Felix Finkbeiner, il ragazzo che pianta alberi per salvare il pianeta – E guardate che c’è poco da sorridere: ad oggi, a soli 21 anni, mentre voi fate gli ecologisti col culo ben saldo sul divano, di alberi ne ha già piantati 15 miliardi…!

 

 

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Felix Finkbeiner, il ragazzo che pianta alberi per salvare il pianeta – E guardate che c’è poco da sorridere: ad oggi, a soli 21 anni, mentre voi fate gli ecologisti col culo ben saldo sul divano, di alberi ne ha già piantati 15 miliardi…!

Felix Finkbeiner aveva 9 anni quando decise che avrebbe realizzato il suo sogno: piantare un milione di alberi in ogni paese del mondo per cercare di salvare il pianeta. Oggi Felix ha 21 anni e di alberi ne ha piantati 15 miliardi, grazie al suo movimentoPlant-for-the-Planet, il cui motto “stop talking start planting”, la dice lunga sulla determinazione di un ragazzo che già da bambino comprese le problematiche inerenti al clima e decise di farsi portavoce di un nuovo modo di pensare e di guardare al mondo. Oggi la sua vocazione green non si è spenta, ma si è consolidata tanto da porsi un obiettivo veramente improbo: piantare 1000 miliardi di alberi in modo tale da assorbire un quarto della CO2 prodotta dall’uomo.
Sul pianeta, al momento, ci sono circa 3000 miliardi di alberi, ma questo numero è in forte calo, a causa della deforestazione mondiale. Deforestazione e cambiamenti climatici sono strettamente legati alla povertà sociale, a problemi economici e migratori; ma anche politiche economiche sbagliate sono responsabili della crisi climatica.

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La povertà rende vulnerabili anche ai cambiamenti climatici, e viceversa. Infatti i paesi poveri dipendono ancora dalla pioggia per l’irrigazione e di conseguenza per il loro sostentamento. La frequenza e l’intensità crescente degli shock climatici incide sulla loro capacità di vendere un surplus agricolo, il che significa minor capacità di reinvestire gli utili nelle attività di sussistenza e minore possibilità di rispettare una dieta nutriente. Il timore è che 100 milioni di persone possano essere spinte nel baratro della povertà estrema dal riscaldamento globale.

I cambiamenti climatici hanno un impatto negativo non solo sulla salute e sulla sicurezza ambientale, ma anche sulla società: la scarsità delle risorse è spesso fonte di conflitto fra le diverse comunità e di migrazione esterna ed interna. L’innalzamento del livello degli oceani è destinato a provocare enormi migrazioni dalle regioni di bassa quota, come il Bangladesh, o dalle aree molto esposte agli uragani, come il sud degli Stai Uniti. Tali spostamenti sono però resi difficili da una moltitudine di confini e sono destinati a provocare gravissimi tumulti politici e sociali. Nessuno vorrebbe lasciare le proprie case e famiglie e per questo devono aumentare progetti ed investimenti per lo sviluppo all’interno dei paesi in sofferenza, mentre a livello internazionale, si devono ridurre le emissioni.

Ma non serve andare troppo lontano per vedere con i propri occhi le conseguenze dei cambiamenti climatici. Dal Veneto alla Siciliasono tanti i comuni italiani colpiti da frane, esondazioni, trombe d’aria. Nonostante il cambiamento climatico sia un dato di fatto, l’Italia continua ad essere impreparata. Il rischio idrogeologico è evidente sul nostro territorio, ma si continua a costruire in aree soggette a vincoli idrogeologici, sismici e paesaggistici. La cementificazione eccessiva e il condono non fanno bene all’Italia che, ogni anno, è provata e prostrata da calamità di una frequenza e violenza inaudita. E questo senza tener conto dei costi della ricostruzione che invece sarebbero ridotti se si investisse maggiormente sulla prevenzione, su progetti di adattamento ai cambiamenti climatici, sulla manutenzione e riqualificazione del rischio, a partire dagli spazi pubblici e di allerta dei cittadini.

Si può mettere un freno alla crisi climatica?

Considerato che il clima sta cambiando sopratutto a causa dell’ingerenza dell’uomo, sì qualcosa si può fare per riequilibrare il pianeta. Innanzitutto far comprendere ai governi e ai potenti che salvare il pianeta significa anche salvare noi stessi da un’estinzione che a dirla tutta ci saremmo meritata già decenni, se non centinaia di anni fa. Il secondo passo è educare: educare al rispetto della Natura, alla bellezza, agli essere viventi. Infine, come ci ha insegnato Felix, piantare alberi, dovunque, ogni anno, così da ridare ossigeno a un malato che sta collassando non per cause naturali, ma esterne.

E se non dovesse essere chiaro….le cause esterne siamo noi.

Rosa Araneo per MIfacciodiCultura

tratto da: http://www.artspecialday.com/9art/2018/11/30/felix-finkbeiner-ragazzo-pianta-alberi-salvare-pianeta/?fbclid=IwAR3sXjoHDhYAvWHIRQ98mB9H6Zxz1PNm9sirB7k47ortWYj3ZOMlWlzhIsY

Per non dimenticare quanto la razza umana possa fare schifo – Non vi potete sbagliare, la CAROGNA non è il bellissimo e rarissimo esemplare di giraffa nera ammazzato…!

 

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Lo scorso anno, aveva sparato e ucciso una giraffa in Sud Africa. Nei giorni successivi la cacciatrice, originaria del Kentucky, in memoria delle crudeli gesta ha pubblicato la foto sul proprio profilo Facebook. E il mondo dei social non è rimasto a guardare. Nel giro di qualche ora, le foto sono diventate virali e sono arrivati migliaia di commenti di insulti.

In posa con il cadavere dell’animale, Tess Thompson Talley, 37 anni, aveva inizialmente caricato le foto scattata dopo una una battuta di caccia avvenuta un anno fa, a giugno 2017. Il suo post è stato cancellato, ma le foto sono state ampiamente condivise online.

Il giornale Africlandpost ha condiviso le foto il 16 giugno, in un tweet diventato virale, in cui la donna è stata accusata di avere ucciso “una rarissima giraffa nera per gentile concessione della stupidità del Sud Africa”. Il tweet è stato condiviso oltre 45.000 volte.

Visualizza l'immagine su TwitterVisualizza l'immagine su Twitter

AfricaDigest@africlandpost

White american savage who is partly a neanderthal comes to Africa and shoot down a very rare black giraffe coutrsey of South Africa stupidity. Her name is Tess Thompson Talley. Please share

Eppure, non c’è indicazione che la battuta di caccia di Talley fosse illegale. La donna ha addirittura detto che uccidere la giraffa abbia contribuito agli sforzi di conservazione.

“La giraffa che ho cacciato era la sottospecie sudafricana della giraffa. Il numero di questa sottospecie è in realtà in aumento dovuto, in parte, ai cacciatori e agli sforzi di conservazione pagati in gran parte dalla caccia grossa” si è difesa.

È emerso che la giraffa uccisa non era del tutto rara ma ciò non toglie che ucciderla e vantarsene sia stato un gesto crudele.

Talley ha pubblicato ulteriori commenti sulla sua pagina Facebook, alcuni da rabbrividire, sostenendo che gli animali, in quanto tali, non hanno diritti.

Purtroppo finché la caccia non sarà resa illegale, i cacciatori potranno agire indisturbati e condividere le loro gesta sui social.

Una casa per tutti: costruire con il bambù

 

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Una casa per tutti: costruire con il bambù

Nel mondo mancano alloggi a prezzi accessibili. Il problema è così grande che in tutto il mondo servirebbero 3.000 miliardi di dollari. Solo nel 2015 sono stati spesi tra i 300 e i 500 miliardi di dollari.

Poiché l’edilizia popolare beneficia sia di sovvenzioni che di garanzie statali, i suoi risultati finanziari hanno attirato gli investimenti privati.

I programmi di edilizia popolare in Brasile offrono un’idea dell’entità della domanda su scala globale. Dal 2010 al 2014 il Brasile ha costruito 2 milioni di case popolari ad un costo medio di 15.000 euro l’uno, a fronte di un’iniezione di liquidità da parte dello Stato per 30 miliardi di euro.

Tuttavia, la domanda in Brasile è di 5,6 milioni di unità abitative, e così anche con questo sforzo straordinario, oltre il 60% delle famiglie bisognose è ancora lasciato senza casa.

Ciò crea molto spazio per iniziative private che integrano l’azione del governo. Il Sudafrica, alla fine dell’Apartheid nel 1994, aveva l’obiettivo dichiarato di costruire un milione di case in più, soddisfacendo oggi solo il 14% di quelle esigenze abitative.

L’investimento nell’edilizia popolare è l’unico settore edilizio caratterizzato da una crescita a livello mondiale e da un interessante ritorno sugli investimenti.

Ma c’è un problema?

Mentre nel settore immobiliare tradizionale c’è un guadagno che va dal 25% al 35% di utile sul capitale investito, i programmi di edilizia residenziale sostenuti dallo Stato, in generale, offrono solo il 10% di ritorno. Tuttavia, sono investimenti a basso rischio e che attraggono chi è in cerca di rendimenti stabili e sicuri.

Ecco cosa si può fare.

Architetti e urbanisti hanno speso molto tempo e impegno nella progettazione di case a prezzi accessibili, concentrandosi principalmente sulla riduzione dei costi, in particolare eliminando la manodopera attraverso sistemi di costruzione prefabbricati. Le case popolari in Brasile costano ancora 15.000 euro per unità, mentre in India l’investimento di capitale in una casa può arrivare fino a 4.500 euro. Ovviamente non sono prezzi alti e, inoltre, si offrono case migliori delle baraccopoli, ma non consentono di avere case soddisfacenti.

Uno dei problemi principali è che l’edilizia popolare consuma enormi quantità di cemento e calcestruzzo e questo crea importanti emissioni di gas a effetto serra.

Da qui l’innovazione.

Simon Velez, architetto colombiano, e Marcelo Villegas, ingegnere di spicco, hanno beneficiato entrambi del grande lavoro pionieristico di Oscar Hidalgo, il maestro dell’architettura del bambù. Si resero conto che quando gli spagnoli colonizzarono gli altopiani andini della Colombia e dell’Ecuador, non incontrarono foreste pluviali, ma piuttosto scoprirono massicce foreste di bambù dominate dalla Guadua angustifolia, un’erba gigante che poteva produrre per settant’anni fino a sessanta pali da 25 metri all’anno.

Il bambù è un ottimo materiale da costruzione, e come testimonianza si trovano ancora centinaia di case coloniali di più di 200 anni. In Cina ce ne sono molte e quelle più antiche si dice abbiano 3.000 anni. Così Simon e Marcelo studiarono cosa si poteva fare per poter costruire case per tutti senza generare rifiuti e gas serra.

Simon capì che il bambù ha bisogno di essere protetto dal sole e dalla pioggia, mentre Marcelo progettò un’ingegnosa tecnica di giunzione.

Quando Klaus Steffens, dell’Università di Brema, ha eseguito le stesse prove, è rimasto così impressionato che si è impegnato a ottenere una licenza edilizia per questo materiale da costruzione naturale e per questa innovativa tecnica costruttiva. Il bambù non è solo un acciaio vegetale, ma è anche bello e, inoltre, contribuisce al problema dell’anidride carbonica.

Simon ha rapidamente convertito il successo dei suoi progetti in programmi di edilizia popolare in risposta al terremoto che ha colpito la regione Eje Cafetero, donando i disegni al governo locale per l’uso open source.

Sessantacinque pali di bambù bastano esattamente per costruire una casa di 65 metri quadrati a due piani con un grande balcone. Questo edificio costa meno di 15.000 dollari, e mentre la maggior parte della popolazione considera il bambù un simbolo di povertà, questa casa con un balcone (simbolo della classe media superiore) ha trasformato la costruzione in una casa molto desiderata. A dieci anni di distanza da questi edifici pionieristici sparsi in tutta l’America Latina, gli alloggi in bambù si sono affermati come una delle più promettenti innovazioni nella progettazione di edifici a emissioni zero sia per i ricchi che per i poveri.

Ma c’è qualcosa di più.

Simon e Marcelo non si sono mai preoccupati di brevettare nessuna delle loro invenzioni, ma hanno condiviso liberamente le loro intuizioni, trascorrendo molto tempo con i lavoratori che spesso non sanno leggere o scrivere, per trasferire le loro intuizioni sulle tecniche su come costruire. Migliaia di edifici sono emersi in tutto il mondo utilizzando questa tecnica open source, riassunte nel libro “Crescere la propria casa”.

Oggi oltre un miliardo di persone vivono in case di bambù, sono nati posti di lavoro, si è risparmiato CO2, ma pochi si rendono conto che le foreste di bambù temperano l’effetto isola di calore, con fino a dieci gradi in meno.

Abbiamo di fronte un programma di edilizia popolare che fornisce acqua potabile supplementare e abbassa la temperatura della Terra. Mettiamolo in atto.

fonte: http://www.beppegrillo.it/una-casa-per-tutti-costruire-con-il-bambu/

Ricordate l’Agente Smith in Matrix? “L’essere umano è un virus, è un’infezione, una piaga, un cancro su questo pianeta” …Forse aveva ragione: Abbiamo cancellato dal Pianeta il 60% delle specie animali in soli quarant’anni…!

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Ricordate l’Agente Smith in Matrix? “L’essere umano è un virus, è un’infezione, una piaga, un cancro su questo pianeta” …Forse aveva ragione: Abbiamo cancellato dal Pianeta il 60% delle specie animali in soli quarant’anni…!

 

Prima di leggere l’articolo, ecco cosa dice l’agente Smith a Morfeus…

La popolazione mondiale continua a crescere, le foreste abbattute per creare campi agricoli, abbiamo riempito il pianeta di pozzi, raffinerie, impianti chimici, plastica nel mare, abbiamo causato cambiamenti climatici, abbiamo praticato la pesca irresponsabile, tollerato i bracconieri nelle foreste, ci siamo avvelenati con i pesticidi e tutti vogliono vivere come gli occidentali, portando al consumismo sfrenato a livello planetario.

Siamo oggi a 7.5 miliardi di persone, il doppio di 40 anni fa.

Trecento specie di mammiferi sono in via di estinzione perche’ ne mangiamo troppi.

Abbiamo usato energia, terra ed acqua piu di quanto non potessimo permetterci.

Dal 1950 ad oggi abbiamo tirato su dal mare 6 miliardi di pesci, grazie alla pesca industriale, sostiutendoli con plastica.

Il 90% dei coralli a livello mondiale e’ a rischio di estinzione.

Abbiamo abbattuto le foreste per farci piantagioni di soya o di olio di palma.

Nella savana tropicale ogni due mesi scompare un area grande quanto Londra.

Le meta’ delle orche assassine morira’ per inquinamento chimico nel mare.

Il risultato di queste nostre azioni e’ del tutto consequenziale: il numero di animali che vivono allo stato selvaggio e’ in declino, con la scomparsa del 60% delle specie animali nel corso degli scorsi 40 anni.

Sono cifre impressionanti, rilasciate dal WWF mondiale Living Planet Report 2018. 

Lo studio ha coinvolto 59 scienziati in tutto il pianeta ed ha concluso che noi uomini stiamo distuggendo gli equilibri che in milioni di anni ci hanno permesso di sviluppare la nostra civita’, basata su acqua pulita e aria respirabile.

Sono stati studiati gli impatti dell’attivita’ umana su popolazioni di mammiferi, uccelli, pesci, anfibi e rettili, dal 1970 al 2014, e l’analisi ha riguardato 4,005 specie animali distinte, con 16,704 esemplari in totale. di Appunto, il 60% delle specie selvagge e’ andato estinto.

Le popolazioni di rinoceronti sono calate del 63% fra il 1980 e il 2006 a causa del mercato illegale delle loro corna.

Le popolazioni di orsi polari, gia’ in declino, caleranno del 30% entro il 2050 a causa dello scioglimento delle nevi.

Le popolazioni di squali nell’oceano indiano e in quello pacifico sono scese del 63% negli scorsi 75 anni.

Le popolazioni di pappagalli grigi africani nel Ghana sono calate del 98% fra il 1992 e il 2014 a causa della perdita di habitat.

Le popolazioni di pulcinelle di mare, uccelli acquatici, in Europa caleranno del 79% fra il 2000 e il 2065.

Le specie piu a rischio sono nei Caraibi e nell’America centrale e meridionale, con il declino dell’83% delle specie animali selvagge e dei pesci, dal 1970 al 2014. A rischio oranghi-tanghi, rinoceronti, elefanti, e altre specie della foresta tropicale.

La cosa importante da ricordare e’ che le foreste non sono terra sprecata, di nessuno, oppure un qualche cosa di carino, ma tutto sommato nonesseniziale. La natura ci consente di vivere, e’ il nostro habitat.

Le foreste mantengono un sacco di equilibri climatici, con gli alberi e l’assorbimento di CO2. Ma gli alberi sono la casa di tante specie animali che vivono in simbiosi con lei: gli animali fertlizzano la terra, e aiutano a diffondere i semi; estinti gli animali, la foresta ne soffre, e viceversa, senza foresta gli animali selvatici non hanno casa.
Perche’ non ne parliamo troppo della diversita’ che continua a declinare? Perche’ e’ un processo incerementale, che accade lontano. Non ce ne accorgiamo, gli squali e gli orsi sono fuori dagli occhi, fuori dal cuore.

E invece occorrerebbe ripensare lo status quo, smettere il sovrasfruttamento del pianeta e dei costi in tutto quello che facciamo. Le risorse naturali, si calcola, se dovessero essere quantificate in una cifra economica sarebbero $125 trillioni di dollari.

Tutto quello che abbiamo cercato di fare finora, non e’ stato sufficente ed occorre fare di piu’.

Si e’ gia’ parlato della sesta estinzione di massa, causata da noi uomini.

Perche’ la cosa migliore e’ mangiare meno carne? Perche’ la deforestazione e’ dovuta alla produzione di soya spesso esportata per dare da mangiare a maiali e a galline. Anche i corpi d’acqua, fiumi e laghi sofforono perche’ l’acqua viene usata a scopi di irrigazione per queste enormi piantagioni.
Il mondo parlera’ di tutte queste cose nel 2020, ad un meeting all’ONU per discutere ancora, di cambiamenti climatici, di oceani e biodiversita’.
Chissa’ quante altre specie saranno perse in questi due anni che ci stanno avanti.  Chissa’ quante parole nel frattempo.
tratto da: https://dorsogna.blogspot.com/

 

Il fenomenale caso della riforestazione del Niger

 

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Il fenomenale caso della riforestazione del Niger

Il Niger è un piccolo stato africano che non se la passa troppo bene. È uno dei paesi più poveri del mondo ed è anche il crocevia di tanti migranti che partono da Nigeria, Guinea, Costa D’Avorio, Malawi e Senegal per venire in Europa. Questa però è una storia bella e ha per protagonisti gli alberi del Paese.

Siamo a Droum nel sud est del Niger. Sorgono qui varie piantagioni spontanee di Gao, detto anche albero di acacia bianca, che secondo i residenti ha poteri magici. Si tratta di alberi autoctoni della zona ma solo in anni recenti la riforestazione è diventata un fenomeno: in trent’anni sono nati duecentomila nuovi alberi di Gao su un’area di cinquemila ettari di terreno prima infertile e degradato. Non li ha piantati nessuno, sono nati da soli, ma dozzine e dozzine di contadini della zona li hanno ben coltivati, dando loro l’opportunità di radicarsi nel terreno e di moltiplicarsi.

I contadini hanno osservato che questi alberi creavano un micro ecosistema che portava miglioramenti alle coltivazioni agricole – le radici di questa pianta sono estese, assorbe azoto dall’atmosfera e lo rilascia nel terreno, aiutando a fertilizzare il suolo – e così li hanno accuditi, non abbattuti, e hanno attribuito al Gao poteri speciali.

In Niger la temperatura spesso si mantiene attorno a 40 gradi e l’ombra degli alberi fa miracolidando rinfresco agli animali selvatici, come i conigli, e alle caprette. I suoi rami sono utili come legna da ardere e dei suoi baccelli è ghiotto il bestiame domestico.
La leggenda narra che il Gao può curare infezioni respiratorie, sterilità, problemi digestivi, malaria, mal di schiena e pure l’influenza così Cooperative di donne lavorano la legna per farne medicine e sapone.

Secondo vari studiosi di botanica e di economia, si tratta di una delle trasformazioni più radicali di tutta l’Africa in termini di ecologia e di benessere comune. Non ci sono state qui le Nazioni Unite a portare soldi, ONG dall’Europa o missionari mormoni. È stata la gente del posto a capire e a aiutarsi da sola.

 

fonte: https://www.dolcevitaonline.it/il-fenomenale-caso-della-riforestazione-del-niger/

Globi solari gonfiabili. Costano due dollari, ma sono 400 volte più efficienti dei pannelli: 500 watt di produzione energetica…!

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Globi solari gonfiabili. Costano due dollari, ma sono 400 volte più efficienti dei pannelli: 500 watt di produzione energetica…!

Producono 500 watt di potenza e per questo risultano circa 400 volte più efficienti dei normali pannelli solari. Stiamo parlando dei “globi solari“, prodotti dalla società Cool Earth.“La maggior parte dei sistemi di energia solare di oggi” – si legge sul sito ufficiale dell’azienda –“prendono la forma di pannelli piani o specchi  con scatole-di metallo e richiedono notevoli quantità di materiali costosi e pesanti. I nostri concentratori solari gonfiati, invece, sono principalmente fatti di materiali poco costosi. Questo approccio progettuale riduce drasticamente i requisiti dei materiali come costi e tempi ”. Uno schema diffuso sul web illustra la composizione del dispositivo:

funzionamento-globo-solare

La caratteristica forma sferica di questa innovativa invenzione permette di catturare l’energia solare attraverso una cupola gonfiabileprovvista di una pellicola con all’interno pannelli solari. L’energia viene concentrata in un unico punto centrale, come in una lente di ingrandimento. Queste caratteristiche permettono al globo solare di creare energia molto più facilmente dei pannelli solari tradizionali, anche in condizioni di maltempo. Inoltre questi globi solari risultano anche piuttosto robusti: sono capaci di resistere a venti oltre le 100 miglia all’ora, ma anche alle piogge, insetti e sporcizia (info sul sito ufficiale www.coolearthsolar.com). L’azienda in questione aveva già utilizzato la tecnologia “gonfiabile” per realizzare altre tipologie di pannelli solari dall’efficienza superiore, come dimostra questa foto:

 

Co2: in Islanda il primo impianto negative emission…!

 

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Co2: in Islanda il primo impianto negative emission…!

In Islanda è stato avviato un impianto particolare che sfrutta l’energia geotermica per produrre elettricità. La sua caratteristica? È un impianto “negative emission”.

Che l’Islanda sia una miniera d’oro per l’energia geotermica si sapeva ma quello che è stato realizzato ad Hellisheidi è qualcosa senza precedenti: è un impianto “negative emission“. Si tratta di una centrale che produce energia non solo senza emettere CO2 ma con saldo negativo di emissioni. Una meraviglia tecnologica che dimostra quanto sia importante applicare le tecniche di geoingegneria nella lotta contro i cambiamenti climatici.

 

Cosa significa negative emission?

Produciamo 40 trilioni di Kg di CO2 ogni anno. L’impegno preso dai leader di tutto il mondo durante la Cop21 di Parigi è chiaro: Se vogliamo salvare la terra dagli effetti devastanti dei cambiamenti climatici, è fondamentale mantenere l’aumento di temperatura sotto i 2°C rispetto all’era pre-industrializzata. Se continuiamo a produrre energia nel modo in cui lo stiamo facendo, gli effetti dei cambiamenti climatici non potranno che aumentare. Recenti studi dimostrano che i piani nazionali presentati a Parigi non sono sufficienti a mitigare il global warming, presto raggiungeremo il così detto “carbon budget”, la quota massima di emissioni climalteranti ammissibile per rimanere sotto l’aumento dei due gradi. Oltre quel limite saremo costretti non solo a non emettere più gas serrama dovremo eliminare la CO2 presente in atmosfera. Su questo principio si basa l’impianto islandese: preleva CO2dall’atmosfera e la immette nel sottosuolo realizzando, o meglio contabilizzando, “negative emission”.

Il progetto CarbFix2 applicato alla geotermia

L’impianto geotermico di Hellisheidi ha sposato con successo il progetto CarbFix2, finanziato con fondi dell’Unione europea nell’ambito del programma di ricerca e innovazione Horizon 2020. Il merito di questo successo va a Climeworks, una società che da anni porta avanti ricerche importanti su come catturare e stoccare la CO2 in eccesso in atmosfera. Il loro obiettivo è di catturare l’1% delle emissioni globali entro il 2025 e sicuramente l’impianto islandese, frutto dei loro anni di ricerca, si muove nella direzione giusta. Cuore del progetto è il DAC, Direct Air Capture, un dispositivo particolare in grado di aspirare l’aria circostante e trattenere l’anidride carbonica in essa contenuta grazie ad un particolare filtro. L’impianto di Hellisheidi ha una parete intera composta da questi “aspiratori” che filtrano aria e nel momento in cui i filtri sono saturi di CO2, vengono riscaldati dagli scarichi della centrale. Il calore raggiunge temperature tali che l’anidride carbonica si stacca dal filtro, viene mescolata con acqua e successivamente iniettata nel sottosuolo. Grazie all’azione combinati di questi due sistemi la centrale di Hellisheidi può vantarsi di essere “negative emission”.

Lo stoccaggio della CO2 nel sottosuolo

Il mix di acqua e CO2 raggiunge una profondità di circa 700 metri dove incontra uno strato di roccia basaltica e, per mezzo di una reazione chimica, reagisce trasformandosi in minerali carbonati. Fino a qualche tempo fa si pensava che il processo di mineralizzazione avesse una durata lunghissima, tra centinaia e migliaia di anni, ma il team di ricerca CarbFix2 con enorme sorpresa ha scoperto che questo processo dura meno di due anni. Juerg Matter, capo del progetto afferma: “I nostri risultati dimostrano che una percentuale tra il 95 e il 98% della CO2 iniettata nel sottosuolo mineralizza in un periodo di tempo inferiore a due anni, un processo velocissimo rispetto alle stime precedenti”.

Il processo di stoccaggio della CO2 nel sottosuolo è stata fonte di pareri contrastanti negli ultimi anni; nel 2015 uno studio del MIT ha affermato che le tecniche di allora non solo erano molto costose, ma rappresentavano un rischio per l’ambiente. Senza un posto ben preciso dove stoccare il biossido di carbonio e senza un metodo sicuro quale utilità potevano avere le tecniche di cattura della CO2? Il rischio è che il gas poteva disperdersi in atmosfera. Fortunatamente la centrale “negative emission” di Hellisheidi smentisce queste ipotesi e dimostra che le tecniche sono ormai mature, oltre che ecologicamente sicure, per essere adottate su larga scala. Christoph Gebald, CEO di Climeworks afferma entusiasta: “Le potenzialità della nostra tecnologia combinata con lo stoccaggio della CO2, sono enormi. Non solo in Islanda ma in moltissime altre regioni del mondo dove nel sottosuolo ci sono conformazioni rocciose simili”.

La tecniche di geoingegneria possono risolvere il problema dei cambiamenti climatici?

Le tecniche di geoingegneria ed in particolare quelle che possono creare “negative emission” hanno dimostrato nel tempo che possono contribuire concretamente alla lotta ai cambiamenti climatici. Secondo lo studio del National Center for Atmospheric Research (NCAR) tra il 2080 e il 2090 dovremo iniziare a rimuovere una quantità di CO2 dall’atmosfera variabile fra 5 e 10 miliardi di tonnellate/annue per stoccarle nel sottosuolo, negli oceani o sul terreno. Il limite delle attuali tecnologie è rappresentato dai costi; nella centrale di Hellisheidi stoccare la CO2 nel sottosuolo ha un costo di circa 30 $ a tonnellata, quello che pesa ancora molto è il processo di aspirazione dell’aria che, se dovesse scendere sotto i 100 $ per ciclo (obiettivo dichiarato dai creatori della tecnologia), la renderebbe adottabile su larga scala. La centrale islandese è l’esempio di come la tecnologia e la ricerca continuano a fare passi da gigante e la diminuzione dei costi di queste tecniche innovative ne aumenterà la diffusione su larga scala, contribuendo finalmente ad abbattere i livelli di CO2 in atmosfera.

fonte: http://www.green.it/co2-islanda-primo-impianto-negative-emission/

Costruire con materiali di scarto: quando i rifiuti diventano case biologiche

 

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Costruire con materiali di scarto: quando i rifiuti diventano case biologiche

The Waste House e la casa biologica danese dimostrano che costruire con materiali di scarto è possibile. Quali sono i rifiuti trasformabili in edilizia?

Il comparto dell’edilizia è uno dei più impattanti sull’ambiente. Costruire vuol dire consumare suolo, energia e soprattutto risorse, basti pensare che di tutte le materie prime estratte a livello mondiale, il 25% viene utilizzato nell’edilizia. La produzione stessa di materiali da costruzione provoca ingenti consumi energetici ed idrici, che si sommano a quelli legati al trasporto. L’intero settore è responsabile, in Europa, di circa il 40% dei consumi energetici totali e di più del 50% delle emissioni di CO2. A questi numeri, si uniscono quelli dello scarto: l’edilizia produce orientativamente 500 milioni di tonnellate di rifiuti speciali all’anno. E nel resto del mondo le percentuali sono pressoché le stesse. Davanti a questi numeri è chiaro che le strategie della bioedilizia, gli approcci net-zero e i principi della chimica verde, che promettono di minimizzare l’impatto negativo degli edifici sui nostri sistemi e risorse naturali attraverso l’azione di costruire con materiali di scarto, l’uso di energie da fonti rinnovabili e lo sviluppo di tecniche costruttive innovative e ad alta efficienza, appaiono quanto mai importanti.

Costruire con materiali di scarto, un mantra del greenbuilding

Sebbene la definizione di greenbuilding non sia univoca, nella maggior parte dei casi è previsto un uso privilegiato di materiali da costruzione sostenibile o provenienti da riciclo e un’ottimizzazione dei processi promuovendo pratiche che puntano a una maggiore efficienza e una riduzione degli sprechi. Ma cosa vuol dire costruire con materiali di scarto?

The Waste House: la casa fatta di rifiuti

Uno dei primi prototipi edilizi che ha dimostrato che costruire utilizzando quasi esclusivamente i rifiuti è possibile è la Waste House, realizzata nel campus dell’Università di Brighton sulla base dell’idea dell’architetto e professore Duncan Baker-Brown dello studio BBM. Parliamo di una realizzazione di qualche anno fa ma che è ancora profondamente attuale e soprattutto che è tutt’ora un laboratorio vivente che può essere visitato e dove vengono organizzati workshop rivolti a studenti, professionisti e a chiunque sia interessato a conoscere da vicino le infinite opportunità offerte dal riciclo per il mondo delle costruzioni e del design.

Anche se esistono tentativi precedenti di case costruite a partire dai rifiuti, la Waste House è in realtà la prima ad aver ottenuto tutti i permessi di costruire a norma di legge. Per le fondazioni è stato usato il granulato di scarto prodotto dall’altoforno, per la struttura portante sono state reimpiegate travi e assi in legno dismesse dai vicini cantieri, mentre gli involucri sono costituiti da rifiuti inconsueti come spazzolini da denti, custodie DVD, decorazioni natalizie, vecchie VHS e oltre 2 tonnellate di jeans.

La prima casa biologica al mondo fatta di scarti agricoli

Molto più recente è l’abitazione ecosostenibile inaugurata poche settimane fa a Middelfart, in Danimarca. Definita come il primo esempio di casa biologica al mondo, la struttura, progettata dallo studio Een Til Een per l’ecopark BIOTOPE, è realizzata quasi interamente di scarti agricoli, trasformati in materiali da costruzione.

Oltre al legno, scarti come paglia, alghe ed erba compongono la casa sostenibile al 100% e a impatto zero. La vera novità del prototipo, che di fatto lo rende uno degli esemplari più interessanti per la bioedilizia, risiede innanzitutto nel procedimento di lavorazione della materia prima grezza che non prevede combustione e quindi emissione di gas nocivi in atmosfera. E in secondo luogo nello sviluppo di una tecnologia, chiamata Kebony, che consente di realizzare un rivestimento per l’involucro esterno totalmente eco-compatibile, perché si tratta di una miscela liquida a base di alcol furfurilico, prodotto anch’esso da rifiuti agricoli.

Le mille possibilità del riciclo

E’ chiaro che questi due esempi sono al momento soltanto dei prototipi, che non incideranno sul settore delle costruzioni su larga scala. Ma sono dei piccoli tasselli importanti per scardinare dei preconcetti legati alla bioedilizia e per dimostrare che costruire con materiali da riciclo e riducendo al minimo consumi e sprechi è possibile. D’altra parte esiste un’infinità di prodotti di scarto che potrebbero essere riutilizzati per costruire ma anche per arredare. Un elenco di queste possibilità, che spesso sono frutto del lavoro di start-up e aziende innovative, è stato recentemente pubblicato da Elemental Green, una digital media company specializzata nel green building.    

Tappi in sughero, vecchi giornali, bottiglie di plastica

Solo per fare qualche esempio di come si possa costruire con materiali di scarto, c’è chi, come l’azienda canadese Jelinek Cork Group, realizza pannelli e pavimenti a partire dai tappi in sughero riciclati. Vecchi giornali vengono invece trasformati in legno, ribaltando di fatto il processo tradizionale secondo cui dagli alberi si fa la carta, dai designer olandesi fondatori di NewspaperWood. Poi c’è la società statunitense BarkClad che produce un biadesivo naturale per interni ed esterni ricavato dalla corteggia degli alberi, già abbattuti per altri usi, ovviamente.

E infine i mattoni in plastica riciclata RePlast, prodotti dalla società ByFusion, che fanno bene all’ambiente non solo perché lo ripuliscono dai rifiuti ma anche perché sono dei blocchi atossici e fabbricati senza produrre emissioni nocive.

fonte: http://www.green.it/costruire-materiali-scarto-rifiuti-diventano-case/

L’allarme di SlowFood: il clima impazzito spegne il ronzio delle api

 

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L’allarme di SlowFood: il clima impazzito spegne il ronzio delle api

Dopo aver superato a stento la strage provocata dalla chimica in questi anni, le api vanno a sbattere violentemente contro il cambiamento climatico dimostrandosi una volta di più, loro malgrado, una preziosa sentinella del nostro ambiente.

Il 2017 si sta prefigurando come l’annus horribilis del miele: la gelata di aprile seguita dall’ondata di calore nei mesi successivi ha ridotto il nettare contenuto nelle piante, rischiando di pregiudicare anche la produzione dei prossimi anni.

«Ancora una volta le api si rivelano per quello che sono: un indicatore dei cambiamenti della natura» spiega Francesco Panella, storico apicoltore di Novi Ligure. «In 40 anni di carriera non ho mai assistito a una cosa del genere: con la produzione pensavo di aver toccato il minimo storico nel 2016, ma l’anno in corso è nettamente peggiore. Gli apicoltori più anziani sostengono che gli effetti della gelata di aprile di quest’anno siano stati peggiori di quelli della grande nevicata del ‘56. E anche se le condizioni climatiche dovessero migliorare, le piante sono troppo “stressate” e i fiori poveri di nettare».

Non solo riscaldamento globale ma anche pesticidi e agricoltura intensiva concorrono ad aggravare un bilancio già di sé poco favorevole: «A essere colpito per primo è il mondo arboreo, da cui in generale deriva il 50% del miele. Per questo una regione come il Piemonte, dove colture intensive di viti e nocciole stanno impoverendo gli alberi di acacia, tiglio e castagno, soffre in modo particolare, ».

La produzione di miele di acacia in Piemonte è ai minimi storici: in provincia di Biella la produzione è crollata del 90%, passando dalle 70 tonnellate del 2016 alle 7 del 2017. Nel Cuneese si è scesi da un’annata media di 15-20 kg ad alveare ai 2-3 kg con numerose arnie che non hanno prodotto affatto. Solo l’anno scorso, in tutta Italia, il miele d’acacia era crollato da 703 tonnellate a 275.

Un futuro nero, insomma, che almeno per il momento vede salvarsi solo il miele d’agrumi e quello di alta montagna, sopra i 1500 metri: «Attraverso le api, le piante ci stanno avvisando che il verde che vediamo è carente. Le api stanno anticipando ciò che l’agricoltura dovrà affrontare nei prossimi anni».

A confermare l’imprevedibilità degli effetti dei cambiamenti climatici c’è la relazione pubblicata a gennaio dalla Commissione europea sull’applicazione dei programmi nazionali per l’apicoltura. Secondo questo documento, il numero crescente di alveari in Italia (siamo al quinto posto in Europa per produzione) avrebbe dovuto portare a un incremento della quantità di miele disponibile.

Ma la realtà è ben più dura delle previsioni. Non solo l’aumento di miele non c’è stato ma anzi, si è ridotto di un 30% su tutto il territorio: «Alla faccia di Trump e dei negazionisti» conclude Panella. «Questa è una iattura che ci sta per colpire in pieno. Anche se adottassimo improvvisamente dei comportamenti più virtuosi forse riusciremo a contenere il danno per i nostri nipoti, ma di sicuro non per i nostri figli».

 

Maurizio Bongioanni

m.bongioanni@slowfood.it

Fonte:http://www.slowfood.it/clima-impazzito-spegne-ronzio-delle-api/

 

 

L’Eolico porta sovrapproduzione: in Germania si arriva a “prezzi negativi”. In altre parole, lo Stato paga cittadini perché consumino elettricità!

 

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L’Eolico porta sovrapproduzione: in Germania si arriva a “prezzi negativi”. In altre parole, lo Stato paga cittadini perché consumino elettricità!

 

Eolico porta sovrapproduzione, Germania paga cittadini perché consumino elettricità

Il boom dell’eolico ripaga i cittadini.Un fine settimana particolarmente ventoso in Germania ha fatto sí che la produzione elettrica sia salita a tal punto da far crollare i prezzi dell’energia fino a renderli “negativi”.

La conseguenza è stata che i produttori di elettricità hanno pagato gli utenti affinché consumassero energia, come mai succedeva dal dicembre del 2012.

In particolare, i prezzi sono passati in negativo quando la produzione, lo scorso sabato, ha raggiunto 39,409 megawatts, l’equivalente della produzione di 40 reattori nucleari. In questa situazione, i prezzi sono andati completamente fuori scala, con prezzi scesi ben oltre -50 €/MWh.

Ne è derivato che il sistema elettrico ha dovuto gestire una notevole sovraccapacità produttiva, che ha costretto le utility a fermare gli impianti convenzionali o pagare i consumatori per prelevare dalla rete l’elettricità eccedente.

Nello stesso giorno, un quarto della domanda elettrica europea (24,6% per la precisione) è stato coperto dalla generazione eolica, con un picco del 109% in Danimarca.

tratto da: http://www.wallstreetitalia.com/eolico-porta-sovrapproduzione-germania-paga-cittadini-perche-consumino-elettricita/