumo, dalla sorella Loredana Berté durante la serata finale del Festival di Sanremo 2008.

Fino alla decisione di ritirarsi dalle scene, nei primi anni Ottanta. Non bastano la stima, l’affetto, l’amore che le manifestano Charles Aznavour, Ivano Fossati, Pino Daniele, Paolo Conte, Fabrizio De Andrè. Non basta il Premio della Critica istituito apposta per lei al Festival di Sanremo nel 1982, quando ipnotizza tutti con E non finisce mica il cielo. Non basta la sfrontatezza di Loredana con cui collabora per Non sono una signora. Non basta neanche la venerazione che tanti giovani talenti, da Ramazzotti in giù – per il cantautore romano inciderà i cori del ritornello di Terra promessa – le manifestano. Mia decide di darci un taglio. Si rifugia da Leda, la sorella più grande. Cerca una vita ordinaria. È il 1985. Sparisce per quattro anni, si trasferisce a Calvi, in Umbria, solo piccoli concerti di provincia, pochissimi. Poi una sera del dicembre del 1988 un incidente. La sua macchina scivola su una lastra di ghiaccio e la Martini ne esce miracolosamente illesa. Tornata a casa, prima il panico, le lacrime. Poi una risata liberatoria. Decide di ritornare. Di riprendersi il suo mondo.

“Sai, la gente è strana, prima si odia e poi si ama, cambia idea improvvisamente, come fosse niente, sai la gente è matta, forse è troppo insoddisfatta, segue il mondo ciecamente, quando la moda cambia, lei pure cambia continuamente e scioccamente”: un testo rimasto nel cassetto. Dietro questa “lettera” che sembra una dichiarazione d’amore, gli autori Bruno Lauzi e Maurizio Fabrizio, nel 1972, anticipavano i tempi contestando la cieca frenesia di una società dedica al consumo. Depositato soltanto nel 1979, rimase inedito a lungo, fino a quando nel 1989 arrivò a Mimì, che la presentò al Festival di Sanremo di quell’anno. Ancora un Premio della Critica, avrebbe meritato di vincere.

1989, 21 febbraio, Sanremo. Per capire è necessario il contesto. È necessario inscrivere quel piccolo miracolo in un prima e in un dopo. Il prima è rappresentato dai “figli di papà”: Rosita Celentano, Paola Dominguin, Danny Quinn e Gianmarco Tognazzi, che presentano il festival in puro stile anni Ottanta. Dinoccolati e cotonati. Dopo c’è Jovanotti, cappello da cowboy, aria casinista e “No Vasco, no Vasco, io non ci casco”. In mezzo, un angelo. Mia Martini entra sul palco sorridendo, attacca Almeno tu nell’universo. Al ritornello alza i pugni al cielo, accompagna presenti e telespettatori su una melodia magnifica, su parole struggenti. Ed è una bomba, pelle d’oca collettiva. Rivince il premio della critica. Ritorna dal suo pubblico. Ricomincia a vivere e respirare. Verranno La nevicata del ’56Gli uomini non cambiano. Verrà il successo, di nuovo.

“Piccere’, canta”. Roberto Murolo le sorride nella sua casa napoletana. I due, è il 1992, stanno provando una canzone di Enzo Gragnaniello, Cu ‘mme. Quattro minuti e mezzo di magia, uno spazio in cui si dispongono tradizione, rabbia, commozione, rimpianto, voglia di vivere, paure e desideri. A quarantacinque anni Mia Martini è ormai patrimonio indiscusso della canzone italiana. Nel 1993, dopo un decennio di reciproci silenzi, corre da Loredana ricoverata in ospedale. Baci e carezze e un progetto: ritornare insieme a Sanremo. Lo faranno l’anno successivo. Poi quello che sarà il suo testamento. Un disco di cover registrato dal vivo – prodotto dal suo amico Shel Shapiro – dei “suoi” cantautori: La musica che mi gira intorno. Ancora Fossati, Mimì sarà di De Gregori, Fiume di Sand Creek di De Andrè. In Dillo alla luna di Vasco Rossi l’interpretazione più intensa. Tutto sembra andare. Tutto s’interromperà il 12 maggio. Poi i funerali, vagonate di parole. Le polemiche postume. Il ruolo del padre nella sua vita e nella sua morte. Le indagini, l’autopsia, i medici che mettono nero su bianco le cause del decesso: overdose di cocaina. Patina. Che nulla toglie alla voce di Mimì. “Una monomaniaca della musica”, secondo Ivano Fossati che con lei ha condiviso una pezzo importante di vita. Mina: “Per fortuna il suo talento dolente e intenso è rimasto qui, nei suoi dischi. Io ho anche fatto un suo pezzo, Almeno tu nell’universo, ma meglio la sua versione”. E un giorno Fabrizio De André, forse, ha sintetizzato il sentire comune, definendosi “innamorato totale della sua arte e della sua umanità”. Lo siamo ancora, vent’anni dopo: totalmente innamorati di Mimì.

 

tratto da:

http://www.repubblica.it/spettacoli/musica/2015/05/12/news/mia_martini-114019951/#gallery-slider=113880139

Gli indigeni Waorani vincono contro i petrolieri: salvi dalle trivelle 200mila ettari di Amazzonia

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Gli indigeni Waorani vincono contro i petrolieri: salvi dalle trivelle 200mila ettari di Amazzonia

Le terre ancestrali non sono in vendita per lo sfruttamento petrolifero. Una sentenza storica riconosce agli indios Waorani i loro diritti e impedisce la trivellazione di 200mila ettari di Amazzonia.

Waorani-petrolieri, uno a zero, perché finalmente la Corte dà ragione ai popoli indigeni stabilendo che le terre ancestrali non potranno più essere sfruttate a piacimento delle multinazionali.

Con la sentenza, i Waorani acquistano il diritto ad essere interpellati ogni qualvolta qualcuno decida di varcare le loro terre ancestrali e secondo il tribunale qualsiasi lottizzazione o speculazione, da adesso in poi, deve prevedere delle consultazioni con gli indigeni.

Ma non solo. A Puyo in Ecuador, dopo anni e anni di battaglie, le terre dei circa 4800 Waorani rimangono interdette alle trivelle perché gli indigeni hanno il diritto “inalienabile, non revocabile e indivisibile” di mantenere il possesso delle loro terre ancestrali.

Da tempo i petrolieri con promesse di regali cercano di portare dalla loro parte gli indigeni con il solo fine di accedere al petrolio che giace nella foresta. Come tutti gli altri nativi, i Waorani non si sono mai arresi e non hanno mai ceduto alle lusinghe delle multinazionali, preferendo sempre le loro terre.

Guidati da Nemonte Nenquimo, l’attivista di etnia Waorani, adesso finalmente bloccano le trivelle. La sentenza tuttavia potrebbe essere ribaltata in appello. Ma gli indigeni non hanno dubbi: continueremo a lottare per le nostre terre.

 

tratto da: https://www.greenme.it/vivere/costume-e-societa/31505-indigeni-waorani-petrolio-amazzonia

C’è un uomo in prigione. Un uomo condannato per aver difeso il diritto all’acqua del suo popolo contro il potere delle Multinazionali. Alberto Curamil, il leader Mapuche che ha salvato i fiumi… finché ha potuto…!

 

acqua

 

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C’è un uomo in prigione. Un uomo condannato per aver difeso il diritto all’acqua del suo popolo contro il potere delle Multinazionali. Alberto Curamil, il leader Mapuche che ha salvato i fiumi… finché ha potuto…!

Alberto Curamil, il leader Mapuche che ha salvato i fiumi: imprigionato per la lotta alle centrali idroelettriche

È riuscito ad impedire la realizzazione di due centrali idroelettriche che avrebbero sottratto litri e litri d’acqua al suo popolo, i Mapuche, e distrutto un intero ecosistema. Alberto Curamil ha riunito la gente dell’Araucanía, regione sud orientale del Cile, fermando la realizzazione dei progetti sul fiume Cautín nel Cile centrale.

Il corso d’acqua dove dovevano sorgere le centrali è sacro per gli indigeni, ma non è (solo) la questione religiosa ad aver guidato la rivolta: i progetti prevedevano infatti la deviazione ogni giorno di centinaia di milioni di litri di acqua dal fiume, danneggiando un ecosistema critico e aggravando le condizioni di siccità nella regione.

Ma, grazie alla grinta di Curamil e al supporto di un intero popolo, tutto è stato fermato alla fine del 2016 e, anche se due anni dopo è stato arrestato per la presunta partecipazione ad attività criminali e tuttora resta in carcere, l’attivista è stato insignito del Goldman environmental prize, noto anche come ‘Premio Nobel per l’ambiente’, insieme ad altri 5 eroi moderni come Bayarjargal Agvaantseren che ha salvato il leopardo delle nevi.

Il premio è stato ritirato dalla figlia, che in un appassionato discorso ha ricordato come l’unione fa la forza, anche contro potenze che sembrano impossibili da sconfiggere.

“[Il premio] è un incentivo a continuare a credere che un altro mondo sia possibile ma con l’unità e l’impegno collettivo e non con l’individualismo che governa il mondo oggi”.

Una storia di soprusi e povertà

“Il popolo Mapuche – si legge sul sito del premio – è il più numeroso gruppo indigeno del Cile e ritiene foreste, fiumi e animali dei fratelli. Nel diciannovesimo secolo l’esercito cileno invade l’Araucanía, allora terra Mapuche autonoma, e consegna a proprietari privati la terra, che oggi risulta la regione più povera del Cile, con circa un terzo della popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà“.

Della sanguinaria dittatura trentennale cilena di Augusto Pinochet resta, tra le altre cose, la privatizzazione delle risorse idriche del Cile: il Paese, nel 1981, ha deciso infatti di eliminare l’acqua come bene comune, consegnando la proprietà di questa risorsa ai migliori offerenti, con effetti terribili soprattutto per i Mapuche, che dipendono dai fiumi per il loro sostentamento e considerano sacre queste acque.

I progetti idroelettrici che rischiano di aggravare la situazione

Come se non bastasse, tra il 2010 e il 2015 la zona vive un terribile periodo di siccità, al culmine del quale il ministro dell’energia cilena annuncia un massiccio piano energetico che include 40 grandi progetti idroelettrici sui fiumi dell’Araucanía: il governo e due società private, la SwissHydro e l’Agrisol, progettano, senza consultare le comunità Mapuche, impianti idroelettrici multimilionari sul fiume Cautín, nel cuore del territorio Mapuche.

Noti rispettivamente come Alto Cautín e Doña Alicia, potrebbero deviare oltre 500 milioni di litri d’acqua al giorno dal fiume Cautín per la produzione di energia, e ridurre così tanto la quantità di acqua che scorre può danneggiare il pesce e altri animali selvatici, minando un intero ecosistema, oltre che aggravando la siccità della zona.

La lotta di Alberto Curamil

In questo contesto nasce e si sviluppa la lotta di Curamil: 45 anni, mapuche indigeno nella regione centrale dell’Araucanía cilena e portavoce per l’Alianza Territorial Mapuche con numerose altre battaglie ambientali nel curriculum, riunisce il suo popolo alla lotta, organizzando una vera e propria resistenza ai progetti idroelettrici.

Ma non solo Mapuche: Curamil invita anche i membri di altre comunità, organizzazioni ambientaliste e accademiche, riuscendo a creare una coalizione numerosa e molto accanita, che mette in campo proteste di strada, marce e blocchi stradali, e d’altra parte chiede consigli ad accademici, professionisti ambientali e ONG sull’impatto ambientale e culturale dei progetti, in modo da poter portare numeri inconfutabili sui danni potenziali per il suo popolo.

In questo modo riesce a lanciare una campagna legale contro i progetti idroelettrici, con la collaborazione di avvocati pro bono che avevano sostenuto anche in passato i gruppi indigeni del Cile. Insieme riescono a dimostrare che il governo cileno aveva violato la stessa legge del Paese, che garantisce il consenso libero, preventivo e informato prima di portare avanti qualsiasi progetto di sviluppo.

E Curamil non si ferma nemmeno davanti alla reazione dei potenti: nel 2014 la polizia infatti lo arresta insieme ad altri due leader Mapuche con l’accusa di condotta disordinata, picchiandolo duramente mentre era sotto custodia e provocandogli gravi ferite sul volto. Secondo quanto riportato sul sito del premio, le forze dell’ordine avrebbero aggredito anche la moglie che all’epoca era incinta.

Vittoria!

Eppure ce l’ha fatta: nel 2016 l’Agenzia per i servizi ambientali del Cile annulla il progetto idro di Alto Cautín, citando l’opposizione pubblica delle comunità, e il terzo tribunale ambientale del Cile stabilisce che anche il progetto idroelettrico di Doña Alicia non poteva andare avanti, osservando che il governo non aveva né consultato i Mapuche né considerato gli impatti ambientali.

Purtroppo due anni dopo, nell’agosto 2018, la polizia cilena arresta nuovamente Curamil per presunta partecipazione ad attività criminali, ma fonti all’unanimità ritengono che l’attivista sia in carcere a causa del suo ruolo nel fermare i progetti idroelettrici: troppi interessi danneggiati meritano una punizione.

Forza Alberto, il Cile e l’ambiente hanno ancora bisogno di te.

 

 

fonte: https://www.greenme.it/vivere/costume-e-societa/31483-alberto-curamil-mapuche

…E poi, la maratona “vietata ai neri” l’ha vinta proprio Noel: ruandese con sei fratelli morti nel genocidio…!

 

maratona

 

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…E poi, la maratona “vietata ai neri” l’ha vinta proprio Noel: ruandese con sei fratelli morti nel genocidio…!

La maratona “vietata ai neri” l’ha vinta propria Noel: ruandese con sei fratelli morti nel genocidio

Infanzia difficile, come tanti suoi coetanei. A 4 anni, durante i terribili mesi del genocidio, perde il padre e sei fratelli.

Dopo l’altolà agli atleti africani, i timori di sfruttamento e caporalato nell’atletica, gli organizzatori hanno capito che il rimedio era peggio del male e hanno chiamato un pugno di runner di colore. Racconta tutto sul Corriere.it, Riccardo Bruno.
Noel Hitimana si è presentato alla 24esima Trieste Half Marathon e ha tagliato il traguardo da solo dopo un’ora 3 minuti 28 secondi. «I veri ostacoli sono stati la pioggia e il vento. Le polemiche? Ho saputo, ma credo che sia giusto far partecipare tutti. Poi io sono contento di essere qui e di allenarmi in Italia». Ha una voce calma, quasi delicata. Risponde al telefono in inglese, sta rientrando in treno a Siena dove vive dagli inizi di aprile. Fa parte del gruppo di atleti gestiti da Enrico Dionisi, manager storico del running. Vivono in tre appartamenti, due per gli uomini, uno per le donne. Attualmente ci sono 5 ruandesi e 9 keniani, 10 uomini e 4 donne. Paolo Traversi è colui che l’ha scoperto in Africa. «Ha iniziato a correre tardi, quattro anni fa. Quest’anno ha fatto i mondiali di cross, poi è venuto con noi».

Infanzia difficile, come tanti suoi coetanei. A 4 anni, durante i terribili mesi del genocidio, perde il padre e sei fratelli. «Non ho avuto la possibilità di crescere con loro, per fortuna ho avuto una madre bravissima». Finite le elementari è costretto ad abbandonare gli studi per le ristrettezze economiche. Ha la passione del ballo, ha un discreto talento, diventa danzatore dell’Urukerereza, il balletto nazionale. Ma quando vede la Kigali International Peace Marathon, la gara più importante della nazione, decide che il suo futuro è nella corsa. «Non una scelta scontata — aggiunge Traversi —. Il Rwanda dal punto di vista sportivo è il più europeo dei Paesi africani. I bambini giocano a calcio, fanno ciclismo, basket e volley».I primi risultati non sono pari all’entusiasmo. Fino al 20 maggio dell’anno scorso, primo alla mezza maratona di Kigali, il sogno di una vita. Consacrazione tra gli atleti nazionali, porte aperte per gli ingaggi all’estero.

fonte: https://www.globalist.it/sport/2019/05/06/la-maratona-vietata-ai-neri-l-ha-vinta-propria-noel-ruandese-con-sei-fratelli-morti-nel-genocidio-2040993.html

Un cult: la sveglia di Fantozzi ed il tram a volo – Una delle scene più divertenti della storia del cinema italiano…

 

Fantozzi

 

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Un cult: la sveglia di Fantozzi ed il tram a volo – Una delle scene più divertenti della storia del cinema italiano…

Voce narrante – Per arrivare a timbrare il cartellino d’entrata alle 8 e 30 precise, Fantozzi, sedici anni fa, cominciò col mettere la sveglia alle 6 e un quarto: oggi, a forza di esperimenti e perfezionamenti continui, è arrivato a metterla alle 7:51… vale a dire al limite delle possibilità umane! Tutto è calcolato sul filo dei secondi: cinque secondi per riprendere conoscenza, quattro secondi per superare il quotidiano impatto con la vista della moglie, più sei per chiedersi – come sempre senza risposta – cosa mai lo spinse un giorno a sposare quella specie di curioso animale domestico. Tre secondi per bere il maledetto caffè della signora Pina – tremila gradi Fahrenheit! –, dagli otto ai dieci secondi per stemperare la lingua rovente sotto il rubinetto […], due secondi e mezzo per il bacino a sua figlia Mariangela, caffellatte con pettinata incorporata, spazzolata dentifricio mentolato su sapore caffè, provocante funzioni fisiologiche che può così espletare nel tempo di valore europeo di sei secondi netti. Ha ancora un patrimonio di tre minuti per vestirsi e correre alla fermata del suo autobus che passa alle 8:01. Tutto questo naturalmente salvo tragici imprevisti…

…E l’imprevisto c’è. La rottura della stringa. Dopo un rapido cambio la decisione:

Fantozzi – Allora prenderò l’autobus al volo!

Pina – No Ugo l’autobus al volo no!

Mariangela – No Papà!

Fantozzi – Si saltando dal terrazzino guadagnerò almeno 2 minuti!

Pina – No Ugo non l’hai mai fatto, non hai il fisico adatto! (Pina)

Fantozzi – Non l’ho mai fatto, ma l’ho sempre sognato!

Il resto è tutto da vedere…

Buon Primo Maggio con Giorgio Gaber – Il nostro giorno

 

Giorgio Gaber

 

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Buon Primo Maggio con Giorgio Gaber – Il nostro giorno

Primo maggio. Una data importante, la festa dei lavoratori, una festa per ricordare quello che i nostri nonni hanno conquistato, i diritti ottenuti per lavorare con dignità e non essere sfruttati.

Vi proponiamo questo brano scritto dal grande Giorgio Gaber proprio per questa occasione.

Il nostro giorno

Un giorno per chi lotta con coraggio
è il nostro giorno è il primo maggio.

Un garofano è spuntato d’un sol colpo fra le dita
ma sicuro che sbadato oggi è maggio che ci invita
ad unirci fino a sera per la nostra primavera
forza amici in allegria questa nostra festa sia.

Un giorno per chi vive nel lavoro
un giorno per chi spera nel futuro
un giorno per chi lotta con coraggio
è il nostro giorno è il primo maggio.

Un giorno per chi lotta con coraggio
è il nostro giorno è il primo maggio.

Via di corsa tutti in piazza tutti fuori ad applaudire
c’è persin la mia ragazza sotto il sol dell’avvenire
Le officine oggi son vuote dorme il tram nel capannone
rosso maggio le tue note della strada son padrone.

Un giorno per chi vive nel lavoro
un giorno per chi spera nel futuro
un giorno per chi lotta con coraggio
è il nostro giorno è il primo maggio

Un giorno per chi lotta con coraggio
è il nostro giorno è il primo maggio.

Questo giorno è tutti i giorni tutto l’anno vi è racchiuso
primo maggio tu ritorni a dar forza a chi è deluso.
Questa festa è una gran festa non ce l’hanno regalata
su leviamo alta la testa noi l’abbiamo conquistata.

Un giorno per chi vive nel lavoro
un giorno per chi spera nel futuro
un giorno per chi lotta con coraggio
è il nostro giorno è il primo maggio

Un giorno per chi lotta con coraggio
è il nostro giorno è il primo maggio.

Un giorno per chi lotta con coraggio
è il nostro giorno è il primo maggio.

Giorgio Gaber

In Islanda le fantastiche strisce pedonali in 3d ben visibili, fanno rallentare gli automobilisti e garantiscono la sicurezza dei pedoni.

 

strisce pedonali

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In Islanda le fantastiche strisce pedonali in 3d ben visibili, fanno rallentare gli automobilisti e garantiscono la sicurezza dei pedoni.

Strisce pedonali tridimensionali per far rallentare gli automobilisti. Succede nella piccola città islandese di Ísafjördur dove sono troppi coloro che superano i limiti di velocità nel centro cittadino. Insomma laddove non arrivano le campagne di prevenzione, si aguzza l’ingegno.

L’idea non è nuova, le strisce pedonali in 3D ci sono in India, il paese che ha la più alta percentuale di vittime sulla strada, ancora in Russia e Cina ma anche in Italia, a Bologna e Vimercate, dove sembra che stia dando ottimi risultati. In Islanda, invece, è la prima volta che viene installato questo tipo di segnaletica.

Qui è la Vegmálun, ovvero la compagnia che si occupa della manutenzione e della segnaletica orizzontale a creare delle strisce pedonali tridimensionali grazie a un’illusione ottica. In pratica, da lontano sembra di trovarsi davanti dei blocchi di cemento e di conseguenza il guidatore è indotto a frenare.

Le strisce in 3D sono state dipinte nelle principali vie della cittadina del nord dell’Islanda e lo stesso amministratore delegato di Vegamálun, Gauti Ívar Halldórsson ammette che l’idea gli è venuta osservando gli attraversamenti pedonali indiani.

 

fonte: https://www.greenme.it/abitare/arredo-urbano/25502-strisce-pedonali-3d-automobilisti

Più una società si allontana dalla verità più odierà quelli che la dicono, ci insegnò George Orwell

 

George Orwell

 

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Più una società si allontana dalla verità più odierà quelli che la dicono, ci insegnò George Orwell

Nel 2017 sul magazine The New Yorker fu pubblicato un articolo di Jill Lepore, professoressa di storia americana dell’Università di Harvard, intitolato Un’età d’oro per la narrativa distopica. La professoressa spiegava che i romanzi distopici nacquero in contrapposizione alla narrativa utopica: “Un’utopia è un paradiso, una distopia un paradiso perduto”, ha scritto Lepore per poi evidenziare quanto gli attuali scenari politici mondiali abbiano favorito la rinascita di questo genere, sia con la scrittura di nuovi romanzi, film e serie tv, che con la riscoperta dei grandi classici. Un dato esemplificativo: nel primo mese dell’amministrazione di Donald Trump, durante il quale il suo staff faceva continuo riferimento ai “fatti alternativi”, il romanzo cult di George Orwell, 1984, registrò unrecord di vendite su Amazon.

È difficile non cogliere l’attualità delle opere di George Orwell, pseudonimo di Eric Arthur Blair, e delle sue riflessioni su temi come la corruzione, il tradimento e più in generale gli orrori che può generare una società capitalista e individualista come quella in cui viviamo. L’odierno scenario della politica e della società civile, italiana e di altre democrazie occidentali, può trovare sufficienti corrispondenze, e trarre insegnamenti, in quanto raccontato da Orwell nel romanzo breve La fattoria degli animali del 1945.

La genesi di questo racconto allegorico deve molto al vissuto personale dello scrittore britannico. Orwell, nato in India nel 1903, era figlio di un funzionario coloniale e sin da adolescente entrò in contatto con le profonde ingiustizie che l’amministrazione britannica imponeva alle popolazioni indigene, empatizzando con la loro condizione. Tornò in Europa nel 1927, deciso a seguire la sua vocazione di scrittore, scelta che gli fece patire la fame per anni, ma che lo mise in contatto con quella parte della popolazione, povera e senza speranza, che rafforzò le sue idee socialiste e lo convinse a combattere contro le ingiustizie sociali. Nel 1937 Orwell combatteva dalla parte dei repubblicani nella guerra civile spagnola come volontario nelle file del Poum (Partito obrero de unificaciòn marxista), un partito marxista di ispirazione trotzkista della Catalogna. L’esperienza di guerra durò poco meno di un anno: a maggio il Poum venne dichiarato illegale, costringendo lo scrittore a fuggire in Francia. L’esperienza spagnola ispirò il libro Omaggio alla Catalogna, pubblicato nel 1938, dove già si intravedevano le idee di fondo che lo condussero alla stesura de La fattoria degli animali: l’elogio della rivoluzione, l’avversione nei confronti di coloro che si lasciano corrompere dal potere e l’aspra critica al comunismo nella sua derivazione stalinista.

La fattoria degli animali racconta la ribellione di un gruppo di animali stanchi di essere vessati e sfruttati dall’uomo, il terribile signor Jones, per autogovernarsi. Il padre morale della rivolta è il Vecchio Maggiore, il maiale più anziano e saggio della fattoria, che poco prima di morire incita gli altri a insorgere contro la tirannia degli esseri umani: “Tutto il prodotto del nostro lavoro ci viene rubato dall’uomo. […] L’uomo è il solo, vero nemico che abbiamo. Si tolga l’uomo dalla scena e sarà tolta per sempre la causa della fame e della fatica”. Guidati da queste parole, e approfittando delle continue ubriacature del signor Jones , gli animali riescono a liberarsi, cacciando gli umani e diventando padroni della fattoria. Fin da subito, l’operato di tre di loro spicca su quello di tutti gli altri: i maiali Palla di Neve, Napoleon e Clarinetto. I primi due si rivelano essere abili strateghi mentre il terzo, capace di “far vedere bianco per nero”, lavora per influenzare l’opinione degli altri animali coinvolti nella rivoluzione, in un’allegoria non troppo velata alla propaganda dei regimi e al servilismo di alcuni media.

I maiali ritenendosi più intelligenti degli altri animali, si autoproclamano capi: imparano a leggere e a scrivere ed elaborano sette comandamenti, plasmati sui principi della rivoluzione, a cui la comunità deve sottostare. Ben presto, però, il mondo di uguaglianza e libertà dai lavori più umili, in cui avevano tutti riposto fiducia, si rivela un orizzonte irraggiungibile. I suini cambiano le regole continuamente e siccome pochi animali sanno leggere e scrivere, i principi della rivoluzione vengono dimenticati e nessuno ha la forza o la conoscenza necessaria per opporsi a chi è al potere. Nell’epilogo i capi arrivano a riunirsi allo stesso tavolo per cenare e riappacificarsi con l’uomo, di cui ormai hanno assunto i comportamenti e la postura eretta, rendendo impossibile distinguere i maiali dai fattori, un tempo dipinti come nemici. C’è un momento del romanzo, in cui le sette regole che il gruppo di ribelli si era dato per organizzare la vita all’interno della fattoria vengono soppiantate dall’unico motto “Tutti gli animali sono uguali” a cui viene aggiunto “ma alcuni sono più uguali degli altri”. Questa fu la sintesi trovata da Orwell per spiegare i meccanismi che possono corrompere gli ideali rivoluzionari, seppur mossi dalla volontà di creare società più giuste ed egualitarie. Il messaggio, come accade in ogni grande opera che resiste al passare del tempo, ha dunque una portata universale che arriva fino ai giorni nostri.

In Italia abbiamo al governo del Paese un partito nato come antisistema: il Movimento 5 Stelle è nato per combattere la vecchia politica, ma ora che gioca con le sue stesse regole sembra essersi dimenticato le ragioni della sua rivoluzione. Il motto che Orwell fa scrivere sui muri della fattoria ricorda l’originario “Ognuno vale uno” declamato nel 2010 dagli attuali capi del Movimento, primo tra tutti Beppe Grillo, che l’anno della fondazione scriveva “La massa non è più stupida, la massa diventa intelligente, si autogoverna […] Per la prima volta nasce un movimento dove ognuno vale uno, un movimento che non ha bisogno di sovvenzioni e di partiti”. Come nel libro di Orwell, oggi appaiono evidenti le contraddizioni tra i vecchi principi e i provvedimenti presi dal M5S una volta arrivato al governo.

Il M5S sta pagando a livello elettorale le incoerenze tra il suo programma e l’azione legislativa, come dimostra il caso dell’Ilva di Taranto. Il Movimento ha chiesto per anni, anche per bocca dell’attuale vicepremier Luigi Di Maio, la chiusura, la bonifica del territorio e la formazione dei lavoratori per reimpiegarli nel settore della green economy. Con queste promesse alle elezioni politiche il M5S si è guadagnato quasi la metà dei voti della provincia, ma nel settembre 2018, Di Maio, in qualità di ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, ha firmato un accordo con i nuovi proprietari dell’ex Ilva, in base al quale il complesso siderurgico continuerà a lavorare con impianti obsoleti, senza aver disposto nessun piano di bonifica. Evoluzione simile ha avuto anche il dibattito sul progetto della Tap, il gasdotto Trans-Adriatico, ferocemente contestato da quella classe politica che oggi dice di essersi resa conto di non poterlo bloccare. La lista di promesse non mantenute si allunga di giorno in giorno, come l’acquisto dei caccia da combattimento di ultima generazione F-35, considerato una spesa da tagliare con priorità prima di arrivare al governo del Paese e che oggi è stata confermata perché secondo il sottosegretario alla Difesa del M5S, , “Resta ovvio che non possiamo rinunciare a quella che è una grande capacità aerea della nostra aeronautica”.

L’incoerenza del M5S è evidente anche nelle sue linee di condotta, come ad esempio il divieto del doppio mandato. Se Grillo nel 2009 scriveva: “Riduzione a due mandati per i parlamentari, per qualunque carica pubblica e eliminazione di ogni privilegio per i parlamentari”, dieci anni dopo i pentastellati hanno deciso di abolire la regola del doppio mandato. Anche sul tema dell’immunità parlamentare, demonizzata quando si trovava all’opposizione, il M5S ha rivisto la sua posizione al Tribunale dei Ministri di Catania l’autorizzazione a procedere contro il vicepremier e alleato di governo Matteo Salvini, accusato di sequestro di persona aggravato per il caso della nave Diciotti.

Orwell lascia intendere  nel suo romanzo che la rivoluzione è stata tradita anche per due motivi: la maggior parte degli animali non ha conservato la memoria dei vecchi principi e chi l’aveva, come l’asino Benjamin, ha scelto di non tacere. I primi si sono lasciati rabbonire dalle parole di Clarinetto, il maiale servo del potere che distorce la realtà alle ragioni della propaganda. Mentre Benjamin, cinico e disilluso, non ha messo al servizio della comunità la sua istruzione e le sue conoscenze, proprio come quella schiera di intellettuali colpevoli nel corso della storia di non essersi schierati contro le dittature. Oggi più che mai bisogna leggere, fare proprie e riflettere sulle parole che Orwell scrisse nella nota che precedeva La fattoria degli animali: “La libertà intellettuale è una tradizione profondamente radicata, senza la quale è assai dubbio che la nostra tipica cultura occidentale possa esistere. Molti nostri intellettuali si sono visibilmente allontanati da questa tradizione. […] Se libertà vuol dire veramente qualcosa, significa il diritto di dire alla gente quello che la gente non vuol sentir dire”.

 

 

 

fonte:

https://thevision.com/cultura/george-orwell/

Il 26 aprile dell’anno scorso ci lasciava un “capitalista etico” – In ricordo di Pietro Marzotto, se la nostra classe padronale avesse preso esempio da lui e dal padre vivremmo in un Paese straordinario

 

Pietro Marzotto

 

 

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Il 26 aprile dell’anno scorso ci lasciava un “capitalista etico” – In ricordo di Pietro Marzotto, se la nostra classe padronale avesse preso esempio da lui e dal padre vivremmo in un Paese straordinario

 

In ricordo di Pietro Marzotto, capitalista etico

Se la nostra classe padronale avesse preso esempio da lui e da suo padre Gaetano vivremmo in un paese tanto straordinario quanto invece orrendo e ingiusto purtroppo ora ci appare

David Grieco – 26 aprile 2018

Mi preparavo da tempo, ma non è servito a niente. La morte di Pietro Marzotto mi addolora profondamente. Mi addolora come amico, come parente (è il nonno adorato di mia figlia Viola, alla quale ha dispensato tutta la tenerezza che aveva lesinato ai figli a causa del troppo lavoro), come comunista (non c’è stato capitalista più etico di lui) e soprattutto come italiano. Perché se la nostra classe padronale avesse preso esempio da lui e da suo padre Gaetano noi vivremmo oggi in un paese tanto straordinario quanto invece orrendo e ingiusto purtroppo ora ci appare.
Più di dieci anni fa, quando sua figlia Marina ed io andammo per la prima volta, quasi in incognito, a Valdagno, non credevo ai miei occhi.
In quella piccola valle nascosta tra le montagne e un tempo abbandonata da dio, trovai le case degli operai, le scuole per i figli degli operai, l’ospedale per gli operai, lo spaccio alimentare a chilometro zero per gli operai, le case di riposo per gli anziani, e le foto delle colonie estive, a Jesolo, per i figli degli operai. Per non parlare dello stadio interamente coperto, il primo in Italia, “perché non è giusto che gli operai debbano prendere la pioggia mentre il padrone sta seduto al riparo in tribuna”, e del sontuoso Teatro Rivoli, quello del Premio Marzotto, dove è passato persino il surrealista Duchamp, “perché la cultura è importante, molto importante”.
Questa insolita considerazione per gli operai e i figli degli operai veniva da suo padre Gaetano Marzotto, che all’indomani della fine della guerra disse con straordinaria semplicità che sarebbe scoppiata un’altra guerra, chiamata lotta di classe. Ma anziché predisporre misure ricattatorie e repressive nei confronti degli operai, il padre di Pietro Marzotto spiegò che la lotta di classe si sconfigge soltanto facendo vivere nel modo migliore possibile gli operai e le loro famiglie, perché gli operai sono il vero patrimonio degli imprenditori, e perché non è giusto che il padrone intaschi per se’ tutti i profitti e se ne infischi di come vivono loro.
Davanti a una piccola società creata e organizzata in modo mirabolante, ricordo che dissi a Marina “ma questo è il socialismo reale, è l’Unione Sovietica riuscita bene”. Lei invece, per tutta risposta, scoppiò a piangere. Perché tutto questo apparteneva al passato. Resisteva e resiste ancora, ma era stato fermato per sempre dalla forza distruttiva del neocapitalismo arrembante.
Pietro Marzotto era il settimo figlio di Gaetano Marzotto. Sua madre morì poco dopo la sua nascita e lui non la vide mai.
Come spesso accade, questo bambino che non aveva conosciuto sua madre pensò di essere in qualche modo responsabile della sua morte. Si dedicò prestissimo all’azienda di famiglia, cominciò come semplice operaio, svolse per tre anni le più umili mansioni in fabbrica senza nemmeno percepire i contributi, e riuscì in seguito ad espandere la Marzotto in tutto il mondo investendo tutto ciò che la famiglia possedeva per acquistare i più grandi marchi dell’abbigliamento (da Hugo Boss a Valentino, a Lacoste) e superare così una grave crisi provocata ad arte dal ricatto della corruzione politica che lo aveva letteralmente messo in ginocchio.
Quasi senza accorgersene, Pietro aveva creato il più grande polo tessile del mondo. E quando si presentarono gli avvoltoi della finanza per indurlo a fare i soldi con i soldi e a moltiplicare in modo spregiudicato i suoi profitti con gli stratagemmi azionari, Pietro li mise alla porta spiegando loro che aveva creato quello che aveva creato soltanto per mantenere in vita le fabbriche, gli operai e le loro famiglie.
Ma la maledetta finanza riuscì a rientrare dalla finestra con la forza corruttrice del denaro e Pietro Marzotto venne “cacciato”, come rivelò lui stesso al Corriere della Sera nel 2012.
“Sono un uomo poco incline al compromesso, non sono mai stato molto amato”, disse un giorno. Per questo stesso motivo, io l’ho amato molto.
Nel Natale del 2016, Pietro Marzotto sapeva già di non aver più molto da vivere. Radunò figli e nipoti e disse loro che era venuto il momento di consegnargli, in vita, tutto quello che possedeva con allegata una sola, precisa raccomandazione: “Sarete molto meno ricchi di tanti vostri parenti, ma ricordatevi che i soldi non sono importanti. È importante ciò che si crea, è importante il lavoro. Investite sempre i soldi nel lavoro, non cercate di speculare, la speculazione è nemica del lavoro”.
Pietro Marzotto ha sempre avuto uno spiccato, quasi infantile senso di giustizia e ha combattuto a viso aperto tante battaglie contro i cosiddetti “industriali di Stato”. Gli hanno spesso offerto la presidenza di Confindustria, ma lui rispondeva dicendo “sono un industriale, non sono un confindustriale. Un industriale deve stare in fabbrica sei giorni su sette, un confindustriale fa l’esatto contrario, sta sei giorni su sette in Confindustria”.
Pietro è stato l’unico che ha sempre detto quello che pensava di Berlusconi. Più che detto, fatto. Restituì l’onorificenza di Cavaliere del Lavoro perché pretendeva la radiazione di Berlusconi che ne infangava il prestigio. Alla fine, Berlusconi fu convinto a rinunciarvi (non avrebbero mai avuto il coraggio di cacciarlo via) ma non ha mai smesso di farsi chiamare Cavaliere.
Nel Natale del 2013, parlammo di Matteo Renzi. Lui disse che bisognava per forza fidarsi di Renzi perché non c’erano alternative. Gli risposi che era difficile fidarsi di Renzi. Lui mi guardò come si guarda un vecchio comunista impenitente. Ma nel dicembre scorso a Vicenza, nella sua ultima apparizione pubblica, disse senza mezze misure che Renzi lo aveva gravemente deluso, e quando subito dopo gli domandarono di Berlusconi, rispose che in Berlusconi non aveva mai creduto.
Marina Marzotto mi ha raccontato che ieri un signore ha chiesto di poter entrare nella stanza dove Pietro si trovava ormai in coma irreversibile. Lei lo ha lasciato entrare e lui, piangendo, gli ha spiegato di essere un piccolo imprenditore che aveva fallito ed era stato salvato in extremis da Pietro. Ma non ho idea di quanti possano essere i piccoli imprenditori veneti che furono salvati prima da Gaetano Marzotto e poi da Pietro Marzotto. Tanti. Tanti e poi tanti. Scommetto che li vedremo tutti, il 2 maggio, al suo funerale a Valdagno.
Voglio chiudere con un particolare che mi ha sempre affascinato e di cui Marina mi ha raccontato il retroscena soltanto 24 ore fa.
Pietro Marzotto, per tutta la vita, ha portato in viaggio con se’ un cuscino. Diceva che i cuscini degli alberghi erano scomodi. Ho fantasticato per anni su questo dettaglio e io questo cuscino l’ho messo sempre in qualche modo in relazione con la mancanza d’affetto che ha patito fin dalla nascita per la perdita di sua madre. Ma non l’ho mai visto quel cuscino. Ieri Marina mi ha rivelato che quel cuscino era il cuscino della sua culla.
Per trattenere le lacrime, mi faccio come sempre aiutare dal cinema. Quel cuscino era esattamente il suo Rosebud, cioè l’oggetto infantile e misterioso che ossessiona il Cittadino Kane di Orson Welles fino alla morte e fino alla fine del film. Prima di morire, Welles affermò che l’idea di Rosebud, dopo tanti anni, gli sembrava un inutile orpello del film. Invece era forse la sua intuizione più straordinaria.
Grazie Pietro, anche per questo.

fonte: https://www.globalist.it/economy/articolo/2018/04/26/in-ricordo-di-pietro-marzotto-capitalista-etico-2023340.html