Amarcord – 23 giugno 1994, Forrest Gump compie 25 anni – Il racconto di trent’anni di Storia aspettando il bus sulla panchina…

 

Forrest Gump

 

 

.

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

 

Amarcord – 23 giugno 1994, Forrest Gump compie 25 anni – Il racconto di trent’anni di Storia aspettando il bus sulla panchina…

Il film di Robert Zemeckis festeggia 25 anni: sei Oscar tra cui miglior film e regia, sceneggiatura a Eric Roth e protagonista maschile a Tom Hanks

Inizia tutto su una panchina, alla fermata dell’autobus: il candido narratore intrattiene alcuni ignari vicini raccontando piccoli grandi eventi vissuti nella sua giovane vita. Nelle sue parole scorrono trent’anni di Storia americana attraverso incontri e avvenimenti cruciali di cui è stato inconsapevole testimone. Forrest Gump incanta i suoi interlocutori parlando di Elvis Presley e John Lennon, della guerra in Vietnam e dello scandalo Watergate, di segregazione razziale e Black Panther, oltre alle svariate visite alla Casa Bianca dove ha incontrato i presidenti  Kennedy, Johnson e Nixon.

Il film di Robert Zemeckis, presentato a Los Angeles il 23 giugno 1994 e uscito nelle sale il 6 luglio, segnò uno dei più alti record d’incasso della stagione con quasi 678 milioni di dollari globali. Fu il maggior successo dell’anno negli Stati Uniti e il secondo complessivo in tutto il mondo dopo Il re leone uscito nelle sale Usa il 15 giugno. Zemeckis aveva già lasciato il segno con una serie di successi straordinari, dalla trilogia di Ritorno al futuro alla fusione tra attori e cartoon in Chi ha incastrato Roger Rabbit?, sperimentazioni premiate più volte con gli Oscar per gli innovativi effetti visivi e sonori. Ma conForrest Gump, tra tredici candidature, il regista conquista la preziosa statuetta per la miglior regia oltre a quella per il miglior film, per il protagonista Tom Hanks (che lo aveva vinto anche l’anno precedente per Philadelphia), per la sceneggiatura di Eric Roth, per il montaggio e naturalmente per gli effetti speciali.

Oggi al cinema non stupisce più nulla, il digitale ci ha abituati alla perfezione. Ma 25 anni fa le sperimentazioni in Cgi di Zemeckis fecero scalpore: in particolare le sequenze in cui il personaggio di Forrest è inserito in filmati di repertorio, arrivando anche a stringere la mano a John Fitzgerald Kennedy dicendogli “Devo fare pipì”, e appare in un’intervista accanto a John Lennon durante la quale gli suggerisce uno spunto per Imagine. Le incursioni nel passato hanno fatto il successo del film e permettono a Forrest Gump di incidere, pur senza rendersene conto, in alcuni degli eventi della seconda metà del XX secolo, come quando entra all’università l’11 giugno 1963 insieme a Vivian Malone e James Hood, i primi due studenti neri scortati dalla Guardia Nazionale, oppure quando si trova al Watergate Hotel e chiama la reception perché vede “gente strana nell’appartamento di fronte” dando il via allo scandalo che portò alle dimissioni di Nixon.

Qualche curiosità:

Bill MurrayJohn Travolta e Chevy Chase hanno rifiutato il ruolo di Forrest Gump. Travolta, più tardi, ammise che era stato un errore.

Tom Hanks ha firmato il contratto dopo un’ora e mezza aver letto la sceneggiatura, ma ha accettato solo a condizione che il film fosse storicamente accurato.

La famosa panchina del film si trova nel centro storico di Savannah, in Georgia, in Chippewa Square. La panca è stata rimossa e collocata in un museo per evitare che fosse distrutta dal maltempo, o rubata.

Ad ogni passaggio dell’età di Forrest, una cosa rimane la stessa: nella prima scena di ogni transizione indossa una camicia blu a quadri.

La frase “La vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai quello ti capita” è stata votata come la citazione numero 40 dall’American Film Institute della top100.

La barca che pescava gamberi ora si trova nel Planet Hollywood a Downtown Disney, presso il Resort Disneyworld in Florida. Inoltra una delle racchette da ping-pong usate nel film e firmata da Tom Hanks è appesa su una delle pareti del ristorante.

Il film è stato selezionato dalla Library of Congress per la preservazione nel National Film Registry nel dicembre 2011 come “culturalmente, storicamente o esteticamente significativo”.

Amarcord – 17 giugno 1970, 49 anni fa, la mitica semifinale Italia-Germania 4-3. Da allora all’ingresso dello stadio Azteca di Città del Messico è apposta la targa “El partido del siglo”

 

Italia-Germania

 

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

Amarcord – 17 giugno 1970, 49 anni fa, la mitica semifinale Italia-Germania 4-3. Da allora all’ingresso dello stadio Azteca di Città del Messico è apposta la targa “El partido del siglo”

Italia-Germania 4-3: una brutta partita che fece la storia

Perfino chi non era ancora nato la porta nel cuore, sente un po’ di esserci stato. Perché Italia-Germania 4-3, semifinale del Mondiale 1970, è stata epica. In barba al gioco non strepitoso e agli errori. Ma grazie a un carattere che ci piacerebbe avere in tutti i momenti difficili

La partita fra azzurri e tedeschi occidentali è leggenda per il modo in cui i fatti si susseguono e per una serie di coincidenze che forse non sono tali, ma che in ogni caso arricchiscono una trama già ricca e complessa. Del resto, se ancor oggi all’interno dello stadio Azteca di Città del Messico una targa commemora “Italia y Alemania” come “el partido del siglo” (la partita del secolo), un motivo pure ci sarà.

È il 17 giugno di 45 anni fa, ci sono oltre 102mila spettatori sugli spalti, mentre altre centinaia di milioni di abitanti del pianeta sono collegati in Mondovisione. In palio c’è un posto in finale, dove il Brasile (che nel frattempo ha sconfitto per 3-1 l’Uruguay nell’altro confronto di semifinale) attende di sapere contro chi dovrà scendere in campo per giocarsi la Coppa Rimet domenica 21 giugno 1970. Sono le 16, ore locali, di un mercoledì in apparenza come altri. Il caldo – riportano le cronache – è piuttosto torrido, ma pochi sembrano farci caso. In Italia è tarda sera, nessuno capace di intendere e di volere vuole perdersi lo spettacolo.

Il gol di Boninsegna dopo otto minuti incanala l’incontro nella direzione che l’Italia preferisce: far fare gioco agli avversari e ripartire in contropiede. Ma, siamo due minuti oltre il 90°, All’ultimo assalto tedesco, la difesa italiana dà segni di cedimento ma in effetti manca pochissimo. Dal limite sinistro dell’area azzurra Grabowski lascia partire un cross al centro. Si avventa sul pallone il difensore Schnellinger, uno che avrà segnato tre volte in vita sua. La difesa azzurra lo lascia inspiegabilmente libero. Colpo quasi in spaccata e al 92’ e 30’’ la Germania pareggia.

E qui finisce la storia ed inizia la leggenda.

Muller porta in vantaggio i tedeschi.

Burgnich, che ancora oggi non sa cosa rispondere a chi gli chiede cosa facesse nell’area di rigore tedesca, pareggia al 98′.

Sinistro di Riva, al 104′: 3-2 sembra fatta. Sembra…

Sembra perché Rivera è troppo elegante per vestire la tuta di operaio: causa il 3-3 al 110′ “scansandosi” su un colpo di testa di Seeler.

Si farà perdonare trenta secondi dopo, calciando il pallone del 4-3 nell’immediato capovolgimento di fronte.

Ricorda Gianni Brera:

«I tedeschi sono battuti. Beckenbauer con braccio al collo fa tenerezza ai sentimenti. Ben sette gol sono stati segnati. Tre soli su azione degna di questo nome: Schnellinger, Riva, Rivera. Tutti gli altri, rimediati. Due autogol italiani (pensa te!). Un autogol tedesco (Burgnich). Una saetta di Bonimba ispirata da un rimpallo fortunato […]
Come dico, la gente si è tanto commossa e divertita. Noi abbiamo rischiato l’infarto, non per scherzo, non per posa. Il calcio giocato è stato quasi tutto confuso e scadente, se dobbiamo giudicarlo sotto l’aspetto tecnico-tattico. Sotto l’aspetto agonistico, quindi anche sentimentale, una vera squisitezza, tanto è vero che i messicani non la finiscono di laudare (in quanto di calcio poco ne san masticare, pori nan).
I tedeschi meritano l’onore delle armi. Hanno sbagliato meno di noi ma il loro prolungato errore tattico è stato fondamentale. Noi ne abbiamo commesse più di Ravetta, famoso scavezzacollo lombardo. Ci è andata bene. Siamo stati anche bravi a tentare sempre, dopo il grazioso regalo fatto a Burgnich (2-2). L’idea di impiegare i dioscuri Mazzola e Rivera è stata un po’ meno allegra che nell’amichevole con il Messico. Effettivamente Rivera va tolto dalla difesa. Io non ce l’ho affatto con il biondo e gentile Rivera, maledetti: io non posso vedere il calcio a rovescio: sono pagato per fare questo mestiere. Vi siete accorti o no del disastro che Rivera ha propiziato nel secondo tempo?»

Così scriveva Gianni Brera all’indomani della mitica semifinale (QUI l’articolo completo)

Per la cronaca, l’Italia perse la finale col Brasile per 1 a 4. Ma il primo tempo terminò 1-1 e le squadre si equivalsero… Il Brasile avava avuto un giorno di riposo in più e l’Italia una semifinale massacrante… Col senno di poi, se Schnellinger non avesse pareggiato a tempo ormai scaduto, ci saremmo persi la “partita del secolo”, ma forse avremmo avuto una finale diversa…

By Eles

Buon compleanno Stanlio – Il 16 giugno del 1890 nasceva il mitico Stan Laurel, il nostro ricordo tra risate, curiosità e nostalgia

 

Stan Laurel

 

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

Buon compleanno Stanlio – Il 16 giugno del 1890 nasceva il mitico Stan Laurel, il nostro ricordo tra risate, curiosità e nostalgia

Stan Laurel, pseudonimo di Arthur Stanley Jefferson (Ulverston, 16 giugno 1890 – Santa Monica, 23 febbraio 1965), è stato un attore, comico, regista, produttore cinematografico e sceneggiatore britannico.

Stan Laurel, meglio conosciuto per il ruolo di Stanlio del duo comico Stanlio & Ollio (Laurel & Hardy), «è considerato uno dei più grandi attori comici di tutti i tempi; agilissimo nella sua fisicità e geniale nell’invenzione comica, ha innovato profondamente il modo di recitare la comicità per le sue capacità di rendere ricco di particolari intriganti un individuo “apparentemente stupido”.» I suoi giochi di parole molto spesso erano frasi semplici, ma venivano espresse con variopinte e bizzarre combinazioni.

Stanlio e il Travaso del vino (da Noi siamo zingarelli, 1936)

Nel novero delle icone umoristiche in grado di affermarsi nell’immaginario popolare come geni artistici a tutto tondo, a Stanlio e Ollio è riservato un posto d’onore. Dietro allo step finale della risata si muovevano gli ingranaggi di un vero e proprio laboratorio artigianale, dove la scrittura e l’interpretazione si mescolavano alla regia e al montaggio. Pochi attori hanno saputo raccontare il popolo facendolo innamorare come loro:“Il mondo è pieno di persone come Stanlio e Ollio. Basta guardarsi attorno: c’è sempre uno stupido al quale non accade mai niente, e un furbo che in realtà è il più stupido di tutti. Solo che non lo sa” amava affermare più volte Hardy.
Il 1º maggio esce nelle sale italiane il film sul celebre duo comico interpretato sontuosamente da Steve Coogan e John C. Reilly, che si calano perfettamente nei panni di Laurel e Hardy senza mai scadere nella macchietta, mostrando delle eccellenti doti mimetiche. Un film di cui abbiamo parlato anche nella nostra recensione di Stanlio e Ollio che non assolve soltanto alla mera funzione nostalgica ma che riesce a raccontare ed entrare nel cuore di un’amicizia solida, profonda e imprescindibile per il successo professionale e che permise di superare momenti bui e i pochi attriti. In occasione dell’uscita del film di Jon S. Baird ricordiamo 10 curiosità su Stanlio e Ollio, ma prima vogliamo spendere due parole sul periodo e le circostanze in cui si svolge il film.

Nel 1950 Stan Laurel e Oliver Hardy stanno compiendo un viaggio in Europa. Si tratta di un breve tour per promuovere il loro prossimo film, Atollo K. Sarà l’ultimo lungometraggio a cui parteciperà la coppia. Nel corso di un’intervista, a Oliver Hardy viene chiesto del suo interesse verso lo stile slapstick della comicità, legato al linguaggio del corpo e alle gag, di cui Laurel e Hardy erano tra i più fulgidi esponenti:“È interessante ma ormai se ne vede poco. La gente vuole ridere ma la comicità di oggi è poco comica. I produttori vogliono il drammatico, non il comico. Anche perché è difficile fare un film comico”. Parole che scorrono all’interno di una conversazione qualunque ma che fotografano alla perfezione ciò che la comicità – e quindi gli stessi Laurel e Hardy – stava passando in quel periodo. Un passaggio di consegne generazionale che stava ormai modificando in maniera sostanziale le dinamiche umoristiche nel mondo dello spettacolo in relazione a ciò che il pubblico e l’industria cinematografica stessa richiedevano in quel periodo.

Dieci curiosità
1) DUE CARATTERI DIVERSI

Tra le differenze principali che caratterizzavano Stan Laurel e Oliver Hardy, la più evidente era il carattere. Lo schema ben definito dei personaggi di Stanlio e Ollio non ricalcava la personalità dei due interpreti. Entrambi perennemente in abito scuro con bombetta incorporata, i personaggi di Stanlio e Ollio si sono affermati come due icone immortali della comicità cinematografica. Corpulento, saccente, gentiluomo maldestro e costantemente impegnato nel dimostrare la superiorità intellettiva rispetto all’amico, Ollio si palesa ogni volta più sciocco di Stanlio; quest’ultimo, lagnoso, fisico minuto e longilineo, subisce inizialmente l’arroganza di Ollio, salvo poi uscire indenne da ogni situazione, contribuendo a mettere nei guai il compare. La dialettica, la mimica e l’uso del corpo di Stanlio e Ollio hanno innovato in maniera significativa il mondo della comicità. Ma nella vita l’indole di Stan Laurel e Oliver Hardy era profondamente diversa; Laurel era il vero regista e burattinaio della coppia, autore delle gag, artigiano tuttofare. Hardy era il braccio destro operativo, magistrale esecutore delle indicazioni dell’amico, che integrava con soluzioni altrettanto brillanti. Una differenza caratteriale che li ha spesso fortificati; la puntigliosità e l’impulsività di Laurel, noto per la sua complicata personalità, era compensata dall’atteggiamento maggiormente conciliante e diplomatico di Hardy.

2) VITA PRIVATA

I tumulti della vita privata hanno contraddistinto entrambe le vite private di Stan Laurel e Oliver Hardy. Nei film, Stanlio e Ollio sono spesso sposati con donne benestanti e dispotiche. Nella realtà Stan Laurel ha vissuto svariati e tormentati matrimoni, perfettamente in linea con il saliscendi emotivo che lo caratterizzava anche sul lavoro. Si sposò otto volte, ebbe due figli, e in alcuni casi le separazioni erano talmente repentine che rischiò di essere accusato di bigamia. Meno prolifica ma altrettanto altalenante la vita sentimentale di Oliver Hardy; in seguito al divorzio richiesto dalla prima consorte conobbe la futura seconda moglie sul set di The Flying Deuces, con la quale rimase sposato fino alla morte. La turbolenta vita privata di Laurel e Hardy fu uno dei motivi di dissidio con il celebre produttore Hal Roach, che mal sopportava questo genere di notizie in prima pagina.

3) IL DOPPIAGGIO ITALIANO

Altrettanto famoso in Italia è il doppiaggio italiano che ha caratterizzato i personaggi di Stanlio e Ollio. Le varie storpiature fonetiche tuttavia nascono dalla produzione multilingue che Hal Roach aveva espressamente richiesto per non perdere potenziali guadagni all’estero, soprattutto in nazioni dove l’inglese non veniva parlato. A questo proposito scelse di far ripetere in prima persona le battute agli attori con l’ausilio di madrelingua per la pronuncia corretta da utilizzare. Un lavoro piuttosto laborioso e complicato che contribuì involontariamente al successo del doppiaggio italiano, che decise di mantenere i vari errori d’accentazione senza modificarli, aumentando di fatto la fama di Stanlio e Ollio in Italia, grazie anche all’interpretazione vocale dei diversi doppiatori che si sono alternati negli anni.Tra i più noti si ricordano Mauro Zambuto e il suo caratteristico pianto in falsetto conferito a Stanlio e Alberto Sordi – che vinse un concorso indetto dalla MGM anche per le sue qualità canore – per Ollio, attribuendogli un registro vocale più basso rispetto a quello originale di Hardy.

4) GAG E STILE

Le avventure di Stanlio e Ollio, pur variando in base alle trame differenti nei vari film, mantengono lo stesso tipo di canovaccio. Soprattutto uno stile ben riconoscibile delle gag contribuisce a delineare maggiormente il profilo dei due personaggi. Solitamente Stanlio e Ollio sono due amici sposati a donne ricche e tiranniche, che tentano di uscire da una quotidianità che non li valorizza abbastanza, cercando di migliorare le proprie condizioni di vita, soprattutto a livello economico. Il risultato è quasi sempre disastroso. Una delle gag più riconoscibili è il camera look di Ollio: ogniqualvolta Stanlio esce indenne da una situazione critica il rimprovero dell’amico si traduce in uno sguardo sconsolato in camera, per coinvolgere ulteriormente lo spettatore e cercare consolazione dalle proprie disgrazie. Altre caratteristiche preponderanti sono il pianto esagerato di Stanlio, in seguito a qualche critica eccessiva di Ollio, e le risate contemporanee, un escamotage che nasce anche da situazioni malinconiche o tristi come ne Lo sbaglio e Frà Diavolo.

 

5) MUSICA E BALLETTI

Le sequenze musicali nei film di Stanlio e Ollio hanno impreziosito diverse avventure del duo, soprattutto mettendo in luce le doti canore di Oliver Hardy, dato il suo registro tenorile, e i balletti improvvisati in diversi film, con alcune musiche diventate dei cult per i fan. La canzone più ricordata è The Cuckoo Song, ideale colonna sonora simbolo delle peripezie di Stanlio e Ollio, composta da Marvin Hatley, presente per la prima volta nel film del 1930, I ladroni. Impareggiabile è il balletto in I diavoli volanti, dove Ollio si leva la bombetta e intona la canzone dal titolo Guardo gli asini che volano nel ciel, con Stanlio che improvvisa un comico passo di danza, in seguito supportato dall’amico. La canzone italiana è cantata da Alberto Sordi mentre in originale Hardy intona la famosa Shine On, Harvest Moon di Nora Bayes e Jack Norworth. Grazie a questo intermezzo musicale I diavoli volanti è tutt’oggi uno dei film più famosi della coppia.

6) GLI ESORDI CON CANE FORTUNATO

1921, sul set del cortometraggio diretto da Jesse Robbins, Cane fortunato. Stan Laurel e Oliver Hardy incrociarono per la prima volta le loro strade in quell’occasione. Stan era il protagonista designato del film, nei panni di uno sbadato giovanotto giramondo che viene tallonato da un corpulento bandito, interpretato da Oliver Hardy. Il corto è ricordato per essere l’esordio ufficiale di Stan Laurel e Oliver Hardy nello stesso film ma i due non lavoreranno più insieme fino al 1926, quando Stan Laurel avrebbe dovuto dirigere Get ‘Em Young, con Oliver Hardy nel cast. Un incidente domestico di Hardy costrinse Laurel a sostituirlo e lasciare la regia del progetto. La tensione del momento sfociò in ilarità quando la reazione goffa e arrabbiata di Laurel colpì il produttore Hal Roach, che nel 1927 decise di creare ufficialmente la coppia.

7) VINCOLI E LIBERTÀ

Proprio Hal Roach fu una figura fondamentale, nel bene e nel male, nella lunga carriera di Stan Laurel e Oliver Hardy. In particolare il rapporto con Stan Laurel fu piuttosto travagliato, con Roach che non sopportava il ruolo fin troppo invasivo di Laurel, che lavorava ai film non solo come interprete ma spesso anche come sceneggiatore, regista e montatore. La prima rottura avvenne nel 1935, quando Laurel venne licenziato e poi riassunto qualche mese dopo. Preludio alla rottura definitiva nel 1938, quando Roach e Laurel si divisero soprattutto per la mancanza di libertà di Stan in fase di scrittura. Nel periodo di lontananza di Stan Laurel dalla MGM, Hal Roach affiancò a Oliver Hardy una star del muto come Harry Langdon per il film Zenobia, senza ottenere i risultati sperati. La conseguenza fu il ritorno di Laurel con un contratto annuale nel 1939. Nel 1940 i rapporti terminarono definitivamente e Stan Laurel e Oliver Hardy firmarono un contratto con la 20th Century Fox ma i tempi erano ormai cambiati. Nella major Laurel sperimentò per la prima volta le ferree tempistiche del cinema formato industria, che lavora sulla quantità e sulla velocità di produzione.

8) STANLIO, OLLIO E LO SPETTATORE

Una delle peculiarità di Stan Laurel e Oliver Hardy era il rapporto magnetico che sapevano instaurare con lo spettatore, in maniera più solida e diretta rispetto ad altri grandi comici dell’epoca. Non solo l’espediente del camera-look ma anche l’ingenuità con la quale Stanlio e Ollio riescono a cacciarsi sempre nei guai aumentava il legame con lo spettatore; la semplicità delle gag, la spontaneità dei due protagonisti, in perenne disagio nei confronti del mondo che li circonda è un escamotage funzionale al coinvolgimento di chi assiste alle loro disgrazie dall’altra parte dello schermo. 
Un legame che funziona anche oggi, proprio grazie a queste caratteristiche.

9) L’AMICIZIA

Il film di Jon S. Baird approfondisce il legame affettivo, tra alti e bassi, tra Stan Laurel e Oliver Hardy. Un’amicizia che è durata nel tempo e non si è mai interrotta ma che sapeva adattarsi al differente carattere e allo stile di vita di entrambi. Totalmente dedito al lavoro, al punto di sacrificare il futuro della propria vita privata, Stan Laurel viveva costantemente immerso nei progetti cinematografici, una vera e propria ossessione. Al contrario, Oliver Hardy era un personaggio festaiolo, amante del golf e dei party. Le modalità diverse con le quali conducevano le loro vite mai impedirono di mantenere un’amicizia sempre molto salda.

10) UNA COSA SOLA

Oliver Hardy girò pochissimi film senza Stan Laurel. Oggi pensare a Laurel senza Hardy e viceversa pare quasi una forzatura. L’incredibile alchimia di Stanlio e Ollio nella lunghissima filmografia che li riguarda ha rafforzato l’immaginario di una coppia che rappresenta un’unica identità. Stanlio e Ollio cercano di arrivare a fine giornata in simbiosi, come simbiotica era l’amicizia fra Stan Laurel e Oliver Hardy. Quando Hardy venne colpito da un ictus nel settembre 1956, subì una semi paralisi che gli impedì di comunicare; l’amico non si perse d’animo e i due riuscirono a capirsi grazie al loro talento gestuale. Ragionavano come se fossero una cosa sola, Laurel e Hardy, tanto che Stan scrisse altri soggetti per la coppia anche dopo la morte di Hardy, nel 1957. Non recitò mai più, perché senza Babe, tutto era finito. Senza Ollio era morto anche Stanlio.

Guardo gli asini che volano nel ciel – Il famoso balletto di Stanlio & Ollio, da “I diavoli volanti” del 1939.

Stanlio e Ollio – 1956 – Ultimo filmato insieme. L’ultimo filmato che vede i due comici insieme girato in super 8 da un loro ammiratore

 

16 giugno 1980 – In prima assoluta a Chicago esordiva il mitico film The Blues Brothers – Un cult che rimarrà per sempre nella storia del cinema.

 

The Blues Brothers

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

 

16 giugno 1980 – In prima assoluta a Chicago esordiva il mitico film The Blues Brothers – Un cult che rimarrà per sempre nella storia del cinema.

Il 16 giugno in anteprima a Chicago e poi il 20 giugno 1980 in circa 600 cinema americani veniva proiettato per la prima volta il film The Blues Brothers, il film che avrebbe fatto la storia del cinema.

Il Film

(USA 1980, colore, 130m); regia: John Landis; produzione: Robert K. Weiss per Universal; sceneggiatura: Dan Aykroyd, John Landis; fotografia: Stephen M. Katz; montaggio: George Folsey Jr.; scenografia: John J. Lloyd; costumi: Deborah Nadoolman; coreografie: Carlton Johnson; musica: Elmer Bernstein.

Chicago, penitenziario Joliet, all’alba. Jake Blues esce di prigione e ad attenderlo, su un’auto truccata chiamata Bluesmobile, trova suo fratello Elwood, da cui apprende che l’orfanotrofio in cui entrambi sono stati allevati rischia di essere chiuso per cinquemila dollari di tasse arretrate. La madre superiora li diffida dal ricorrere a mezzi illegali per trovare il denaro: i due decidono allora di riunire il loro vecchio gruppo blues e guadagnare la cifra necessaria con la musica. L’impresa è ostacolata dalla polizia stradale (che insegue Elwood per innumerevoli violazioni al codice della strada), dall’ufficiale di controllo di Jake (che è in libertà condizionata), da una donna misteriosa che cerca ripetutamente di far fuori i due fratelli con un inesauribile arsenale di armi, da una country-band cui Jake ed Elwood hanno rubato la scena, e infine da un gruppo di neonazisti la cui manifestazione è stata rovinata dal passaggio della Bluesmobile. Nonostante le resistenze dei vecchi compagni, la banda viene finalmente ricostituita e rifornita di strumenti musicali: però è ben presto chiaro che l’idea di guadagnare cinquemila dollari suonando nei locali pubblici è irrealizzabile. Con un piccolo ricatto, Jake ed Elwood ottengono di tenere un concerto nel gigantesco Palace Hotel e grazie a una propaganda capillare riescono a riempirlo di spettatori. Dopo un inizio incerto, lo spettacolo è un trionfo suggellato da un ricco contratto discografico: però il tempo utile per pagare le tasse volge al termine e i due fratelli fuggono dalla sala con il denaro. Dopo un inseguimento apocalittico e una vera strage di automobili, i Blues Brothers fanno appena in tempo a saldare il debito. L’orfanotrofio è salvo e i fratelli, arrestati con tutta la banda, si ritrovano in carcere a suonare Jailhouse Rockscatenando un happening che i secondini si affrettano a reprimere.

Si nasconde nel finale la differenza più sostanziale fra The Blues Brothers, così come conosciuto e apprezzato da una generazione di spettatori, e la versione originale del film, cui produzione e distribuzione impongono tagli di quasi mezz’ora prima dell’uscita in sala: si tratta di poche inquadrature, che rovesciano però completamente il senso trionfale del numero conclusivo. Chi vede il film nella sua versione ‘tradizionale’ ne esce caricato dall’energia liberatoria di un classico del rock messo in scena in uno scatenato happeningcarcerario: ma la versione definitiva, reintegrata negli anni Novanta con dodici minuti fortunosamente ritrovati, si chiude invece con le immagini delle guardie che accorrono a sedare la rivolta musicale dei protagonisti, colpevoli non tanto dei numerosi reati commessi nel corso della vicenda, ma soprattutto di rappresentare una cultura musicale non allineata ai gusti commerciali dell’epoca disco (e sarà proprio la resistenza degli esercenti a programmare una pellicola giudicata troppo ‘black’ e troppo ‘blues’ a imporre i tagli). Concepito da John Landis e Dan Aykroyd come “un incrocio fra Singin’ in the Rain e Ben Hur“, il film nasce dal desiderio della Universal di sfruttare al cinema il successo televisivo e discografico di una coppia di personaggi creati da Aykroyd & Belushi ma, in luogo di limitarsi a portare sullo schermo i modi e i ritmi delle performances televisive, sceglie di farne figure di uno spessore leggendario che l’ironia di fondo tempera solo parzialmente.

The Blues Brothers è un film costruito sulle proprie contraddizioni, su un’anarchia produttiva autorizzata dal sistema stesso (viene messo in produzione senza un budget approvato e viene scritto e realizzato in fretta e furia: nemmeno dieci mesi fra la prima bozza di soggetto e la copia campione), sul continuo cambio di marcia fra temi e stili cinematografici diversi e apparentemente incompatibili, unificati in una mimesi postmoderna che reinventa lo stile del film scena per scena, lungo un catalogo di situazioni unificate solo dal proprio appartenere, appunto, al patrimonio visivo e narrativo di ottant’anni di cinema. Trionfo di un catastrofismo spettacolare che accosta la dinamica del cartone animato a un’ambientazione sorprendentemente realistica (lo Spielberg di 1941 ‒ 1941 Allarme a Hollywood, 1979, aveva puntato invece su un’iperrealtà interamente ricostruita) e a una musica autenticamente popolare, The Blues Brothers rilancia da solo un intero genere musicale e riscuote un buon successo in tutto il mondo, consentendo a Landis di realizzare l’anno seguente il più personale An American Werewolf in London (Un lupo mannaro americano a Londra). La morte prematura di John Belushi, avvenuta nel 1982, contribuisce a conferire al film uno status di cult che garantisce una notevole longevità musicale anche alla band radunata per l’occasione. Nel 1998, Landis & Aykroyd realizzeranno insieme Blues Brothers 2000 (Blues Brothers ‒ Il mito continua), un elegiaco ‘vent’anni dopo’ sull’irripetibilità del passato, rimasto incompreso da un pubblico e da una critica che si merita i finali edulcorati dalla produzione.

Qualche curiosità

  1. La scena in cui la band compare in una sauna, con indosso solo gli asciugamani, è una citazione della foto di copertina dell’album No Sweatdel 1973 dei Blood Sweat & Tears, in cui la band appare in una sauna in identica posa. Lou Marini e Tom Malone, due dei membri della Blues Brothers Band, erano anche in Blood Sweat & Tears e compaiono in entrambe le scene.
  2. Elwood si toglie il cappello tre volte nel film: quando va a dormire nella sua stanza, per rompere la finestra per raggiungere l’hotel Palace, e verso la fine del film quando la Bluesmobile cade a pezzi. Jake si toglie gli occhiali da sole una volta, quando sta parlando con Carrie Fisher, ma non si toglie mai il cappello.
  3. Quando i fratelli nascondono la macchina sotto il ponte, sul muro si vede un graffito: John *cuore* Deborah. E’ un riferimento al regista John Landis e a sua moglie, la costumista Deborah Nadoolman.
  4. Durante le riprese sono state distrutte 103 auto. Era un record fino al 1998 quando fu girato Blues Brothers 2000e le macchine distrutte salirono a 104.
  5. La Bluesmobile è una Dodge Monaco 1974. I veicoli utilizzati nel film sono macchine della polizia acquistate dalla California Highway Patrol. 12 Bluesmobiles sono state usate nel film, tra cui una che è stata costruita solo per cadere a pezzi. Diverse repliche sono state costruite dai collezionisti, ma originale è di proprietà del cognato di Dan Aykroyd.
  1. Durante le riprese in una delle scene notturne, John Belushi è scomparso. Dan Aykroyd si guardò intorno e vide una casetta con le luci accese. Bussò e prima che potesse dire qualcosa il proprietario della casa chiese: “Sei qui per John Belushi, non è vero?” L’uomo disse loro che Belushi aveva chiesto se poteva avere un bicchiere di latte e un panino e poi si era schiantato sul divano.
  2. Durante le riprese della scena di apertura, le guardie di sicurezza della prigione hanno sparato all’elicottero che filmava l’edificio pensando che stasse tentando di spiare sulla struttura.
  3. Il Soul Food Cafe, dove Aretha Franklin canta Think, era il Nate’s Delidi Chicago. Ora è un parcheggio.
  4. Nel seminterrato di Cab Calloway e nel negozio di musica di Ray Charles potete vedere foto incorniciate di di Martin Luther King, Malcolm X e John e Robert Kennedy. Si tratta di un chiaro omaggio all’attivismo per i diritti civili del 1960.
  5. Il guardaroba dei Blues Brothers è nato durante alcuni episodi di Saturday Night Live dove Dan Aykroyd e John Belushi interpretavano degli agenti dei servizi segreti. Come band invece fecero il loro debutto nello show il 22 aprile 1978.
  6. Per il 30esimo anniversario del film, il giornale del Vaticano L’Osservatore Romanolo ha definito “un film cattolico“.
  7. Carrie Fisher si è fidanzata con Dan Aykroyd durante le riprese dopo che lui l’aveva salvata dal soffocamento usando la manovra di Heimlich.
  8. Dan Aykroyd ha collaborato alla sceneggiatura insieme al regista John Landis.
  9. Quando il film uscì non fu accolto molto bene dalla critica: il New York Times lo definì addirittura una “saga presuntuosa”.
  10. Nel 2004 la BBC ha dichiarato la colonna sonora di Blues Brothers come “la più bella della storia del cinema”.
THE BLUES BROTHERS – LA SCENA DEL RISTORANTE

THE BLUES BROTHERS – LA MITICA SCENA DELLE SCUSE

THE BLUES BROTHERS – IO LI ODIO I NAZISTI DELL’ILLINOIS

Amarcord – Il 15 giugno 1966 andava in onda per la prima volta “Belfagor – il fantasma del Louvre”. Lo sceneggiato fu poi replicato varie volte, nel 1969, 1975 e 1988, “terrorizzando” i ragazzini di più generazioni…

 

Belfagor

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

 

Amarcord – Il 15 giugno 1966 andava in onda per la prima volta “Belfagor – il fantasma del Louvre”. Lo sceneggiato fu poi replicato varie volte, nel 1969, 1975 e 1988, “terrorizzando” i ragazzini di più generazioni…

I bambini degli anni ’60 e ’70 non hanno paura di niente, tranne che del fantasma nero di Belfagor che scivola di notte tra le sale del Louvre …

Era il 15 giugno del ’66 quando andò in onda sul secondo canale della Rai la prima puntata di ‘Belfagor ovvero il fantasma dei Louvre‘. E da quella sera, per sei puntate, milioni di famiglie italiane restarono incollate davanti alla Tv ipnotizzate da quell’insolito sceneggiato francese in 4 puntate, in cui una misteriosa gura nera si aggirava di notte per le sale deserte dei Louvre. E fra tutto questo pubblico c’eravamo noi, i bambini, affascinati dalla storia misteriosa che ci veniva raccontata e terrorizzati dalle fugaci apparizioni di quella maschera dorata dagli occhi enormi e dal lungo mantello scuro.

Belfagor ovvero il fantasma dei Louvre è una storia in bilico tra giallo e horror fantastico, che in Francia fu replicata solo due volte, ma che in Italia – a grande richiesta – la RAI rimandò di nuovo in onda nel ’66, nel ’69, nel ’75 e infine su Raitre nell’88. I dialoghi sono asciutti, la fotografia è ‘espressionista‘, sullo sfondo una Parigi esistenzialista in bianco e nero, dove si muovono personaggi simbolo di quell’epoca come Juliette Gréco nel ruolo di Luciana Borel. Tra gli altri interpreti compaiono René Dary nel ruolo dei commissario, e Andrea Bellegarde.

Tutti coinvolti in un mistero che comincia con l’omicidio di un guardiano dei Louvre. Le indagini, condotte dall’ispettore Menardier, portano all’attività di un gruppo di occultisti che si ispirano a un’antica società segreta, quella dei Rosacroce, il cui tesoro sarebbe nascosto nel Louvre. Tra i membri della confraternita ci sono Lady Hodwyn, l’affascinante Luciana Borel, la sua gemella Stefania e Boris Williams, dotato di un’oscura forza ipnotica. Sarà lui con i suoi poteri a trasformare Luciana in Belfagor e a spingerla al suicidio finale

C’è un fantasma nel Louvre… Un fantasma si aggira per l’inconscio di chi ha almeno 45 anni. Non so quanto possa dire questo post agli under 40. Non dico che non abbiano mai sentito parlare di Belfagor ma l’aver vissuto la cosa è sicuramente diverso. Se vi dicessi che ancora oggi, se devo percorrere un corridoio buio anche in casa mia lo faccio regolarmente di corsa senza guardarmi indietro? Colpa di Belfagor. Da qualche parte devo avere ancora qualcuno dei disegni che facevo compulsivamente per esorcizzare lo spavento: Belfagor di qui, di là, di fianco alla casetta con l’alberello, Belfagor piccolo, Belfagor grande. Mio nonno me li comperava, 100 lire l’uno (che a pensarci oggi era una bella cifra!) Ma chi era ‘sto Belfagor? Il 15 giugno 1966 sul Secondo canale della televisione (allora c’era solo la RAI) andava in onda per la prima volta uno sceneggiato francese in sei puntate, “Belfagor o il fantasma del Louvre” ispirato a un romanzo scritto nel 1927 da Arthur Bernède e diretto da Claude Barma. Lo sceneggiato fu poi replicato varie volte, nel 1966, 1969, 1975 e 1988. La Francia era molto popolare in televisione allora. Un anno prima avevano cominciato ad andare in onda “Le Inchieste del Commissario Maigret” con Gino Cervi e la collaborazione alla sceneggiatura del maestro Camilleri. Tutto rigorosamente in bianco e nero. Belfagor fu una sferzata in faccia. Sugli allora pudibondi schermi democristiani approdarono tutti assieme: i Rosa Croce e le sette segrete, l’esoterismo, l’alchimia, l’antico Egitto, una donna adulta che ha una relazione con uno studentello, le droghe che rendono gli individui automi, i maestri del terrore e misteriose pietre radioattive, il tutto avvolto in una pericolosa nebbia sulfurea e diabolica (Belfagor è un famoso arcidiavolo). Ricordo la trama per i troppo giovani. Un guardiano del Museo parigino del Louvre viene assassinato nottetempo durante il suo giro di ronda. Il commissario Menardier indaga e per conto suo anche uno studente curioso, Andrea Bellegarde, che si fa prendere dal mistero che circonda il caso. Già, perché si parla di un misterioso fantasma che si aggirerebbe nelle sale dell’Antico Egitto, visto da diversi guardiani. Andrea, che ha conosciuto per caso Colette, la figlia del commissario, si fa rinchiudere nel Louvre assieme a lei che ha ereditato il fiuto da segugio dal padre e una notte il fantasma compare finalmente. E’ alto, completamente ricoperto da un mantello nero e indossa una maschera di cuoio. Nel corso delle indagini Andrea conosce Luciana, un’affascinante signora dell’alta borghesia che ha una relazione con un misterioso individuo, un certo Williams. Da lì la trama si sviluppa e si fa intricatissima. Compaiono una vecchia signora che forse sa troppe cose, una setta esoterica e una sorella gemella di Luciana. Chi è il fantasma? Chi manipola la sua volontà? Elemento fondamentale del successo di Belfagor era la sceneggiatura di Jacques Armand che mescolava tutti gli elementi della storia misteriosa senza far uso di effetti speciali o trucchi. Lo spavento nasceva da cose in fondo stupide ma tremendamente efficaci. Cosa immaginare di più spaventoso che svegliarsi nella propria camera con Belfagor che si nasconde dietro una tenda? Un altro elemento di fascinazione è la Parigi di Belfagor, che è ancora quella dei cafés, dei cancan e delle edicole, un luogo denso di grandi misteri ma in fondo familiare. In Belfagor domina la presenza magnetica di Juliette Greco, con la voce profonda, l’occhio egizio e l’allure di femme fatale. Assieme a lei il protagonista Yves Rénier, deciso a combattere il male ma manipolato e salvato da figure femminili di grande forza. Nei ruolo secondari René Dary, visto in “Non toccate il Grisbi”, un commissario Menardier con gli accenti di un Gabin, mentre François Chaumette conferma la sua grandezza di attore teatrale. Una curiosità, nei panni eburnei di Belfagor si celava un mimo, Isaac Alvarez.

 

Amarcord – Il 1 giugno 1980 – 39 anni fa – debuttava in Tv il telefilm che ha fatto sognare un’intera generazione: Love Boat

 

Love Boat

 

.

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

 

Amarcord – Il 1 giugno 1980 – 39 anni fa – debuttava in Tv il telefilm che ha fatto sognare un’intera generazione: Love Boat

Cosa resterà degli anni ‘80” cantava Raf, una delle più belle, e nel contempo malinconiche, canzoni della mia infanzia, un vero e proprio inno di quell’epoca che ancora oggi amo ascoltare.

Vivendo in una famiglia teledipendente, degli anni ’80 mi è rimasto il ricordo dei tanti telefilm che trasmettevano in quel periodo, un ricordo che, sono sicura, anche molti di voi conservano ancora. Tra i preferiti di mia madre c’era sicuramente la serie televisiva americana “Love Boat”.

Love Boat è una serie televisiva statunitense ambientata su una nave da crociera, prodotta tra il 1977 e il 1987.

In Italia la serie è andata in onda dal 1º giugno 1980 su Canale 5. Nel 2010 è stata riproposta in versione restaurata sul canale Fox Retro della piattaforma satellitare Sky Italia e in chiaro su Rai 2.

La serie si svolge usualmente sulla nave Pacific Princess, in cui i passeggeri e l’equipaggio hanno avventure romantiche e divertenti. In alcune puntate furono usate altre navi: la gemella Island Princess, la Stella Solaris (per una crociera nel Mediterraneo), la Pearl of Scandinavia (per una crociera cinese), la Royal Viking Sky (per crociere in Europa) e la Royal Princess (per una crociera ai Caraibi). 

La particolarità della serie era costituita dal fatto che il cast dei passaggeri, che cambiava di puntata in puntata, era costituito da attori molto conosciuti, per la maggior parte negli Stati Uniti d’America.

I personaggi fissi della serie erano i membri dell’equipaggio, ossia il capitano Merrill Stubing, la direttrice di crociera Julie McCoy (sostituita nelle ultime stagioni da Judie McCoy), il barman Isaac Washington, la figlia del capitano Vicky Stubing (aggiuntasi successivamente), il dottore Adam Bricker e Burl Gopher Smith. Questi personaggi fissi avevano ruoli e caratteri ben definiti.

Un altro aspetto peculiare di Love Boat era il suo formato di scrittura: la puntata era divisa in segmenti differenti, e ogni segmento veniva scritto da un gruppo differente di autori, che lavorava sul proprio gruppo di attori e sulla propria storia.

Love Boat – Curiosità
  • La serie è basata sul film tv The Love Boat del 1976, a sua volta ispirato dal romanzo The Love Boats di Jeraldine Saunders, una vera direttrice di crociera.
    In seguito il film tv ebbe due sequels The Love Boat II e The New Love Boat, entrambi del 1977.
  • Nel 1990 venne prodotto un film per la TV, The Love Boat: A Valentine Voyage
  • Una seconda serie, Love Boat – The Next Wave venne prodotta tra il 1998 e il 1999. Il ruolo del protagonista venne affidato a Robert Urich come Capitano Jim Kennedy, un ufficiale della marina americana in pensione. Alcuni membri del cast della serie originale presero parte ad un episodio, nel quale viene rivelato che Julie Mc Coy e “Doc” Adam Bricker sono sempre stati segretamente innamorati, ma trattenuti dal fatto di essere, a quei tempi, colleghi, ed alla fine del quale diventano finalmente una coppia.

  • In Italia, il programma venne presentato con una sigla italiana, cantata da Little Tony. Questa sigla è diventata molto famosa ed entrò in hit parade.
  • La cantautrice australiana Kylie Minogue ha scritto ed interpretato un brano dedicato alla celebre serie televisiva, chiamato appunto Loveboat.
  • La Pacific Princess, ferma dall’Ottobre del 2008 anni presso il porto di Genova per delle riparazioni, sara’ venduta all’asta. Il broker delegato sara’ Andrea Fertonani della Ferrando & Massone di Genova.    Al termine di una lunga, tristissima trattativa, ciò che resta della “Love Boat” è stata venduta a una società turca, la Cemsan, specializzata in demolizioni, per poco più di due milioni e mezzo di euro.
  • E proprio questa, la demolizione, sarà con ogni probabilità la fine imminente della nave che, smessi i panni della star televisiva (nome d’arte, Love Boat, nome reale “Pacific Princess”) si era dedicata alle crociere in Sudamerica, prima di essere venduta a una società spagnola, con l’obiettivo di concludere in bellezza la sua carriera nel Mediterraneo. La nave, costruita nel 1971 in un cantiere navale dell’allora Germania Ovest, era prima di proprietà della statunitense Princess Cruises. Fu poi venduta nel 2001 ad una compagnia spagnola che, in seguito a dei problemi economici, se la vide pignorare. Dal 2008, era ormeggiata presso i cantieri navali San Giorgio del Porto a Genova in attesa di un restyling. Nel luglio del 2013 la nave fu trasferita in Turchia per essere dismessa e smantellata ma alcuni problemi tecnici, che hanno determinato la morte di due uomini e il ferimento di molti altri, hanno ritardato tale operazione ed ora la nave risulta sotto sequestro.

Nel corso degli anni la “Love Boat” ha trasportato centinaia di passeggeri lungo la costa pacifica del Messico, in crociere piuttosto brevi. Per gli standard di oggi è una nave piuttosto piccola: è lunga 167 metri e pesa circa 20mila tonnellate – le attuali navi da crociera pesano tra le 120mila e le 250mila tonnellate – e, come ha detto anche Mike Driscoll, direttore della pubblicazione di settore Cruise Weeknon c’era niente da fare a bordo, se non bersi qualche birra per far passare il tempo. In pratica la demolizione della nave è inevitabile, scrive NBC, anche perché non c’è modo di renderla competitiva nel mercato di oggi.

Un Cult: Frankenstein Junior – A.B. Norme…

 

Frankenstein Junior

 

 

.

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

 

Un Cult: Frankenstein Junior – A.B. Norme…

AB-Norme

Tutto ha inizio quando Igor (Marty Feldman), impegnato nel procurare un cervello umano al Dr. Frederick Frankenstein da inserire nella Creatura, rompe accidentalmente il barattolo selezionato, portando al dottore un altro cervello, quello di un tale “AB-Norme”…
La Creatura al suo risveglio dà però segni di violenza e follia, e ciò porterà inevitabilmente al celebre scambio di battute tra Igor (o Aigor, che dir si voglia) e Frankenstein qui di seguito.

Frederick: Aigor, posso parlarti un momento?
Igor: Certamente!
Frederick: Siediti, vuoi?
Igor: Grazie. [si siede a terra]
Frederick: No, no! Più su!
Igor: Oh! Grazie. [si siede su uno sgabello]
Frederich: Dimmi, quel cervello che mi hai portato era di Hans Delbrück?
Igor: No.
Frederick: Ah! Be’… Ehm, ti dispiacerebbe dirmi di chi era il cervello che gli ho messo dentro?
Igor: Non si arrabbierà, eh?
Frederick: No, io non mi arrabbierò!
Igor: A.B. qualcosa…
Frederich: “A.B. qualcosa”? “A.B.” chi?
Igor: A.B… Norme.
Frederick: “A.B. Norme”?
Igor: Sono quasi sicuro che era quello il nome.
Frederick: Vorresti dire che io ho messo un cervello “abnorme”… in un energumeno lungo due metri e venti… e largo come un armadio a due ante?! [comincia ad urlare] Canaglia! [inizia a strangolarlo come precedentemente aveva fatto il mostro con lui] È questo che vorresti dirmi?!

Il video

In lingua originale:

Un cult: la sveglia di Fantozzi ed il tram a volo – Una delle scene più divertenti della storia del cinema italiano…

 

Fantozzi

 

.

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

 

Un cult: la sveglia di Fantozzi ed il tram a volo – Una delle scene più divertenti della storia del cinema italiano…

Voce narrante – Per arrivare a timbrare il cartellino d’entrata alle 8 e 30 precise, Fantozzi, sedici anni fa, cominciò col mettere la sveglia alle 6 e un quarto: oggi, a forza di esperimenti e perfezionamenti continui, è arrivato a metterla alle 7:51… vale a dire al limite delle possibilità umane! Tutto è calcolato sul filo dei secondi: cinque secondi per riprendere conoscenza, quattro secondi per superare il quotidiano impatto con la vista della moglie, più sei per chiedersi – come sempre senza risposta – cosa mai lo spinse un giorno a sposare quella specie di curioso animale domestico. Tre secondi per bere il maledetto caffè della signora Pina – tremila gradi Fahrenheit! –, dagli otto ai dieci secondi per stemperare la lingua rovente sotto il rubinetto […], due secondi e mezzo per il bacino a sua figlia Mariangela, caffellatte con pettinata incorporata, spazzolata dentifricio mentolato su sapore caffè, provocante funzioni fisiologiche che può così espletare nel tempo di valore europeo di sei secondi netti. Ha ancora un patrimonio di tre minuti per vestirsi e correre alla fermata del suo autobus che passa alle 8:01. Tutto questo naturalmente salvo tragici imprevisti…

…E l’imprevisto c’è. La rottura della stringa. Dopo un rapido cambio la decisione:

Fantozzi – Allora prenderò l’autobus al volo!

Pina – No Ugo l’autobus al volo no!

Mariangela – No Papà!

Fantozzi – Si saltando dal terrazzino guadagnerò almeno 2 minuti!

Pina – No Ugo non l’hai mai fatto, non hai il fisico adatto! (Pina)

Fantozzi – Non l’ho mai fatto, ma l’ho sempre sognato!

Il resto è tutto da vedere…

4 aprile del 1978, una data storica – Arrivava sulla Tv Italiana Goldrake, il cartone giapponese che rivoluzionò – a colpi di alabarda spaziale – la televisione e la cultura italiana…

 

Goldrake

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

4 aprile del 1978, una data storica – Arrivava sulla Tv Italiana Goldrake, il cartone giapponese che rivoluzionò – a colpi di alabarda spaziale – la televisione e la cultura italiana…

40 anni di Goldrake, 5 motivi che lo hanno reso fondamentale

Il 4 aprile del 1978 arrivava su Rai 2 Goldrake, il cartone giapponese che avrebbe cambiato per sempre la cultura pop italiana

Il 4 aprile 1978 è stato un giorno fondamentale per la televisione italiana, alle 18:45 su Rai 2 veniva trasmessa per la prima volta una puntata di Goldrake, opera di Go Nagai preceduta da una spiegazione di Maria Giovanna Elmi che cercava di contestualizzare il cartone animato.

Inizialmente in Italia il cartone animato si è chiamato Atlas Ufo Robot a causa di un madornale errore di traduzione. Visto che la serie fu acquistata non direttamente dal Giappone, ma dai network francesi, il suo nome sulla guida tv transalpina era Atlas Ufo Robot, solo che Atlas era il nome della guida stessa.

Dopo l’arrivo in Italia di GoldrakeGrendizer in originale, la televisione italiana non fu più la stessa. Tutte le concezioni che avevamo sui cartoni animati, sull’animazione giapponese e sulla divisione manichea tra cultura alta e cultura bassa, tra intrattenimento per bambini e quelle per adulti, furono spazzate via con un colpo di alabarda spaziale. Sono stati scritti un sacco di libri, soprattutto in Italia, sulla sua importanza, pagine e pagine di cultura pop che mostrano gli effetti e il cammino di avvicinamento a questo tsunami cognitivo. Ecco a voi alcuni punti che cercano di riassumerne l’importanza.

1. Il primo robot

Potrà sembrare banale, ma Goldrake era il primo robot giapponese a fare la sua comparsa nella televisione italiana e probabilmente anche uno dei primi cartoni giapponesi. E la prima, volta, si sa, non si scorda mai. Fu preceduto da KimbaHeidi, i Barbapapà, ma un gigantesco robot che prende a pugni mostri grandi come lui non s’era mai visto, fu un vero e proprio shock culturale, un imprinting che ha legato a doppio filo Goldrake con l’Italia. Ogni generazione ha ovviamente avuto il suo robot preferito e ogni spettatore e legato in particolare a quel cartone che per primo lo ha emozionato, ma Ufo Robot è stato il primo a mostrarci supermosse, personaggi incredibili, mostri spaziali e poi c’era quella sigla che diventò in poco tempo la più cantata in tutte le scuole.

2. Una storia diversa

Fino a quel momento i cartoni animati erano considerati fondamentalmente roba per bambini. Certo, alcune fiabe potevano avere momenti più drammatici, ma tendenzialmente un cartone animato era una storia allegra con disegni colorati, personaggi semplici e lieto fine. Goldrakeinvece ci mostrava un personaggio tormentato che combatteva nemici che arrivavano dallo spazio. Il tema di Actarus, straniero in terra straniera, che cerca di aiutare il popolo che lo ospita conteneva il potenziale per scatenare riflessioni filosofico-politiche che fino a quel momento erano ben lontane dalle serie animate. Goldrake era un cartone con moltissimi livelli di lettura, non era una roba per bambini, era la prova che si poteva fare intrattenimento d’evasione senza per questo rinunciare a qualcosa di più alto, senza tradire a dei contenuti che potessero piacere a più fasce di pubblico. Ecco perché, vuoi per la novità, vuoi per la sua universalità, lo guadavano anche spettatori molto più grandi.

3. Le polemiche

Proprio per questa dissonanza tra l’immagine di un cartone animato e i contenuti Goldrake fu al centro di furiose polemiche. In parte questo era anche legato al fatto che rappresentava qualcosa di nuovo, completamente diverso e quindi non incasellabile secondo i costumi dell’epoca, quindi andava rigettato. Come spesso accade un esercito di genitori preoccupati, benpensanti, educatori, giornalisti e ovviamente politici iniziarono un bombardamento di fila che culminò con una interrogazione parlamentareche puntava alla chiusura della trasmissione. Seguì poi la famigerata “Crociata di Imola” in cui 600 genitori della città emiliana inscenarono una protesta con tanto di raccolta firme che finì sui principali giornali.

La polemica si sparse a macchia d’olio e ovviamente Goldrake e i cartoni giapponesi furono accusati di traviare le giovani menti, ispirare violenza e intaccare l’italico valore di storie nostrane, come Pinocchio. Ignoranza e terrorismo psicologico, veicolato anche attraverso leggende metropolitane di bambini che si lanciavano dalla finestra fingendosi Actarus, erano all’ordine del giorno. Per fortuna i dirigenti Rai e delle tv private tennero duro, aiutati da ascolti e indici di gradimento mai visti. Fra i pochi che cercano di analizzare il fenomeno senza paranoie c’è, a sorpresa, Gianni Rodari, che con un guizzo non da poco paragonò Goldrake a Ercole e agli eroi classici, intuendone le somiglianze mitologiche e la capacità di creare una nuova narrativa epica.

4. Spezzare l’egemonia

Goldrake fu anche fondamentale perché fu il grimaldello con cui la televisione italiana spezzò l’egemonia degli Stati Uniti nell’influenza del nostro immaginario. Dopo Goldrake infatti i cartoni animati giapponesi investirono come un fiume in piena le nostre televisioni, soprattutto quelle private, che non vedevano l’ora di riempire gli spazi vuoti del proprio palinsesto. Fu una svolta nel panorama dei mass media europei che si slegava dall’occidente e si apriva a una cultura completamente nuova che vedeva nei cartoni animati una forma di intrattenimento differente. Se il racconto occidentale ci parlava di draghi, quello giapponese ci descriveva anche il tormento del drago, se da una parte il bene e il male erano chiari dall’altra c’era sempre spazio per le zone di grigio.

In un certo senso si può dire che proprio grazie a queste trasmissioni la tv privata iniziò a prosperare, offrendo, con adattamenti spesso drammatici, una mole di contenuti che fino a quel momento ci era completamente sconosciuta. Fu un po’ come scoprire l’intera gamma della cucina mondiale dopo aver mangiato per anni solo brodo di pollo.

5. Una cultura di massa

Gli effetti di Goldrake e dei suoi successori in Italia li vediamo ancora oggi. Non esiste quarantenne che non conosca i circuiti di mille valvole e l’insalata di matematica, che non conosce l’alabarda spaziale e che non sia in qualche modo legato ai cartoni animati giapponesi. Fu uno dei primi cartoni a sdoganare un merchandising a 360° che ancora oggi alimenta mercatini di appassionati e ricerche nelle proprie camerette di gioventù. La permeabilità di Goldrake e compagni nella società italiana ha avuto un effetto curioso e interessante: li ha resi una lingua franca che travalica le classi sociali, il livello di istruzione e l’ambiente lavorativo. Il fornaio e l’avvocato possono non aver alcun punto in comune, ma mettili uno di fronte all’altro a parlare di Goldrake e Mazinga e stai sicuro che potranno andare avanti per ore discutendo su quale fosse il loro cartone preferito, quale la sigla che ricordano meglio e quale il giocattolo che, insospettabilmente, fa bella mostra di sé su una mensola, recuperato dalla cantina.

tratto da: https://www.wired.it/play/televisione/2018/04/04/40-anni-goldrake-italia/?refresh_ce=

29 marzo 1946 – Viene presentata a Roma la prima Vespa – Un mito che ha accompagnato la nostra vita e che rappresenta il genio Italiano da oltre 70 anni

 

 

Vespa

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

29 marzo 1946 – Viene presentata a Roma la prima Vespa – Un mito che ha accompagnato la nostra vita e che rappresenta il genio Italiano da oltre 70 anni

Fondata a Genova nel 1884 da Rinaldo Piaggio, che all’epoca aveva appena venti anni, la società Piaggio si dedicò all’inizio alla costruzione di arredamenti navali.

In seguito l’attività dell’azienda venne estese anche alla costruzione di carrozze e vagoni ferroviari, motori, tram e carrozzerie speciali per autocarri. Intanto, con la prima guerra mondiale, la Piaggio fece il suo ingresso nel settore aeronautico, nel quale opererà per diversi decenni.

Negli anni appena precedenti la seconda guerra mondiale, e anche durante il conflitto, Piaggio è stato uno dei maggiori produttori italiani di aerei e proprio per questo gli stabilimenti di Genova, Finale Ligure e Pontedera, diventano bersaglio delle forze alleate ed escono distrutti dalla II guerra mondiale.

I figli di Rinaldo Piaggio, Enrico e Armando, nell’immediato dopoguerra curarono il nuovo avvio della produzione industriale. Enrico, ebbe il compito di ricostruire il grande stabilimento di Pontedera, anche recuperando parte dei macchinari che intanto erano stati trasferiti a Biella.

Enrico, dal canto suo, puntò ad una totale riconversione industriale, puntando sulla mobilità individuale di un Paese che usciva dalla guerra. Avrebbe realizzato la sua intuizione, creando allo stesso tempo un veicolo destinato a grandissima celebrità, grazie allo straordinario lavoro progettuale di Corradino D’Ascanio (1891-1981), ingegnere aeronautico e geniale inventore.

La Vespa nasce così dalla volontà di Enrico Piaggio di creare un prodotto a basso costo e di largo consumo, idea già elaborata negli ultimi anni di guerra. E fu nello stabilimento di Biella che venne realizzato un “motorscooter” sul modello delle piccole motociclette per paracadutisti.

Il prototipo, siglato MP 5, venne battezzato “Paperino” per la sua strana forma: ma non piacque ad Enrico, che incaricò Corradino D’Ascanio di rivedere il progetto. Il progettista aeronautico non amava però. Secondo lui era scomoda, ingombrante, con gomme troppo difficili da cambiare in caso di foratura; e inoltre, a causa della catena di trasmissione, sporcava. E dunque cerò di rimediare a tutti questi inconvenienti, riuscendovi proprio grazie alla sua esperienza aeronautica.

Per eliminare la catena immaginò un mezzo con scocca portante, a presa diretta; per rendere la guida più agevole pensò di posizionare il cambio sul manubrio; per facilitare la sostituzione delle ruote escogitò non una forcella ma un braccio di supporto simile appunto ai carrelli degli aerei.

E infine ideò una carrozzeria capace di proteggere il guidatore, di impedirgli di sporcarsi o scomporsi nell’abbigliamento: decenni prima della diffusione degli studi ergonomici, la posizione di guida di Vespa era pensata per stare comodamente e sicuramente seduti, anziché pericolosamente in bilico su una motocicletta a ruote alte. Una vera e propria rivoluzione, dunque. Si trattava di un mezzo pratico e maneggevole, oltre che divertente e adatto a tutti. Persino alle donne.

Dal nuovo progetto di D’Ascanio nacque un mezzo che con il “Paperino” non aveva più nulla a che vedere: una soluzione assolutamente originale e rivoluzionaria rispetto a tutti gli altri esempi di locomozione motorizzata a due ruote. Con l’aiuto di Mario D’Este, disegnatore, a Corradino D’Ascanio bastarono pochi giorni per mettere a punto la sua idea e preparare il primo progetto della Vespa, prodotto a Pontedera nell’aprile del 1946.

Il nome del veicolo fu pensato dallo stesso Enrico Piaggio che davanti al prototipo MP 6, dalla parte centrale molto ampia per accogliere il guidatore e dalla “vita” stretta, esclamò: «Sembra una vespa!». E il resto, come tutti ben sappiamo, è storia. Con una veicolo che ha segnato un’epoca ed è diventato uno dei simboli dell’Italia nel mondo.

fonte: https://www.ilmemoriale.it/cultura/2017/12/09/viene-presentata-a-roma-la-prima-vespa.html