Erri De Luca – Mare nostro che non sei nei cieli – La struggente preghiera per i migranti morti nel Mare Nostro – Eparliamo di 19.000 esseri umani in 6 anni…!

 

Erri De Luca

 

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Erri De Luca – Mare nostro che non sei nei cieli – La struggente preghiera per i migranti morti nel Mare Nostro – Eparliamo di 19.000 esseri umani in 6 anni…!

Si riempiono la bocca i governanti d’Italia, quelli dell’Europa, i Ponzi Pilato. Parlano di muri da mettere in mare, parlano di invasione. La realtà è che vegli ultimi 6 anni 19.000 esseri umani (compreso donne e bambini) sono morte mentre tentavano di raggiungere le coste europee. 1000 solo nel 2019…

Sono i numeri oggi agghiaccianti dei quali sembra che a nessuno freghi niente

Per commentare questa ecatombe in cui insieme a uomini, donne e bambini sta naufragando anche la nostra coscienza civile, abbiamo scelto una poesia struggente di Erri De Luca.

Mare nostro che non sei nei cieli

Mare nostro che non sei nei cieli
e abbracci i confini dell’isola e del mondo
sia benedetto il tuo sale
sia benedetto il tuo fondale
accogli le gremite imbarcazioni
senza una strada sopra le tue onde
i pescatori usciti nella notte
le loro reti tra le tue creature
che tornano al mattino
con la pesca dei naufraghi salvati

Mare nostro che non sei nei cieli
all’alba sei colore del frumento
al tramonto dell’uva di vendemmia,
Ti abbiamo seminato di annegati
più di qualunque età delle tempeste
tu sei più giusto della terra ferma
pure quando sollevi onde a muraglia
poi le abbassi a tappeto
Custodisci le vite, le visite cadute
come foglie sul viale
Fai da autunno per loro
da carezza, da abbraccio, da bacio in fronte
di padre e madre prima di partire

Erri De Luca

Le belle notizie che piace darvi: Pamplona, corrida finale, stavolta vince il toro! Brutta lezione al grande(?) matador Rafaelillo.

 

Pamplona

 

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Le belle notizie che piace darvi: Pamplona, corrida finale, stavolta vince il toro! Brutta lezione al grande(?) matador Rafaelillo.

Non capita spesso ma capita. Durante la corrida organizzata per la festa di San Firminoun toro ha avuto la meglio incornando il suo avversario umano.

A Pamplona, l’ultimo giorno della nota Festa di San Firmino, il divertimento si è fermato nel momento in cui il torero Rafael Rubio è stato incornato dal toro che stava “sfidando” riportando ferite molto gravi. L’uomo è stato immediatamente trasportato in ospedale e operato, le sue condizioni restano molto serie ma non è in pericolo di vita.

Rafaelillo, questo il diminutivo del noto torero, in seguito al combattimento con l’animale ha riportato la rottura dell’emitorace sinistro e fratture multiple alle costole. L’intervento tempestivo dei soccorsi ha impedito al toro inferocito di infliggergli ulteriori colpi.

Di seguito il video di quanto accaduto (evitate di guardarlo se siete particolarmente sensibili o se non state dalla parte del toro).

Sempre a Pamplona, pochi giorni fa, durate la nota corsa dei tori, sono state incornate e calpestate molte persone, alcune delle quali hanno riportato gravi ferite. E’ incredibile come la cultura spagnola permetta ancora squallidi spettacoli e manifestazioni come queste.

Non ci piace vedere uomini massacrati dai tori così come non è affatto giusto che un animale sia umiliato ed ucciso per puro “divertimento” durante uno spettacolo come la corrida o sia costretto ad inseguire uomini in una corsa considerata “tradizionale”.

Nonostante tanti paesi e città della Spagna, negli scorsi anni, abbiano fatto concreti passi avanti per vietare tali barbarie, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti, che questi spettacoli in realtà non si stanno affatto fermando.

Quanti toreri dovranno ancora essere incornati prima di capire che è il caso di dire stop a corride e spettacoli similari? E quante povere bestie dovranno ancora essere ammazzate in modo barbaro per consentire a quattro coglioni di godersi il loro schifoso spettacolo?

20 luglio, una data triste per gli Uomini Liberi – Il 20 luglio 1881 anche Toro Seduto fu costretto ad arrendersi all’arroganza dei visi pallidi…!

 

Toro Seduto

 

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20 luglio, una data triste per gli Uomini Liberi – Il 20 luglio 1881 anche Toro Seduto fu costretto ad arrendersi all’arroganza dei visi pallidi…!

Il 20 luglio 1881 Toro Seduto, il leggendario capo Sioux che guidò l’alleanza dei nativi d’America nella resistenza all’invasione delle Grandi pianure, si arrende all’esercito dei bianchi. Nato intorno al 1831 nei pressi di Grand River, nel Sud Dakota, Toro Seduto (in lingua lakota ‘Tatanka Iyotanka’, ovvero ‘bufalo seduto imbronciato’) non stipulò mai alleanze con i ”visi pallidi” con i quali rifiutò sempre di sottoscrivere qualsiasi trattato, tanto da diventare un simbolo della resistenza dei nativi e da essere eletto nel 1867 capo dell’intera nazione Sioux.

Con la scoperta dell’oro nelle Black Hills, cuore del territorio Sioux e area sacra per molte tribù (dichiarata tra l’altro off limits ai bianchi dal Trattato di Fort Laramie del 1868) le ostilità con i ‘visi pallidi’ s’intensificano, fino a quando, nel 1875, il governo degli Stati Uniti ordina agli indiani di stabilirsi definitivamente nelle riserve, scatenando così la loro reazione. Toro Seduto riunisce le tribù nel suo accampamento sul Rosebud Creek, nel Montana, offrendo preghiere al Grande Spirito e ferendosi le braccia fino a farne sgorgare il sangue in segno di sacrificio.

E’ appunto in occasione di questa cerimonia che ha una visione in cui i soldati degli Stati Uniti cadono dal cielo su un accampamento indiano come cavallette. Spostatisi nella valle del fiume Little Bighorn, i Lakota vengono raggiunti da altri tremila indiani: il 25 giugno 1876 l’accampamento è attaccato dal Settimo cavalleggeri comandato dal generale George Armstrong Custer (come ha appunto previsto Toro Seduto nella sua visione) e la battaglia che segue si risolve in una disfatta per l’esercito degli Stati Uniti, trovatosi inaspettatamente in inferiorità numerica.

La spietata reazione statunitense riduce però allo stremo i nativi, costringendo infine alla resa Toro Seduto, ultimo dei capi Lakota a cedere le armi, appunto il 20 luglio 1881. Raggiunto il suo popolo a Standing Rock nel 1883, due anni più tardi si unisce a Buffalo Bill girando con lui per l’America e l’Europa nel ‘Buffalo Bill Cody’s Wild West Show’, uno spettacolo da circo in cui guadagna 50 dollari alla settimana esibendosi a cavallo e firmando fotografie e gadget per il pubblico dei bianchi.

Tornato in riserva (dove trascorre i suoi giorni in una capanna sul Grand River continuando ad avere due mogli e rifiutando la religione cristiana), viene arrestato come agitatore e ucciso “accidentalmente” il 15 dicembre 1890. Sepolto a Forte Yates, nel 1953 i suoi resti vengono trasferiti a Mobridge, nel Sud Dakota, con una stele di granito a indicare la tomba.

Se incontrate un ragazzo africano non donategli un sorriso – Leggi queste poche righe e rifletti…!

 

ragazzo africano

 

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Se incontrate un ragazzo africano non donategli un sorriso – Leggi queste poche righe e rifletti…!

Se incontrate un ragazzo africano non donategli un sorriso.

Non ne ha bisogno.

Raccontategli invece quello che forse non sa. E non perché è stupido, ma perché non gliel’hanno mai detto.

Raccontategli che la sua terra è la stessa di grandi rivoluzionari come Thomas Sankara, Samora Machel, Agostinho Neto, Patrice Lumumba, Steve Biko, Nelson Mandela.

E chi e perché ha ammazzato molti di loro.

Raccontategli che il petrolio, l’oro, i diamanti, l’uranio e tutte le altre risorse appartengono al popolo africano e non alle multinazionali che le sfruttano.

Raccontategli che se i loro Paesi fossero veramente liberi, indipendenti e sovrani non vivrebbero fame e carestia.

Raccontategli che l’Europa che sognano non esiste. E che per loro, qui, c’è solo miseria, elemosina, accattonaggio, marginalità, sfruttamento, schiavitù.

Raccontategli che non ha bisogno di diventare come noi, ma che esiste un’alternativa. Quella di vivere da uomo libero in una terra che dà pane e lavoro.

Raccontategli che anzichè sognare l’accoglienza dovrebbe sognare l’emancipazione, della sua terra e dei suoi figli.

Raccontategli che il suo nemico non è il disoccupato europeo che chiamate razzista, ma il colonialista che continua a sfruttarlo.

Raccontategli di come il colonialismo sia diverso rispetto a un secolo fa.

E di come, nonostante la decolonizzazione, l’occidente continui a interferire sulla sua vita.

Con le guerre per procura, gli stati fantoccio, i mercanti d’armi e i signori della guerra, le guerre tribali e i genocidi, che seminano morte e disperazione in quei giovani Paesi.

Le multinazionali che, grazie ad accordi con governi compiacenti e amici dell’occidente, ne depredano le risorse lasciando briciole alle popolazioni. ONG e aiuti umanitari che ne fiaccano la volontà.

Che la principale battaglia politica non è aprire i porti e abbattere le frontiere, ma pretendere che i Governi del mondo ricco la smettano di interferire con la vita dei Paesi africani, che azzerino il loro debito e che investano in infrastutture, sanità e istruzione, senza chiedere nulla in cambio. Se non la facoltà di commerciare le risorse in condizioni eque e paritarie.

Che il socialismo non è donare sorrisi con un sms di 2€.

Ma è coscienza e lotta di classe, cooperazione, solidarietà internazionale, sovranità, indipendenza, autodeterminazione dei popoli.

Se gli racconterete tutto questo, il suo sogno non sarà più essere salvato in mezzo al mare per venire qui a raccogliere pomodori.

Ma capirà che l’unica vera salvezza è “emancipare sé stessi dalla schiavitù mentale”, diventando un combattente per la libertà.

Lo cantava anche Bob Marley ma il significato di quei versi, voi frikkettoni, non l’avete ancora capito.

E continuare a non capirlo significa perseverare nel trattarlo come un selvaggio da civilizzare.

Significa farlo restare uno schiavo.

Raccontategli tutto questo e gli avrete fatto il dono più grande di tutti: la coscienza.

Dopo potete tranquillamente sorridergli.

Perché è vostro fratello.

 

fonte: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-se_incontrate_un_ragazzo_africano/29278_29279/

Quello che i politici non dicono sull’immigrazione – La Francia continua a mantenere un ferreo controllo delle “ex” colonie. In cambio dell’indipendenza generosamente concessa, ha preteso lo sfruttamento delle loro risorse, pagandole 4 soldi e impedendo la trasformazione locale per ostacolare il loro sviluppo…

Francia

 

 

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Quello che i politici non dicono sull’immigrazione – La Francia continua a mantenere un ferreo controllo delle “ex” colonie. In cambio dell’indipendenza generosamente concessa, ha preteso lo sfruttamento delle loro risorse, pagandole 4 soldi e impedendo la trasformazione locale per ostacolare il loro sviluppo…

 

Quello che nessun politico vi dice sull’immigrazione…e che invece servirebbe ad affrontarla!

La Francia continua a mantenere un ferreo controllo delle sue 14 “ex” colonie in Africa.
Ne controlla la moneta, il cfa, stampato a Parigi e sorretto dal prelievo forzoso, ogni anno, di gran parte dei proventi di quelle nazioni. Un giro di affari finanziario da centinaia di miliardi.
La Francia ha concesso l’indipendenza a questi paesi a patto che le loro risorse vadano, come cliente di prima istanza, all’economia francese che le paga ben poco e non ne consente la trasformazione in quei paesi impedendone così lo sviluppo.
La Francia ha imposto e continua a sostenere al potere, nelle sue “ex ” colonie, elites corrotte e fedeli ai suoi interessi ed attraverso loro controlla le loro economie ed i loro voti all’assemblea generale delle Nazioni Unite.
La Francia siede in Consiglio di Sicurezza dell’Onu, con potere di veto, grazie a questo controllo e al suo essere potenza nucleare. Come? L’uranio del Niger, paese potenzialmente ricchissimo grazie ai suoi giacimenti di questo materiale strategico, alimenta questo potere. In Niger la gente muore di fame ed ogni volta che un governo di quel paese ha provato a ricontrattare i bassi prezzi pagati dalla Francia, guarda un pò, si sono verificati colpi di stato e guerre civili e quei prezzi sono rimasti di fatto bassissimi.

C’è qualche forza politica disposta a far meno demagogia e a costringere la Francia a lasciar libera l’Africa?

Una volta intervistai il presidente di un paese africano ricco di petrolio. Gli chiesi se sapesse quanto petrolio veniva estratto, ogni anno, dal sottosuolo del suo paese da un’importante compagnia petrolifera. “Non lo so e non voglio saperlo“, mi rispose. Ed aveva l’aria spaventata. Uno dei suoi predecessori aveva chiesto queste semplici informazioni ed era stato defenestrato da un colpo di stato.
In Africa funziona così. Puoi chiedere una tangente, la tua parte del bottino. Ma non hai mai voce in capitolo sul controllo delle infinite ricchezze presenti nel sottosuolo del continente. Comandano le compagnie minerarie e petrolifere. Sono loro a decidere i prezzi. Sono loro le vere proprietarie di quelle ricchezze. Pagano poco o niente e se qualche governante prova a governare, cioè chiede rispetto e prezzi equi, la sua sorte è segnata.
L’amministrazione Obama aveva previsto , con la legge Frank Dodd, una tracciabilità minima delle materie prime provenienti dall’Africa. Era un primo possibile approccio ad una maggiore trasparenza e metteva un pò in difficoltà chi se le procacciava anche a suon di stragi finanziando mini eserciti che razziavano le aree minerarie più importanti. Ora l’amministrazione Trump sta annullando quella legge. Il risultato? Penso subito alla Repubblica Democratica del Congo dove negli ultimi quindici anni ci sono stati milioni di morti a causa di questo “mercato”, sarà una ripresa degli assassinii di massa e dei saccheggi.

E della fuga di massa verso l’Europa.

C’è qualche forza politica pronta, invece di far demagogia sull’immigrazione, a battersi per una vera trasparenza nei mercati delle materie prime e per assicurare un giusto prezzo ai paesi africani che le producono?

Fonte: https://www.dolcevitaonline.it/quello-che-nessun-politico-vi-dice-sullimmigrazione/

Autore:  – Giornalista d’inchiesta escluso dalla RAI. Ha realizzato e condotto per anni la trasmissione “C’era una volta”, andata in onda su Rai3 dal ’99 al 2013. Ha collaborato con Dolce Vita per alcuni anni.

 

È in fin di vita, ma hanno voglia di insultarlo, il suo grido di dolore non morirà mai – Migranti, Andrea Camilleri: NON IN NOME MIO – Io mi rifiuto di essere complice di questa volgarità nazista…

 

Andrea Camilleri

 

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È in fin di vita, ma hanno voglia di insultarlo, il suo grido di dolore non morirà mai – Migranti, Andrea Camilleri: NON IN NOME MIO – Io mi rifiuto di essere complice di questa volgarità nazista…

“Ci tengo da cittadino italiano, a dire questa frase: Non in nome mio”. Così lo scrittore Andrea Camilleri è intervenuto commentando lo sgombero avvenuto a Castelnuovo di Porto di una comunità di 540 migranti, definendolo “persecutorio, cioè a dire che stiamo entrando in un regime di violenza e di prepotenza”. Camilleri ha anche sottolineato la necessità di “tenere aperti i porti a tutti, mai chiusi, mentre si perseguitano anche coloro che ormai sono italiani perfettamente integrati. Questa è un’ossessione, rendetevene conto. Mi rifiuto di essere un cittadino italiano complice di questa nazista volgarità”.

A. Camilleri

Andrea Camilleri, in un video inviato a Fanpage.it, ha commentato lo sgombero avvenuto al centro di accoglienza di Castelnuovo di Porto, alle porte di Roma, di più di 500 migranti: “Non in nome mio. Questa è un’ossessione, rendetevene conto. Io mi rifiuto di essere un cittadino italiano complice di questa nazista volgarità”.

“Ci tengo da cittadino italiano, a dire questa frase: Non in nome mio”. Comincia così lo sfogo dello scrittore Andrea Camilleri, intervenuto inviando un videomessaggio a Fanpage.it per commentare lo sgombero avvenuto a Castelnuovo di Porto, alle porte di Roma, di una comunità di 540 migranti “che erano riusciti perfettamente a integrarsi nella società italiana, com gente che lavorava e pagava le tasse in Italia”, come effetto del Decreto Sicurezza voluto dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Un provvedimento, quello attuato nel Cara capitolino, che Camilleri ha definito “persecutorio, cioè a dire, attenzione, stiamo entrando assolutamente in un regime di violenza e di prepotenza”.

Lo scrittore di origine siciliana ha anche sottolineato la necessità di  “tenere aperti i porti a tutti, mai chiusi, perché i porti spesso sono la riva sognata dalla gente, da migliaia di persone. Gli si chiude la porta in faccia e non solo, si comincia a perseguitare anche coloro che ormai sono italiani perfettamente integrati. Questa è un’ossessione, rendetevene conto. Io mi rifiuto di essere un cittadino italiano complice di questa nazista volgarità”. Dal 22 gennaio scorso è iniziato lo sgombero del Cara di Castelnuovo di Porto, che dovrebbe terminare entro il 31 gennaio, quando circa 500 migranti saranno trasferiti altrove. Ieri la protesta della parlamentare Leu Rossella Muroni, che si è messa davanti al pullman in partenza con i primi profughi chiedendo indicazioni precise del luogo dove i migranti venivano portati. Il tutto tra gli applausi dei presenti. Dopo il centro di accoglienza alle porte di Roma, è stato già annunciato dalle autorità competenti che la stessa procedura sarà avviata per il più grande centro di rifugiati d’Europa, il Cara di Mineo in provincia di Catania, e poi ancora in quelli di Bologna, Crotone, Bari e Borgo Mezzanone, nel Foggiano. Circa seimila, in tutto, le persone che saranno trasferite, mentre molti rischiano il rimpatrio perché non hanno più la protezione umanitaria.

Tratto da: https://www.fanpage.it/migranti-camilleri-tenere-i-porti-aperti-non-saro-complice-di-questa-volgarita-nazista/

Il Toro si suicida terrorizzato dal fuoco sulle corna: godetevi la schifosa tradizione del “toro embolado”, la più disgustosa tra le corride… Io, come uomo e (cosiddetto) essere umano me ne vergogno…!

 

Toro

 

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Il Toro si suicida terrorizzato dal fuoco sulle corna: godetevi la schifosa tradizione del “toro embolado”, la più disgustosa tra le corride… Io, come uomo e (cosiddetto) essere umano me ne vergogno…!

 

Il Toro si suicida terrorizzato dal fuoco sulle corna: l’assurda tradizione del “toro embolado”

Una scena terribile. Il toro terrorizzato dalla fiamme che gli avvolgono le corna si lancia contro un paletto e si accascia morto sul colpo. Suicidato. Nessuna triste fatalità, ma la consueta e barbarica tradizione spagnola delle “feste” con i tori come vittime sacrificali.

Si chiama Toro embolado ed è forse la declinazione più crudele delle corride. Consiste nel prendere un povero toro, tenerlo legato a un palo posto al centro dell’arena il tempo necessario per mettergli sulle corna una tavola di legno con alle estremità due torce di stoppa imbevute di carburante e dargli fuoco, poi si libera l’animale mentre i partecipanti danno prova del loro “coraggio” tormentandolo.

Un’atrocità ancora molto diffusa specie in Catalogna e nella Comunità Valenciana. Il 22 luglio scorso, durante la festa del Toro embolado di Foios, cittadina a nord di Valencia, il bovino appena liberato, in preda ad un folle terrore, si è lanciato di corsa contro il palo a cui era legato fino a pochi istanti prima, morendo sul colpo e ponendo così fine alla sua agonia, tra la delusione degli astanti che avrebbero probabilmente voluto godersi lo spettacolo più a lungo.

Uno spettacolo che si basa sulla tortura, dove un toro viene terrorizzato e ustionato per il divertimento popolare. Terribile quanto ancora radicato nonostante le proteste che ogni anno accompagnano queste manifestazioni e le ripetute richieste di una messa al bando definitiva di questa tradizione di stampo medievale.

In alcune città, come a Valencia, la festa del Toro embolado è stata abolita, mentre in altri comuni spagnoli i tori in carne e ossa sono stati sostituiti con tori meccanici alle cui corna vengono fissati petardi e fuochi d’artificio. Al fine di salvaguardare il valore simbolico della tradizione, senza inutili crudeltà su altri esseri viventi.

Tuttavia in molte città questa forma di tortura continua ad essere esercitata. Una competizione, come tutte le corride, dove il Toro non vince mai. E alla fine dello spettacolo, se ancora vivo, viene condotto al macello per essere ucciso, dopo aver subito ustioni in buona parte del corpo.

 

tratto da: http://www.dolcevitaonline.it/il-toro-si-suicida-terrorizzato-dal-fuoco-sulle-corna-lassurda-tradizione-del-toro-embolado/

Il razzismo? Dipende dalla scarsa intelligenza. Più sei stupido, più sei razzista. Lo dice la scienza

 

razzismo

 

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Il razzismo? Dipende dalla scarsa intelligenza. Più sei stupido, più sei razzista. Lo dice la scienza

Il razzismo? Dipende dal QI basso. Ecco perché

 

Lo psicologo Gordon Hodson, della Brock Univerisity dell’Ontario, ha effettuato diverse ricerche negli ultimi anni volte ad osservare la correlazione – se mai ce ne fosse una – tra inclinazione ai pregiudizi, agli atteggiamenti conservatori, razzisti o omofobi e il QI.
Un suo famoso studio mette in luce una correlazione piuttosto significativa che non ha mancato e
non mancherà di far discutere.

Lo studio

Lo studioso ha infatti selezionato un campione britannico di circa 15000 bambini di 10/11 anni che sono stati sottoposti a test per la valutazione del quoziente intellettivo; lo stesso campione, 20 anni dopo, è stato ascoltato riguardo a opinioni su alcune tematiche del tipo “le donne che lavorano a tempo pieno causano un problema alla famiglia” “saresti disposto o meno a lavorare con persone di altre razze”, “è necessario educare i bambini a obbedire all’autorità”.

I test

I bambini che all’epoca del test avevano avuto i risultati più scarsi in termini di QI si sono rivelati essere mediamente più d’accordo con la linea conservatrice-discriminatoria rispetto a quelli che avevano avuto i risultati migliori.

Al netto di generalizzazioni che sarebbero una sterile strumentalizzazione dei risultati della ricerca di Hodson, c’è un dato interessante che emerge da quanto osservato: un QI meno sviluppato risulta essere correlato alla resistenza al cambiamento, all’ostilità nei confronti del diverso e riluttanza verso il nuovo.

Le cause

Da questo consegue una posizione meno aperta al diverso in ogni sua forma. Il che riguarda non la bontà della persona ma la sua capacità di elaborare informazioni ad un livello più evoluto.
Il che a sua volta determina il grado di limitazione entro il quale la persona si auto condannerà a vivere, o meno.

I dati

Dai dati è emerso anche come le persone con capacità cognitive meno sviluppate tendano ad avere meno contatti con le persone di altre razze e come i soggetti meno capaci di ragionamento astratto tendano a coltivare posizioni maggiormente omofobe.
Si può quindi affermare che gli atteggiamenti discriminatori siano sintomo di una deficienza, in buona sostanza.
Parafrasando qualcuno si potrebbe oggi dire “io ho un sogno: vivere in un mondo nel quale il QI delle persone sia abbastanza elevato da non arenarsi più su questioni – come il pregiudizio e la paura del diverso – che non riguardano a questo punto più la sfera morale ma l’auspicabile
maggiore sviluppo cognitivo dei futuri abitanti del nostro pianeta.

tratto da: https://ilfastidioso.myblog.it/2018/02/04/e-scientifico-chi-e-di-destra-o-razzista-e-perche-ha-il-q-i-basso/

Buon Primo Maggio con Giorgio Gaber – Il nostro giorno

 

Giorgio Gaber

 

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Buon Primo Maggio con Giorgio Gaber – Il nostro giorno

Primo maggio. Una data importante, la festa dei lavoratori, una festa per ricordare quello che i nostri nonni hanno conquistato, i diritti ottenuti per lavorare con dignità e non essere sfruttati.

Vi proponiamo questo brano scritto dal grande Giorgio Gaber proprio per questa occasione.

Il nostro giorno

Un giorno per chi lotta con coraggio
è il nostro giorno è il primo maggio.

Un garofano è spuntato d’un sol colpo fra le dita
ma sicuro che sbadato oggi è maggio che ci invita
ad unirci fino a sera per la nostra primavera
forza amici in allegria questa nostra festa sia.

Un giorno per chi vive nel lavoro
un giorno per chi spera nel futuro
un giorno per chi lotta con coraggio
è il nostro giorno è il primo maggio.

Un giorno per chi lotta con coraggio
è il nostro giorno è il primo maggio.

Via di corsa tutti in piazza tutti fuori ad applaudire
c’è persin la mia ragazza sotto il sol dell’avvenire
Le officine oggi son vuote dorme il tram nel capannone
rosso maggio le tue note della strada son padrone.

Un giorno per chi vive nel lavoro
un giorno per chi spera nel futuro
un giorno per chi lotta con coraggio
è il nostro giorno è il primo maggio

Un giorno per chi lotta con coraggio
è il nostro giorno è il primo maggio.

Questo giorno è tutti i giorni tutto l’anno vi è racchiuso
primo maggio tu ritorni a dar forza a chi è deluso.
Questa festa è una gran festa non ce l’hanno regalata
su leviamo alta la testa noi l’abbiamo conquistata.

Un giorno per chi vive nel lavoro
un giorno per chi spera nel futuro
un giorno per chi lotta con coraggio
è il nostro giorno è il primo maggio

Un giorno per chi lotta con coraggio
è il nostro giorno è il primo maggio.

Un giorno per chi lotta con coraggio
è il nostro giorno è il primo maggio.

Giorgio Gaber

Quanto sono comodi i porti chiusi, la gente muore lontana e non se ne sentono le urla – Un ricordo: quando chiusero tutti i porti a 900 profughi ebrei, il loro destino fu la shoah, ma per la Storia i colpevoli furono solo i nazisti…

 

porti chiusi

 

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Quanto sono comodi i porti chiusi, la gente muore lontana e non se ne sentono le urla – Un ricordo: quando chiusero tutti i porti a 900 profughi ebrei, il loro destino fu la shoah, ma per la Storia i colpevoli furono solo i nazisti…

Del genocidio del popolo ebraico per mano della Germania nazista ormai si sa quasi tutto. Storicamente siamo venuti a conoscenza delle cause, delle modalità, delle responsabilità e degli effetti. Altra cosa sono le storie delle singole persone che hanno avuto la vita sconvolta dall’odio nazi-fascista. Non tutti sanno, per esempio, che molti ebrei perseguitati dalle politiche antisemite del Terzo Reich provarono a salvarsi la vita emigrando verso le Americhe, la Palestina e nell’Estremo Oriente. 

Durante i primi sei anni della dittatura di Adolf Hitler, dal 1933 fino allo scoppio della seconda guerra mondiale nel 1939, contro gli ebrei vengono emanati più di 400 tra decreti e regolamenti che limitano i loro diritti sotto tutti gli aspetti, sia in campo pubblico che privato. Nel 1937 e nel 1938 le autorità tedesche inaspriscono la persecuzione “legale” degli ebrei tedeschi. Subito dopo la cosiddetta “Notte dei Cristalli”, avvenuta tra il 9 e il 10 novembre 1938, le leggi naziste proibiscono agli ebrei l’accesso alle scuole pubbliche, alle università, ai cinema, ai teatri e agli impianti sportivi. In molte città gli ebrei non possono accedere a determinate zone definite “ariane” e il governo impone che si identifichino, per separarli a tutti gli effetti dal resto della popolazione: a partire dal 1939 tutti gli ebrei che hanno nomi non di tradizione ebraica devono aggiungere “Israel” o “Sara” al loro nome di battesimo e sui loro passaporti e carte di identità viene stampata la G di giudeo.

Per sottrarsi a misure sempre più oppressive, a partire dall’inizio del 1939, molti ebrei tedeschi tentano di fuggire dal Paese. Il 13 maggio del 1939 il transatlantico St. Louis, capitanato dal comandante Gustav Schröder, salpa da Amburgo con a bordo 937 profughi, in gran parte ebrei, ma anche con diversi oppositori politici. Il comandante scrive una nota nel suo diario: “Un certo nervosismo serpeggia tra i passeggeri. Nonostante ciò, tutti sembrano convinti che non rivedranno mai più la Germania”. Il bastimento è diretto verso le Americhe e il primo scalo è l’isola di Cuba. A quel tempo Cuba è governata dal Presidente Federico Laredo Bru, che permette, come i suoi predecessori, agli Stati Uniti di esercitare una forte influenza sulla politica del Paese.

A Cuba vige il Decreto 55, che stabilisce il pagamento di 500 dollari per ottenere il visto necessario ai rifugiati per sbarcare sull’isola. Sfruttando una lacuna normativa nel definire a livello giuridico la differenza tra rifugiato e turista, il direttore dell’Immigrazione, Manuel Benitez, approfitta meschinamente della lacuna legislativa per vendere a caro prezzo ai rifugiati i permessi turistici per sbarcare a Cuba. Già prima della partenza da Amburgo della St. Louis si crea un florido mercato di visti turistici, rivenduti a prezzi spropositati ai disperati in fuga dalle persecuzioni. La situazione, durante il viaggio del transatlantico, peggiora ulteriormente. Il 5 maggio il parlamento promulga il Decreto 937 che, in sostanza, impedisce ai profughi ebrei di essere riconosciuti sia come turisti che come rifugiati. I molti che avevano già pagato il loro visto lo vedono trasformarsi all’improvviso in carta straccia. All’arrivo in porto, il governo cubano non concede agli esausti passeggeri della nave il permesso di sbarco. Alla St. Louis viene intimato di gettare l’ancora al largo delle coste di Cuba. Dopo una serie di trattative infruttuose con le autorità dell’isola il comandante Schröder circumnaviga Cuba e si allontana fino alle coste della Florida, sperando in un aiuto da parte degli Stati Uniti, dove vige una rigida politica sulle quote di immigrazione a cui il governo non vuole derogare.

Schröder inizia a temere per la salute psico-fisica dei suoi passeggeri, in particolare che possano verificarsi dei suicidi a causa dalla disperazione. Decide addirittura di istituire delle pattuglie per controllare che nessuno, durante la notte, possa compiere gesti estremi. La St. Louis invia allora una richiesta di aiuto al governo canadese, ma anche il primo ministro William Lyon Mackenzie King decide di non accettare i passeggeri come rifugiati. Il governo cubano, dopo giorni di indecisione, decide di concedere lo sbarco esclusivamente a chi pagherà un’ulteriore tassa di cinquecento dollari: solo 22 di loro riescono a scendere a L’Avana.

Seppur antirazzista e oppositore delle politiche del governo tedesco, il capitano Schröder è costretto a invertire la rotta, ma si rifiuta di restituire la nave alla Germania e cerca una collaborazione con i governi europei. La St. Louis fa ritorno in Europa e raggiunge Anversa, il 17 giugno 1939, più di un mese dopo la sua partenza. Gli esuli vengono ripartiti tra il Regno Unito, che accetta di accogliere 288 passeggeri, la Francia, il Belgio e i Paesi Bassi che accolgono i restanti 619. Molti di loro non vedranno la fine della guerra che scoppierà pochi mesi dopo.

Il mondo della prima metà del Novecento è diverso da quello dove viviamo oggi, ma in alcuni casi la storia sembra ripetersi con coincidenze inquietanti. L’Italia da anni sta affrontando l’immigrazione di profughi provenienti soprattutto da Africa, Asia e Medio-Oriente. Le persone che tentano di raggiungere le coste del nostro Paese – e conseguentemente dell’Europa – viaggiano su imbarcazioni fatiscenti e scappano spinte da diverse motivazioni.  Violenze contro chi non segue le leggi della Sharia, discriminazioni e persecuzioni a causa dell’orientamento sessuale, feroci regimi dittatoriali costringono migliaia di persone ogni anno a fuggire da Paesi come Eritrea, Gambia e Pakistan. Altrove, come in Nigeria e in Somalia, lo scontro tra gruppi armati, costituiti su base etnica o religiosa, porta i civili a fuggire in massa.

L’Europa sta reagendo politicamente e umanamente in modo inadeguato a questa emergenza umanitaria, i dibattiti interni a ogni paese membro dell’Unione sono incentrati sul tema dell’immigrazione e le soluzioni preferite dagli elettori sono quasi tutte orientate verso le politiche delle destre, che per ottenere consensi si mostrano sempre più xenofobe e intolleranti. Anche l’Italia, dopo le elezioni politiche del 4 marzo 2018 ha dimostrato di preferire chi, tra i contendenti alla guida del Paese, prometteva il pugno di ferro nella risoluzione della questione dei migranti.

Le conseguenze di questo tipo di scelte politiche sono state un susseguirsi di episodi controversi dal punto di vista umano e giuridico. L’ultimo caso eclatante è stato quello della nave battente bandiera olandese Sea Watch 3. Il 18 gennaio scorso l’imbarcazione ha tratto in salvo 47 persone al largo delle coste libiche, aprendo una querelle internazionale sulle responsabilità dei singoli paesi europei nell’accoglienza dei naufraghi. Il capitano dell’imbarcazione ha dichiarato di aver informato le autorità libiche, italiane, maltesi e olandesi per avere informazioni su come coordinare i soccorsi, non ricevendo alcuna risposta. L’Olanda ha deciso di non prendere in carico le persone salvate come forma di protesta alla mancanza di accordi europei su soluzioni strutturali per l’accoglienza dei migranti. Per quanto riguarda l’Italia, lo sbarco è stato impedito dalle disposizioni del ministro dell’Interno Matteo Salvini, una decisione che ha costretto 47 persone, tra cui 15 minori, a vivere per 13 giorni in mare. A bordo la situazione ha rischiato di precipitare per le precarie condizioni psico-fisiche dei profughi: il sindaco di Siracusa, Francesco Italia, in un’intervista ha riportato le parole del medico di bordo, preoccupato dal rischio di atti di autolesionismo che alcuni migranti avrebbero potuto infliggersi per l’esaurimento dovuto all’incertezza della situazione e alle precarie condizioni di vita a bordo.

Dopo intensi negoziati incorsi tra il nostro governo e quelli di altri paesi europei, la situazione sembrava essersi sbloccata il 30 gennaio, i migranti dovevano essere redistribuiti sui territori di 9 paesi tra cui l’Italia, eppure l’8 febbraio fonti del Viminale hanno reso noto che la Francia si è defilata dall’accordo e ha dichiarato che accoglierà solo le persone bisognose di aiuto e non i migranti economici. L’episodio della Sea Watch 3 non si è concluso neanche per l’equipaggio: nei giorni successivi allo sbarco dei migranti l’imbarcazione è stata oggetto di indagini, e anche se ad oggi non è stato trovato nulla di penalmente rilevante, come riferito da Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch in Italia, in una conferenza alla Camera dei deputati, è ancora ferma nel porto di Catania e non le è stato permesso di ripartire, come accusa il capo missione Kim Heaton-Heather in un videomessaggio diffuso su Twitter. È molto probabile che la vicenda della nave Ong olandese non sarà l’ultima di questo genere. Il ministro Salvini è ancora interessato dalle conseguenze di un episodio simile da lui gestito con la stessa intolleranza: quello della nave della Guardia Costiera U.DiciottiIl Tribunale dei ministri di Catania, pochi giorni fa, ha chiesto l’autorizzazione al Senato per procedere contro Matteo Salvini, al quale contesta la gestione dell’emergenza dei 117 migranti avvenuta lo scorso agosto. Il ministro è sotto accusa per il reato di sequestro di persona aggravato “per avere, nella sua qualità di ministro dell’Interno, abusando dei suoi poteri, privato della libertà personale 177 migranti di varie nazionalità giunti al porto di Catania.

La senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta all’Olocausto, negli ultimi tempi ha accusato più volte l’Italia e l’Unione europea di  porsi nei confronti della questione dei migranti con un atteggiamento pericolosamente simile a quello vissuto sulla sua pelle ai tempi della Shoah. La testimonianza dei sopravvissuti è un argine alla minaccia che quello che è già accaduto 70 anni fa si possa ripetere. Conoscere la storia e le sue analogie con il presente – come la storia della St. Louis – deve metterci in guardia da una deriva che sta sdoganando la mancanza di umanità come la nuova normalità nel governo di Paesi che si credono delle democrazie.

fonte: https://thevision.com/cultura/ebrei-st-louis-shoah/