“Casa de carne”, il divertente cortometraggio che spiega il paradosso della carne

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“Casa de carne”, il divertente cortometraggio che spiega il paradosso della carne

Quanti di noi, muniti di coltello, sarebbero in grado di uccidere un animale per mangiarlo? Probabilmente nessuno, come dimostra il cortometraggio “Casa de carne”

Quanti di noi, messi di fronte all’obbligo di uccidere con le nostre stesse mani un animale, sarebbero in grado di farlo solamente per appagare il proprio desiderio di mangiare una bistecca o un piatto di costolette? Probabilmente nessuno ed è il messaggio che vuole trasmetterci Casa de carne (qui in alto), un cortometraggio “pro-vegan” del giovane regista Dustin Brown, vincitore del primo posto e di un premio di 3mila dollari in contanti agli Tarshis Short Film Awards 2019, le premiazioni di documentari e film dedicati alla questione animale.

Il film, creato per l’associazione no profit Last Chance for Animals (LCA), mostra tre amici a cena in un ristorante di alto livello, alle prese con il menu. Per uno di loro è “la prima volta” e non sa che le costolette di maiale che vorrebbe trovare nel piatto dovrà procurarsele da solo. Dopo aver ricevuto un coltello, viene portato in una stanza bianca e asettica dove trova ad attenderlo un maiale, la sua “cena”. Esita, accarezza l’animale e lascia cadere il coltello: è ormai certo che non avrà il coraggio di compiere il gesto per cui è stato chiuso in quella stanza; a quel punto, però, intervengono due “addetti ai lavori”, abituati a trovarsi di fronte persone incapaci di togliere la vita a un animale. Saranno loro a farlo al posto dell’uomo, a cui verrà di lì a poco servita la carne dello stesso maiale che si è rifiutato di uccidere. Nel finale, vediamo il protagonista profondamente turbato: a differenza degli amici a tavola con lui, pare aver finalmente realizzato da dove provenga la carne che ha nel piatto.

Una realtà, quella mostrata nel cortometraggio, che a conti fatti non appare così strana o inverosimile: sono tanti, infatti, i ristoranti e gli hotel nel mondo che permettono ai propri ospiti di “cacciare” il proprio cibo, come accade per esempio in molti locali di Tokyo dove la clientela pesca il pesce che mangerà di lì a poco.

Carnismo, consapevolezza e false credenze

“Se i mattatoi avessero le pareti di vetro, tutti sarebbero vegetariani” recita un famoso aforisma di Lev Tolstoj, che porta alla luce una verità innegabile, la stessa messa in risalto da Casa de carne: la stragrande maggioranza di noi mangia carne con poca (o nessuna) consapevolezza, senza fare la connessione tra la fetta di arrosto nel piatto e l’animale da cui proviene. Non è un caso che il più delle volte una persona che mangia abitualmente carne inorridisca di fronte ai video che mostrano le realtà dei macelli, rifiutandosi magari anche di guardarli perché altrimenti “poi la carne non la mangio più”.

Ecco, è proprio questo il punto: come dimostra anche un video-esperimento di PETA – che ha messo di fronte due bambini alla necessità di uccidere un pollo per mangiarlo in un sandwich – sono veramente poche le persone che, messe di fronte a questa realtà, la accettano e la condividono. Secondo la psicologa americana Melanie Joy – vegana e attivista antispecista – tutti noi siamo invece vittime di quello che lei stessa definisce “carnismo“, un meccanismo psicologico del quale non siamo consapevoli, ma che condiziona totalmente le nostre scelte alimentari. La maggior parte delle persone mangia carne non per necessità o perché lo voglia davvero, ma piuttosto perché condizionata da un sistema di credenze – ormai istituzionalizzate e considerate come “la normalità” – che opera al di fuori della nostra consapevolezza e senza il nostro consenso.

Secondo la psicologa, inoltre, nella nostra mente esiste una sorta di “sapere senza sapere“: una parte recondita della nostra mente ha chiaro che la bistecca che abbiamo nel piatto sia la parte del corpo di un animale morto per essere mangiato, ma allo stesso tempo questa consapevolezza è latente e non siamo in grado di associare quel pezzo di carne all’animale in vita, alla sua morte alla sofferenza vissuta all’interno di un allevamento.

tratto da: https://www.vegolosi.it/news/lungometraggio-casa-de-carne/

Un cult: Il Marchese del Grillo – “…Mi dispiace, ma io so’ io …e voi non siete un c….”

 

Marchese del Grillo

 

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Un cult: Il Marchese del Grillo – “…Mi dispiace, ma io so’ io …e voi non siete un c….”

Nella Roma papalina del 1809, il Marchese Onofrio del Grillo è un alto dignitario pontificio alla corte di Papa Pio VII, fa parte della Guardia Nobile a difesa del Santo Padre ed è anche Reggitore del Sacro Soglio. In realtà sono impegni che lo occupano ben poco e il nobile passa le sue giornate nell’ozio più completo, frequentando le bettole e le osterie più malfamate della città, coltivando relazioni amorose clandestine con le popolane, facendo dannare la madre e il resto della sua parentela bigotta e conservatrice.
Il suo passatempo preferito, che lo rende famoso in tutta la città, è fare scherzi di ogni genere ai danni di chiunque: la sua famiglia, i nobili suoi amici, il popolo, gli artigiani che lavorano per lui, perfino il Papa stesso. E quando si caccia in qualche situazione difficile, riesce sempre ad uscirne grazie alle sue conoscenze altolocate. Però le sue burle hanno spesso il sapore della denuncia nei confronti della società corrotta e clientelare, dove il nobile ricco riesce sempre a cavarsela ai danni del popolino ignorante.

Quanno se scherza, bisogna èsse’ seri! (Marchese del Grillo)

Mi dispiace, ma io so’ io e voi non siete un cazzo! – La battuta distintiva del Marchese del Grillo che viene dal sonetto “Li soprani der monno vecchio” del Belli.

Li soprani der monno vecchio di Giuseppe Gioachino Belli


C'era una vorta un Re cche ddar palazzo

mannò ffora a li popoli st'editto:

"Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,

sori vassalli bbugiaroni, e zzitto.

Io fo ddritto lo storto e storto er ddritto:

pòzzo vénneve a ttutti a un tant'er mazzo:

Io, si vve fo impiccà nun ve strapazzo,

ché la vita e la robba Io ve l'affitto.

Chi abbita a sto monno senza er titolo

o dde Papa, o dde Re, o dd'Imperatore,

quello nun pò avé mmai vosce in capitolo!".

Co st'editto annò er Boja per ccuriero,

interroganno tutti in zur tenore;

e arisposeno tutti: "È vvero, è vvero!"

 

traduzione

C'era una volta un Re che dal palazzo

mandò in piazza al popolo quest'editto:

"Io sono io, e voi non siete un cazzo,

signori vassalli invigliacchiti, e silenzio.

Io sono capace di cambiare una cosa da uno stato all'altro e viceversa:

Io vi posso barattare tutti per un nonnulla:

Io se vi faccio impiccare tutti non vi faccio torto,

Visto che Io ho il potere di darvi la vita e quel con cui vivere.

Chi vive in questo mondo senza possedere la carica

o di Papa, o di Monarca o di Imperatore,

colui non potrà mai far sentire la sua voce in pubblico!".

Con tale editto si recò il boia come portavoce,

chiamando all'attenzione tutti quanti a gran voce;

e il popolo intero rispose: "È vero, è vero!"

Giulio Cavalli – Le leggi fondamentali della stupidità umana

 

stupidità

 

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Giulio Cavalli – Le leggi fondamentali della stupidità umana

E’ stato grazie al progresso che il contenibile “stolto” dell’antichità si è tramutato nel prevalente cretino contemporaneo, personaggio a mortalità bassissima la cui forza è dunque in primo luogo brutalmente numerica; ma una società ch’egli si compiace di chiamare “molto complessa” gli ha aperto infiniti interstizi, crepe, fessure orizzontali e verticali, a destra come a sinistra, gli ha procurato innumerevoli poltrone, sedie, sgabelli, telefoni, gli ha messo a disposizione clamorose tribune, inaudite moltitudini di seguaci e molto denaro. Gli ha insomma moltiplicato prodigiosamente le occasioni per agire, intervenire, parlare, esprimersi, manifestarsi, in una parola (a lui cara) per “realizzarsi”. Sconfiggerlo è ovviamente impossibile. Odiarlo è inutile. Dileggio, sarcasmo, ironia non scalfiscono le sue cotte d’inconsapevolezza, le sue impavide autoassoluzioni (per lui, il cretino è sempre “un altro”); e comunque il riso gli appare a priori sospetto, sconveniente, «inferiore», anche quando − agghiacciante fenomeno − vi si abbandona egli stesso».

Se coltivassimo il vizio della memoria terremmo ben stretto questo scritto del 1985 di Carlo Fruttero e Franco Lucentini. In quegli anni doveva accadere ancora tutto il marasma politico più o meno recente (il berlusconismo, il leghismo, il renzismo, il salvinismo e tutti gli -ismi che possono venirvi in mente) eppure traspare già tutta la Storia recente. Erano chiaroveggenti? No, per niente. Si chiama memoria storica (i più arditi si azzardano ancora a chiamarla cultura) e serve per evitare nel presente gli errori del passato o, più semplicemente, serve per possedere chiavi di lettura collettive che si formino sullo studio e non sempre e per sempre sull’esperienza.

Il cretino, purtroppo per noi, è spesso uno stupido che ha avuto successo. Come scriveva Carlo M. Cipolla:

«È un gruppo non organizzato, non facente parte di alcun ordinamento, che non ha capo, né presidente, né statuto, ma che riesce tuttavia ad operare in perfetta sintonia come se fosse guidato da una mano invisibile, in modo tale che le attività di ciascun membro contribuiscono potentemente a rafforzare ed amplificare l’efficacia dell’attività di tutti gli altri membri».

Il professor Cipolla (che si aggiunse nel nome quella M puntata per non essere confuso con un suo collega omonimo) scrisse anche le “cinque leggi fondamentali della stupidità umana” (non inorridite, non fu uno studio, fu un divertissement) che recitavano:

  1. Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione.
  2.  La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona.
  3. Una persona stupida è una persona che causa un danno a un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita.
  4. Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare i non stupidi dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, ed in qualunque circostanza, trattare e/o associarsi con individui stupidi si dimostra infallibilmente un costosissimo errore.
  5. La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista.

Senza prenderlo (e prendersi) troppo sul serio. Ecco tutto.

Giulio Cavalli

 

Autore, attore, scrittore, politicamente attivo. Racconto storie, sul palcoscenico, su carte e su schermo e cerco di tenere allenato il muscolo della curiosità. Quando alcuni mafiosi mi hanno dato dello “scassaminchia” ho deciso di aggiungerlo alle referenze.

Tratto da: https://left.it/2019/01/09/le-leggi-fondamentali-della-stupidita-umana/

Il fantastico monologo di Paola Cortellesi sulla famiglia dell’amore – Mi chiamo Anna e credo nella famiglia, la famiglia dell’amore…

 

Paola Cortellesi

 

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Il fantastico monologo di Paola Cortellesi sulla famiglia dell’amore – Mi chiamo Anna e credo nella famiglia, la famiglia dell’amore…

“Mi chiamo Anna e credo nella famiglia”. Sono appena apparsa nella pancia di mia mamma e sono piccola piccola. I miei genitori hanno 19 anni e si amano di una passione infinita infatti tra di loro sento arrivare parole di incoraggiamento….La prima volta che ci siamo visti è stato durate l’ecografia, loro mi guardavano e io guardavano loro. Mia madre era bellissima e mi ha detto: “Ciao Amore”. Io non conosco ancora il significato delle parole…ma sto imparando alcune frasi….ho sentito mia nonna: “siete degli incoscienti,ci potevate pensare prima”. Ho sentito anche mio papà: “sono troppo giovane e non ce la faccio” E poi mia mamma: “ma io ti amo”. 

Mi chiamo Anna e credo nella famiglia. Sono alta un metro perché sono ancora piccola ma ho due occhi azzurri e tutti mi dicono che sono bellissima.
Mamma invece ha gli occhi neri ma è bellissima anche lei. Io e mamma  abitiamo da sole in un casa piccola ma con una terrazza piccola grande dove vediamo il parco…. certe volte stiamo zitte e sentiamo gli uccellini cantare sugli alberi e stiamo benissimo. Ho tre giocattoli preferiti: un orsetto che se gli pigi la pancia emette peti strazianti, una signorina bionda di plastica…..e un tamburo di latta che io e mamma prendiamo a bastonate e ridiamo ridiamo finché non dormiamo sul lettone.
Io e mamma siamo felici. A scuola mi prendono in giro perché dicono che non ho un papà…ma non mi serve un papà se ho una mamma che mi vuole così bene. 

Mi chiamo Anna e credo nella famiglia. Faccio la terza elementare, ho una bicicletta rossa che però posso usare solo nel cortile, e sono fortissima a campana e un genio a un due tre stella. L’unico gioco in cui stento è nascondino….perché i maschi barano perché sono dei puzzoni. Sono un po’ agitata perché mamma la vedo meno. Esce con uno…sembrano fidanzati…Lui si chiama Massimo….con me è molto gentile ma non mi fa tanto piacere quando rimane a dormire con noi. Prima passavo tutto il mio tempo con mamma e adesso lei vuole stare con lui. L’altro giorno Massimo mi ha accompagnato a scuola e la bidella mi ha chiesto: “Eh chi è questo bel signore? E’ il tuo papà?”. No è solo Massimo, un amico di mamma. Non mi piace che venga a scuola e poi mamma non è più completamente mia . Massimo è simpatico ma con me non c’entra niente. Una volta ho fatto una marachella a scuola…ho messo dei sassi nel cesso delle femmine. Hanno subito chiamato mia madre ma lei era al lavoro…..è arrivato Massimo…mi ha dato un bacino….mi ha fatto una carezza. Si è chiuso nella stanza della direttrice e difendeva me. Mi ha fatto un’altra carezza e mi ha detto: “Andiamo a casa”. 

Mi chiamo Anna e credo nella famiglia. Io, mamma e Massimo, balliamo cantiamo e cuciniamo insieme. Massimo mi aiuta anche a fare i compiti. Io quest’anno ho gli esami di terza media e mi fa un po’ paura anche se la paura più grande è un’altra…Mamma da qualche settimana ha cominciato a stare poco e bene. Ha smesso di lavorare e sta poco bene. Prende quelle medicine che le fanno cadere i capelli. Questa notte ho sognato che ballavamo tutti e tre insieme…in equilibrio su una corda sospesa tra due grattacieli. Alla fine mi sono svegliata e quando mi sono voltata mamma non c’era più. Sono rimasta da sola con Massimo. Da sola con Massimo. Mi dicono che Massimo era solo il compagno di mia madre ma non mio padre……mi dicono che un padre vero in realtà io ce l’ho….mi dicono che devo andare a vivere con lui. Mi dicono che lui vuole conoscermi e continuare la sua vita con me. Questo signore…me lo hanno fatto conoscere e quando ha pronunciato il mio nome…..io non ho riconosciuto la sua voce: “Anna io sono Claudio tuo padre”.

E’ un bell’uomo. Ha i miei stessi occhi, la mia bocca e anche il mio sorriso. Gli somiglio tanto ma lui non assomiglia alla mia anima, alla mia vita non somiglia a me. Mi dicono che posso scegliere con chi stare….mi dicono che dipende da me. Quando sono arrivato a casa, Massimo stava preparando da mangiare come sempre…l’ho abbracciato stretto stretto: ” Ti serve una mano papà?”

Mi chiamo Anna e credo nella famiglia, la famiglia dell’amore. 

Letterina alla Befana di Luciana Littizzetto

Luciana Littizzetto

 

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Letterina alla Befana di Luciana Littizzetto

Cara Befana è la tua socia che ti parla, la tua Walter ego.

Intanto vorrei dire a tutti che non sei una escort, anche se quando voli sulla scopa sembra che tu faccia la lap dance in orizzontale. Sia chiaro per tutti.

Dunque cara Bef, puoi dire a quelli che costruiscono i bancomat che la smettano di costruire i bancomat controsole? Che per riuscire a fare il prelievo bisogna coricarsi sul bancomat e schiacciare il naso dentro al vetro per vedere qualcosa?

Spiega loro che quando noi andiamo al bancomat non è per prendere la tintarella sul culo, eh! Noi al bancomat ci andiamo per prelevare. Ecco. E se sul vetro batte il sole vediamo solo la polvere dei secoli. Quindi appello ai bancomat designer, mettere bene un bancomat non è difficile: aspettate mezzogiorno, se la luce picchia contro basta che lo spostiate di posizione, teste di pirla!

E già che siamo lì, illumina, oh Befana, chi fa i feltrini da mettere sotto le gambe delle sedie. Fa’ sì che siano fatti per restare per sempre sotto le gambine e non che se ne vadano subito in giro come fa il cerotto, che se te ne metti uno sul dito del piede tempo di mettere la calza è già risalito fino al ginocchio.

Fai poi una legge che regolamenti le richiamate telefoniche col cellulare, che quando cade la linea parte la scarambola che tutti e due richiamano contemporaneamente e ti escono i nervi dalla guaina. Ecco, facciamo che richiama il primo che ha chiamato. Ecco. E fine al ballarò.

Fa’ anche che le zip delle giacche a vento si incastrino quando non hai una minchia da fare e non quando parte lo skilift.

Fai i cicles a sapore costante (le gomme). E non che quando lo metti in bocca è fortissimo, ha il sapore di duecento borocilline e dopo cinque minuti non sa più di niente e ti sembra di masticare l’elastico delle mutande.

E chiedi, cara Befi, all’ikea di fare i plaid a misura d’uomo: bastano trenta centimetri in più così uno riesce a coprirsi i piedi senza lasciar fuori le tette. E poi, Befi mia, già che parli con quelli lì, spiegagli che facciano le federe della misura dei nostri cuscini che sono rettangolari e non quadrati. Chissene frega che in Svezia usano i cuscini quadri! Noi siamo in Italia, se la federa è quadra e il cuscino un rettangolo a noi poi resta fuori una budella di cuscino che sembra un’ernia espulsa.

E fai, oh Befana tutta tana, un disegno di legge sui contagocce, che si chiamano contagocce ma se li premi orinano come un cucciolo di cocker. Tranne la Novalgina, perché le gocce di Novalgina sono stitiche: prima che ne cada una passa il tempo di una partita di calcio.

E già che ci sei proponi a Monti di fare anche una riforma dei tappi coi buchi dell’Aperol, che sono sempre intasati e poi quando scuoti di colpo ne viene giù mezzo litro. Finanzi la ricerca almeno per questo.

Vieta le pubblicità di cibo per gatti servito nei piatti di porcellana inglese, i gatti son gatti, non sono fighetti decadenti come i loro padroni.

E se trovi una belva feroce per strada la riporti al circo, allora rimetti tutte le slot machine nei casinò e toglile dai bar.

Inventa un allarme per appartamenti che almeno una volta nella vita suona perché ci sono davvero i ladri e non per i cazzi suoi.

Fai oltremodo sì che i gelatai smettano di fare i gelati con gusti che mi sento di definire pragmaticamente del cacchio, tipo tè verde, zenzero, soia, perché di questo passo arriveremo ad abbinare cioccolato, cardo e ascella di Gattuso. Non è degno di un paese civile.

N.B. Notare Fazio gonfio come un’otaria. Ma senza baffi.

Luciana Littizzetto

LA RIVOLUZIONE – Una breve, geniale, attualissima farsa di Achille Campanile

 

Achille Campanile

 

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LA RIVOLUZIONE – Una breve, geniale, attualissima farsa di Achille Campanile

LA RIVOLUZIONE

Personaggi: Il Prefetto, Il Segretario, La donna di servizio, 3 Rivoluzionari

Un salotto finemente ammobiliato, classico, con pezzi di un certo pregio. La donna di servizio e il Segretario guardano preoccupati fuori dalla finestra. Il Prefetto passeggia nervosamente per la stanza, ha un braccio fermo, visibilmente artificiale.

Prefetto: che vedete? Ci sono novità?

Segretario: sono in fondo alla strada, signor Prefetto

Prefetto: ma che fanno? Avanzano, retrocedono, deviano?

Domestica: avanzano, signore, avanzano; paiono decisi come pompieri purtroppo

Prefetto: e la polizia che fa? Perché non arriva? Avete allertato l’esercito?

Segretario: abbiamo già chiamato e richiamato, signor Prefetto, ma pare che siano impegnati in altri punti caldi della città. Hanno detto che verranno appena possono

Prefetto: già, invece di stare qua a difendere il Prefetto se ne stanno a presidiare chissà cosa. Maledetti anche loro. Ricordatemi di fare licenziare il comandante della polizia, quando la burrasca sarà passata.

Segretario: (fra sé) se saremo ancora vivi…

Prefetto: (piagnucolando) ma che vogliono da me quegli scalmanati? contestano un sistema di vita e se la pigliano con me? Mi sono appena insediato, io, che posso fare? Pure in questo paese di morti di sonno vengono a estendersi i tumulti di piazza?

Domestica: arrivano signor Prefetto, che facciamo?

Prefetto: ah, ma mi sentiranno quelli del partito. Prima mi mettono negli impicci poi, nel momento del pericolo, chi li vede più? E’ una carica onorifica, m’hanno detto il mese scorso, una formalità, non ti preoccupare, ti saremo sempre vicini. Che gli pigli un accidente a tutti…

Rivoluz: (si odono da fuori, in lontananza poi sempre più forte) a morte! Rivoluzione! la corda, la corda!

Prefetto: (alla Domestica) chiudete la porta, non ricevo nessuno oggi, men che meno quegli energumeni. Dite che sono indisposto, che sono partito per l’Indocina, dite che sono morto ieri…

Segretario: ma v’hanno visto, signor Prefetto, spaccheranno tutto

Prefetto: ma io non posso affrontarli ora, ohi ohi, mi sento male, mi ha assalito la debolezza, ho sudori per la schiena, mi sento la febbrina (si accascia e si asciuga il sudore)

Segretario: coraggio signor Prefetto, su, si tenga su (gli fa vento)

Prefetto: ma con un povero invalido, se la devono prendere? (si rialza) oh no, proprio ora (si alza il braccio artificiale e si tende con il pugno chiuso in alto)

Segretario: signor Prefetto che fate? Vi pare il momento di salutare?

Prefetto: macché salutare, mi si è guastata la molla del braccio ortopedico, è un difetto di fabbricazione, ogni tanto scatta.

Domestica: e nei momenti meno opportuni mi pare

Rivoluz: (bussano alla porta) aprite!! A morte!! Giustizia!!

Prefetto: che nessuno apra!

Segretario: ma volete mettere giù quel braccio? Con quel pugno chiuso, vi prenderanno per un comunista, volete comprometterci tutti?

Prefetto: le ho spiegato che si è incantato il meccanismo

Domestica: ma mettetelo giù! (lo aiuta ad abbassare il braccio, che non si muove)

Prefetto: s’è incantata la molla, non si riesce ad abbassarlo

Segretario: volete provocare un pandemonio con quel pugno chiuso? Almeno aprite il pugno, (lo aiuta anche lui) così

Domestica: (coprendosi il viso con le mani) per carità! Questo è il saluto fascista, volete far succedere il finimondo con quella mano aperta?

Prefetto: aiutatemi a richiuderla, per favore

(schiamazzi e urla fuori dalla porta)

Domestica: adesso non si riesce più a chiuderla

Prefetto: beh, poco male. Visto che con questo braccio faccio il saluto fascista, con quello buono faccio il saluto comunista e così siamo a posto, l’equilibrio è ristabilito. (alza l’altro braccio con il pugno chiuso)

Segretario: per carità, vi piglieranno per un opportunista e saranno dolori, per voi e per noi.

Domestica: (armeggiando con la mano) facciamo così: mezza chiusa e mezza aperta (rimangono l’indice e il medio aperte a “V”)

Segretario: per amor del cielo! Quella è la victory di Churchill. Vi prenderanno per un guerrafondaio, antipacifista, anglofilo, chiudete quelle due dita!

Domestica: così (chiude le due dita)

Segretario: per carità! Quella è una benedizione, roba da preti, vi prederanno per democristiano, papista, clericale

Prefetto: maledetto braccio

(chiude anche l’indice, rimanendo alzato solo il medio)

Domestica: signore, quello è un gesto offensivo, sconveniente. Volete provocarli? Farli inferocire ancora di più?

Prefetto: e allora crepa!

(da un colpo violento all’arto, che si ferma in posizione contorta, impossibile)

Domestica: ma questa è una posizione innaturale!

Segretario: meglio innaturale che provocatoria

(i rivoluzionari sfondano la porta, sono ceffi patibolari armati di forche e bastoni. Alla vista del Prefetto col braccio nella posizione assurda si fermano incerti, stupiti. Le seguenti battute devono essere ripartite tra i rivoluzionari a seconda di quanti essi siano)

Rivoluz: non è il saluto fascista

Rivoluz: e nemmeno quello comunista

Rivoluz: deve essere un nuovo partito

Rivoluz: forse è quello che attendiamo da anni

Rivoluz: una nuova idealità!

Rivoluz: in effetti questo non è il Prefetto del mese scorso

Rivoluz: appunto

Rivoluz: è meraviglioso, guardate che saluto nuovo

Rivoluz: non s’è n’è mai visto uno simile

Rivoluz: chi riuscirebbe a farlo?

Rivoluz: questo si che significa rovesciare la situazione

Rivoluz: se lo acclamassimo nostro capo?

Rivoluz: è lui! L’uomo del destino! Il nostro condottiero!

Rivoluz: viva il nostro condottiero! Evviva! Evviva!

(il Prefetto viene portato fuori a spalla, tra acclamazioni di trionfo. Cala il sipario.)

Achille Campanile

“La mia famiglia” – Il grandioso monologo di Paola Cortellesi sulle condizioni delle donne e dei giovani di oggi – Un vero cazzotto nello stomaco…

Paola Cortellesi

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“La mia famiglia” – Il grandioso monologo di Paola Cortellesi sulle condizioni delle donne e dei giovani di oggi – Un vero cazzotto nello stomaco…

 

La mia famiglia

La mia famiglia siamo uno, mi chiamo Colacci Luciana, sto per venire al mondo, e non vedo l’ora, perché nella pancia si sta veramente strettissimi. Mamma nonostante sia incinta di nove mesi, lavora a servizio da una signora, papà lavora per un traslochi, si chiama Mario e si lamenta sempre che non c’ha una lira dice sempre: se andassi a rubare, sì che sarei ricco! La differenza tra mamma e papà è che mamma lavora e si sta zitta, e papà invece lavora e si lamenta. Appena nascerò però m’ha promesso che mi fasci adentro la bandiara della Lazio, sai che risate!

La mia famiglia siamo cinque, io sto alle elementari e i miei hanno fatto altri due figli a raffica dopo di me, alla seconda femminuccia mio padre ha rosicato, e s’è calmato soltanto quando è arrivato il maschietto, papà ci tiene al cognome, e nel nostro paese lo puoi mantenere solo se sei maschio. A casa c’è tanto rumore, la televisione, il traffico della tangenziale, i mie fratelli che stanno sempre a piangere, papà che russa. Io vorrei un po’ di silenzio, secondo me quando si fa troppo rumore le persone non riescono apensare e, così, ci si confone.

La mia famiglia siamo trenta, con i miei compagni di classe stiamo sempre insieme per strada, noi ragazze sognamo l’amore romantico sotto la luna piena, i ragazzi invece disegnano enormi peni, come si dice? Enormi peni, sul muro, di tutte le forme, certe volte pure con le variazioni sofisticate, io veramente non la capisco st’ossessione che c’hanno i maschi. L’anno prossimo vorrei tanto fare la scuola alberghiera, però non ce l’ho vicino casa, dietro casa c’è ragioneria, allora mio padre mi ha detto che devo fare ragioneria così vado a scuola a piedi e risparmiamo 36.000 lire al mese della tessera dell’autobus.

La mia famiglia siamo quattro, mi sono presa il diploma e ho cominciato a lavorare, prima a nero, e poi sono entrata nel delirio di sti contratti a termine e ho cominciato a capire come funzionano le cose, e ho capito che io un posto fisso non lo avrei avuto mai, vivo ancora a casa con i miei, ma a venticinque anni mi sento stanca come se ne avessi cinquanta, però sto lì e sto zitta. Quando è morto mio padre non è che c’aveva la pensione o l’assicurazione perché lavorava a nero come tutti quelli del quartiere nostro, c’ha lasciato quattro soldi e una 127 verde che quando arrivavo sotto casa tutti quanti strillavano : “Eccola là è arrivata Luciana col testaverde! Mia madre c’ha settantanni e sta ancora a sevizio, che ora la chiamano collaboratrice domestica, ma per tutti rimane sempre una sguattera. E, siccome che nella vita uno parla sempre del lavoro che fa, gli avvocati parlano dei processi, i medici delle malattie, mia madre parla solo di stracci e di sapone, forse è per questo che sono venuta su una ragazzetta pulita!

La mia famiglia siamo due, mi hanno fatto un contratto a termine in un’azienda, ogni sei mesi me lo rinnovano, oramai è un bel po’ che lavoro, ho conosciuto Stefano, ci siamo innamorati, ci siamo pure sposati, lui fa il muratore, mi rispetta e ci vogliamo proprio bene, viviamo in un monolocale in affitto fuori Roma a Guidonia, a 350 euro al mese, che poi è la metà di quello che guadagno. Le vacanze le facciamo a fine settembre perché costa di meno, l’altranno in calabria nella pensione ci stavamo solo noi due e una vecchia su una sedia a rotelle trascinata da una moldava scoglionata, pure il cinema all’aperto aveva chiuso. Quando non pioveva andavamo al mare alla spiaggia libera, un giorno siamo andati persiono a visitare Potenza, gli unici turisti nella storia di quella città! La gente ci guardava strano, dicevano: boh gli si sarà fermata la macchina proprio qua. E invece dei monumenti ci indicavano direttamente i meccanici, però io e Stefano ci ridevamo sopra, capito, stavamo noi due e stavamo bene. Settimana dopo tornavamo al lavoro, guardavamo le foto con gli amci, raccontavamo la vacanza, a noi ci stava bene pure così, perché un lavoro ce l’avevamo ancora, ripetitivo faticoso, mal retribuito, però almeno ci faceva sopravvivere, era una vita di merda sia ben chiaro, però era quello che ci era capitato, e a noi ci stava bene pure così.

La mia famiglia siamo due e mezzo, un bel giorno ho compiuto trentatrè anni e mi sono detta: ma mica devo morire sulla croce come Cristo, io ho ancora tutta la vita davanti, in azienda mi hanno pure promesso che se lavoro tanto, non baccaglio sullo stipendio da fame, non pretendo i buoni pasto e mi fermo quel paio d’ore in più al giorno senza che mi paghino lo straordinario, dice che sicuramente mi rinnovano il contratto e pare che l’anno dopo mi assumano in pianta stabile. E io faccio tutto, faccio tutto, faccio tutto mi sacrifico, mi spacco la schiena per settecento euro al mese, e in più sorrido sempre che manco mi era stato rischiesto, però faccio un errore solo, uno solo, in un momento di grande gioia e di allegria, decido di mettere al mondo una creatura, con Stefano c’avevamo tanta voglia, e invece di riceve una pacca sulla spalla, mi vengono a dire che non mi rinnovano il contratto, che l’azienda deve risparmiare, che mi ringrazia per il lavoro svolto ma non hanno più bisogno di me, e me lo dicono che sto al settimo mese di gravidanza, con mio marito che sta a lavorare in Germania, e mia madre che non gliela fa più manco a tenersi dritta con la schiena. E che dite? Ma come vado avanti io secondo voi? Che faccio mi vendo la 127?

La mia famiglia siamo tre milioni settecento cinquantasettemila, io faccio parte di quel 12% del paese che sta sotto la soglia di povertà, io non chiedo niente di speciale, io voglio solo essere ascoltata, io rivoglio la vita mia, rivoglio lo stipendio basso mio, voglio essere premiata perché metto al mondo una creatura. Una donna se rimane incinta e non ha il contratto protetto rimane sull’astrico, io non lo voglio il macchinone, i capelli me li tingo da sola, ma ridatemi lo stipendio mio! Io non sono pazza, io sono soltanto stanca!
Il piccolo mario è nato, pesava nemmanco due kili, però non ha versato nemmeno una lacrima, ci ha guardato dritto negli occhi, sembrava un piccolo guerriero silenzioso. Nostro signore ha detto che gli ultimi saranno i primi, non ha detto di preciso quando.

La mia famiglia siamo tre.

QUI il video:

Carpe diem – Cogliete l’attimo, rendete straordinaria la vostra vita – Robin Williams ed il fantastico monologo tratto da “L’attimo fuggente”

 

Carpe diem

 

 

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Carpe diem – Cogliete l’attimo, rendete straordinaria la vostra vita – Robin Williams ed il fantastico monologo tratto da “L’attimo fuggente”

“Cogli l’attimo, cogli la rosa quand’è il momento”. Perché il poeta usa questi versi? […] Perché siamo cibo per i vermi, ragazzi. Perché, strano a dirsi, ognuno di noi in questa stanza un giorno smetterà di respirare: diventerà freddo e morirà. Adesso avvicinatevi tutti, e guardate questi visi del passato: li avrete visti mille volte, ma non credo che li abbiate mai guardati. Non sono molto diversi da voi, vero? Stesso taglio di capelli… pieni di ormoni come voi… e invincibili, come vi sentite voi… Il mondo è la loro ostrica, pensano di esser destinati a grandi cose come molti di voi. I loro occhi sono pieni di speranza: proprio come i vostri. Avranno atteso finché non è stato troppo tardi per realizzare almeno un briciolo del loro potenziale? Perché vedete, questi ragazzi ora sono concime per i fiori. Ma se ascoltate con attenzione li sentirete bisbigliare il loro monito. Coraggio, accostatevi! Ascoltate! Sentite? “Carpe”, “Carpe diem”, “Cogliete l’attimo, ragazzi”, “Rendete straordinaria la vostra vita”!