“È colpa dei neri” – Un geniale video dei The Jackal che in modo ironico, sarcastico e divertente mette a nudo l’idiozia del razzismo italiano…

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“È colpa dei neri” – Un geniale video dei The Jackal che in modo ironico, sarcastico e divertente mette a nudo l’idiozia del razzismo italiano…

Vi riproponiamo questo geniale video dei The Jackal: «È colpa dei neri». Un video datato, forse tra i primi, ma sempre attuale, anzi oggi più attuale che mai.

Una satira pungente ed esilarante su come i problemi cronici del nostro paese vengano scaricati sulla “grana” dell’immigrazione.

Non riuscite ad avere il sussidio di disoccupazione? È colpa dei neri che «vengono qua e prendono lo stipendio gratis». I mezzi pubblici non funzionano? È colpa dei neri. Avete bisogno di andare in bagno ma lo trovate occupato? È colpa dei neri. La batteria dell’iPhone non vi arriva nemmeno a metà pomeriggio? È colpa dei neri.

È sempre colpa dei Neri che vengono in Italia perché, in Africa, la vita tra lussi e agi li annoia a morte e allora decidono di fare qualcosa di frizzante: «Andare in Italia a rompere il c***o agli italiani»…!

Un Cult – Mariangela Melato e Giancarlo Giannini in “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto”

 

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Un Cult – Mariangela Melato e Giancarlo Giannini in “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto”

Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto con Mariangela Melato e Giancarlo Giannini, regia di Lina Wermuller fu un vero cult degli anni ’70.

Tra le parti più indimenticabili del film sono gli insulti di Gennarino nei confronti di Raffaella, ingiurie in cui si ritrova tutta l’amarezza e la rabbia della classe operaia nei confronti della “razza padrona”. Fra i due, Gennarino è forse il personaggio più complesso: rappresenta il proletariato sfruttato del sud che si ribella all’oppressione del capitalismo industriale del nord. Ma Gennarino non riesce veramente, come molti suoi contemporanei, a stare al passo coi tempi. Non comprende che la rivoluzione operaia dovrebbe andare di pari passo con altre rivoluzioni, una fra tutte quella femminista, e quindi da una parte riscatta la sua classe oppressa ma dall’altra continua a molestare e tormentare Raffaella non solo in quanto rappresentante del capitalismo industriale, ma anche in quanto donna.

Secondo la filosofia pratica di Gennarino, le donne servono solo per lavare le mutande degli uomini. Quindi se da una parte ridiamo, nostro malgrado, quando Gennarino impartisce la sua punizione fatta di calci e schiaffi a Raffaella mentre declama il catalogo delle colpe della sua classe per l’aumento della carne, del parmigiano, della benzina, per gli ospedali che non funzionano, per l’evasione fiscale, dall’altra non possiamo non sentire un profondo disagio quando lo stesso Gennarino schiavizza Raffaella facendole lavare la sua biancheria, facendosi servire, schiaffeggiandola e violentandola. Gennarino non capisce che il sessismo è una forma di oppressione equiparabile allo sfruttamento del proletariato.

Raffaella, d’altra parte, è politicamente conservatrice e razzista, anticlericale ma anche sessualmente emancipata. La sua trasformazione e sottomissione sull’isola, per quanto difficili da comprendere, rappresentano una liberazione dalle convenzioni della sua vita precedente. Forse solo una volta arrivata su un’isola deserta Raffaella si rende conto di quanto sia stata infelice per tutta la sua vita precedente. La teme ma, una volta tornata, non può non riaccostarvisi.

Il film offre uno spaccato di vita impossibile, il ritorno a una condizione primitiva che la regista ha definito ritorno alla natura, ai ruoli tradizionali di uomo e donna. A quarantacinque anni di distanza i due naufraghi fanno ancora discutere: Gennarino a causa del suo atteggiamento violento e sessista e Raffaella per i suoi modi razzisti. Ma, a pensarci bene, non sono poi così anacronistici. Basta dare uno sguardo alle prime pagine per trovare tanti personaggi fin troppo simili a Raffaella e Gennarino anche nel nostro secolo.

Ricordava la mitica Mariangela Melato “per due mesi Lina (Wermuller) ci obbligava, me e Giancarlo, a pestarci a sangue, come ricorderà chi ha visto il film. E non erano botte tanto finte, da cinema, ma erano sberle, calci, spintoni, slogature vere, si era in pieno realismo e ci sono rimaste le ammaccature e i lividi anche tornati a Roma». Nel film la Melato è una ricca signora snob alla milanese e Giannini il proletario al suo servizio: naufraghi, sarà un redde rationem sociale senza esclusione di colpi.

 

 

 

Il fantastico monologo di Luciana Littizzetto contro la violenza sulle donne – vediamo se arriva il messaggio: quando una donna dice NO è NO!

 

Luciana Littizzetto

 

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Il fantastico monologo di Luciana Littizzetto contro la violenza sulle donne – vediamo se arriva il messaggio: quando una donna dice NO è NO!

Io sono contenta di essere una donna. Solo ogni tanto vorrei essere un uomo per dirmi “Ciao bella figa”.

Poi mi piacerebbe essere un uomo per fare la pipì in piedi e magari scrivere nella neve “Saluti da Bardonecchia”, oppure “La panettiera di via Cosmo usa solo lievito madre”. Anche a letto se fossi un uomo avrei meno preoccupazioni. Intanto penserei che clitoride è un filosofo greco e poi crederei a lei quando mi dice che le dimensioni non contano, l’importante è come lo usi. Senza capire che le donne si riferiscono al cervello ovviamente. Poi mi piacerebbe essere un uomo perché potrei mangiare un Calippo come mi pare senza sentirmi osservata da tutti, e perché parcheggerei meglio di come parcheggio e soprattutto potrei incazzarmi con mia moglie perché non trovo il borsone del calcetto mentre lei prepara l’arrosto, consola un’amica, allatta il figlio, compila il 740 e intanto cerca di capire quando è libero l’amante. Vorrei essere un uomo quando devo andare al bagno dell’autogrill… Guadagnerei mesi di vita! Ma soprattutto vorrei essere un uomo per comprarmi interi pacchi di calze e mutande, tre paia a un euro… e sentirmi lo stesso felice. Però sono contenta di essere una donna, anche se non mi vanno giù un sacco di cose.

Per esempio non mi va giù che il mio stipendio debba essere più basso di quello di un uomo del 45%… che se un maschio italiano più o meno ogni mese guadagna 1000 €, una donna ne guadagna più o meno 550. Perché? Perché io che sono una donna devo guadagnare di meno? I conti li faccio meno bene? Gli affettati li taglio meno bene di un uomo?
E poi ti dicono “Eh… ma va così”. Allora se va così io riduco tutto del 45%. Se faccio la casalinga il bagno lo pulisco solo a metà, se faccio la barista ogni tre clienti uno lo salto… e la sera a letto invece di fare 9 settimane e mezzo ne faccio 5 scarse e poi basta.

Sono contenta di essere una donna, ma non mi va giù che le donne che hanno avuto finalmente il coraggio di denunciare il loro compagno violento, poi non sono state protette. Non ce l’hanno fatta. Nonostante avessero già tante volte denunciato il proprio aggressore. Perché?

Perché bisogna sempre aspettare una pugnalata perché quelle merde vengano sbattuti in galera. Le donne ferite devono sentirsi protette e sicure da subito. Se loro fanno il primo passo, il secondo passo dobbiamo farlo noi. Io sono contenta di essere una donna, ma non ce la faccio a pensare che devo firmare una lettera di dimissioni in bianco se resto in cinta… e mi fa rabbia pensare che quando io vado in maternità, poi non sono più sicura di ritrovare la mia scrivania al ritorno.

Non mi va giù pensare quanto sia difficile, difficile… trovare un posto per mio figlio in un asilo nido. E non sopporto l’idea che se il mio capo allunga le mani io debba tacere per non perdere il posto. E faccio anche fatica a pensare che quando io donna dico no, il mio no debba essere diverso da quello di un uomo. Perché se una donna dice no ad un uomo che la molesta, c’è sempre, sempre la convinzione che se la sia cercata. Che in fondo sia stata colpa sua. Perché quando il dito indica il maiale c’è sempre qualcuno che indica la donna e le da della zoccola. Perché magari era vestita provocante, perché era sola in giro alle tre di notte, perché… se ti fai tre mojito poi non puoi pretendere.

Allora… vediamo se arriva il messaggio! Quando una donna dice no è no! Può aver detto si a 99 uomini e voi siete il centesimo, è no lo stesso! A qualunque età, in qualunque luogo e con qualunque tasso etilico. Anzi, se lei è ubriaca e tu la molesti sei ancora più stronzo. Nessuno ti dà il diritto di toccarla, di abusarla e di violentarla. Solo perché sei più grosso, più forte o hai più potere. Quando una donna dice no è no, esattamente come quando lo dice un uomo. E poi senti cosa ti dico… non sta scritto da nessuna parte che una donna per non subire violenze, debba essere un modello di virtù, purezza e buon senso.

Mettiamo che io voglia essere puttana. Ok? Devo decidere io con chi e non sei tu che mi costringi.

 

8 Marzo – Un fantastico monologo di Luciana Littizzetto: “Cari uomini vi scrivo”…

Luciana Littizzetto

 

 

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8 Marzo – Un fantastico monologo di Luciana Littizzetto:  “Cari uomini vi scrivo”…

Amici. Amici del sesso avverso. Allegri compari di Sherwood. Cara altra metà della mela, quella dove c’è il vermino. Cari amici nati da un unico ceppo, ma differenti da noi per un’unica cippa.  Noi vi amiamo tanto anche in molti momenti della nostra vita che mai avremmo pensato. Vi amiamo quando adoperate l’asciugamano per la faccia per parti meno nobili e più vaste, vi amiamo anche quando, uscendo dalla doccia per divertirvi, vi pinzate il walter sotto le gambe e ci fate vedere come sareste se foste femmine… Ma abbiamo delle richieste da farvi. Cari e mansueti gorilla.

A noi donne più che la mimosa secca che ci regalate l’otto marzo dopo che è stata tutto il giorno sul cruscotto, ci serve che impariate tutti i giorni piccole e grandi cose.

Ci sarebbe già di conforto che non vi faceste lo shampoo con il balsamo, per dire. E capiste che tanto non fa schiuma anche se nell’insaponarvi ci mettete l’energia che ci vuole per stancare un vitello prima della marchiatura.

Avremmo desiderio che i calzini, così come sono nati, continuino a vivere appaiati anche quando saranno distanti dai vostri piedi. Ci piacerebbe che capiste, almeno una volta ogni quinquennio, cosa vi vogliamo dire a volte col nostro silenzio. Se ci vedete tacite e silenziose, provate a girarvi. Se per terra dietro di voi vedete venti merde a forma di piede, forse ci sarebbe piaciuto che vi levaste le scarpe dopo essere passati avanti e indietro nella fanga.

Vorremmo inoltre che oltre a sapere a memoria il numero di piede di Marchisio vi ricordaste anche i giorni di ricevimento dei professori dei figli. Adoreremmo che poteste comprendere, tra le varie e tante possibilità che vi si affacciano alla mente, che un bicchiere nel lavandino non deve per forza rimanere lì, ma è possibile lavarlo con due soli colpi di spugnetta… E che le pentole antiaderenti non sono fatte per disegnarci sopra dei geroglifici con la punta del coltello. Vorremmo che non consideraste come dogma assoluto che l’arrosto della mamma è più buono di quello che facciamo noi.

Il creatore non ha detto: “E la suocera fece l’arrosto, fatelo sempre così in memoria di me”.

E saremmo felici, se poteste non rimirare le tette delle altre come se fossero un’opera d’arte, e le nostre come due vecchie cugine.
Ci piacerebbe che prendeste il raffreddore per quello che è, e cioè un insieme di starnuti che dura quattro giorni, e non come una malattia invalidante senza speranza… E saremmo liete se almeno una volta nella vostra vita provaste ad appendere i pantaloni sull’attaccapanni in modo logico, pensandoci un attimo.

Il gancio ad esempio, va appeso e non infilato dentro l’orlo.

E infine vorremmo tranquillizzarvi cari homi sapiens sapiens. State sereni e non temete. Dire una volta tanto “ti amo” non crea né impotenza né assuefazione.

Paolo Villaggio in “Dottor Jekyll e gentile signora” – Il memorabile, geniale, brillantissimo discorso agli studenti. Come, 40 anni fa, in meno di un minuto riuscì a sintetizzare e mettere a nudo il volto mostruoso e spietato del capitalismo!

Paolo Villaggio

 

 

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Paolo Villaggio in “Dottor Jekyll e gentile signora” – Il memorabile, geniale, brillantissimo discorso agli studenti. Come, 40 anni fa, in meno di un minuto riuscì a sintetizzare e mettere a nudo il volto mostruoso e spietato del capitalismo!

Paolo Villaggio in “Dottor Jekyll e gentile signora” del 1979 sul volto mostruoso del capitalismo.

Questo corpo rappresenta un paese ad economia sottosviluppata.

La testa è il top del paese, dove sono concentrati potere politico, potere militare, banche, chiesa.

Questa è la spina dorsale con le aziende agricole, unica risorsa di questo schifoso paese.

Queste sono le membra, gambe e braccia, la massa inerte dei lavoratori, i cosiddetti braccianti.

Quale è il nostro obiettivo? Corrompere qui (la testa), distogliere capitale all’agricoltura creando nuove masse di disoccupati, in modo che, offrendo lavoro sottocosto con paghe da fame, si possa succhiare il sangue fino al midollo a questa massa di poveracci…

Quaranta anni dopo Diego Fusaro così giustificava le migrazioni: “Il capitale ha bisogno di masse di schiavi ricattabili e senza diritti, ecco a cosa serve l’immigrazione di massa” …Uguale no?

 

By Eles

 

“Casa de carne”, il divertente cortometraggio che spiega il paradosso della carne

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“Casa de carne”, il divertente cortometraggio che spiega il paradosso della carne

Quanti di noi, muniti di coltello, sarebbero in grado di uccidere un animale per mangiarlo? Probabilmente nessuno, come dimostra il cortometraggio “Casa de carne”

Quanti di noi, messi di fronte all’obbligo di uccidere con le nostre stesse mani un animale, sarebbero in grado di farlo solamente per appagare il proprio desiderio di mangiare una bistecca o un piatto di costolette? Probabilmente nessuno ed è il messaggio che vuole trasmetterci Casa de carne (qui in alto), un cortometraggio “pro-vegan” del giovane regista Dustin Brown, vincitore del primo posto e di un premio di 3mila dollari in contanti agli Tarshis Short Film Awards 2019, le premiazioni di documentari e film dedicati alla questione animale.

Il film, creato per l’associazione no profit Last Chance for Animals (LCA), mostra tre amici a cena in un ristorante di alto livello, alle prese con il menu. Per uno di loro è “la prima volta” e non sa che le costolette di maiale che vorrebbe trovare nel piatto dovrà procurarsele da solo. Dopo aver ricevuto un coltello, viene portato in una stanza bianca e asettica dove trova ad attenderlo un maiale, la sua “cena”. Esita, accarezza l’animale e lascia cadere il coltello: è ormai certo che non avrà il coraggio di compiere il gesto per cui è stato chiuso in quella stanza; a quel punto, però, intervengono due “addetti ai lavori”, abituati a trovarsi di fronte persone incapaci di togliere la vita a un animale. Saranno loro a farlo al posto dell’uomo, a cui verrà di lì a poco servita la carne dello stesso maiale che si è rifiutato di uccidere. Nel finale, vediamo il protagonista profondamente turbato: a differenza degli amici a tavola con lui, pare aver finalmente realizzato da dove provenga la carne che ha nel piatto.

Una realtà, quella mostrata nel cortometraggio, che a conti fatti non appare così strana o inverosimile: sono tanti, infatti, i ristoranti e gli hotel nel mondo che permettono ai propri ospiti di “cacciare” il proprio cibo, come accade per esempio in molti locali di Tokyo dove la clientela pesca il pesce che mangerà di lì a poco.

Carnismo, consapevolezza e false credenze

“Se i mattatoi avessero le pareti di vetro, tutti sarebbero vegetariani” recita un famoso aforisma di Lev Tolstoj, che porta alla luce una verità innegabile, la stessa messa in risalto da Casa de carne: la stragrande maggioranza di noi mangia carne con poca (o nessuna) consapevolezza, senza fare la connessione tra la fetta di arrosto nel piatto e l’animale da cui proviene. Non è un caso che il più delle volte una persona che mangia abitualmente carne inorridisca di fronte ai video che mostrano le realtà dei macelli, rifiutandosi magari anche di guardarli perché altrimenti “poi la carne non la mangio più”.

Ecco, è proprio questo il punto: come dimostra anche un video-esperimento di PETA – che ha messo di fronte due bambini alla necessità di uccidere un pollo per mangiarlo in un sandwich – sono veramente poche le persone che, messe di fronte a questa realtà, la accettano e la condividono. Secondo la psicologa americana Melanie Joy – vegana e attivista antispecista – tutti noi siamo invece vittime di quello che lei stessa definisce “carnismo“, un meccanismo psicologico del quale non siamo consapevoli, ma che condiziona totalmente le nostre scelte alimentari. La maggior parte delle persone mangia carne non per necessità o perché lo voglia davvero, ma piuttosto perché condizionata da un sistema di credenze – ormai istituzionalizzate e considerate come “la normalità” – che opera al di fuori della nostra consapevolezza e senza il nostro consenso.

Secondo la psicologa, inoltre, nella nostra mente esiste una sorta di “sapere senza sapere“: una parte recondita della nostra mente ha chiaro che la bistecca che abbiamo nel piatto sia la parte del corpo di un animale morto per essere mangiato, ma allo stesso tempo questa consapevolezza è latente e non siamo in grado di associare quel pezzo di carne all’animale in vita, alla sua morte alla sofferenza vissuta all’interno di un allevamento.

tratto da: https://www.vegolosi.it/news/lungometraggio-casa-de-carne/

Un cult: Il Marchese del Grillo – “…Mi dispiace, ma io so’ io …e voi non siete un c….”

 

Marchese del Grillo

 

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Un cult: Il Marchese del Grillo – “…Mi dispiace, ma io so’ io …e voi non siete un c….”

Nella Roma papalina del 1809, il Marchese Onofrio del Grillo è un alto dignitario pontificio alla corte di Papa Pio VII, fa parte della Guardia Nobile a difesa del Santo Padre ed è anche Reggitore del Sacro Soglio. In realtà sono impegni che lo occupano ben poco e il nobile passa le sue giornate nell’ozio più completo, frequentando le bettole e le osterie più malfamate della città, coltivando relazioni amorose clandestine con le popolane, facendo dannare la madre e il resto della sua parentela bigotta e conservatrice.
Il suo passatempo preferito, che lo rende famoso in tutta la città, è fare scherzi di ogni genere ai danni di chiunque: la sua famiglia, i nobili suoi amici, il popolo, gli artigiani che lavorano per lui, perfino il Papa stesso. E quando si caccia in qualche situazione difficile, riesce sempre ad uscirne grazie alle sue conoscenze altolocate. Però le sue burle hanno spesso il sapore della denuncia nei confronti della società corrotta e clientelare, dove il nobile ricco riesce sempre a cavarsela ai danni del popolino ignorante.

Quanno se scherza, bisogna èsse’ seri! (Marchese del Grillo)

Mi dispiace, ma io so’ io e voi non siete un cazzo! – La battuta distintiva del Marchese del Grillo che viene dal sonetto “Li soprani der monno vecchio” del Belli.

Li soprani der monno vecchio di Giuseppe Gioachino Belli


C'era una vorta un Re cche ddar palazzo

mannò ffora a li popoli st'editto:

"Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,

sori vassalli bbugiaroni, e zzitto.

Io fo ddritto lo storto e storto er ddritto:

pòzzo vénneve a ttutti a un tant'er mazzo:

Io, si vve fo impiccà nun ve strapazzo,

ché la vita e la robba Io ve l'affitto.

Chi abbita a sto monno senza er titolo

o dde Papa, o dde Re, o dd'Imperatore,

quello nun pò avé mmai vosce in capitolo!".

Co st'editto annò er Boja per ccuriero,

interroganno tutti in zur tenore;

e arisposeno tutti: "È vvero, è vvero!"

 

traduzione

C'era una volta un Re che dal palazzo

mandò in piazza al popolo quest'editto:

"Io sono io, e voi non siete un cazzo,

signori vassalli invigliacchiti, e silenzio.

Io sono capace di cambiare una cosa da uno stato all'altro e viceversa:

Io vi posso barattare tutti per un nonnulla:

Io se vi faccio impiccare tutti non vi faccio torto,

Visto che Io ho il potere di darvi la vita e quel con cui vivere.

Chi vive in questo mondo senza possedere la carica

o di Papa, o di Monarca o di Imperatore,

colui non potrà mai far sentire la sua voce in pubblico!".

Con tale editto si recò il boia come portavoce,

chiamando all'attenzione tutti quanti a gran voce;

e il popolo intero rispose: "È vero, è vero!"

Giulio Cavalli – Le leggi fondamentali della stupidità umana

 

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Giulio Cavalli – Le leggi fondamentali della stupidità umana

E’ stato grazie al progresso che il contenibile “stolto” dell’antichità si è tramutato nel prevalente cretino contemporaneo, personaggio a mortalità bassissima la cui forza è dunque in primo luogo brutalmente numerica; ma una società ch’egli si compiace di chiamare “molto complessa” gli ha aperto infiniti interstizi, crepe, fessure orizzontali e verticali, a destra come a sinistra, gli ha procurato innumerevoli poltrone, sedie, sgabelli, telefoni, gli ha messo a disposizione clamorose tribune, inaudite moltitudini di seguaci e molto denaro. Gli ha insomma moltiplicato prodigiosamente le occasioni per agire, intervenire, parlare, esprimersi, manifestarsi, in una parola (a lui cara) per “realizzarsi”. Sconfiggerlo è ovviamente impossibile. Odiarlo è inutile. Dileggio, sarcasmo, ironia non scalfiscono le sue cotte d’inconsapevolezza, le sue impavide autoassoluzioni (per lui, il cretino è sempre “un altro”); e comunque il riso gli appare a priori sospetto, sconveniente, «inferiore», anche quando − agghiacciante fenomeno − vi si abbandona egli stesso».

Se coltivassimo il vizio della memoria terremmo ben stretto questo scritto del 1985 di Carlo Fruttero e Franco Lucentini. In quegli anni doveva accadere ancora tutto il marasma politico più o meno recente (il berlusconismo, il leghismo, il renzismo, il salvinismo e tutti gli -ismi che possono venirvi in mente) eppure traspare già tutta la Storia recente. Erano chiaroveggenti? No, per niente. Si chiama memoria storica (i più arditi si azzardano ancora a chiamarla cultura) e serve per evitare nel presente gli errori del passato o, più semplicemente, serve per possedere chiavi di lettura collettive che si formino sullo studio e non sempre e per sempre sull’esperienza.

Il cretino, purtroppo per noi, è spesso uno stupido che ha avuto successo. Come scriveva Carlo M. Cipolla:

«È un gruppo non organizzato, non facente parte di alcun ordinamento, che non ha capo, né presidente, né statuto, ma che riesce tuttavia ad operare in perfetta sintonia come se fosse guidato da una mano invisibile, in modo tale che le attività di ciascun membro contribuiscono potentemente a rafforzare ed amplificare l’efficacia dell’attività di tutti gli altri membri».

Il professor Cipolla (che si aggiunse nel nome quella M puntata per non essere confuso con un suo collega omonimo) scrisse anche le “cinque leggi fondamentali della stupidità umana” (non inorridite, non fu uno studio, fu un divertissement) che recitavano:

  1. Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione.
  2.  La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona.
  3. Una persona stupida è una persona che causa un danno a un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita.
  4. Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare i non stupidi dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, ed in qualunque circostanza, trattare e/o associarsi con individui stupidi si dimostra infallibilmente un costosissimo errore.
  5. La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista.

Senza prenderlo (e prendersi) troppo sul serio. Ecco tutto.

Giulio Cavalli

 

Autore, attore, scrittore, politicamente attivo. Racconto storie, sul palcoscenico, su carte e su schermo e cerco di tenere allenato il muscolo della curiosità. Quando alcuni mafiosi mi hanno dato dello “scassaminchia” ho deciso di aggiungerlo alle referenze.

Tratto da: https://left.it/2019/01/09/le-leggi-fondamentali-della-stupidita-umana/

Il fantastico monologo di Paola Cortellesi sulla famiglia dell’amore – Mi chiamo Anna e credo nella famiglia, la famiglia dell’amore…

 

Paola Cortellesi

 

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Il fantastico monologo di Paola Cortellesi sulla famiglia dell’amore – Mi chiamo Anna e credo nella famiglia, la famiglia dell’amore…

“Mi chiamo Anna e credo nella famiglia”. Sono appena apparsa nella pancia di mia mamma e sono piccola piccola. I miei genitori hanno 19 anni e si amano di una passione infinita infatti tra di loro sento arrivare parole di incoraggiamento….La prima volta che ci siamo visti è stato durate l’ecografia, loro mi guardavano e io guardavano loro. Mia madre era bellissima e mi ha detto: “Ciao Amore”. Io non conosco ancora il significato delle parole…ma sto imparando alcune frasi….ho sentito mia nonna: “siete degli incoscienti,ci potevate pensare prima”. Ho sentito anche mio papà: “sono troppo giovane e non ce la faccio” E poi mia mamma: “ma io ti amo”. 

Mi chiamo Anna e credo nella famiglia. Sono alta un metro perché sono ancora piccola ma ho due occhi azzurri e tutti mi dicono che sono bellissima.
Mamma invece ha gli occhi neri ma è bellissima anche lei. Io e mamma  abitiamo da sole in un casa piccola ma con una terrazza piccola grande dove vediamo il parco…. certe volte stiamo zitte e sentiamo gli uccellini cantare sugli alberi e stiamo benissimo. Ho tre giocattoli preferiti: un orsetto che se gli pigi la pancia emette peti strazianti, una signorina bionda di plastica…..e un tamburo di latta che io e mamma prendiamo a bastonate e ridiamo ridiamo finché non dormiamo sul lettone.
Io e mamma siamo felici. A scuola mi prendono in giro perché dicono che non ho un papà…ma non mi serve un papà se ho una mamma che mi vuole così bene. 

Mi chiamo Anna e credo nella famiglia. Faccio la terza elementare, ho una bicicletta rossa che però posso usare solo nel cortile, e sono fortissima a campana e un genio a un due tre stella. L’unico gioco in cui stento è nascondino….perché i maschi barano perché sono dei puzzoni. Sono un po’ agitata perché mamma la vedo meno. Esce con uno…sembrano fidanzati…Lui si chiama Massimo….con me è molto gentile ma non mi fa tanto piacere quando rimane a dormire con noi. Prima passavo tutto il mio tempo con mamma e adesso lei vuole stare con lui. L’altro giorno Massimo mi ha accompagnato a scuola e la bidella mi ha chiesto: “Eh chi è questo bel signore? E’ il tuo papà?”. No è solo Massimo, un amico di mamma. Non mi piace che venga a scuola e poi mamma non è più completamente mia . Massimo è simpatico ma con me non c’entra niente. Una volta ho fatto una marachella a scuola…ho messo dei sassi nel cesso delle femmine. Hanno subito chiamato mia madre ma lei era al lavoro…..è arrivato Massimo…mi ha dato un bacino….mi ha fatto una carezza. Si è chiuso nella stanza della direttrice e difendeva me. Mi ha fatto un’altra carezza e mi ha detto: “Andiamo a casa”. 

Mi chiamo Anna e credo nella famiglia. Io, mamma e Massimo, balliamo cantiamo e cuciniamo insieme. Massimo mi aiuta anche a fare i compiti. Io quest’anno ho gli esami di terza media e mi fa un po’ paura anche se la paura più grande è un’altra…Mamma da qualche settimana ha cominciato a stare poco e bene. Ha smesso di lavorare e sta poco bene. Prende quelle medicine che le fanno cadere i capelli. Questa notte ho sognato che ballavamo tutti e tre insieme…in equilibrio su una corda sospesa tra due grattacieli. Alla fine mi sono svegliata e quando mi sono voltata mamma non c’era più. Sono rimasta da sola con Massimo. Da sola con Massimo. Mi dicono che Massimo era solo il compagno di mia madre ma non mio padre……mi dicono che un padre vero in realtà io ce l’ho….mi dicono che devo andare a vivere con lui. Mi dicono che lui vuole conoscermi e continuare la sua vita con me. Questo signore…me lo hanno fatto conoscere e quando ha pronunciato il mio nome…..io non ho riconosciuto la sua voce: “Anna io sono Claudio tuo padre”.

E’ un bell’uomo. Ha i miei stessi occhi, la mia bocca e anche il mio sorriso. Gli somiglio tanto ma lui non assomiglia alla mia anima, alla mia vita non somiglia a me. Mi dicono che posso scegliere con chi stare….mi dicono che dipende da me. Quando sono arrivato a casa, Massimo stava preparando da mangiare come sempre…l’ho abbracciato stretto stretto: ” Ti serve una mano papà?”

Mi chiamo Anna e credo nella famiglia, la famiglia dell’amore. 

Letterina alla Befana di Luciana Littizzetto

Luciana Littizzetto

 

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Letterina alla Befana di Luciana Littizzetto

Cara Befana è la tua socia che ti parla, la tua Walter ego.

Intanto vorrei dire a tutti che non sei una escort, anche se quando voli sulla scopa sembra che tu faccia la lap dance in orizzontale. Sia chiaro per tutti.

Dunque cara Bef, puoi dire a quelli che costruiscono i bancomat che la smettano di costruire i bancomat controsole? Che per riuscire a fare il prelievo bisogna coricarsi sul bancomat e schiacciare il naso dentro al vetro per vedere qualcosa?

Spiega loro che quando noi andiamo al bancomat non è per prendere la tintarella sul culo, eh! Noi al bancomat ci andiamo per prelevare. Ecco. E se sul vetro batte il sole vediamo solo la polvere dei secoli. Quindi appello ai bancomat designer, mettere bene un bancomat non è difficile: aspettate mezzogiorno, se la luce picchia contro basta che lo spostiate di posizione, teste di pirla!

E già che siamo lì, illumina, oh Befana, chi fa i feltrini da mettere sotto le gambe delle sedie. Fa’ sì che siano fatti per restare per sempre sotto le gambine e non che se ne vadano subito in giro come fa il cerotto, che se te ne metti uno sul dito del piede tempo di mettere la calza è già risalito fino al ginocchio.

Fai poi una legge che regolamenti le richiamate telefoniche col cellulare, che quando cade la linea parte la scarambola che tutti e due richiamano contemporaneamente e ti escono i nervi dalla guaina. Ecco, facciamo che richiama il primo che ha chiamato. Ecco. E fine al ballarò.

Fa’ anche che le zip delle giacche a vento si incastrino quando non hai una minchia da fare e non quando parte lo skilift.

Fai i cicles a sapore costante (le gomme). E non che quando lo metti in bocca è fortissimo, ha il sapore di duecento borocilline e dopo cinque minuti non sa più di niente e ti sembra di masticare l’elastico delle mutande.

E chiedi, cara Befi, all’ikea di fare i plaid a misura d’uomo: bastano trenta centimetri in più così uno riesce a coprirsi i piedi senza lasciar fuori le tette. E poi, Befi mia, già che parli con quelli lì, spiegagli che facciano le federe della misura dei nostri cuscini che sono rettangolari e non quadrati. Chissene frega che in Svezia usano i cuscini quadri! Noi siamo in Italia, se la federa è quadra e il cuscino un rettangolo a noi poi resta fuori una budella di cuscino che sembra un’ernia espulsa.

E fai, oh Befana tutta tana, un disegno di legge sui contagocce, che si chiamano contagocce ma se li premi orinano come un cucciolo di cocker. Tranne la Novalgina, perché le gocce di Novalgina sono stitiche: prima che ne cada una passa il tempo di una partita di calcio.

E già che ci sei proponi a Monti di fare anche una riforma dei tappi coi buchi dell’Aperol, che sono sempre intasati e poi quando scuoti di colpo ne viene giù mezzo litro. Finanzi la ricerca almeno per questo.

Vieta le pubblicità di cibo per gatti servito nei piatti di porcellana inglese, i gatti son gatti, non sono fighetti decadenti come i loro padroni.

E se trovi una belva feroce per strada la riporti al circo, allora rimetti tutte le slot machine nei casinò e toglile dai bar.

Inventa un allarme per appartamenti che almeno una volta nella vita suona perché ci sono davvero i ladri e non per i cazzi suoi.

Fai oltremodo sì che i gelatai smettano di fare i gelati con gusti che mi sento di definire pragmaticamente del cacchio, tipo tè verde, zenzero, soia, perché di questo passo arriveremo ad abbinare cioccolato, cardo e ascella di Gattuso. Non è degno di un paese civile.

N.B. Notare Fazio gonfio come un’otaria. Ma senza baffi.

Luciana Littizzetto