Quello che i politici non dicono sull’immigrazione – La Francia continua a mantenere un ferreo controllo delle “ex” colonie. In cambio dell’indipendenza generosamente concessa, ha preteso lo sfruttamento delle loro risorse, pagandole 4 soldi e impedendo la trasformazione locale per ostacolare il loro sviluppo…

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Quello che i politici non dicono sull’immigrazione – La Francia continua a mantenere un ferreo controllo delle “ex” colonie. In cambio dell’indipendenza generosamente concessa, ha preteso lo sfruttamento delle loro risorse, pagandole 4 soldi e impedendo la trasformazione locale per ostacolare il loro sviluppo…

 

Quello che nessun politico vi dice sull’immigrazione…e che invece servirebbe ad affrontarla!

La Francia continua a mantenere un ferreo controllo delle sue 14 “ex” colonie in Africa.
Ne controlla la moneta, il cfa, stampato a Parigi e sorretto dal prelievo forzoso, ogni anno, di gran parte dei proventi di quelle nazioni. Un giro di affari finanziario da centinaia di miliardi.
La Francia ha concesso l’indipendenza a questi paesi a patto che le loro risorse vadano, come cliente di prima istanza, all’economia francese che le paga ben poco e non ne consente la trasformazione in quei paesi impedendone così lo sviluppo.
La Francia ha imposto e continua a sostenere al potere, nelle sue “ex ” colonie, elites corrotte e fedeli ai suoi interessi ed attraverso loro controlla le loro economie ed i loro voti all’assemblea generale delle Nazioni Unite.
La Francia siede in Consiglio di Sicurezza dell’Onu, con potere di veto, grazie a questo controllo e al suo essere potenza nucleare. Come? L’uranio del Niger, paese potenzialmente ricchissimo grazie ai suoi giacimenti di questo materiale strategico, alimenta questo potere. In Niger la gente muore di fame ed ogni volta che un governo di quel paese ha provato a ricontrattare i bassi prezzi pagati dalla Francia, guarda un pò, si sono verificati colpi di stato e guerre civili e quei prezzi sono rimasti di fatto bassissimi.

C’è qualche forza politica disposta a far meno demagogia e a costringere la Francia a lasciar libera l’Africa?

Una volta intervistai il presidente di un paese africano ricco di petrolio. Gli chiesi se sapesse quanto petrolio veniva estratto, ogni anno, dal sottosuolo del suo paese da un’importante compagnia petrolifera. “Non lo so e non voglio saperlo“, mi rispose. Ed aveva l’aria spaventata. Uno dei suoi predecessori aveva chiesto queste semplici informazioni ed era stato defenestrato da un colpo di stato.
In Africa funziona così. Puoi chiedere una tangente, la tua parte del bottino. Ma non hai mai voce in capitolo sul controllo delle infinite ricchezze presenti nel sottosuolo del continente. Comandano le compagnie minerarie e petrolifere. Sono loro a decidere i prezzi. Sono loro le vere proprietarie di quelle ricchezze. Pagano poco o niente e se qualche governante prova a governare, cioè chiede rispetto e prezzi equi, la sua sorte è segnata.
L’amministrazione Obama aveva previsto , con la legge Frank Dodd, una tracciabilità minima delle materie prime provenienti dall’Africa. Era un primo possibile approccio ad una maggiore trasparenza e metteva un pò in difficoltà chi se le procacciava anche a suon di stragi finanziando mini eserciti che razziavano le aree minerarie più importanti. Ora l’amministrazione Trump sta annullando quella legge. Il risultato? Penso subito alla Repubblica Democratica del Congo dove negli ultimi quindici anni ci sono stati milioni di morti a causa di questo “mercato”, sarà una ripresa degli assassinii di massa e dei saccheggi.

E della fuga di massa verso l’Europa.

C’è qualche forza politica pronta, invece di far demagogia sull’immigrazione, a battersi per una vera trasparenza nei mercati delle materie prime e per assicurare un giusto prezzo ai paesi africani che le producono?

Fonte: https://www.dolcevitaonline.it/quello-che-nessun-politico-vi-dice-sullimmigrazione/

Autore:  – Giornalista d’inchiesta escluso dalla RAI. Ha realizzato e condotto per anni la trasmissione “C’era una volta”, andata in onda su Rai3 dal ’99 al 2013. Ha collaborato con Dolce Vita per alcuni anni.

 

Lettera di una immigrata nigeriana al nostro Ministro degli Interni – “La pacchia la state facendo voi. Sulla nostra pelle. Sulla nostra vita…”

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Lettera di una immigrata nigeriana al nostro Ministro degli Interni – “La pacchia la state facendo voi. Sulla nostra pelle. Sulla nostra vita…”

La pacchia la state facendo voi. Sulla nostra pelle. Sulla nostra vita…

…sui nostri poveri sogni di una vita appena migliore.

Lettera di una immigrata nigeriana al Ministro della Paura e dell’odio.

“Ho visto la sua faccia ieri al telegiornale. Dipinta dei colori della rabbia. La sua voce, poi, aveva il sapore amarissimo del fiele. Ha detto che per noi che siamo qui nella vostra terra è finita la pacchia. Ci ha accusati di vivere nel lusso, rubando il pane alla gente del suo paese. Ancora una volta ho provato i morsi atroci della paura…

Chi sono? Non le dirò il mio nome. I nomi, per lei, contano poco. Niente. Sono una di quelli che lei chiama con disprezzo “clandestini”.

Vengo da un paese, la Nigeria, dove ben pochi fanno la pacchia e sono tutti amici vostri. Lo dico subito. Non sono una vittima del terrorismo di Boko Haram. Nella mia regione, il Delta del Niger non sono arrivati. Sono una profuga economica, come dite voi, una di quelle persone che non hanno alcun diritto di venire in Italia e in Europa.

Lo conosce il Delta del Niger? Non credo. Eppure ogni volta che lei sale in macchina può farlo grazie a noi. Una parte della benzina che usa viene da lì.

Io vivevo alla periferia di Port Harkourt, la capitale dello Stato del Delta del Niger. Una delle capitali petrolifere del mondo. Vivevo con mia madre e i miei fratelli in una baracca e alla sera per avere un po’ di luce usavamo le candele. Noi come la grande maggioranza di chi vive lì.
E’ dura vivere dalle mie parti. Molto dura. Un inferno se sei una ragazza. Ed io ero una ragazza. Tutto è a pagamento. Tutto. Se non hai soldi non vai a scuola e non puoi curarti. Gli ospedali e le scuole pubbliche non funzionano. E persino lì, comunque, se vuoi far finta di studiare o di curarti, devi pagare. E come fai a pagare se di lavoro non ce ne è? La fame, la miseria, la disperazione e l’assenza di futuro, sono nostre compagne quotidiane.

La vedo già storcere il muso. E’ pronto a dire che non sono fatti suoi, vero?

Sono fatti suoi, invece.

Il mio paese, la regione in cui vivo, dovrebbe essere ricchissima visto che siamo tra i maggiori produttori di petrolio al mondo. E invece no.

Quel petrolio arricchisce poche famiglie di politici corrotti, riempie le vostre banche del frutto delle loro ruberie, mantiene in vita le vostre economie e le vostre aziende.

Il mio paese è stato preda di più colpi di stato. Al potere sono sempre andati, caso strano, personaggi obbedienti ai voleri delle grandi compagnie petrolifere del suo mondo, anche del suo paese. Avete potuto, così, pagare un prezzo bassissimo per il tanto che portavate via. E quello che portavate via era la nostra vita.

Lo avete fatto con protervia e ferocia. La vostra civiltà e i vostri diritti umani hanno inquinato e distrutto la vita nel Delta del Niger e impiccato i nostri uomini migliori. Si ricorda Ken Saro Wiwa? Era un giovane poeta che chiedeva giustizia pe noi. Lo avete fatto penzolare da una forca…

Le vostre aziende, in lotta tra loro, hanno alimentato la corruzione più estrema. Avete comprato ministri e funzionari pubblici pur di prendervi una fetta della nostra ricchezza.

L’Eni, l’Agip, quelle di certo le conosce. Sono accusate di aver versato cifre da paura in questo sporco gioco. Con quei soldi noi avremmo potuto avere scuole e ospedali. A casa, la sera, non avrei avuto bisogno di una candela…

Sarei rimasta lì, a casa mia, nella mia terra.

Avrei fatto a meno della pacchia di attraversare un deserto. Di essere derubata dai soldati di ogni frontiera e dai trafficanti. Di essere violentata tante volte durante il viaggio. Avrei volentieri fatto a meno delle prigioni libiche, delle notti passate in piedi perché non c’era posto per dormire, dell’acqua sporca e del pane secco che ti davano, degli stupri continui cui mi hanno costretta, delle urla strazianti di chi veniva torturato.

Avrei fatto a meno della vostra ospitalità. Nel suo paese tante ragazze come me hanno come solo destino la prostituzione. Lo sapete. E non fate niente contro la nostra schiavitù anzi la usate per placare la vostra bestialità. Io sono riuscita a sfuggire a questo orrore, ma sono stata schiava nei vostri campi. Ho raccolto i vostri pomodori, le vostre mele, i vostri aranci in cambio di pochi spiccioli e tante umiliazioni.

Ancora una volta, la pacchia l’avete fatta voi. Sulla nostra pelle. Sulle nostre vite. Sui nostri poveri sogni di una vita appena migliore.

Vedo che non ho mai pronunciato il suo nome. Me ne scuso, ma mi mette paura. Quella per l’ingiustizia di chi sa far la faccia dura contro i deboli, ma sa sorridere sempre ai potenti.

Vuole che torniamo a casa? Parli ai suoi potenti, a quelli degli altri paesi che occupano di fatto casa mia in una guerra velenosa e mai dichiarata. Se ha un po’ di dignità e di coraggio, la faccia brutta la faccia a loro.

fonte QUI

Africa – Aiutarli a casa loro? Intanto, potremmo col cominciare a smetterla di rapinarli a casa loro…

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Africa – Aiutarli a casa loro? Intanto, potremmo col cominciare a smetterla di rapinarli a casa loro…

 

Dossier. Secondo il rapporto «Honest Accounts», a conti fatti il continente africano risulta essere creditore climatico e finanziario. E gli stessi africani nemmeno lo sanno

Nel 1989 la Campagna Nord-Sud (Biosfera, sopravvivenza dei popoli, debito) organizzò a Verona il convegno «Il Sud del mondo, nostro creditore». Trent’anni dopo, i politici occidentali amano invece lo slogan «aiutiamoli a casa loro» (sottotitolo: così non ci invadono).
Ma prendiamo il continente africano. Come diceva Leopold Senghor: «L’Africa ha dato tanto, ma gli stessi africani non lo sanno». Li informa e ci informa il rapporto Honest Accounts. How the world profits from Africa’s Wealth, preparato da una serie di organizzazioni britanniche e africane, fra le quali Global Justice Now e People’s Health Movement KenyaHealth Poverty ActionUganda Debt Network: «I 48 paesi dell’Africa sub-sahariana sono ricchi di risorse minerarie, lavoratori specializzati, nuove attività economiche e biodiversità. Ma sono a tutti gli effetti derubati da un sistema globale che avvantaggia una piccola minoranza consentendo alla ricchezza di uscire dall’Africa; così, secondo la Banca africana di sviluppo, 800 milioni vivono con meno di 4 dollari al giorno».

Nel 2015 il continente ha ricevuto 161,6 miliardi di dollari fra rimesse, prestiti e donazioni. Però di miliardi ne ha dati – diciamo persi – ben 202,9, sia direttamente sia indirettamente. Il suo credito è dunque pari a 41,3 miliardi di dollari.

Ecco i dettagli forniti da Honest Accounts. I paesi africani ricevono intorno ai 19 miliardi come donazioni, ma oltre il triplo di questa somma (68 miliardi) si disperde in uscite finanziarie illegali grazie a elusioni e falsificazioni da parte delle multinazionali, macchine saccheggiatrici che per le materie prime africane delle quali si occupano pagano pochissime tasse ai paesi ospiti, rifugiandosi con escamotages nei paradisi fiscali. Inoltre: all’Africa arrivano in rimesse dall’estero circa 31 miliardi, ma le multinazionali straniere spostano 32 miliardi di profitti nei loro paesi di provenienza. I governi africani, poi, sempre nel 2015, hanno ricevuto 32,8 miliardi di dollari in prestiti ma hanno pagato 18 miliardi per gli interessi. Altri 29 miliardi sono stati «rubati» all’Africa con la sottrazione abusiva di legname, con la pesca e il commercio illegale di piante e animali esotici. E poi ci sono i 10,6 miliardi di dollari di costi relativi all’impatto dei cambiamenti climatici, rispetto ai quali sia storicamente che attualmente l’Africa ha una responsabilità minima. Vanno aggiunti i 26 miliardi di dollari che il continente deve investire per i programmi di contrasto ai cambiamenti stessi.

Si può parlare di «maledizione delle risorse naturali»: la maggioranza delle popolazioni locali non ne trae benefici e le attuali modalità di estrazione conducono all’impoverimento e a mortali guerre per procura. Soprattutto da quando gli Usa hanno deciso di non lasciare più l’Africa agli ex colonizzatori europei – si pensi al Congo, con le sue riserve ancora intatte stimate intorno ai 24 trilioni di dollari, e con i milioni di morti nel conflitto. Ci sono, ovviamente, responsabilità condivise. I leader africani che non si allineano vengono assassinati, come accadde al burkinabè Thomas Sankara nel 1987 pochi mesi dopo il suo epico discorso all’Organizzazione per l’unità africana (Oua) sull’ingiustizia del debito.

Ha sottolineato Nathalie Sharples di Health Poverty Action, intervenendo giorni fa a Roma al convegno «I migranti, l’Africa, le nostre responsabilità» – organizzato dalla Federazione italiana emigrazione immigrazione e da Casa Africa: «Per onestà, la narrazione va cambiata. Altro che parlare di aiuti. Si dica che occorre procedere a riparazioni, a compensazioni in base al danno provocato. L’Occidente non è un caritatevole benefattore, come fa credere ai suoi cittadini i quali, dal canto loro, credono di cavarsela con piccole donazioni. Questa percezione è fuorviante, crea ostilità e impedisce la mobilitazione sulle cause reali della povertà: cambiamenti climatici, accordi commerciali ingiusti che rapinano le risorse naturali, paradisi fiscali, debito coloniale».

Honest Accounts propone un «programma onestà» in 9 punti. Fra questi: politiche economiche che portino a uno sviluppo equo; riparazioni obbligatorie da parte del Nord, previo calcolo delle responsabilità; contrasto ai paradisi fiscali; promozione di forme di attività economiche diverse dalle estrattive, e una tassazione maggiore su queste ultime; risarcimento dei costi climatici e serio impegno per riduzioni vincolanti delle emissioni di gas serra nel Nord.

A proposito di clima, Antonello Pasini, fisico del Cnr e coautore di Effetto serra effetto guerra (2017), ha ricordato al convegno di Roma che nel 2050 ben 143 milioni di persone saranno profughi ambientali. Nei dieci paesi saheliani più ambientalmente fragili, la diminuzione delle precipitazioni e l’aumento della temperatura aggravano i fenomeni di siccità e possono provocare distruzione dei raccolti, carestie. Ma la buona notizia è che una saggia restituzione internazionale può dar luogo a progetti win-win: con meno di 100 euro si recupera un ettaro di terre degradate in Africa. Questi interventi sono in grado di alimentare le popolazioni e allo stesso tempo di assorbire CO2 dall’atmosfera.

Ma non è tutto. Ai debiti dell’Occidente nei confronti dell’Africa subsahariana dovremmo aggiungere i danni bellici. Non solo gli africani arruolati a partire dalla prima guerra mondiale dalle potenze coloniali ma, in tempi recentissimi, l’intervento Nato in Libia nel 2011, su netto impulso della Francia, preoccupata fra l’altro che il dinaro d’oro proposto dalla Libia all’Africa minacciasse l’impero del franco Cfa nelle ex colonie subsahariane. Una guerra costata parecchio all’Africa. Sia per le centinaia di migliaia di sub-sahariani (oltre ai nordafricani) che lavoravano nel paese bombardato e ora smembrato, ma anche per un altro enorme danno sociale: la diffusione del terrorismo che ora infetta il Sahel grazie alle armi saccheggiate o ricevute dai gruppi di «ribelli». Per questo, in testa alla lista del da farsi dovrebbe campeggiare un: «Non bombardiamoli».

Tratto da: il manifesto, EDIZIONE DEL 20.12.2018

Il fenomenale caso della riforestazione del Niger

 

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Il fenomenale caso della riforestazione del Niger

Il Niger è un piccolo stato africano che non se la passa troppo bene. È uno dei paesi più poveri del mondo ed è anche il crocevia di tanti migranti che partono da Nigeria, Guinea, Costa D’Avorio, Malawi e Senegal per venire in Europa. Questa però è una storia bella e ha per protagonisti gli alberi del Paese.

Siamo a Droum nel sud est del Niger. Sorgono qui varie piantagioni spontanee di Gao, detto anche albero di acacia bianca, che secondo i residenti ha poteri magici. Si tratta di alberi autoctoni della zona ma solo in anni recenti la riforestazione è diventata un fenomeno: in trent’anni sono nati duecentomila nuovi alberi di Gao su un’area di cinquemila ettari di terreno prima infertile e degradato. Non li ha piantati nessuno, sono nati da soli, ma dozzine e dozzine di contadini della zona li hanno ben coltivati, dando loro l’opportunità di radicarsi nel terreno e di moltiplicarsi.

I contadini hanno osservato che questi alberi creavano un micro ecosistema che portava miglioramenti alle coltivazioni agricole – le radici di questa pianta sono estese, assorbe azoto dall’atmosfera e lo rilascia nel terreno, aiutando a fertilizzare il suolo – e così li hanno accuditi, non abbattuti, e hanno attribuito al Gao poteri speciali.

In Niger la temperatura spesso si mantiene attorno a 40 gradi e l’ombra degli alberi fa miracolidando rinfresco agli animali selvatici, come i conigli, e alle caprette. I suoi rami sono utili come legna da ardere e dei suoi baccelli è ghiotto il bestiame domestico.
La leggenda narra che il Gao può curare infezioni respiratorie, sterilità, problemi digestivi, malaria, mal di schiena e pure l’influenza così Cooperative di donne lavorano la legna per farne medicine e sapone.

Secondo vari studiosi di botanica e di economia, si tratta di una delle trasformazioni più radicali di tutta l’Africa in termini di ecologia e di benessere comune. Non ci sono state qui le Nazioni Unite a portare soldi, ONG dall’Europa o missionari mormoni. È stata la gente del posto a capire e a aiutarsi da sola.

 

fonte: https://www.dolcevitaonline.it/il-fenomenale-caso-della-riforestazione-del-niger/

Fiorella Mannoia contro i razzisti: andiamo noi via dall’Africa

 

Fiorella Mannoia

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Fiorella Mannoia contro i razzisti: andiamo noi via dall’Africa

In un post su Facebook la cantante risponde a tono a chi continua a usare lo slogan “aiutiamoli a casa loro”

Fiorella Mannoia non ce l’ha fatta più: all’ennesimo “aiutiamoli a casa loro”, lo slogan populista e demagogo che critica la politica dell’accoglienza ai migranti, la cantante ha scritto un lungo e arrabbiato post su facebook in cui lancia una provocazione: “aiutiamoli a casa loro, ma andiamocene via noi. Tutti: francesi, inglesi, olandesi, americani, cinesi, tedeschi, italiani, banche mondiali, multinazionali del petrolio, delle armi, del cibo, trafficanti di diamanti”.

A suscitare l’indignazione della Mannoia è stata la notizia dell’assoluzione di tredici soldati francesi, accusati di aver violentato dei minori africani in cambio di razioni extra di cibo. Una notizia disgustosa che ha spinto la cantante a dire: “tutti fuori dalle palle! Così lo sai le nostre economie che fine fanno? Con le pezze al culo!”

Lo sfogo ha provocato reazioni di sostegno ma anche, com’era prevedibile, anche invettive contro la cantante, nel migliore dei casi accusata di essere “semplicina e populista”.

Fiorella Mannoia:

DITE CHE SONO TROPPI E NON POSSIAMO ACCOGLIERLI TUTTI. È VERO! FACCIAMO UNA COSA. RIPORTIAMO TUTTI GLI AFRICANI IN AFRICA. PERÓ ANDIAMOCENE TUTTI, MULTINAZIONALI, DEL PETROLIO, DELLE ARMI, DEL CIBO, TRAFFICANTI DI DIAMANTI, DI ORGANI, DI COLTAN, DI ORO, DI RIFIUTI TOSSICI….ANDIAMOCENE VIA DALL’AFRICA: FRANCESI, INGLESI, OLANDESI, AMERICANI, CINESI, TEDESCHI, ITALIANI, BANCHE MONDIALI, FONDO MONETARIO, TUTTI FUORI DALLE PALLE!! LASCIAMO L’AFRICA AGLI AFRICANI E CHE SE LA SBRIGHINO DA SOLI, VOLETE CHE LOTTINO PER LA PROPRIA TERRA, DIAMOGLI LA POSSIBILITÀ DI FARLO, CHE RISOLVANO I LORO PROBLEMI TRA DI LORO!! LO SAI LE NOSTRE ECONOMIE CHE FINE FANNO? CON LE PEZZE AL CULO!! Io sarei d’accordo. Ognuno a casa sua, ma deve valere anche per noi!! Anche basta!

Come la giungla del capitalismo selvaggio condanna l’Africa alla povertà infinita

 

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Come la giungla del capitalismo selvaggio condanna l’Africa alla povertà infinita

Ho incontrato anni fa il presidente di un paese africano il cui sottosuolo era ricco di petrolio. Dei frutti di questa ricchezza in giro se ne vedevano pochi o niente. Gli chiesi quanto petrolio le compagnie straniere estraessero ogni anno. Per un po’ fece finta di ignorare la mia domanda, poi sbottò: « Non lo so e non lo voglio sapere. Uno dei miei predecessori tentò di capirlo e fu cacciato via da un colpo di stato. Quelli fanno come vogliono!».

“Quelli” sono le imprese straniere che operano nel continente al mondo più ricco di materie prime e condannato alla miseria perpetua proprio per questo. Comprano al prezzo che decidono loro, corrompono, distruggono l’ambiente e se qualcuno si ribella, lo eliminano senza pietà. 

È questa la vera causa della tragedia africana e della grande fuga della sua gente. Basterebbe un po’ di trasparenza e di regole chiare. Quella che è normale in ogni società civile che si rispetti. Ma i grandi potentati mondiali non sono disposti ad accettare che regole e diritti valgano su scala planetaria. L’Africa è territorio di saccheggio selvaggio.

È di questi giorni la minaccia del presidente di Vitol, uno dei più grandi gruppi mondiali nel commercio di petrolio. Sono pronti ad andar via dalla Svizzera se passa una legge che prevede, per le imprese residenti nel paese, l‘obbligo di dichiarare ogni pagamento superiore a centomila franchi a governi ed entità straniere.

La legge è figlia dell’indignazione popolare per tanti scandali, non ultimo quello relativo alla Glencore, altra importantissima impresa in campo energetico. Sarebbe venuto fuori il pagamento di una bustarella di 18 milioni di dollari ad un faccendiere legato al presidente della Repubblica Democratica del Congo. In cambio Glencore avrebbe pagato 140 milioni invece di 585 per le sue attività estrattive in quel paese. Un risparmio di quasi mezzo miliardo di dollari. Quante scuole, quanti ospedali, quante strade, quanta occupazione è stata così sottratta alla popolazione congolese?

La tragedia è che Vitol e altre imprese hanno la possibilità di minacciare. Altre nazioni “civili” sono pronte ad ospitarle senza porre domande imbarazzanti. Il nostro mondo è una giungla in cui i più forti hanno ogni potere e godono di ogni complicità. Eppure basterebbe davvero poco per cambiar registro.

Sarebbe sufficiente una decisione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che vincolasse tutti al rispetto di certe regole e Vitol non avrebbe scampo. Nessuno, ma davvero nessuno, finora ci ha messo mano. Si, perché la politica, la politica che conosciamo, ha abdicato ai suoi doveri più elementari nei confronti dei popoli del pianeta. Serve altri interessi. Quelli dei poteri forti.

In Svizzera si terrà a breve un referendum su queste questioni. Qualcuno, dalle nostre parti, è pronto a proporne uno simile?

fonte: http://www.dolcevitaonline.it/come-la-giungla-del-capitalismo-selvaggio-condanna-lafrica-alla-poverta-infinita/

Gli strangolatori dell’Africa

 

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Gli strangolatori dell’Africa

 

Il bilancio di molti stati africani non supera poche centinaia di milioni di dollari. Ciò non permette la benché minima politica sanitaria o scolasticaed assicura, invece, un debito estero crescente negli anni pur di tirare avanti. Il debito va ripagato ed ulteriori tagli colpiscono la già inesistente spesa sociale.
Le istituzioni finanziare internazionali sono ferree a tal proposito nei loro controlli.

In Guinea Bissau ho visto morire lentamente in un ospedale un povero diavolo per una banale ulcera perforata. Non lo avevano assistito perché volevano essere certi che realmente la sua famiglia non avesse soldi per pagare le cure. In sostanza si aspetta.

Politiche promosse da Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale. Se la famiglia ha qualcosa, prima o poi la tira fuori pur di non perdere il proprio congiunto e concorrerà “giustamente” alle spese.

L’ultima inchiesta sui “Panama Papers”, cioè sulla mole di documenti finanziari riservati proveniente da un solo spezzone di paradiso fiscale, racconta di ben 1400 società offshore utilizzate per sfruttare le ricchezze africane e trasferirle in conti segreti.

L’Espresso di questa settimana documenta come in due soli paesi, Algeria e Nigeria, l’Eni e le sue consociate abbiano pagato tangenti per un miliardo e mezzo di dollari per assicurarsi petrolio, gas ed oleodotti. Un tesoro finito nei conti riservati di governanti africani corrotti ed in quelli di manager italiani e chissà quanti altri. Un miliardo e mezzo per due affari.

Provate ad immaginare quanto spaventosamente immensa sia la rapina in corso da decenni ad opera di multinazionali e loro lacchè locali sulla pelle di intere popolazioni, su quella di un intero continente. Nel silenzio di fatto delle istituzioni finanziarie internazionali.

Con un miliardo e mezzo di dollari si costruiscono tanti ospedali e tante scuole. Si cambia la qualità della vita per milioni di persone.
Sono divenuti invece lusso per corrotti e potere per farabutti.
Lì in Africa, qui da noi…

 

fonte: http://www.dolcevitaonline.it/gli-strangolatori-dellafrica/

 

Ci stiamo mangiando l’Africa e la chiamiamo democrazia

 

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Ci stiamo mangiando l’Africa e la chiamiamo democrazia

Secondo gli economisti, i paesi africani sono tutti in crescita, l’Africa è in continuo sviluppo ma ha due giganteschi problemi: noi occidentali e la non redistribuzione del valore all’interno delle nazioni africane.

Il problema è anche che la maggior parte della crescita di questi paesi è alimentata dal debitoe dalle vendite di risorse naturali, quindi è una crescita su carta, non una crescita della società: la maggioranza della popolazione vive in povertà con poche e rare parentesi di prosperità.

Nei paesi africani, la storia negli ultimi cento anni è particolarmente ripetitiva, in modo quasi inquietante. Ogni tanto c’è una rivolta, arriva un nuovo leader con idee socialiste-nazionaliste del tutto legittime che vengono bollate dall’occidente come filo-comuniste. Il leader stesso viene additato come dittatore, anche se strappa una nazione da una monarchia oscurantista e oppressiva, portandola a una repubblica moderna. Il leader in questione di solito resiste vivo qualche anno, poi viene destituito o ucciso da una rivolta finanziata dai paesi che hanno interessi economici nelle risorse locali. Se il leader riesce a restare in carica più a lungo, in genere finisce per impazzire e diventa un dittatore sanguinario. Molto lo fa la scarsa formazione culturale, l’assenza di intellighenzia del paese, ma parecchio lo fa la pressione quotidiana. Se vivi in una situazione in cui non ti puoi fidare di nessuno, ogni giorno potrebbe essere l’ultimo e l’unico modo per sopravvivere è essere molto paranoici… Da lì alla follia, il passo è breve.

Uno degli ultimi di questi leader di lunga carriera è stato Gheddafi. I media europei si fingono disgustati da Gheddafi, un vecchio dittatore pazzo e vizioso, maniaco di chirurgia plastica, sfarzo, harem e lolitismo (come se in Italia non avessimo avuto il maggiore rappresentante della categoria!). Ma l’informazione mediatica di massa dimentica sempre di raccontare che Gheddafi è stato prima di tutto un idealista, un teorico del neo-socialismo, che ha guidato la rivoluzione contro un re oppressore del popolo che svendeva le risorse a Francia e Stati Uniti, schiacciando la popolazione nella miseria e nell’analfabetismo.

In seguito al colpo di stato, presentato dai media come “oppressiva dittatura militare”, Gheddafi ha messo in pratica le sue idee di rifiuto per il capitalismo, scegliendo una forma di socialismo nazionalista ispirato al socialismo arabo di Gamāl ʿAbd al-Nāṣer, quest’ultimo però presentato come grande politico perché levava a USA e Francia la fatica di mettere d’accordo Husayn e Arafat. Gheddafi ha messo in pratica la ridistribuzione della ricchezza petrolifera per sostenere programmi di benessere sociale: i soldi provenienti dal petrolio venivano depositati direttamente nei conti bancari dei cittadini libici. I loro figli avevano accesso a scuole statali gratuite che prima nemmeno esistevano. C’era lavoro e ospedali pubblici all’avanguardia.
Ha dimostrato che un paese africano che gestisce le sue risorse senza occidentali è un paese ricco. Pensate se lo facesse domattina il nostro governo, se invece di farci pagare le tasse e spendere otto milioni di euro in chat erotiche e scommesse (spesa scoperta ad agosto 2017 dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Digitalizzazione), ci versasse i soldi delle forniture all’estero direttamente sui nostri conti correnti, perché è giusto che partecipiamo anche agli utili. Non diventeremmo grandi sostenitori del governo che attua questa misura?

Sotto la guida di Gheddafi, i libici hanno goduto non solo di assistenza sanitaria e istruzione gratuita, cose rarissime in Africa, ma anche di elettricità gratuita e prestiti senza interessi, oltre ai versamenti dei dividendi dello stato sul proprio conto. Infatti la Libia di Gheddafi negli anni 70-80 è diventata improvvisamente un paese prospero: perché redistribuiva ai cittadini e li istruiva. Creando così (ed è stato questo il principio della fine) un pericoloso precedente per gli altri stati africani che cominciarono a interessarsi della Libia e valutarono che magari potevano fare lo stesso.

Ovviamente è bastato poco perché i leader dell’Occidente vedessero la Libia come una minaccia, la presentassero come uno stato totalitarista in cui non venivano rispettati i diritti umani, fino a finanziarne la rivoluzione del 2011. Certo, Gheddafi a quel punto era già perso nella sua follia dentro la sua casa sotterranea a ordinare di giustiziare chi pensava che lo tradisse. Ma se invece i libici delle nuove generazioni, i quali avevano i mezzi culturali e politici, fossero stati aiutati dall’occidente a far funzionare la repubblica invece che a devastare il paese con una guerra civile? Oggi non ci sarebbe un paese comodamente in crisi, ma un paese prospero, scomodo per chi deve comprare le risorse minerarie, perché non vuole altri al tavolo della contrattazione, un competitor ulteriore al tavolo degli equilibri internazionali, ovvero uno che prima o poi vorrà una fetta di quel 90% di ricchezza mondiale detenuta da pochissimi.

I media raccontano che Gheddafi è stato un dittatore brutale e probabilmente è in parte vero, negli ultimi due decenni lo è stato, ormai incontrollabile, perseguitato dai fantasmi della paura e del non potersi fidare di nessuno, deluso da tutti, con diversi tentativi di colpi di stato alle spalle. Sarebbe bastata però una destituzione incruenta, politica. Invece un paese nel caos è quello che ha bisogno l’Occidente.

La verità è che Gheddafi è stato una delle principali minacce del sistema petro-dollaro dell’economia globale e del continuo sfruttamento dell’Africa. E’ stato l’artefice principale di un paese che prosperava ribellandosi al controllo americano e europeo, un esempio pericoloso per gli altri stati africani che potevano prendere la stessa via.

La Libia di Gheddafi finanziò Sankara in Burkina Faso, Gheddafi stesso lo introdusse ad altri politici e filosofi africani anticolonialisti. Un uomo dalle idee pericolose, che è meglio farci ricordare sfatto e in abiti ridicoli nei suoi ultimi anni che non come pensatore anti-capitalista e artefice del welfare del suo paese che aveva reso ricco.

Purtroppo, la Libia è stata completamente distrutta dall’Occidente quando gli Stati Uniti l’hanno invasa nel 2011 facendola regredire di un centinaio di anni, togliendo tutti i benefici statali, distruggendo gli ospedali all’avanguardia, le scuole, tutto. La Libia oggi è uno stato fallito e caotico, dipendente dall’importazione della “libertà e democrazia” americane.

Secondo Garikai Chengu, ricercatore di Harvard specializzato nei movimenti politici africani e lui stesso attivista, la liberazione africana dovrà prevedere tre fasi: la ridistribuzione di terreni e risorse naturali alle popolazioni locali; il rifiuto completo delle politiche neoliberali del Fondo Monetario e della Banca mondiale; lo sviluppo della capacità di raffinazione minerale in proprio, senza le grandi compagnie multinazionali.

Purtroppo per l’Africa, queste misure non hanno ancora radicato e quando si affacciano in veste di qualche rivoluzionario, come nel caso della Libia, del Burkina Faso, dell’Egitto, vengono prontamente bollate come l’opera di militari-dittatori folli e subito boicottate da USA ed Europa in nome di una pace e di una democrazia che non sono altro che le parole vuote lanciate ai media, come i frisbee ai cani.

 

fonte: http://www.dolcevitaonline.it/ci-stiamo-mangiando-lafrica-e-la-chiamiamo-democrazia/