Perché tutti stanno stanno indossando un giubbotto di salvataggio: cosa è Orange Vest

 

Orange Vest

 

.

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

 

Perché tutti stanno stanno indossando un giubbotto di salvataggio: cosa è Orange Vest

In rete sono state diffuse da diversi profili immagini di persone che indossano giubbotti salvagente arancioni. Ma di cosa si tratta? Il movimento si chiama ‘Orange Vest’, e il logo è appunto un classico giubbotto da salvataggio con un cuore al centro. La prima campagna di comunicazione del movimento nato un mese fa è quella a sostegno della piattaforma umanitaria ‘Mediterranea’.

Sui social network, sono comparse, come foto profilo di diversi utenti, immagini di persone che indossano giubbotti salvagente arancioni. Ma di cosa si tratta? Il movimento si chiama ‘Orange Vest’, e il logo è appunto un classico giubbotto da salvataggio con un cuore al centro: si tratta di un progetto apartitico, senza leader e senza scopro di lucro, a cui hanno già aderito oltre 200 persone ‘comuni’ oltre a diversi personaggi famosi, uniti dall’idea di protestare in modo pacifico contro l’odio, l’intolleranza, il razzismo e l’indifferenza, sentimenti che oggi più che mai sono sentiti come una minaccia per i valori su cui si regge la nostra società. Un movimento nato tra Hong Kong (Michele Salati), Los Angeles (Simone Nobili), Barcellona (Fabiana Cumia) e Roma (Ernesto Faraco), che non si è  prefissato come obiettivo quello di risolvere i problemi che riguardano la convivenza tra i popoli, o quello di trovare soluzioni definitive per gestire i flussi migratori: Orange Vest è aperto a gente che vuole comunque difendere il principio del rispetto della vita umana e dell’accoglienza.

Quella a sostegno della piattaforma delle associazioni ‘Mediterranea’, che, lo ricordiamo, non è una ong, è solo la prima campagna di comunicazione lanciata. In cosa consiste? Per dichiarare il proprio appoggio alla nave italiana di ‘Mediterranea Saving Humans‘, cioè il rimorchiatore ‘Mare Jonio‘ posto sotto sequestro dalla Procura di Agrigento non più tardi di due giorni fa, gli attivisti di Orange Vest hanno indossato il giubbotto arancione, e si sono fatti immortalare così. L’equipaggio e il comandante di Mare Jonio sono stati accusati dal ministro degli Interni Matteo Salvini di non aver rispettato la legge, per aver portato a Lampedusa 49 migranti recuperati in mare, dopo averli salvati da morte certa.

La finalità dell’iniziativa di sensibiliazzazione è quella di raccogliere fondi per permettere alla nave italiana dei volontari di operare in mare, documentando quando avviene nel Mediterraneo, dove secondo l’Oim, dall’inizio del 2018sono morte 1.104 migranti. Bisogna tenere presente che questo è un numero 4 volte superiore a quello delle morti in mare nella rotta verso la Spagna, dove nello stesso periodo sono annegate 254 persone. Ma il numero degli arrivi in Italia e Spagna è pressoché identico.

Per manifestare il proprio dissenso si può anche ricorrere alla applicazione di realtà virtuale, che è stata creata ad hoc, sviluppata su Facebook da Andrea Pinchi e Gabriele Gallo, disponibile a questo link: un filtro in ‘Augmented Reality’, che consente di indossare ‘virtualmente’ il giubbotto e scattare così una foto da condividere sui social. A quel punto basta aggiungere l’hashtag ‘#OrangeVest’ e un messaggio. Poi le immagini saranno raccolte e diffuse sulle pagine ufficiali del movimento su Facebook, Twitter e Instagram. I promotori dell’iniziativa lo chiamano il “dress code per tutti quelli che vogliono lacerare la corazza dell’indifferenza e dell’ostilità e vogliono ricordare a tutti i migranti che sono le nostre sorelle, i nostri fratelli, i nostri figli”.

Fanpage.it ha contattato uno degli organizzatori della campagna di comunicazione, Ernesto Faraco: “Abbiamo lavorato esclusivamente tramite WhatsUp e i canali social. Abbiamo preso spunto dall’iniziativa di protesta di Hong Kong, quando, era l’ottobre del 2014, i pacifisti, per lo più universitari che occuparono le piazze della metropoli per più di 80 giorni, chiedevano libere elezioni. Come segno distintivo avevano gli ombrelli apert, sia per proteggersi dal sole, sia per proteggersi dai lacrimogeni della polizia. Ecco idealmente ci siamo ispirati a loro”.

Chi sono gli ambasciatori di Orange Vest
La protesta sui social è stata salutata con entusiasmo da artisti come Valeria Solarino, Corrado Fortuna, Lella Costa, Moni Ovadia, Caterina Guzzanti, le Iene Gaetano Pecoraro e Roberta Rei, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, Cecilia Strada e giornalisti come Vauro, Sandro Ruotolo, Lirio Abbate e Alessandro Gilioli.

Fonte: https://www.fanpage.it/perche-tutti-stanno-stanno-indossando-un-giubbotto-di-salvataggio-cosa-e-organge-vest/

Lettera di una mamma siriana al suo bimbo morto in mare…

 

bimbo morto in mare

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

 

 

Lettera di una mamma siriana al suo bimbo morto in mare…

“Se potessi scegliere dove farti nascere sceglierei il mare,
perché è l’acqua del grembo materno il primo contatto con il mondo.
La mia pancia ti ha protetto per nove mesi, lasciando fuori ogni male.
L’acqua del mio ventre è stata la tua morbida e avvolgente coperta,
la tua prima culla, la casa più bella dove hai vissuto.
Se potessi scegliere dove farti vivere, sceglierei una casa vicino al mare,
perché l’acqua purifica, rinnova, disseta. L’acqua è il regalo più grande.
L’acqua racconta emozioni, è natura, movimento, forza. L’acqua è vita.
Ma è nell’acqua del mare che ti ho perso, figlio mio.
Quel mare che abbiamo attraversato in cerca di una vita migliore,
quel mare oltre il quale iniziare una nuova vita,
perché i figli non possono scegliere dove nascere e a te, figlio mio, è capitato il posto peggiore.
Purtroppo siamo nati nella parte sbagliata del mondo, non è colpa di nessuno.
Perdonami se non sono riuscita a salvarti, se non sono stata forte,
se non sono riuscita a cavalcare le onde e portarti in alto, come in un gioco, come in una fiaba.
Se potessi scegliere dove farti morire ti riporterei dentro di me,
dove ti ho concepito, perché tornare nella natura dell’acqua materna,
l’unica acqua che non uccide,
significherebbe tornare indietro e farti nascere ancora, riportarti in vita”

estratto di una lettera di una mamma siriana al suo bimbo morto in mare di Paolo Vanacore

fonte: https://raiawadunia.com/lettera-di-una-mamma-siriana-al-suo-bimbo-morto-in-mare/

I fantastici benefici del mare d’inverno

 

mare

 

.

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

I fantastici benefici del mare d’inverno

 

I benefici del mare d’inverno

Sdraiarsi sulla sabbia del mare d’inverno, aprire le mani al sole e lasciare evaporare l’identità (Fabrizio Caramagna)

Il mare d’inverno può essere considerato una vera e propria medicina naturale. Se è vero, che è la meta più ambita per le vacanze estive, non bisogna sottovalutare il fascino e le suggestioni che riesce a regalarci durante i mesi più freddi.

Il lungomare solitario, qualche barca rimasta nel litorale, i gabbiani in cerca di cibo e quel magnifico silenzio che ci mette a contatto con la natura. Andare al mare d’inverno non è triste, è magico.

L’atmosfera deserta, con le attività commerciali chiuse, ci riportano agli albori, alla distesa blu sconfinata in cui si vede l’orizzonte e lo si può osservare senza essere disturbati dal suono dei clacson o dal chiacchiericcio della gente.

Ma andare al mare d’inverno porta anche tantissimi benefici alla salute, vediamo quali.

benfici mare

Lo iodio è un aerosol naturale

Grazie allo iodio e alla salsedine, il mare migliora la respirazione grazie a una sorta di aerosol naturale che contiene sali come cloruro di sodio e di magnesio, calcio, potassio, bromo e silicio e l’acqua di mare. Fate un bel po’ di respiri sul litorale per sentirvi subito meglio!

Il blu rilassa gli occhi

Il blu è il colore del relax per eccellenza, non a caso viene consigliato per ambienti come la camera da letto e le camerette dei bambini. Secondo la cromoterapia, il blu rappresenta la calma, ha un effetto rilassante, che induce alla riflessione e all’armonia. E dove osservarlo se non nel mare sconfinato?

Il suono e il movimento delle onde rilassano corpo e mente

Il ritmo delle onde può essere associato alla percezione delle emozioni. Il mare aumenta il nostro stato di calma e di benessere e il perché ha una spiegazione scientifica: le onde del mare generano ioni negativi che producono alterazioni molecolari nel nostro corpo e provocano sensazioni di pace e equilibrio.

Rende la mente lucida e creativa

L’acqua ci riporta al nostro stato naturale per cui stimola il nostro cervello. Se ci fate caso, sono tantissimi che vanno in spiaggia proprio quando devono sviluppare un nuovo progetto o prendere una decisione importante. Provateci!

Stimola il sistema immunitario

Il mare rafforza le difese dell’organismo e il sistema immunitario perché grazie all’assorbimento degli oligoelimenti presenti nell’acqua che dei sali marini, si ripristina l’equilibrio del corpo. Chiaramente in inverno non dovrete farvi un bagno nell’acqua gelida, basta bagnarsi leggermente le mani o per i più impavidi i piedi.

Migliora l’umore e diminuisce lo stress

Sabbia e mare sono ottimi strumenti per staccare la spina dalla quotidianità e diminuire così i livelli di stress che ogni giorno accumuliamo. Sarebbe bene a questo scopo evitare di portare in spiaggia, o quanto meno di stare costantemente incollati, a smartphone e tablet per godere al meglio dei benefici dell’ambiente sul sistema nervoso. Ottimo anche passeggiare, nei nostri piedi tra l’altro vi sono migliaia di terminazioni nervose e camminare sulla sabbia è un sistema per stimolarle compiendo un vero e proprio massaggio.

Calma l’ansia

Il rumore del mare è molto benefico per il nostro sistema nervoso. Ascoltare le onde che si infrangono sulla riva può effettivamente calmare l’ansia e cullarci in uno stato rilassato che permette il rilascio di dopamina e serotonina.

 

fonte: https://www.greenme.it/vivere/salute-e-benessere/30016-mare-d-inverno

Dal Giappone le turbine sottomarine: dalle onde del mare 10 volte l’energia di una centrale nucleare, pulita ed economica!

energia

 

 

.

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

 

Dal Giappone le turbine sottomarine: dalle onde del mare 10 volte l’energia di una centrale nucleare, pulita ed economica!

 

LE TURBINE SOTTOMARINE CHE PRODUCONO DALLE ONDE 10 VOLTE PIÙ ENERGIA DI UNA CENTRALE NUCLEARE

Produrre energia pulita sfruttando le onde del mare. Un’idea non del tutto nuova ma in Giappone è realtà e promette di produrre 10 volte più energia rispetto a quella del nucleare.

Un’idea nata nel 2012 grazie agli scienziati dell’Okinawa Institute of Science and Technology Graduate University (OIST) in Giappone col un progetto intitolato “Sea Horse”. L’obiettivo? Sfruttare l’energia della corrente oceanica Kuroshio.

Quest’ultima è la seconda corrente oceanica più grande del mondo, dopo quella circumpolare antartica. Nasce nell’Oceano Pacifico al largo delle coste di Taiwan e si sposta verso il Giappone, dove si uanisce alla corrente del Pacifico settentrionale. Il suo soprannome è “corrente nera”, traduzione letterale di kuroshio, per via del colore intenso e scuro delle sue acque.

Nel tratto di costa giapponese lambito da questa corrente, gli scienziati giapponesi puntano a produrre energia pulita grazia a queste turbine sommerse ancorate al fondo del mare attraverso i cavi di ormeggio. Le turbine sono in grado di convertire l’energia cinetica delle correnti naturali di Kuroshio in elettricità, poi trasmessa a terra attraverso cavi sottomarini.

La fase iniziale del progetto ha avuto successo. Da allora il team ha avuto un’altra idea: sfruttare i tetrapodi, strutture spesso poste lungo la linea costiera per indebolire la forza delle onde in arrivo e proteggere le rive dall’erosione.

“Sorprendentemente, il 30% della riva del mare in Giappone è coperto da tetrapodi e sistemi di protezione contro le onde” spiega il professor Tsumoru Shintake a capo della ricerca.

Basta sostituirli o ancorare ad essi delle turbine per generare energia pulita e contemporaneamente proteggere le coste.

“Utilizzando solo l’1% delle coste del Giappone si possono generare circa 10 gigawatt di energia, pari a 10 centrali nucleari”.

Per affrontare questa idea, i ricercatori dell’OIST nel 2013 hanno lanciato il progetto WEC che prevedeva l’immissione di turbine in punti chiave della linea costiera per generare energia. Ogni postazione avrebbe consentito alle turbine di essere esposte alle condizioni ideali sia per generare energia pulita e rinnovabile che per proteggere la costa dall’erosione.

Le turbine stesse sono state costruite per resistere alle forti spinte delle onde. Molto flessibili e leggere, secondo gli scienziati sono state progettate per non danneggiare la vita marina visto che le pale ruotano a una velocità accuratamente calcolata, che consente alle creature eventualmente intrappolate di fuggire.

Ora, il professor Shintake e i ricercatori dell’unità hanno completato i primi passi del progetto e stanno preparando l’installazione dei modelli di turbine dal diametro di 0.70 metri, per il loro primo esperimento commerciale. Il progetto prevede l’installazione di due turbine che alimenteranno i LED per una dimostrazione.
“Immagino il pianeta tra duecento anni. Spero che queste [turbine] lavoreranno sodo e bene, su ogni spiaggia su cui sono state installate” ha detto Shintake.

 

Francesca Mancuso da: https://www.greenme.it/informarsi/energie-rinnovabili/25145-turbine-giapponesi-oceano

 

La catastrofe ambientale nascosta: in fondo ai nostri mari ordigni chimici e radioattivi abbandonati dagli americani dopo il ’43 e dopo le guerra in Jusoslavia. Si calcola siano oltre un milione di pezzi.

 

catastrofe ambientale

.

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

La catastrofe ambientale nascosta: in fondo ai nostri mari ordigni chimici e radioattivi abbandonati dagli americani dopo il ’43 e dopo le guerra in Jusoslavia. Si calcola siano oltre un milione di pezzi.

Un altro grande reportage di Gianni Lannes

UN MILIONE DI BOMBE SPECIALI USA IN FONDO ALL’ADRIATICO E AL TIRRENO

Sul belpaese incombe una catastrofe ambientale con cui bisogna fare i conti. Ecco il segreto dei segreti: nel 1943 gli “alleati” angloamericani sbarcarono in Italia un arsenale proibito di armi chimiche, non le usarono affondandole nel Mare Adriatico (Golfo di Manfredonia) e nel Mar Tirreno (Golfo di Napoli e dinanzi all’isola di Ischia) al termine del secondo conflitto mondiale. Negli anni ‘90 la guerra in Jusoslavia determinò lo scarico di migliaia di bombe radioattive da Grado a Santa Maria di Leuca, sganciate  dai velivoli di rientro in Italia dopo i bombardamenti nei Balcani. A conti fatti: più di un milione di bombe chimiche e radioattive, senza contare quelle convenzionali imbottite di tritolo.

I documenti storici dell’US Army sepolti dal segreto militare anglo-americano imposto da Eisenhower e Churchill parlano chiaro, basta compulsarli a dovere. Quelle bombe caricate con aggressivi chimici erano armi proibite dalla Convenzione di Ginevra del 1925, ma il generale statunitense Eisenhower si giustificò nel 1949 sostenendo che erano state stivate «nell’incertezza delle intenzioni tedesche sull’uso di quest’arma».

Non a caso il bombardamento del porto di Bari del 2 dicembre 1943 è stato definito la Pearl Harbour italiana. 105 aerei della Lutwaffe alle 19,30 piombarono sulla città e in una pioggia di fuoco riuscirono ad affondare 17 navi, ne danneggiarono gravemente 8 ed il porto venne quasi completamente distrutto. Si registrarono ingenti perdite tra i militari alleati e i civili italiani. I danni maggiori arrivarono dal carico di iprite della nave americana John Harvey. Ogni bomba, che era lunga quasi 120 centimetri, conteneva circa 30 chilogrammi di questo gas tossico e vescicante. Sommozzatori e palombari italiani che operarono a costo della salute e della vita dal 1947 al 1953, recuperarono 20 mila bombe speciali nell’area portuale e le affondarono a poca distanza dalla costa. Non è tutto. Anche altre navi USA come la John Motley erano cariche di iprite, mentre quelle inglesi contenevano bombe della RAF con fosforo e acido clorosolforico, cloripicrina e cluoruro di cianogeno.

 

Un altro grave episodio, ignoto alla storiografia è l’esplosione avvenuta sempre nel porto di Bari il 9 aprile 1945 – a guerra ormai finita in Italia – della nave statunitense Charles Henderson, che aveva a bordo un carico di bombe all’iprite variamente assortite.

Carta canta. Anche l’archivio storico della Marina Militare italiana è una fonte di inedite rivelazioni che fanno luce sul più grave disastro chimico della seconda guerra mondiale, tenuto nascosto alla popolazioni italiana dalle autorità italiane. Le conseguenze sono incalcolabili, ma i governicchi tricolore hanno fatto sempre finta di niente.

In ogni caso, vale il principio internazionale “chi inquina paga”. Tocca a Washington e Londra pagare il conto, a noi esigerlo senza compromessi.

 

riferimenti:

Gianni Lannes, BOMBE A… MARE!, Nexus Edizioni, Padova, 2017 (di prossima pubblicazione).

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2017/04/bombe-amare_19.html

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=bombe+a…mare

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2017/05/bombe-chimiche-e-radioattive-alleate.html

 

Fonte:

https://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2017/05/un-milione-di-bombe-speciali-usa-in.html#more