Un’azienda norvegese, la Desert Control, ha inventato un sistema che trasforma il deserto in terreno fertile… E funziona!

 

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Un’azienda norvegese, la Desert Control, ha inventato un sistema che trasforma il deserto in terreno fertile… E funziona!

Un’azienda norvegese, la Desert Control, sta trasformando il deserto in terreno fertile, offrendo una possibilità a milioni di persone che stanno perdendo le loro case per via del fenomeno della desertificazione.

Desert Control usa uno speciale composto di argilla e acqua, che, spruzzato sulla sabbia, forma uno strato di circa mezzo metro, rendendo la sabbia capace di trattenere l’acqua come una spugna. In questo modo può crescere un raccolto. Questo composto è chiamato LNC, ovvero Liquid Nano Clay, che sta per Nano Argilla Liquida. Questa soluzione permette al terreno di produrre fino al 40% in più di raccolto usando il 65% in meno di acqua, garantendo ai contadini un notevole risparmio.

Normalmente sono necessari dai 7 ai 15 anni per rendere un terreno sabbioso adatto a coltivare un raccolto. Dopo aver spruzzato l’LNC si impiegano soltanto 7 ore. Nel processo non vengono usati additivi chimici e l’effetto può durare fino a 5 anni.

Secondo Desert Control l’LNC ha un impatto sia sociale che climatico, perché sta rendendo la Terra più verde e consente il sostentamento delle persone e la loro sicurezza alimentare.

 

fonte: https://www.ascoltalanotizia.it/2019/04/08/cosi-unazienda-norvegese-sta-trasformando-la-sabbia-in-una-risorsa-preziosa/?fbclid=IwAR0Msmq41G4O4kYfQ_VIOtxzgR7AJntT8UEYG_Zm1mquFM3hLwApWHsZEl8

I capolavori che si stanno sciogliendo. La mostra beffarda di un geniale artista Austriaco che dovrebbe farci riflettere… E vediamo se così lo capiamo…!

 

 

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I capolavori che si stanno sciogliendo. La mostra beffarda di un geniale artista Austriaco che dovrebbe farci riflettere… E vediamo se così lo capiamo…!

Immaginate di essere in un museo troppo caldo e di vedere i quadri che piano piano si sciolgono, uno dopo l’altro. Alper Dostal, artista austriaco, usa questa metafora artistica per porre l’accento su quello che sta succedendo al nostro Pianeta per colpa del surriscaldamento globale e dei cambiamenti climatici.

Si definisce un’artista multidisciplinare e nel suo progetto d’arte digitale Hot Art Exhibition mette in scena una triste realtà: i capolavori di Picasso, Van Gogh, Mondrian, Dalì e tanti altri escono dalle cornici e si sciolgono. L’idea è quella di rappresentare gli effetti del cambiamento climatico e spingere a riflettere su un problema diventato ormai globale.

Il progetto che potrebbe sembrare ironico, in realtà racchiude tutte le preoccupazioni di Alper Dostal. Con il surriscaldamento è in pericolo anche tutto il patrimonio artistico: le opere diventano irriconoscibili, così come i luoghi che eravamo abituati a pensare in un altro modo.

Così la Notte stellata di Van Gogh potrebbe rappresentare l’Artico con i suoi ghiacci sciolti, Guernica di Picasso, fiumi e laghi prosciugati dalla siccità.

“Le mie opere sono spesso influenzate dalla vita di ogni giorno, dal surrealismo, dal disegno industriale e dall’astrattismo. Il mio lavoro è un po’ bizzarro, umoristico e con un goccio di sarcasmo, ma dietro tutto ciò è nascosta la realtà”.

I capolavori che “si sciolgono”
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Guardate cosa succede alle installazioni:

 

 

I fantastici benefici del mare d’inverno

 

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I fantastici benefici del mare d’inverno

 

I benefici del mare d’inverno

Sdraiarsi sulla sabbia del mare d’inverno, aprire le mani al sole e lasciare evaporare l’identità (Fabrizio Caramagna)

Il mare d’inverno può essere considerato una vera e propria medicina naturale. Se è vero, che è la meta più ambita per le vacanze estive, non bisogna sottovalutare il fascino e le suggestioni che riesce a regalarci durante i mesi più freddi.

Il lungomare solitario, qualche barca rimasta nel litorale, i gabbiani in cerca di cibo e quel magnifico silenzio che ci mette a contatto con la natura. Andare al mare d’inverno non è triste, è magico.

L’atmosfera deserta, con le attività commerciali chiuse, ci riportano agli albori, alla distesa blu sconfinata in cui si vede l’orizzonte e lo si può osservare senza essere disturbati dal suono dei clacson o dal chiacchiericcio della gente.

Ma andare al mare d’inverno porta anche tantissimi benefici alla salute, vediamo quali.

benfici mare

Lo iodio è un aerosol naturale

Grazie allo iodio e alla salsedine, il mare migliora la respirazione grazie a una sorta di aerosol naturale che contiene sali come cloruro di sodio e di magnesio, calcio, potassio, bromo e silicio e l’acqua di mare. Fate un bel po’ di respiri sul litorale per sentirvi subito meglio!

Il blu rilassa gli occhi

Il blu è il colore del relax per eccellenza, non a caso viene consigliato per ambienti come la camera da letto e le camerette dei bambini. Secondo la cromoterapia, il blu rappresenta la calma, ha un effetto rilassante, che induce alla riflessione e all’armonia. E dove osservarlo se non nel mare sconfinato?

Il suono e il movimento delle onde rilassano corpo e mente

Il ritmo delle onde può essere associato alla percezione delle emozioni. Il mare aumenta il nostro stato di calma e di benessere e il perché ha una spiegazione scientifica: le onde del mare generano ioni negativi che producono alterazioni molecolari nel nostro corpo e provocano sensazioni di pace e equilibrio.

Rende la mente lucida e creativa

L’acqua ci riporta al nostro stato naturale per cui stimola il nostro cervello. Se ci fate caso, sono tantissimi che vanno in spiaggia proprio quando devono sviluppare un nuovo progetto o prendere una decisione importante. Provateci!

Stimola il sistema immunitario

Il mare rafforza le difese dell’organismo e il sistema immunitario perché grazie all’assorbimento degli oligoelimenti presenti nell’acqua che dei sali marini, si ripristina l’equilibrio del corpo. Chiaramente in inverno non dovrete farvi un bagno nell’acqua gelida, basta bagnarsi leggermente le mani o per i più impavidi i piedi.

Migliora l’umore e diminuisce lo stress

Sabbia e mare sono ottimi strumenti per staccare la spina dalla quotidianità e diminuire così i livelli di stress che ogni giorno accumuliamo. Sarebbe bene a questo scopo evitare di portare in spiaggia, o quanto meno di stare costantemente incollati, a smartphone e tablet per godere al meglio dei benefici dell’ambiente sul sistema nervoso. Ottimo anche passeggiare, nei nostri piedi tra l’altro vi sono migliaia di terminazioni nervose e camminare sulla sabbia è un sistema per stimolarle compiendo un vero e proprio massaggio.

Calma l’ansia

Il rumore del mare è molto benefico per il nostro sistema nervoso. Ascoltare le onde che si infrangono sulla riva può effettivamente calmare l’ansia e cullarci in uno stato rilassato che permette il rilascio di dopamina e serotonina.

 

fonte: https://www.greenme.it/vivere/salute-e-benessere/30016-mare-d-inverno

Dalla Cina ecco il “Sole artificiale” – Un sorprendente reattore sperimentale capace di raggiungere temperature 15 volte superiori al quella del nucleo del Sole. Una fonte illimitata di energia pulita!

 

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Dalla Cina ecco il “Sole artificiale” – Un sorprendente reattore sperimentale capace di raggiungere temperature 15 volte superiori al quella del nucleo del Sole. Una fonte illimitata di energia pulita!

“Sole artificiale” da 100 milioni di gradi in Cina/ Energia nucleare, un sorprendente reattore sperimentale

In Cina sono stati in grado di mettere in moto un “sole artificiale” da 100 milioni di gradi. L’esperimento risale all’inizio del 2018, ma è stato reso pubblico solamente ora.

In Cina sono stati in grado di mettere in moto un “sole artificiale” da 100 milioni di gradi. L’esperimento risale all’inizio del 2018, ma è stato reso pubblico solamente ora. Al centro troviamo un reattore sperimentale che ha raggiunto una temperatura incredibile. Questo è stato creato per produrre dell’energia pulita per cercare di partire dall’acqua di mare. Per capire l’importanza di questa temperatura, basta considerare che questa è circa 15 volte superiore a quella che si può andare a misurare all’interno del Sole durante la fusione dell’Idrogeno. L’East costruito ad Hefei è stato immediatamente soprannominato “sole artificiale” proprio perché può raggiungere una potenza davvero superiore a quella del sole stesso. La comunicazione è arrivata dall’Accademia delle Scienze cinese e dagli Istituti di Scienza Fisica Hefei che hanno sottolineato come l’incredibile temperatura sia stata toccata per circa una decina di secondi.

“Sole artificiale” da 100 milioni di gradi in Cina: raggiunti i 10 megawatt

Il “sole artificiale” sviluppato in Cina la potenza del riscaldamento ha raggiunto i 10 megawatt cioè l’energia di accumulo nel plasma. Il tutto è aumentato a 300 kilojoule e la temperatura dello stesso elettrone è riuscito a raggiungere circa 100 milioni di gradi Celsius per la prima volta nella storia. La situazione è stata una vera e propria svolta che ha portato a una svolta importante, pronta ad aprire una nuova produzione di energia. Il record dunque fa capire come le possibilità dell’energia siano praticamente infinite e ci sia la possibilità di sviluppare ulteriori tracce nel progresso dello studio ambientale. Proprio per l’importanza della notizia in Cina si è deciso di farla uscire con calma, visto che il tutto era stato stabilito già all’inizio del 2018. Al momento si sta continuando a studiare come da questa scoperta si possano studiare delle interessanti e molteplici evoluzioni.

fonte: https://www.ilsussidiario.net/news/energia-e-ambiente/2018/11/16/sole-artificiale-da-100-milioni-di-gradi-in-cina-energia-nucleare-un-sorprendente-reattore-sperimentale/1807959/?fbclid=IwAR3_WgtZvuLgIh4Mst2xTWjoR_NUP_e0lFkkKIbZXxpDoKG1zdUEurBZS4c

Le clementine nei distributori automatici al posto delle merendine: l’idea geniale di 2 ragazzi calabresi

 

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Le clementine nei distributori automatici al posto delle merendine: l’idea geniale di 2 ragazzi calabresi

Clementime: un packaging di cartone con all’interno due clementine. Sì, due frutti che dentro una scatolina saranno pronti per essere inseriti neidistributori automatici, come uno snack qualsiasi. Altro che merendine!

 Perché no? D’altra parte sappiamo che spesso è il packaging a fare la differenza e a rendere un prodotto tradizionale qualcosa di altamente irresistibile.
 Negli Usa questa soluzione è stata utilizzata ad esempio per convincere i bambini a mangiare ortaggi come le carote. A casa nostra è nata da poco Clementime S.r.l., una newco che intende selezionare, confezionare e distribuire nel mercato europeo questo agrume secondo modalità e strategie innovative.

L’idea è quella di inserire appunto nei distributori automatici una merenda che rappresenta anche un momento di salute, vitalità e freschezza. E così i consumatori troveranno una clementina fresca, completamente integra e non trattata dopo la raccolta, come se arrivasse in quel momento direttamente dall’albero.

La confezione è in cartone per uso alimentare, adatta alla refrigerazione

L’idea è di 2 ragazzi calabresi, che hanno fondato Clementime troviamo i vantaggi descritti:

  • Shelf life: 15‐18 giorni
  • Prodotto stagionale: la clementina viene prodotta da Ottobre a Febbraio, con possibilità di offrire al consumatore un prodotto invernale aumentando così le vendite in un periodo solitamente negativo per la frutta snack
  • Prodotto naturale: le clementine vengono raccolte e confezionate senza subire alcuna lavorazione, mantenendo così inalterate le proprietà organolettiche
  • Facilità di consumo: il frutto si sbuccia facilmente ed è del tutto privo di semi
  • Packaging prodotto: logistica ed esposizione del prodotto agevolata grazie al packaging pensato appositamente per i distributori automatici.

Francesco Rizzo, trentenne calabrese, è tornato nella sua terra, a Corigliano Calabro, dopo varie esperienze all’estero. Con l’amico geologo Antonio Braico ha creato quest’azienda, pensando a cosa accade alle clementine in Calabria, che troppo spesso vengono lasciate marcire sugli alberi, perché il costo della frutta è troppo basso rispetto al guadagno finale.

Sono già arrivate proposte da Inghilterra e Germania per distribuire le nostre prelibatezze all’estero, mentre Rizzo purtroppo lamenta le pecche del nostro Paese, soprattutto del suo Sud: spostamenti difficoltosi, burocrazia infinita e così via. Ma nei progetti di Rizzo c’è un’azienda smart pronta ad ampliarsi costantemente, nonostante le difficoltà e la disponibilità economica ridotta.

Anna Tita Gallo

fonte: https://www.greenme.it/informarsi/agricoltura/29828-clementine-distributori-automatici

Angelo e Valerio, i contadini che stanno creando un mercato di semi antichi per combattere Ogm e Multinazionali

 

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Angelo e Valerio, i contadini che stanno creando un mercato di semi antichi per combattere Ogm e Multinazionali

Pomodori neri, 30 varietà di patate e non solo. Questa è la storia di Angelo e Valerio che in Puglia, stanno creando un mercato di semi antichi per combattere ogm e multinazionali.

Angelo Giordano è un agronomo mentre Valerio Tanzarella è un avvocato, che ha lavorato per anni a Rai Cinema nell’ufficio legale. Sono entrambi di Ceglie Messapica e cinque anni e mezzo fa hanno creato Ex Terra, una società Srl che però è anche una SB, una società benefit.

“Oltre a essere una società con profitto, come tutte le altre, la nostra persegue anche fini etici. Insieme abbiamo un azienda che si occupa di semi di varietà dimenticate, rare e preziose, antiche e particolari, di coltivarle, di studiarle e di diffonderle”, dicono.

Un percorso che va controcorrente nell’epoca di Monsanto-Bayer e Syngenta, i colossi che producono pesticidi e glifosato. Angelo e Valerio puntano, invece, alla valorizzazione e alla tutela dell’agro- biodiversità locale.

“La scelta di puntare sulla biodiversità ha diverse ragioni, in primis etiche e culturali. Ogni territorio ha la sua vocazione, è impensabile continuare a coltivare ortaggi ibridi che sono il risultato di ricerche fatte in laboratori che nulla hanno a che fare con la zona nella quale verranno poi coltivati i medesimi ibridi. La pretesa di imporre colture valide in tutto il globo, a qualsiasi latitudine, ci sta di fatto impoverendo massacrando il lavoro fatto da Madre natura e dall’uomo nel corso di millenni”, dicono.

Pomodori, patate e non solo

Dal 2012, i due, hanno oltre 7mila varietà diverse, tra cui 1200 tipologie di pomodori.

“Abbiamo in saccoccia 20 varietà di melanzane, 200 di peperoncini e peperoni, 30 di patate, 15 di piselli, 15 di taccole, 30 di fave, 10 di ceci, 100 di meloni e poi zucche, un vitigno composto da quasi 20 varietà di uva diverse”.

Tutti frutti di una natura straordinaria che non ha bisogno di fertilizzanti e pesticidi.

“Il contadino è invitato a usare queste sementi delle multinazionali, perché garantiscono resa e anche finanziamenti europei, a scapito della qualità” racconta Valerio.

“Un contadino non si mette in proprio perché è schiavo di una filiera dalla quale non riesce a svincolarsi: se io produco tanti pomodori, l’azienda trasformatrice ha un macchinario formattato solo per alcune misure precise di 5 varietà di pomodori (le stesse sementi delle multinazionali). I concimi e le vaschette, le macchine per incapsulare il seme sono da sempre settati per quelle poche fortunate varietà d’elite in mano a Monsanto e Syngenta. Tutto il mondo agricolo è costruito su quelle poche specie in mano alle multinazionali”, dice Angelo.

Attraverso lo scambio di semi però questa routine può essere messa in crisi, anche se il problema è la legislazione:

“Se tu hai tanti soldi iscrivi le varietà, te ne inventi una in laboratorio e la iscrivi nei registri nazionali ed europei. Questo metodo incastra però i piccoli coltivatori che non possono permettersi di spendere tanti soldi per brevettare le proprie piccole varietà e sprecare il tempo ad aspettare questo cacchio di brevetto. Per non parlare dei documenti, gli studi e le ricerche, i documenti legali da allegare per sollecitarne l’approvazione”.

tratto da: https://munchies.vice.com/it/article/59yeek/archivio-semi-antichi-puglia

Ecco come i Nativi Americani stanno salvando il bisonte dall’estinzione voluta dalla crudeltà, dalla scelleratezza e dalla meschinità dell’uomo bianco

 

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Ecco come i Nativi Americani stanno salvando il bisonte dall’estinzione voluta dalla crudeltà, dalla scelleratezza e dalla meschinità dell’uomo bianco

Nella foto: Una montagna di teschi – Con crudeltà, scelleratezza e meschinità, l’uomo bianco voleva l’estinzione del bisonte per affamare i Nativi Americani…

Leggendo qua e là

…L’Esercito non aveva tra i suoi compito quello di accompagnare i ricconi dell’est a cercare emozioni nelle battute di caccia, ma era molto interessato a tutto ciò perché era tra i suoi interessi quello del controllo dei nativi americani e, se possibile, del loro annullamento e questo era possibile raggiungerlo anche attraverso il controllo dei bisonti che erano fonte primaria di cibo e di mille altre cose per gli indiani…

“Uccidi tutti i bufali che puoi! Ogni bufalo morto è un indiano in meno”.

…Oggi può sembrarci assurdo, eppure al tempo del west i coloni ed i cacciatori americani uccisero bisonti senza sosta fino quasi a portare quella specie animale alla quasi completa estinzione. I turisti dell’est fecero la loro parte, sparando agli animali dai finestrini dei treni come se il massacro potesse durare per sempre…

 

Da GreenMe:

I nativi americani stanno salvando così il bisonte dall’estinzione

Le tribù native americane stanno salvando il bisonte dall’estinzione. Questo mammifero, oltre ad essere una forma di sostentamento, svolge un ruolo fondamentale nella spirituale della tribù, ecco il perfetto equilibrio che si è stabilito nel Nord America.

5mila ettari di praterie non arate nel nord-est del Montana e centinaia di bisonti selvaggi che vagano. Ma questa mandria non si trova in un parco nazionale o in un santuario protetto, ma bensì nelle terre ancestrali delle tribù di Assiniboine e Sioux di Fort Peck Reservation.

Proprio qui c’è il più grande allevamento di bisonti e solo grazie ai nativi. Fino a centinaia di anni fa, sulla Terra vivevano 30milioni di bisonti, un mammifero ricordiamolo, sopravvissuto anche all’Era glaciale, ma non all’intervento dell’uomo.

Dopo il viaggio di Colombo, i colonizzatori bianchi per occupare i territori dei nativi utilizzarono ogni mezzo, compreso quello del massacro dei bisonti, prima fonte si sostentamento delle tribù. Aggiungendo a questo i cambiamenti climatici, nel giro di poche decine di anni, il bisonte è passato da decine di milioni all’orlo dell’estinzione.

Vogliamo riportare questi importanti bisonti nella loro dimora storica delle Grandi Pianure”, dice Jonathan Proctor, direttore del programma di Rockies and Plains dell’Ong Defenders of Wildlife , che lavora accanto alle tribù per salvare questo animale.

Dopo il massacro del 19esimo secolo, erano sopravvissuti solo 23 bisonti in una remota valle di Yellowstone. Oggi la mandria è di 4mila e questi animali vivono allo stato brado, non sono addomesticati né stati fatti accoppiare con altro bestiame, mantenendo così la purezza genetica.

Da anni, le tribù difendono i mammiferi dalla legislazione del Montana che è anti bufali. Ma per i nativi questi animali giganteschi sono una risorsa.

Grazie a loro, abbiamo visto l’ecosistema rivivere. Gli uccelli delle praterie sono tornati, le erbe autoctone prosperano. Li accogliamo con gioia e aspettiamo i benefici che portano nelle nostre terre tribali”, dicono.

Grazie a un trattato con il governo, l’anno scorso, Blackfeet Reservation, sempre nel Montana, ha ricevuto 89 bisonti geneticamente puri da Elk Island in Canada. Adesso le tribù stanno negoziando con i funzionari statali per consentire a questi bufali, che sono sani e senza la temuta brucellosi, di recarsi liberamente nel parco nazionale del ghiacciaio e persino, si spera, un giorno a nord del parco nazionale dei laghi di Waterton.

“Le tribù delle pianure settentrionali sono la guida giusta per il ripristino dei bisonti selvatici in questo momento”, ha detto Proctor.

E tra 50 anni, la comunità di conservazione spera di avere almeno 10 mandrie di bisonti con mille animali.

Felix Finkbeiner, il ragazzo che pianta alberi per salvare il pianeta – E guardate che c’è poco da sorridere: ad oggi, a soli 21 anni, mentre voi fate gli ecologisti col culo ben saldo sul divano, di alberi ne ha già piantati 15 miliardi…!

 

 

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Felix Finkbeiner, il ragazzo che pianta alberi per salvare il pianeta – E guardate che c’è poco da sorridere: ad oggi, a soli 21 anni, mentre voi fate gli ecologisti col culo ben saldo sul divano, di alberi ne ha già piantati 15 miliardi…!

Felix Finkbeiner aveva 9 anni quando decise che avrebbe realizzato il suo sogno: piantare un milione di alberi in ogni paese del mondo per cercare di salvare il pianeta. Oggi Felix ha 21 anni e di alberi ne ha piantati 15 miliardi, grazie al suo movimentoPlant-for-the-Planet, il cui motto “stop talking start planting”, la dice lunga sulla determinazione di un ragazzo che già da bambino comprese le problematiche inerenti al clima e decise di farsi portavoce di un nuovo modo di pensare e di guardare al mondo. Oggi la sua vocazione green non si è spenta, ma si è consolidata tanto da porsi un obiettivo veramente improbo: piantare 1000 miliardi di alberi in modo tale da assorbire un quarto della CO2 prodotta dall’uomo.
Sul pianeta, al momento, ci sono circa 3000 miliardi di alberi, ma questo numero è in forte calo, a causa della deforestazione mondiale. Deforestazione e cambiamenti climatici sono strettamente legati alla povertà sociale, a problemi economici e migratori; ma anche politiche economiche sbagliate sono responsabili della crisi climatica.

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La povertà rende vulnerabili anche ai cambiamenti climatici, e viceversa. Infatti i paesi poveri dipendono ancora dalla pioggia per l’irrigazione e di conseguenza per il loro sostentamento. La frequenza e l’intensità crescente degli shock climatici incide sulla loro capacità di vendere un surplus agricolo, il che significa minor capacità di reinvestire gli utili nelle attività di sussistenza e minore possibilità di rispettare una dieta nutriente. Il timore è che 100 milioni di persone possano essere spinte nel baratro della povertà estrema dal riscaldamento globale.

I cambiamenti climatici hanno un impatto negativo non solo sulla salute e sulla sicurezza ambientale, ma anche sulla società: la scarsità delle risorse è spesso fonte di conflitto fra le diverse comunità e di migrazione esterna ed interna. L’innalzamento del livello degli oceani è destinato a provocare enormi migrazioni dalle regioni di bassa quota, come il Bangladesh, o dalle aree molto esposte agli uragani, come il sud degli Stai Uniti. Tali spostamenti sono però resi difficili da una moltitudine di confini e sono destinati a provocare gravissimi tumulti politici e sociali. Nessuno vorrebbe lasciare le proprie case e famiglie e per questo devono aumentare progetti ed investimenti per lo sviluppo all’interno dei paesi in sofferenza, mentre a livello internazionale, si devono ridurre le emissioni.

Ma non serve andare troppo lontano per vedere con i propri occhi le conseguenze dei cambiamenti climatici. Dal Veneto alla Siciliasono tanti i comuni italiani colpiti da frane, esondazioni, trombe d’aria. Nonostante il cambiamento climatico sia un dato di fatto, l’Italia continua ad essere impreparata. Il rischio idrogeologico è evidente sul nostro territorio, ma si continua a costruire in aree soggette a vincoli idrogeologici, sismici e paesaggistici. La cementificazione eccessiva e il condono non fanno bene all’Italia che, ogni anno, è provata e prostrata da calamità di una frequenza e violenza inaudita. E questo senza tener conto dei costi della ricostruzione che invece sarebbero ridotti se si investisse maggiormente sulla prevenzione, su progetti di adattamento ai cambiamenti climatici, sulla manutenzione e riqualificazione del rischio, a partire dagli spazi pubblici e di allerta dei cittadini.

Si può mettere un freno alla crisi climatica?

Considerato che il clima sta cambiando sopratutto a causa dell’ingerenza dell’uomo, sì qualcosa si può fare per riequilibrare il pianeta. Innanzitutto far comprendere ai governi e ai potenti che salvare il pianeta significa anche salvare noi stessi da un’estinzione che a dirla tutta ci saremmo meritata già decenni, se non centinaia di anni fa. Il secondo passo è educare: educare al rispetto della Natura, alla bellezza, agli essere viventi. Infine, come ci ha insegnato Felix, piantare alberi, dovunque, ogni anno, così da ridare ossigeno a un malato che sta collassando non per cause naturali, ma esterne.

E se non dovesse essere chiaro….le cause esterne siamo noi.

Rosa Araneo per MIfacciodiCultura

tratto da: http://www.artspecialday.com/9art/2018/11/30/felix-finkbeiner-ragazzo-pianta-alberi-salvare-pianeta/?fbclid=IwAR3sXjoHDhYAvWHIRQ98mB9H6Zxz1PNm9sirB7k47ortWYj3ZOMlWlzhIsY

Per non dimenticare quanto la razza umana possa fare schifo – Non vi potete sbagliare, la CAROGNA non è il bellissimo e rarissimo esemplare di giraffa nera ammazzato…!

 

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Per non dimenticare quanto la razza umana possa fare schifo – Non vi potete sbagliare, la CAROGNA non è il bellissimo e rarissimo esemplare di giraffa nera ammazzato…!

Leggi anche:

Ricordate l’Agente Smith in Matrix? “L’essere umano è un virus, è un’infezione, una piaga, un cancro su questo pianeta” …Forse aveva ragione: Abbiamo cancellato dal Pianeta il 60% delle specie animali in soli quarant’anni…!

 

 

Lo scorso anno, aveva sparato e ucciso una giraffa in Sud Africa. Nei giorni successivi la cacciatrice, originaria del Kentucky, in memoria delle crudeli gesta ha pubblicato la foto sul proprio profilo Facebook. E il mondo dei social non è rimasto a guardare. Nel giro di qualche ora, le foto sono diventate virali e sono arrivati migliaia di commenti di insulti.

In posa con il cadavere dell’animale, Tess Thompson Talley, 37 anni, aveva inizialmente caricato le foto scattata dopo una una battuta di caccia avvenuta un anno fa, a giugno 2017. Il suo post è stato cancellato, ma le foto sono state ampiamente condivise online.

Il giornale Africlandpost ha condiviso le foto il 16 giugno, in un tweet diventato virale, in cui la donna è stata accusata di avere ucciso “una rarissima giraffa nera per gentile concessione della stupidità del Sud Africa”. Il tweet è stato condiviso oltre 45.000 volte.

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AfricaDigest@africlandpost

White american savage who is partly a neanderthal comes to Africa and shoot down a very rare black giraffe coutrsey of South Africa stupidity. Her name is Tess Thompson Talley. Please share

Eppure, non c’è indicazione che la battuta di caccia di Talley fosse illegale. La donna ha addirittura detto che uccidere la giraffa abbia contribuito agli sforzi di conservazione.

“La giraffa che ho cacciato era la sottospecie sudafricana della giraffa. Il numero di questa sottospecie è in realtà in aumento dovuto, in parte, ai cacciatori e agli sforzi di conservazione pagati in gran parte dalla caccia grossa” si è difesa.

È emerso che la giraffa uccisa non era del tutto rara ma ciò non toglie che ucciderla e vantarsene sia stato un gesto crudele.

Talley ha pubblicato ulteriori commenti sulla sua pagina Facebook, alcuni da rabbrividire, sostenendo che gli animali, in quanto tali, non hanno diritti.

Purtroppo finché la caccia non sarà resa illegale, i cacciatori potranno agire indisturbati e condividere le loro gesta sui social.

Un progetto straordinario: far fiorire il deserto del Sahara grazie a eolico e fotovoltaico.

 

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Un progetto straordinario: far fiorire il deserto del Sahara grazie a eolico e fotovoltaico.

Il deserto del Sahara può essere trasformato in una valle verde e rigogliosa? Secondo alcuni ricercatori, sì.

Uno studio dell’Università dell’Illinois ha provato a calcolare l’impatto che avrebbero impianti eolici e fotovoltaici sulle precipitazioni nel Sahara. E quindi di quanto potrebbe crescere la vegetazione nell’area.

Vediamo insieme cos’hanno scoperto.

9 milioni di km quadrati nel deserto del Sahara

Lo scopo della ricerca era indagare cosa accadrebbe se un’are di 9 milioni di km quadrati nel deserto del Sahara fosse coperta da impianti per l’energia rinnovabile. Hanno preso in considerazione un’area del Sahel, regione semi-arida a sud del Sahara. Qui, nei territori dove sono state installate diverse pale eoliche, le piogge sono aumentate mediamente di 1,12 millimetri al giorno.

Riportando i risultati al deserto del Sahara hanno quindi provato a stimare cosa succederebbe in uno scenario simile. Hanno considerato un’area scarsamente popolata, esposta al vento e, ovviamente, dove il sole picchia abbondantemente.

 I ricercatori hanno previsto che l’installazione di enormi pannelli solari e di numerose turbine eoliche, potrebbe aumentare le precipitazioni e quindi aiutare la vegetazione a crescere.
Il deserto del Sahara potrebbe diventare verde:

 

«I risultati del nostro modello mostrano che impianti solari ed eolici su larga scala nel Sahara potrebbero raddoppiare le precipitazioni, specialmente nel Sahel, dove l’incremento delle precipitazioni potrebbe arrivare a 20-500 millimetri ogni anno».

Lo spiega il dottor Yan Li, principale autore dello studio. Che prosegue:

«Di conseguenza, la vegetazione potrebbe aumentare di circa il 20%».

L’impatto sarebbe positivo anche per le popolazioni locali. Lo spiega Safa Motesharrei, un altro degli autori della ricerca:

«L’incremento delle precipitazioni porterebbe al miglioramento sostanziale dell’agricolturadella regione. Così come la crescita della vegetazione spontanea potrebbe favorire gli allevamenti».

Motesharrei ricorda che “il Sahara, il Sahel e il Medio Oriente sono tra le regioni più aride al mondo”. Allo stesso tempo, “le loro popolazioni sono in crescita, così come la povertà”. Incrementare le precipitazioni porterebbe importanti miglioramenti “alla sfida che il ciclo energia/acqua/cibo comporta nella regione”.

Come avviene il processo?

Ma com’è possibile che le pale eoliche e i pannelli fotovoltaici riescano a far piovere di più?

A quanto pare, la rotazione delle pale causa il mescolamento dell’aria. L’aria più calda, presente più in alto, viene spinta verso il basso. Questo provoca a sua volta maggiore evaporazione e quindi più precipitazioni. E infine, la crescita della vegetazione.

«Gli impianti eolici spingono il vento a convergere verso aree di bassa pressione. Quest’aria deve quindi risalire, raffreddandosi e facendo condensare l’umidità, il che porta all’incremento delle piogge».

Allo stesso tempo, i pannelli solari riducono la riflessione della luce solare operata dal nostro pianeta (il cosiddetto effetto albedo). Di conseguenza, i terreni desertici assorbono maggiore energia solare, aumentando ancora il calore in superficie. Il che può aumentare la probabilità di precipitazioni del 50%, secondo i ricercatori.

Ma tutto questo calore in più, non va a peggiorare il global warming? Secondo gli autori no. O perlomeno non in misura considerevole:

«Il riscaldamento locale prodotto da impianti eolici e solari è molto piccolo, se comparato alla riduzione del surriscaldamento che il ricorso all’energia rinnovabile implica».

L’idea è: se usiamo più energia solare ed eolica, ridurremo le emissioni di gas serra. E questo ridurrà di molto le temperature globali, anche se quegli stessi impianti contribuiscono in minima parte al riscaldamento.

Alimentare tutto il pianeta quattro volte

I benefici non sarebbero solo per il deserto del Sahara e le regioni limitrofe. I ricercatori hanno infatti calcolato l’area dove installare gli impianti a energia rinnovabile, anche in base alla possibilità di trasferire l’elettricità prodotta in altre regioni, come l’Europa. Secondo i loro calcoli, questi mega impianti potrebbero produrre coprire il fabbisogno energetico mondiale di quattro volte. Ogni anno.

D’altronde non è una novità. Già negli anni ’80, Gerhard Knies, ricercatore tedesco, esperto di fisica delle particelle, calcolava che i deserti di tutto il mondo ricevono in sei ore più energia dal Sole di quanta ne sia necessaria per l’intera umanità.

La domanda allora è: cosa stiamo aspettando? Perché continuiamo a incaponirci con le fonti di energia fossile?

Se lo chiede anche il dottor Li:

«Il messaggio principale per le persone, i politici e gli investitori è: installare questi impianti solari ed eolici porterebbe un enorme beneficio alle persone, alla società e all’ecosistema. La nostra speranza è di cambiare il modo in cui otteniamo energia. Il che porterà a incrementare le scorte di cibo e acqua potabile, migliorando la vita sul nostro pianeta».

 

tratto da: https://www.ambientebio.it/ambiente/energia/il-deserto-del-sahara-fiorira-eolico-e-fotovoltaico/