13-15 febbraio 1945, il bombardamento angloamericani di Dresda – Un’azione concepita e condotta per uccidere esclusivamente civili – Un crimine di guerra che fece più vittime della bomba atomica…!

 

bombardamento

 

.

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

 

13-15 febbraio 1945, il bombardamento angloamericani di Dresda – Un’azione concepita e condotta per uccidere esclusivamente civili – Un crimine di guerra che fece più vittime della bomba atomica…!

La maggior parte degli storici tende a minimizzare la gravità dei raid aerei su Dresda del febbraio 1945 nei quali morirono almeno 135.000 persone. La sua distruzione cancellò quasi otto secoli di storia insieme a buona parte dei suoi abitanti

Fino all’autunno del 1944 la zona di Dresda era rimasta al di fuori del raggio di azione dei bombardieri degli Alleati, ma con l’avvicinamento del fronte la situazione cambiò.

All’inizio del 1945 la leadership politico-militare alleata iniziò a porsi il problema di come sostenere l’impegno bellico sovietico in Europa con lo strumento del bombardamento strategico.

Furono quindi pianificati i bombardamenti di Berlino e di molte altre città dell’est della Germania, coordinati con l’avanzata russa.

L’obiettivo dichiarato era quello di causare confusione ed evacuazioni di massa dall’est, ostacolando quindi l’avanzata delle truppe da ovest; si prevedeva infatti che i nazisti avrebbero spostato verso il Fronte Orientale 42 divisioni (mezzo milione di uomini) entro il mese di marzo.

I bombardamenti

L’attacco fu condotto congiuntamente dalla Royal Air Force britannica e dalla United States Army Air Force ed avvenne fra il 13 e il 15 febbraio 1945. Il 13 febbraio 1945 più di 800 aerei inglesi volarono su Dresda, scaricando circa 1.500 tonnellate di bombe esplosive e 1.200 tonnellate di bombe incendiarie. Il giorno dopo la città fu attaccata dai B-17 americani che in quattro raid la colpirono con altre 1.250 tonnellate di bombe. Nella mattinata del 15 febbraio ci fu l’ultima incursione di 200 bombardieri statunitensi sulla città ancora in fiamme. I bombardieri alleati rasero al suolo una gran parte del centro storico di Dresda con un bombardamento a tappeto, causando una strage di civili, con obiettivi militari solo indiretti e praticamente insignificanti.

 

Secondo i piani, il 13 febbraio sarebbe dovuto esserci un attacco congiunto di USAAF (di giorno) e RAF (di notte) ma a causa del maltempo diurno, il raid britannico fu il primo. 796 Avro Lancaster e 9 De Havilland Mosquito raggiunsero la città in due ondate, colpendo Dresda durante la notte con 1478 tonnellate di bombe esplosive e 1182 tonnellate di bombe incendiarie.

Il giorno successivo la città fu attaccata dai B-17 americani, che in quattro raid la colpirono con 1250 tonnellate di bombe, esplosive e incendiarie.

Il bombardamento notturno della RAF creò una “tempesta di fuoco”, con temperature che raggiunsero i 1500 °C. Lo spostamento di aria calda verso l’alto e il conseguente movimento di aria fredda a livello del suolo, crearono un fortissimo vento che spingeva le persone dentro le fiamme, fenomeno già osservato in altri bombardamenti (per esempio quello ad Amburgo del 1943) e talvolta indicato col nome di tempesta di fuoco. Col passare delle ore, il vento caldo sempre più forte e l’altissima temperatura non permisero più alcuno spostamento: l’aria calda degli incendi dei vecchi quartieri attirava aria fredda dalla periferia, provocando una potentissima corrente d’aria che a tre ore dal bombardamento si trasformò in un ciclone. L’equipaggio di un bombardiere statunitense, tornato nelle ore successive, vide arrivare a 8 000 metri travi di legno e ogni tipo di materiale, sollevato da una forte corrente ascensionale.

Il fenomeno delle tempeste di fuoco si ripropose numerose volte nella seconda guerra mondiale. Dopo i primi tentativi tedeschi (falliti) sulla Gran Bretagna, si verificarono tempeste di fuoco su molte grandi città tedesche (la più devastante fu quella di Amburgo nel 1943), sovietiche (in particolar modo Stalingrado e numerose piccole città industriali degli Urali), e giapponesi, come Tokyo (che subì il numero più elevato di vittime in una sola incursione, forse il doppio rispetto a Dresda).

Per ottenere una tempesta di fuoco occorrevano quattro condizioni: 1) strade strette e edifici molto ravvicinati (Berlino e Londra non erano adatte, malgrado i numerosi tentativi); 2) case realizzate con materiali incendiabili come legno (molto diffuso in Russia e Germania) o carta (Giappone meridionale); 3) Un’elevata concentrazione di bombe incendiarie mescolate a bombe esplosive e mine aeree; le bombe esplosive avrebbero aperto nelle case brecce in cui si sarebbe infilata l’aria surriscaldata dalle bombe incendiarie, ma se queste non fossero state concentrate su un’area ristretta, si sarebbero spente; 4) condizioni climatiche adatte. Per poter innescare una tempesta di fuoco, inoltre, bisognava che le squadre antincendio fossero insufficienti o assenti, e per questa ragione la Luftwaffe sviluppò la tecnica della doppia ondata (presto copiata da USAAF e RAF): un attacco civetta costringeva i vigili del fuoco a uscire dai rifugi ed essere sorpresi ed eliminati nel secondo passaggio.

La città fu nuovamente bombardata dalla USAAF il 2 marzo con altre 1000 tonnellate di bombe esplosive e incendiarie, e il 17 aprile, con 1554 tonnellate di bombe esplosive e 164 di bombe incendiarie. Forse per errore, numerosi bombardieri americani colpirono un’altra città, situata a poco più di un centinaio di chilometri verso sud, Praga.

Le rovine dopo il bombardamento

Furono distrutte 24.866 case del centro su un totale di 28.410. Un’area di 15 chilometri quadrati fu rasa al suolo (includeva 14.000 case, 72 scuole, 22 ospedali, 19 chiese, 5 teatri, 50 edifici bancari e assicurativi, 31 magazzini, 31 alberghi, 62 edifici amministrativi, industrie, e altre costruzioni, tra cui il comando principale della Wehrmacht). Dei 222.000 appartamenti della città, 75.000 furono completamente distrutti, 11.000 gravemente danneggiati, 7.000 danneggiati, 81.000 leggermente danneggiati. All’epoca, la città era grande circa 300 chilometri quadrati. 199 fabbriche furono danneggiate in modo più o meno grave; 41 di esse erano classificate dalle autorità locali come importanti per la produzione militare. Numerosi stabilimenti della Zeiss-Ikon furono distrutti al 100%. Paradossalmente, la ferrovia riprese a funzionare dopo pochi giorni, con una connessione lenta su un unico binario, attraverso un ponte solo parzialmente danneggiato.

L’esatto numero totale di vittime è impossibile da definire: la popolazione di Dresda nel 1939 contava circa 642.000 abitanti ma alcune fonti hanno affermato che i rifugiati fossero fino a 200.000. La commissione di storici incaricata dalla città di Dresda di studiare il bombardamento, invece, ha concluso che « […] a Dresda non potevano essere arrivati profughi a decine o persino a centinaia di migliaia». Secondo alcuni storici, una valutazione verosimile sarebbe fra 25.000 e 35.000 morti, un bilancio non troppo diverso da quello relativo ad altri bombardamenti alleati su città tedesche.

Sui registri ufficiali tedeschi risultano 21.271 sepolture di resti umani ritrovati. Da tale elenco sono quindi esclusi eventuali corpi completamente distrutti dalla tempesta di fuoco. La commissione di storici incaricata dalla città di Dresda di riesaminare, per l’anniversario del 2005, la questione del numero di vittime, escluse con test scientifici che « […] un gran numero di persone – alcune migliaia o decine di migliaia…» potessero essere scomparse senza lasciare traccia. È comunque indicativo che si siano trovati cadaveri fino al 1966. Altre fonti parlano di un numero di vittime molto superiore (da 150.000 a 300.000) ma destituito da ogni fondamento. Tali informazioni hanno origine da una falsificazione dei nazisti: alla cifra iniziale di circa 30.000 morti nei documenti ufficiali redatti dalle efficienti squadre governative tedesche (specializzate nel fare stime dei danni dopo un bombardamento) fu aggiunto uno zero per fomentare l’odio contro gli alleati nei paesi neutrali. Secondo le stime di Frederick Taylor, dando per assodata e certificata la distruzione totale di 24.866 edifici e dando per vera la cifra non falsificata dai nazisti di 30.000 decessi, risulterebbe l’assurdità di un solo deceduto per ogni edificio distrutto. Lo storico tedesco Jörg Friedrich parla di 40.000 morti. Tali stime sono in linea con quanto accadde nella maggior parte dei bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Più del 90% di Dresda fu distrutto dalla furia dei bombardamenti. Nella foto, la città dalla Rathausturm.

Nel 1955 Konrad Adenauer, Cancelliere della Repubblica Federale Tedesca, dichiarò: «Il 13 febbraio del 1945 l’attacco alla città di Dresda, sovraffollata di profughi, provocò circa 250.000 vittime». Nel libro Mattatoio n. 5 lo scrittore statunitense Kurt Vonnegut (che durante il bombardamento si trovava a Dresda, come prigioniero di guerra, e che sopravvisse perché detenuto in un mattatoio), riporta la cifra di 135.000 morti. Né le stime di Adenauer né quelle di Vonnegut sono suffragate da documenti, ma indicano bene come il bombardamento di Dresda, a differenza di altri gravi bombardamenti della seconda guerra mondiale, fosse diventato un simbolo. Grazie all’attacco il filologo Victor Klemperer e sua moglie poterono fuggire dalla Judenhaus in cui erano prigionieri.

Sebbene la potenza di fuoco non fosse di molto superiore a quella usata in altri bombardamenti in Europa, una serie di fattori ne aumentarono l’efficacia: le condizioni meteorologiche favorevoli, la presenza di numerosi edifici in legno, e i tunnel sotterranei che collegavano molte cantine (e attraverso cui le fiamme si diffusero). Inoltre Dresda si rivelò assolutamente impreparata all’attacco: a causa del tracollo delle forze armate tedesche e del fatto che agli inizi della guerra la città fosse fuori dal raggio di azione dei bombardieri alleati, disponeva di una difesa contraerea inadeguata, che andò progressivamente diminuendo con il trasferimento in altre zone delle batterie contraeree, tanto che gli equipaggi delle incursioni riferirono di una pressoché totale assenza di contrasto da terra. Sei Lancaster tuttavia non rientrarono alla base, e tre si schiantarono all’atterraggio. Anche un Bf 110, uno dei caccia notturni della Luftwaffe decollati per intercettare l’attacco, non tornò. I rifugi antiaerei erano assolutamente inadeguati ad ospitare sia la popolazione residente, sia i profughi presenti in città.

 

16 febbraio 1947 – Il treno della vergogna – Gli esuli Istriani accolti dai loro connazionali non solo senza un briciolo di solidarietà, ma con avversione, rancore e inaudita violenza.

 

treno della vergogna

 

.

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

 

16 febbraio 1947 – Il treno della vergogna – Gli esuli Istriani accolti dai loro connazionali non solo senza un briciolo di solidarietà, ma con avversione, rancore e inaudita violenza.

 

“Il Treno della Vergogna” o “Treno dei fascisti” 
La targa è alla stazione di Bologna.
Il testo è: “Nel corso del 1947 da questa stazione passarono i convogli che portavano in Italia esuli istriani, fiumani e dalmati: italiani costretti ad abbandonare i loro luoghi dalla violenza del regime nazional-comunista jugoslavo e a pagare, vittime innocenti, il peso e la conseguenza della guerra d’aggressione intrapresa dal fascismo. Bologna seppe passare rapidamente da un atteggiamento di iniziale incomprensione a un’accoglienza che è nelle sue tradizioni, molti di quegli esuli facendo suoi cittadini. Oggi vuole ricordare quei momenti drammatici della storia nazionale. Bologna 1947-2007.”

E’ una targa ipocrita, tardiva e non veritiera; scrivere “un atteggiamento di iniziale incomprensione” è non assumersi appieno le proprie colpe.

Quello che è passato alla storia come “Treno della vergogna” è un convoglio che nel 1947 trasportò da Ancona i profughi provenienti da Pola: si trattava di esuli italiani che con la fine della Seconda Guerra Mondiale, si ritrovarono costretti ad abbandonare le loro case in Istria, Quarnaro e Dalmazia.

L’evento è passato alla storia come “esodo istriano“. All’epoca i ferrovieri lo definirono offensivamente “treno dei fascisti”, definizione emblematica di tutta la disinformazione e la strumentalizzazione politica che circondò la vicenda.

Domenica 16 febbraio 1947 i profughi partirono da Pola a bordo di diversi convogli, portandosi dietro il minimo indispensabile, ovvero quel poco che erano riusciti a salvare. Giunti ad Ancona per gli esuli si rese necessario l’intervento dell’esercito: i militari dovettero proteggerli da connazionali, militanti di sinistra, che non solo non mostrarono solidarietà, ma li accolsero con avversione e violenza.

Il giorno seguente, di sera, partirono di nuovo stipati in un treno merci già carico di paglia. Il convoglio arrivò alla stazione di Bologna solo alle 12:00 del giorno seguente, quindi proprio martedì 18 febbraio.

La Pontificia Opera di Assistenza e la Croce Rossa Italiana avevano preparato dei pasti caldi, soprattutto per bambini e anziani. Ma quando gli esuli erano quasi giunti nella città emiliana, alcuni ferrovieri sindacalisti diramarono un avviso ai microfoni, incitando i compagni a bloccare la stazione se il treno si fosse fermato.

Allo stop del convoglio ci furono persino alcuni giovani che, sventolando la bandiera con falce e martello, iniziarono a prendere a sassate i profughi, senza distinzione tra uomini, donne e bambini. Altri lanciarono pomodori e addirittura il latte che era destinato ai bambini, ormai quasi in stato di disidratazione.

A causa di questi atti vili fu dunque necessario far ripartire il treno per Parma, dove finalmente si riuscì ad andare in aiuto dei profughi ormai allo stremo delle forze. Da lì, ripartirono poi per La Spezia, dove furono temporaneamente sistemati in una caserma.

Il “treno della vergogna” non fu affatto un caso isolato. Gli “Italiani”, ancora furenti per l’infamia della guerra, avevano ormai identificato i profughi Istriani come “fascisti” e come tali responsabili della tragedia appeta vissuta.

 

L’invenzione del biliardino? Una storia commovente: Alejandro Finisterre, militante anarchico spagnolo, guardava i bambini mutilati durante la guerra civile e pensando tristemente che non avrebbero più potuto giocare a calcio…

 

biliardino

 

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

 

L’invenzione del biliardino? Una storia commovente: Alejandro Finisterre, militante anarchico spagnolo, guardava i bambini mutilati durante la guerra civile e pensando tristemente che non avrebbero più potuto giocare a calcio…

 

ALEJANDRO FINISTERRE CI LASCIO’ IL 9 FEBBRAIO 2007. MILITANTE ANARCHICO, GUARDAVA I BAMBINI SPAGNOLI MUTILATI DURANTE LA GUERRA CIVILE E PENSO’, TRISTEMENTE, CHE NON AVREBBERO PIU’ POTUTO GIOCARE A CALCIO. E COSI’ INVENTO’ IL BILIARDINO

Le storie che raccontiamo, come ripetiamo spesso, sono le nostre storie. Vicende che ci riguardano da vicino anche se magari non ce rendiamo subito conto. Pensiamo al biliardino. Chi nella vita non ha fatto almeno una partita a questo celebre gioco? 

La storia della nascita di questo gioco/sport è strettamente legata ad un alla storia della Guerra civile spagnola, e ad un personaggio di orientamento libertario che per primo lo ha brevettato. 

Alejandro Finisterre nasce nella città di Finisterre – dalla quale prende il cognome – nella regione spagnola della Galizia nel 1919. All’età di 15 anni si sposta a Madrid per studiare. Per potersi pagare la scuola fa ogni tipo di lavoro, dal muratore al ballerino di tip-tap, ed inizia a sviluppare una coscienza politica che lo porterà ad avvicinarsi al mondo anarchico, che ci concretizzerà un paio di anni dopo, nel 1936, allo scoppio della Guerra civile. 

Pochi mesi dopo l’inizio del conflitto rimarrà però vittima di uno dei tanti bombardamenti che subì la capitale spagnola. Travolto dalle rovine dell’edificio nel quale si trovava rimase ferito e venne trasferito in ospedale. Qui, insieme ai numerosi feriti provenienti dal fronte, erano presenti molti bambini colpiti nel corso dei bombardamenti. Molti avevano ferite gravi e, spesso, erano mutilati alle gambe. Alejandro penso che non avrebbero più potuto fare molte cose, come giocare a calcio. Fu allora che gli venne l’idea, prendendo spunto dal pingpong: creare un gioco di calcio “da tavolo” che potesse essere usato facilmente ancehe da chi aveva subito gravi mutilazioni. Nacque così il biliardino.

Ma la storia della nascita del gioco non finisce qui e prosegue in maniera turbolenta, come turbolenta fu la vita di Alejandro Finisterre in quegli anni. Con l’avvicinarsi dell’epilogo della guerra civile, egli scappò infatti in Francia per sfuggire alla persecuzione franchista. Ma la stessa Francia imprigionò molti degli esuli che attraversavano i Pirenei. Proprio mentre si spostava in Francia perse il brevetto del biliardino, tant’è che ancora oggi si sollevano dubbi sull’effettiva paternità dell’invenzione. Rimase per quattro anni detenuto in Marocco, poi venne liberato e partì alla volta del Guatemala dove, però, venne arrestato nel 1954 in seguito ad un colpo di Stato. Mentre lo estradavano a Madrid, fece finta di avere una pistola e dirottò l’aereo verso Panama in uno dei primi dirottamenti aerei della storia. Infine, dopo la morte di Franco, è tornato in Spagna dove si è spento nel 2007.

Fonti:

Cannibali e Re
Cronache Ribelli

10 febbraio – Giornata del ricordo delle vittime delle foibe – Che cosa furono i massacri delle foibe?

 

foibe

 

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

10 febbraio – Giornata del ricordo delle vittime delle foibe – Che cosa furono i massacri delle foibe?

 

Che cosa furono i massacri delle foibe

I massacri delle foibe e l’esodo dalmata-giuliano sono una pagina di Storia che per molti anni l’Italia ha voluto dimenticare. Solo di recente la storia è stata riportata a galla e dal 2005si celebra il «Giorno del Ricordo», in memoria dei quasi ventimila nostri fratelli torturati, assassinati e gettati nelle foibe (le fenditure carsiche usate come discariche) dalle milizie della Jugoslavia di Tito alla fine della seconda guerra mondiale.

La memoria delle vittime delle foibe e degli italiani costretti all’esodo dalle ex province italiane della Venezia Giulia, dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia è un tema che ancora divide. Eppure quelle persone meritano, esigono di essere ricordate.

LA FINE DELLA GUERRA. Nel 1943, dopo tre anni di guerra, le cose si erano messe male per l’Italia. Il regime fascista di Mussolini aveva decretato il proprio fallimento con la storica riunione del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943. Ne erano seguiti lo scioglimento del Partito fascista, la resa dell’8 settembre, lo sfaldamento delle nostre Forze Armate.

Nei Balcani, e particolarmente in Croazia e Slovenia, le due regioni balcaniche confinanti con l’Italia, il crollo dell’esercito italiano aveva fatalmente coinvolto le due capitali, Zagabria (Croazia) e Lubiana (Slovenia).

LA VENDETTA DI TITO. Qui avevano avuto il sopravvento le forze politiche comuniste guidate da Josip Broz, nome di battaglia «Tito», che avevano finalmente sconfitto i famigerati “ustascia” (i fascisti croati agli ordini del dittatore Ante Pavelic che si erano macchiati di crimini), e i non meno odiati “domobranzi”, che non erano fascisti, ma semplicemente ragazzi di leva sloveni, chiamati alle armi da Lubiana a partire dal 1940, allorché la Slovenia era stata incorporata nell’Italia divenendone una provincia autonoma.

La prima ondata di violenza esplose proprio dopo la firma dell’armistizio, l’8 settembre 1943: in Istria e in Dalmazia i partigiani jugoslavi di Tito si vendicarono contro i fascisti che, nell’intervallo tra le due guerre, avevano amministrato questi territori con durezza, imponendo un’italianizzazione forzata e reprimendo e osteggiando le popolazioni slave locali.

Con il crollo del regime – siamo ancora alla fine del 1943 – i fascisti e tutti gli italiani non comunisti vennero considerati nemici del popolo, prima torturati e poi gettati nelle foibe. Morirono, si stima, circa un migliaio di persone. Le prime vittime di una lunga scia di sangue.

Dal 1918 al 1943 la Venezia Giulia e la Dalmazia furono amministrativamente italiane, ma oltre la metà della loro popolazione era composta da sloveni e croati. Durante il fascismo l’italianizzazione venne perseguita seguendo, nelle intenzioni, il modello francese (attraverso una serie di provvedimenti come l’italianizzazione della toponomastica, dei nomi propri e la chiusura di scuole bilingui); nei fatti, il modello fascista. La repressione divenne più crudele durante la guerra, quando ai pestaggi si sostituirono le deportazioni nei campi di concentramento nazisti e le fucilazioni dei partigiani jugoslavi.

Tito e i suoi uomini, fedelissimi di Mosca, infatti, iniziarono la loro battaglia di (ri)conquista di Slovenia e Croazia – di fatto annesse al Terzo Reich – senza fare mistero di volersi impadronire non solo della Dalmazia e della penisola d’Istria (dove c’erano borghi e città con comunità italiane sin dai tempi della Repubblica di Venezia), ma di tutto il Veneto, fino all’Isonzo.

IL FRENO DEI NAZISTI. Fino alla fine di aprile del 1945 i partigiani jugoslavi erano stati tenuti a freno dai tedeschi che avevano dominato Serbia, Croazia e Slovenia con il pugno di ferro dei loro ben noti sistemi (stragi, rappresaglie dieci a uno, paesi incendiati e distrutti).

Ma con il crollo del Terzo Reich nulla ormai poteva più fermare gli uomini di Tito, irreggimentati nel IX Korpus, e la loro polizia segreta, l’OZNA (Odeljenje za Zaštitu NAroda, Dipartimento per la Sicurezza del Popolo). L’obiettivo era l’occupazione dei territori italiani.

Nella primavera del 1945 l’esercito jugoslavo occupò l’Istria (fino ad allora territorio italiano, e dal ’43 della Repubblica Sociale Italiana) e puntò verso Trieste, per riconquistare i territori che, alla fine della prima guerra mondiale, erano stati negati alla Jugoslavia.

LA LIBERAZIONE DEGLI ALLEATI. Non aveva fatto i conti, però, con le truppe alleate che avanzavano dal Sud della nostra penisola, dopo avere superato la Linea Gotica. La prima formazione alleata a liberare Venezia e poi Trieste fu la Divisione Neozelandese del generale Freyberg, l’eroe della battaglia di Cassino, appartenente all’Ottava Armata britannica. Fu una vera e propria gara di velocità.

Gli jugoslavi si impadronirono di Fiume e di tutta l’Istria interna, dando subito inizio a feroci esecuzioni contro gli italiani. Ma non riuscirono ad assicurarsi la preda più ambita: la città, il porto e le fabbriche di Trieste.

Infatti, la Divisione Neozelandese del generale Freyberg entrò nei sobborghi occidentali di Trieste nel tardo pomeriggio del 1° maggio 1945, mentre la città era ancora formalmente in mano ai tedeschi che, asserragliati nella fortezza di San Giusto, si arresero il 2, impedendo in tal modo a Tito di sostenere di aver «preso» Trieste.

La rabbia degli uomini di Tito si scatenò allora contro persone inermi in una saga di sangue degna degli orrori rivoluzionari della Russia del periodo 1917-1919.

I NUMERI DELLE VITTIME. Tra il maggio e il giugno del 1945 migliaia di italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia furono obbligati a lasciare la loro terra. Altri furono uccisi dai partigiani di Tito, gettati nelle foibe o deportati nei campi sloveni e croati. Secondo alcune fonti le vittime di quei pochi mesi furono tra le quattromila e le seimila, per altre diecimila.

Fin dal dicembre 1945 il premier italiano Alcide De Gasperi presentò agli Alleati «una lista di nomi di 2.500 deportati dalle truppe jugoslave nella Venezia Giulia» ed indicò «in almeno 7.500 il numero degli scomparsi».

In realtà, il numero degli infoibati e dei massacrati nei lager di Tito fu ben superiore a quello temuto da De Gasperi. Le uccisioni di italiani – nel periodo tra il 1943 e il 1947 – furono almeno 20mila; gli esuli italiani costretti a lasciare le loro case almeno 250mila.

COME SI MORIVA NELLE FOIBE. I primi a finire in foiba nel 1945 furono carabinieri, poliziotti e guardie di finanza, nonché i pochi militari fascisti della RSI e i collaborazionisti che non erano riusciti a scappare per tempo (in mancanza di questi, si prendevano le mogli, i figli o i genitori).

Le uccisioni avvenivano in maniera spaventosamente crudele. I condannati venivano legati l’un l’altro con un lungo fil di ferro stretto ai polsi, e schierati sugli argini delle foibe. Quindi si apriva il fuoco trapassando, a raffiche di mitra, non tutto il gruppo, ma soltanto i primi tre o quattro della catena, i quali, precipitando nell’abisso, morti o gravemente feriti, trascinavano con sé gli altri sventurati, condannati così a sopravvivere per giorni sui fondali delle voragini, sui cadaveri dei loro compagni, tra sofferenze inimmaginabili.

Soltanto nella zona triestina, tremila sventurati furono gettati nella foiba di Basovizza e nelle altre foibe del Carso.

Uno dei principali monumenti alle vittime si trova a Basovizza, alle porte di Trieste. Qui è stata trovata una foiba che in realtà era il pozzo di una miniera di carbone che, scavata nella roccia agli inizi del novecento, fu poi abbandonata. Vi sono state gettate almeno 2.500 persone nei 45 giorni dal 1 maggio al 15 giugno 1945.

IL DRAMMA DI FIUME E IL DESTINO DELL’ISTRIA. A Fiume, l’orrore fu tale che la città si spopolò. Interi nuclei familiari raggiunsero l’Italia ben prima che si concludessero le vicende della Conferenza della pace di Parigi (1947), alla quale – come dichiarò Churchill – erano legate le sorti dell’Istria e della Venezia Giulia. Fu una fuga di massa. Entro la fine del 1946, 20.000 persone avevano lasciato la città, abbandonando case, averi, terreni.

LA CONFERENZA DI PACE DI PARIGI. Alla fine del 1946 la questione italo-jugoslava era divenuta per molti un peso che intralciava la soluzione di altre e ancora più importanti questioni: gli Alleati volevano trovare una soluzione per Vienna e Berlino; l’Unione Sovietica doveva sistemare la divisione della Germania. L’Italia era alle prese con la gestione della transizione tra monarchia e repubblica.

In sostanza bisognava determinare dove sarebbe passato il confine tra Italia e Jugoslavia. Gli Stati Uniti, favorevoli all’Italia, proposero una linea che lasciava al nostro Paese gran parte dell’Istria. I sovietici, favorevoli ai comunisti di Tito, proposero un confine che lasciava Trieste e parte di Gorizia alla Jugoslavia. La Francia propose una via di mezzo, molto vicina all’attuale confine, che sembrava anche l’opzione più realistica, non perché rispettava le divisioni linguistiche, ma perché seguiva il confine effettivamente occupato dagli eserciti nei mesi precedenti.

Il dramma delle terre italiane dell’Est si concluse con la firma del trattato di pace di Parigi il 10 febbraio 1947. Alla fine, alla conferenza di Parigi venne deciso che per il confine si sarebbe seguita la linea francese: l’Italia consegnò alla Jugoslavia numerose città e borghi a maggioranza italiana rinunciando per sempre a Zara, alla Dalmazia, alle isole del Quarnaro, a Fiume, all’Istria e a parte della provincia di Gorizia.

L’ESODO. Il trattato di pace di Parigi di fatto regalò alla Jugoslavia il diritto di confiscare tutti i beni dei cittadini italiani, con l’accordo che sarebbero poi stati indennizzati dal governo di Roma.

Questo causò due ingiustizie. Prima di tutto l’esodo forzato delle popolazioni italiane istriane e giuliane che fuggivano a decine di migliaia, abbandonando le loro case e ammassando sui carri trainati dai cavalli le poche masserizie che potevano portare con sé. E, in seguito, il mancato risarcimento.

La stragrande maggioranza degli esuli emigrò in varie parti del mondo cercando una nuova patria: chi in Sud America, chi in Australia, chi in Canada, chi negli Stati Uniti.

INTERESSE POLITICO IN ATTI D’UFFICIO. Tanti riuscirono a sistemarsi faticosamente in Italia, nonostante gli ostacoli dei ministri del partito comunista che – favorevoli alla Jugoslavia – minimizzarono la portata della diaspora.

Emilio Sereni, che ricopriva la determinante carica di ministro per l’Assistenza post-bellica, e sul cui tavolo finivano tutti i rapporti con le domande di esodo e di assistenza provenienti da Pola, da Fiume, dall’Istria e dalla ex Dalmazia italiana, anziché farsene carico e rappresentare all’opinione pubblica la drammaticità della situazione minimizzò la portata del problema.

Rifiutò di ammettere nuovi esuli nei campi profughi di Trieste con la scusa che non c’era più posto e, in una serie di relazioni a De Gasperi, parlò di «fratellanza italo-slovena e italo-croata», sostenne la necessità di scoraggiare le partenze e di costringere gli istriani a rimanere nelle loro terre, affermò che le notizie sulle foibe erano «propaganda reazionaria».

IL GIORNO DEL RICORDO. Come è stato possibile che una simile tragedia sia stata confinata nel regno dell’oblio per quasi sessant’anni? Tanti, infatti, ne erano passati tra quel quadriennio 1943-47 che vide realizzarsi l’orrore delle foibe, e l’auspicato 2004, quando il Parlamento approvò la «legge Menia» (dal nome del deputato triestino Roberto Menia, che l’aveva proposta) sulla istituzione del «Giorno del Ricordo».

La risposta va ricercata in una sorta di tacita complicità, durata decenni, tra le forze politiche centriste e cattoliche da una parte, e quelle di estrema sinistra dall’altra. Fu soltanto dopo il 1989 (con il crollo del muro di Berlino e l’autoestinzione del comunismo sovietico) che nell’impenetrabile diga del silenzio incominciò ad aprirsi qualche crepa.

Il 3 novembre 1991, l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga si recò in pellegrinaggio alla foiba di Basovizza e, in ginocchio, chiese perdono per un silenzio durato cinquant’anni. Poi arrivò la TV pubblica con la fiction Il cuore nel pozzo interpretata fra gli altri da Beppe Fiorello. Un altro presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, si era recato, in reverente omaggio ai Caduti, davanti al sacrario di Basovizza l’11 febbraio 1993.

Così, a poco a poco, la coltre di silenzio che, per troppo tempo, era calata sulla tragedia delle terre orientali italiane, divenne sempre più sottile e finalmente tutti abbiamo potuto conoscere quante sofferenze dovettero subìre gli italiani della Venezia Giulia, dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia.

Luciano Garibaldi

Alla tragedia delle foibe, l’autore, Luciano Garibaldi, giornalista e storico, ha dedicato, assieme a Rossana Mondoni, quattro libri editi dalle edizioni Solfanelli: «Venti di bufera sul confine orientale», «Nel nome di Norma», dedicato al ricordo di Norma Cossetto, studentessa triestina tra le prime vittime della violenza rossa, «Il testamento di Licia», approfondito dialogo con la sorella di Norma Cossetto, e «Foibe, un conto aperto».

Tratto da: https://www.focus.it/cultura/storia/che-cosa-furono-i-massacri-delle-foibe

Esperimento Sociale – Il Prof razzista attacca studentessa musulmana. La reazioni dei compagni… E se alla fine del video vi scappa la lacrimuccia non vergognatevi: siete ancora umani…!

 

razzista

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

Esperimento Sociale – Il Prof razzista attacca studentessa musulmana. La reazioni dei compagni… E se alla fine del video vi scappa la lacrimuccia non vergognatevi: siete ancora umani…!

Abbiamo fatto un esperimento sociale al primo giorno di scuola con telecamere nascoste. In tre differenti istituti (un classico, uno scientifico e un tecnico) arriva in classe una nuova compagna, musulmana con il velo integrale. Un nuovo professore, un nostro attore, entra in classe e comincia a deriderla. In un’escalation di battute razziste, xenofobe e islamofobe i ragazzi vengono messi alla prova. Qualcuno difenderà la studentessa islamica dagli attacchi del prof razzista? Una candid camera utile per riflettere sui temi dell’integrazione e dell’accoglienza.

Una produzione Fanpage.it video di Luca Iavarone organizzazione e riprese: Raffaello Durso attori: Pino L’Abbate e Chiara  assistente alla regia: Paola Mirisciotti assistente di produzione: Danilo Zanghi autori: Dario Volpe, Luca Iavarone Si ringraziano presidi e professori degli istituti Genovesi, Leonardo Da Vinci e Di Giacomo per la disponibilità.

La vera, grande, unica vincitrice di questo Sanremo: Fiorella Mannoia. Come al solito senza peli sulla lingua, la sua canzone “Il Peso del Coraggio” è una appassionata, feroce, potente denuncia contro la disumanità del mondo di oggi. Un pezzo che ci farà pensare…!

 

Fiorella Mannoia

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

La vera, grande, unica vincitrice di questo Sanremo: Fiorella Mannoia. Come al solito senza peli sulla lingua, la sua canzone “Il Peso del Coraggio” è una appassionata, feroce, potente denuncia contro la disumanità del mondo di oggi. Un pezzo che ci farà pensare…!

Come al solito non ha peli sulla lingua Fiorella Mannoia, e mai li ha avuti: con la sua nuova canzone, Il Peso del coraggio, la cantante porta l’attualità e la politica in scena al’Ariston, e incredibilmente funziona: il pubblico in visibilio per la voce e per la carica emotiva di una delle cantanti più amate d’Italia. E ora aspettiamo le critiche, che sicuramente arriveranno, ma ci accontentiamo di aver finalmente visto un bel momento di televisione a Sanremo.

(a fine articolo l’Official Video)
Il peso del Coraggio

Sono questi vuoti d’aria
Questi vuoti di felicità
Queste assurde convinzioni
Tutte queste distrazioni
A farci perdere

Sono come buchi neri
Questi buchi nei pensieri
Si fa finta di niente
Lo facciamo da sempre
Ci si dimentica

Che ognuno ha la sua parte in questa grande scena
Ognuno i suoi diritti
Ognuno la sua schiena
Per sopportare il peso di ogni scelta
Il peso di ogni passo
Il peso del coraggio

E ho capito che non sempre il tempo cura le ferite
Che sono sempre meno le persone amiche
Che non esiste resa senza pentimento
Che quello che mi aspetto è solo quello che pretendo
Ed ho imparato ad accettare che gli affetti tradiscono
Che gli amori anche i più grandi poi finiscono
Che non c’è niente di sbagliato in un perdono
Che se non sbaglio non capisco io chi sono

Sono queste devozioni
Queste manie di superiorità
C’è chi fa ancora la guerra
Chi non conosce vergogna
Chi si dimentica
Che ognuno ha la sua parte in questa grande scena
Che ognuno ha i suoi diritti
Che ognuno ha la sua schiena
Per sopportare il peso di ogni scelta
Il peso di ogni passo
Il peso del coraggio

E ho capito che non serve il tempo alle ferite
Che sono sempre meno le persone unite
Che non esiste azione senza conseguenza
Chi ha torto e chi ha ragione
Quando un bambino muore
Allora stiamo ancora zitti
Che così ci preferiscono
Tutti zitti come cani che obbediscono
Ci vorrebbe più rispetto
Ci vorrebbe più attenzione
Se si parla della vita
Se parliamo di persone

Siamo il silenzio che resta dopo le parole
Siamo la voce che può arrivare dove vuole
Siamo il confine della nostra libertà
Siamo noi l’umanità
Siamo in diritto di cambiare tutto
E di ricominciare, ricominciare

E ognuno gioca la sua parte
In questa grande scena
Ognuno ha i suoi diritti
Ognuno ha la sua schiena
Per sopportare il peso di ogni scelta
Il peso di ogni passo
Il peso del coraggio
Il peso del coraggio.

 

Vergognoso – Un’altra porcheria made in Spagna – Si chiama la Sokamuturra – toro cordato – Il Toro è legato ad una corda in piazza per fare spettacolo… Tutta la sofferenza dell’animale tra le bestiali risate della gente…

 

Spagna

 

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

 

Vergognoso – Un’altra porcheria made in Spagna – Si chiama la Sokamuturra – toro cordato – Il Toro è legato ad una corda in piazza per fare spettacolo… Tutta la sofferenza dell’animale tra le bestiali risate della gente…

Toro legato ad una corda in piazza per fare spettacolo

Si chiama la Sokamuturra, una forma di spettacolo con il toro in piazza, tipica del folklore dei paesi baschi in Spagna. Lo spettacolo consiste nel tenere legato un toro con una corda in una piazza pubblica. Le persone si possono avvicinare per sfidare l’animale.

guarda QUI il video

Purtroppo, questo sfruttamento arcaico del toro, ai fini dell’intrattenimento, che provoca sofferenza, ansia e stress all’animale viene ancora perpetrato nel XXI secolo.

E’ la denuncia che rimbalza sui social con i video pubblicati dal gruppo animalista Libertad Animal Navarra, mostrando l’orrore al quale sono sottoposti i tori che siano giovani esemplari o esemplari adulti.

In un filmato si vede chiaramente i pericoli ai quali sono esposti questi animali. Un giovane toro, un vitellino di pochi mesi scivola ripetutamente sul pavimento bagnato di una piazza, rischiando si spezzarsi un arto, cercando di difendersi dall’invadenza e dalla provocazione di alcune persone.

La scena è stata registrata ad Azpeitia. “Sono incapaci di vedere come soffrono queste creature che imparano preso cosa significa essere maltrattati. Educhiamo all’empatia, al rispetto e all’amore nei riguardi di tutte le creature viventi”, scrive il gruppo animalista, commentando il filmato.

 

A seguire: Sokamuturra 2017 (Elgoibar)

Amarcord – Indiani d’America: dal genocidio alla discriminazione razziale – il 31 GENNAIO 1876 nascono le “riserve”, veri e propri campi di concentramento ideati allo scopo di portare a termine il genocidio dei Nativi… Hitler poi non dovette fare altro che ispirarsi agli americani…

 

Indiani d'America

 

.

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

 

Amarcord – Indiani d’America: dal genocidio alla discriminazione razziale – il 31 GENNAIO 1876 nascono le “riserve”, veri e propri campi di concentramento ideati allo scopo di portare a termine il genocidio dei Nativi… Hitler poi non dovette fare altro che ispirarsi agli americani…

 

INDIANI D’AMERICA: DAL GENOCIDIO ALLA DISCRIMINAZIONE RAZZIALE

Si dice, ed è vero, che la storia viene scritta dalle potenze vincitrici, e così anche le efferatezze, gli eccidi e i genocidi di popoli vengono amplificati o messi in un cantuccio, secondo gli interessi e le convenienze politiche delle potenze suddette. Così per gli indiani d’America (come per altri moltissimi casi), per il loro olocausto non c’è alcun “giorno della memoria”. Nei programmi di approfondimento se ne parla poco, nella letteratura già a partire dal 1700, poi culminata nel cinema “western”, gli Indiani (o pellirosse) venivano rappresentati come violenti e malvagi, e gli eventuali indiani buoni erano quelli disposti a collaborare con l’uomo bianco. Nota la frase del Generale Sheridan: “…l’unico indiano buono, che io conosca, è l’indiano morto”. Ancora oggi sono, come gli altri “di colore”, discriminati ed emarginati, laddove nelle loro comunità vi sono condizioni di vita nettamente inferiori, con un alto tasso di suicidi tra gli adolescenti di 150 volte superiore a quello statunitense, una mortalità infantile cinque volte più alta, una disoccupazione che tocca cifre altissime e con un’alta diffusione di povertà, di alcolismo e tossicodipendenza.
Dobbiamo ricordare che il genocidio del popolo nativo dell’America è stato valutato andare dai 50 ai 100 milioni di persone; esse morirono a causa dei colonizzatori, per guerre di conquista, cambio di stile di vita, perdita del loro ambiente, malattie contro le quali non avevano assolutamente difese, e molti furono deliberatamente uccisi, ufficialmente perchè considerati “barbari”, mentre la causa principale era quella di impossessarsi delle terre e delle loro ricchezze. Nel Nordamerica ne morirono di meno, essendo meno popolata, ma l’impatto fu devastante: nel 1890 rimanevano 250mila individui, e si stima che circa l’80% fosse stato sterminato.
L’origine degli Indiani d’America è ancora incerta, ma essi sono molto simili ai Mongoli, che oggi vivono in Asia: ciò è possibile, in quanto anticamente l’attuale Stretto di Bering non esisteva e i due continenti erano uniti, permettendo a queste popolazioni il transito prima in Canada e poi negli Stati Uniti. Il primo approccio con il resto del mondo risale a circa il 1100 d.c. con i Vichinghi, ma la svolta alla loro esistenza, purtroppo, avvenne nel 1492, con la “scoperta” di Cristoforo Colombo, convinto di essere sbarcato nelle Indie (da cui la denominazione di “indiani”).
Gli indiani si suddividevano in nazioni, cioè in insiemi di individui uniti dal linguaggio, dagli usi, dallo stanziamento o da una comune abitudine migratoria; le nazioni più grandi erano composte da tribù, costituite da clan o grandi famiglie. Gli indiani delle pianure, la cui economia era principalmente basata sulla caccia al bisonte (fornitore di cibo, materia per vestiario ed armi), vivevano seguendo le migrazioni stagionali dell’animale; invece gli indiani delle zone montuose o desertiche, sia per caratteristiche ambientali diverse, sia per mancanza di grossi animali migratori, facevano una vita più stanziale. Il frammischiamento tra tribù della stessa nazione, o tra le diverse nazioni, non era caso raro, come non era infrequente la guerra, che generalmente veniva condotta per ragioni di bottino, ed era per i giovani l’occasione buona per dimostrare il loro valore.
I primi insediamenti colonici, che poi costituiranno il primo nucleo della nuova nazione americana, risalgono al 1616, dove gli inglesi fondarono l’odierna Virginia, la Nuova Inghilterra, ed i Padri Pellegrini nel 1620 fondarono New Plymouth, nel Massachusetts. Prima ancora i francesi, nel 1606, insediandosi in Canada, avevano fondato Quebec.
I primi contatti con la popolazione indiana erano praticamente basati sui rapporti commerciali e si mantennero su accettabili equilibri; i bianchi portarono a conoscenza degli indiani il cavallo, che poi divenne per loro uno strumento fondamentale di caccia e di guerra, le armi da fuoco e, purtroppo, anche il whisky e le prime malattie (vedi vaiolo, varicella, influenza, etc.), che hanno distrutto intere tribù, non avendo gli indiani sviluppato anticorpi specifici per combatterle.
Successivamente il numero di coloni provenienti dall’Europa crebbe, dato che le potenze europee, specialmente l’Inghilterra, volevano evitare le tensioni sociali che, con l’avvento della borghesia e le relative espulsioni di contadini dalla terra, assorbiti solo in parte dal tessuto industriale, creavano una massa di disoccupati, potenziali promotori di scontri sociali. Così, come “valvola di sfogo”, furono usate le nuove conquiste, che alimentavano il miraggio di possedimenti terrieri e di ricchezze. Comunque, la colonizzazione del Nord e del Sud America presenta delle differenze: mentre i “conquistadores” spagnoli erano prevalentemente degli avventurieri e degli sbandati, e praticavano lo stupro sistematico (i più si unirono con donne indigene di rango superiore e diedero origine ai meticci), gli inglesi arrivarono nel nuovo mondo già in nuclei famigliari, e ciò non favorì l’integrazione. Inoltre, i nativi americani non si adattavano ad essere assoggettati come manodopera, e ciò complicava i rapporti con i bianchi “civilizzatori”, che già consideravano i nativi come “selvaggi”, con tutta la negatività che questo termine comporta.
I pellirosse non conoscevano il denaro, né mai capirono la frenesia dell’uomo bianco per l’oro; parlavano sì di ricchezze, ma per loro si trattava di beni materiali di immediata utilità come cibo, cavalli, armi ecc. Anche la stessa guerra era vista come l’occasione per dimostrare il proprio valore e, per i giovani, era una specie di “esame di maturità”; la stessa pratica di prendere gli scalpi dei nemici uccisi, contrariamente a quanto è stato dato ad intendere, era stata assorbita dagli Inglesi. Con ciò non si vuole dare un’immagine idilliaca dell’indiano: anch’egli faceva la guerra, torturava, in particolare l’Apache, i prigionieri, ma diveniva spietato quando si sentiva ingannato o per ritorsione ad eventuali eccidi dei colonizzatori… era molto raro che un guerriero indiano uccidesse donne e bambini dei nemici in guerra e, quando ciò avveniva, era per rappresaglia, mentre spesso i generali yankee comandavano ai soldati di farlo, per affrettare l’estinzione delle tribù native. Gli stessi Apache, considerati tradizionalmente i più feroci, avevano alle spalle una radice storica ben precisa: lo sfuttamento e gli eccidi subiti dai messicani, che li consideravano intrusi e da eliminare, e che usavano rapire i loro bambini per venderli come schiavi e le loro bambine per avviarle alla prostituzione; in fondo era per difendersi, che l’Apache era diventato un maestro della guerriglia ed un guerriero spietato e feroce.
Comunque, prima della nascita degli Stati Uniti d’America (nel 1776), il “nuovo mondo” fu terreno di scontro fra le varie nazioni europee (Inghilterra, Spagna, Francia, Paesi Bassi), che cercavano di assicurarsi l’alleanza dei nativi, impegnandosi con promesse, poi mai mantenute, spingendoli sempre più ad Ovest, quando il conflitto si attenuava.
Le continue pressioni dei bianchi, appunto, crearono i primi scontri tra gli Indiani: i Chippewua che vivevano nell’attuale Minnesota e Wisconsin si spostarono verso Ovest, scontrandosi con i Sioux, ed a questo scontro fecero seguito diverse battaglie di assestamento tra gli indiani, che coinvolsero diverse tribù minori. Alla fine dell’assestamento, le genti indiane si potevano, grosso modo, dividere così: nelle pianure erano predominanti i Sioux, mentre a Sud gli Apache, e queste due “nazioni” furono le vere grandi avversarie dei bianchi. Ma questo continuo avanzamento dei colonizzatori ebbe l’effetto di spingere diverse tribù o nazioni ad accantonare le vecchie rivalità per potere resistere, e così, di fatto, iniziarono le”guerre indiane”, come gli storici statunitensi le chiamarono, per descrivere la serie di conflitti avuti dagli indiani prima con i coloni, e poi con gli Stati Uniti.
Ma erano ancora degli episodi limitati, ed è con la nomina a presidente del generale A. Jackson, che la politica americana avrebbe mostrato il proprio volto. Uno dei primi atti del presidente fu il “Removal Act” del 1829, che, di fatto, era un ordine di deportazione di cinque “nazioni indiane” (Creek, Choctaw, Chicasaw, CheroKee e Seminole) dalla Florida all’odierno Oklahoma, che in seguito sarebbe diventato “territorio indiano”. La deportazione forzata fu il primo atto di una serie di prepotenze fatte per scacciare i nativi dalle terre ritenute utili all’avanzamento dei coloni. Con lo scoppio della guerra (Maggio 1846) tra Messico e Stati Uniti, gli indiani si illusero, alleandosi con gli Americani, di poterci convivere, ma la scoperta dell’oro nel 1848 e di altri giacimenti nel 1851 fecero sì che i territori degli Apache Minbreno fossero invasi da una moltitudine di cercatori, e, quando gli Indiani cominciarono a ribellarsi, si accorsero ben presto che i soldati USA, loro alleati contro i messicani, avevano l’ordine di garantire il passaggio delle carovane dei cercatori, perchè il governo voleva che quei territori venissero colonizzati, e quindi la spinta alla ricerca dell’oro doveva essere favorita, e non frenata. 
Nelle grandi pianure la situazione, invece, era più tranquilla, e nel 1851 a Fort Laramie si tenne una grande assemblea con gli indiani, i quali si erano impegnati ad un atteggiamento amichevole verso le carovane di emigranti, mentre l’esercito doveva difenderli dai soprusi dei coloni. Ma il flusso dei coloni era innarestabile, così come era inevitabile lo scontro tra i bianchi ed i pellirosse. Teniamo presente che lo sviluppo degli Stati Uniti fu grandioso, sia in termini di popolazione, sia in termini di progresso economico, tecnico e scientifico. Nel 1810 la popolazione era di 7.329.000, nel 1860 era di 31.513.000; basti pensare che solo nel 1851, anno dell’oro, erano giunti dall’Europa 1.046.470 immigrati. Gli Stati che, all’inizio erano 13, nel 1860 erano divenuti 34! Nel 1850 la produzione industriale era di oltre 500 milioni di dollari, raddoppiati in solo dieci anni; nel 1842 la ferrovia copriva cinquemila chilometri, nel 1852 erano 17000, ed il 10 maggio 1869, a Promontory Point, si congiungeranno i due tratti della prima ferrovia transcontinentale. Tutto questo per gli Indiani era invece ritenuto un danno, e sconvolgeva il loro modo di vita: vedevano distrutte le fonti di sopravvivenza.
Nel 1860, la giovane nazione americana si apprestava ad una feroce guerra civile (“Guerra di secessione”) tra gli insediamenti del Nord e quelli del Sud. Tale scontro ha avuto un diverso impatto sulle “nazioni” indiane; quelli delle Grandi Pianure, che erano sotto il controllo della Unione nordista, hanno vissuto un momento di tranquillità, avendo i nordisti tutto l’interesse di non turbare il flusso dei rifornimenti provenienti da quei territori, mentre diversa era la situazione del Sud Ovest, dove la California e il Kansas erano rimasti fedeli all’Unione; sicchè si era creato un fronte, dove i nordisti cercavano di bloccare i rifornimenti che dal Messico arrivavano ai Confederali sudisti. Le cinque “nazioni”, che trent’anni prima erano state spostate dalla Florida, presero le armi contro i nordisti con la promessa che, con la vittoria del Sud, sarebbero ritornate sulla loro terra. La sconfitta dei Confederali, invece, costò ai pellirosse un prezzo altissimo. Invece nei territori dell’Arizona e del Nuovo Messico il Nord ritirò le guarnigioni e gli indiani ebbero mano libera per la loro vendetta, facendo terra bruciata degli insediamenti dei coloni che abbandonarono ogni cosa, e persino le città.
Così nel 1862 si ruppe di fatto il precario equilibrio tra uomini bianchi e uomini rossi ed iniziò la “politica di sterminio”, che prosegui negli anni successivi con ” memorabili” battaglie e “memorabili” massacri. Inoltre, nel 1874 gli Indiani delle Pianure furono colpiti da un’altra calamità: i bisonti non seguivano più le piste abituali, ed, in più, la caccia indiscriminata fatta dagli uomini bianchi aveva fatto crescere un florido commercio delle carni e delle pelli del bisonte; tra il 1872 ed il 1874 i bisonti uccisi furono circa 3 milioni e mezzo, di cui solo 150mila dagli indiani. Quando il commercio cominciò a ristagnare fu troppo tardi, perchè i bisonti rimasti non bastavano alla sopravvivenza degli indiani.
Fu poi grazie a documenti falsificati, ma in realtà per dare “campo libero” ai cercatori d’oro, che la Casa Bianca decise che entro il 31 Gennaio 1876, tutti gli indiani dovevano ritirarsi nelle costituende “riserve”, di cui si parlerà più avanti. Infatti poi, senza curare alcuna adeguata informazione su tale “ritiro”, il 1 Febbraio, centoquaranta anni fa, venne ufficialmente dichiarata loro guerra aperta.
Il Giugno 1876, la battaglia di Little Big Horn, con la sconfitta e la morte del famigerato generale Custer, fu di fatto il canto del cigno del popolo indiano, schiacciato poi dalla superiorità militare americana e condannato a sparire da una nuova “civiltà”, che anteponeva l’interesse economico, di potere e di espansione, a qualsiasi considerazione di lealtà ed umanità. Gli americani, comunque, avevano capito che non potevano continuare con la politica dello sterminio e passarono dalla morte fisica dell’indiano alla morte della loro cultura, del loro essere sociale e delle loro tradizioni, integrandoli forzatamente, richiudendoli nelle riserve e riducendoli a personaggi di folklore.
Il primo atto della nuova politica era stato quello di trasformare le agenzie indiane in riserve: mentre nelle prime gli Indiani riuscivano a conservare il proprio modo di vita, nelle seconde, volenti o no, si imponeva loro l’integrazione, ed inoltre non potevano varcare i confini senza autorizzazione, e non avevano il libero esercizio della caccia, dipendendo cosi dagli aiuti del governo. Infatti le riserve sono nominalmente affidate agli Indiani, ma di fatto sono in mano al governo, tramite agenti federali bianchi o indiani, comunque al servizio dei bianchi. I consigli tribali sono governi fantoccio, che seguono direttive dettate da esigenze non indiane, e che sono ben lontane dalle reali aspettative delle tribù. Ovviamente i territori assegnati agli indiani erano sempre stati scelti sulla base della loro “appetibilità” o meno ai fini di uno sfruttamento minerario o agricolo da parte dei bianchi.
Più recentemente, la legge, denominata “Relocation Act”, del 1953 prevedeva che gli indiani potevano lasciare le terre e le riserve e, per il loro inserimento nella società americana, vi erano appositi programmi, che prevedevano una proposta di lavoro con aggiunta di una piccola sovvenzione iniziale, tale da consentire loro l’inserimento nel tessuto sociale. Ma la perdita dei legami con il proprio retroterra culturale, le discriminazioni razziali, la diversità della vita nelle grandi città e l’impossibilità di adattarvisi, hanno determinato in brevissimo tempo un accumulo di rabbia e frustazioni, tali da provocare forme di autodistruzione e azioni violente contro la collettività. Non a caso è molto alta la percentuale di alcoolizzati, dei malati di mente, dei reclusi, dei suicidi, soprattutto tra le nuove generazioni.
“La spada, il fucile ed il bisturi”, gli strumenti USA. Perchè accomunare uno strumento chirurgico, che “salva” la vita, con le armi che, invece, la tolgono? Perchè tale strumento rappresentava l’ultimo brevetto “made in USA” per una efficace soppressione della vita senza tanti clamori. Infatti, una inchiesta condotta nel 1974 stima che, su una popolazione di 800mila nativi, il 42% delle donne in età fertile ed il 15% degli uomini sia stato sterilizzato forzatamente, e ciò è stato possibile con tre semplici strumenti: con l’inganno, con le minacce ed i ricatti, e quando l’ottenimento del consenso avveniva in una lingua che il paziente non poteva comprendere.
Gli indiani, anche se praticamente distrutti, cercarono anche nel ventesimo secolo, specialmente a partire dagli anni ’50, di mobilitarsi, e vi furono numerose proteste per il mancato rispetto dei trattati e delle richieste sociali e politiche, come l’occupazione di Wounded Knee nel 1973 e la simbolica marcia su Washington; nel 1980 gli Oglala/Sioux ottennero 100.000 milioni di dollari per la perdita del territorio di Black Hills, nel 2007 alcuni Lakota/Sioux guidati da Russel Means hanno chiesto la secessione della loro “nazione” ed, a seguito di questa azione politica pacifica, è stata proclamata la nascita di uno Stato non riconosciuto, la “Repubblica Lakota”.
Il popolo indiano, come centinaia di altri popoli, ha subito sulla propria pelle la ferocia e gli orrori del colonialismo, ed i missionari, capeggiando la corsa europea alla loro distruzione, venivano riconosciuti come nemici. Sono, però, stati rimpiazzati dai capitalisti USA, la cui missione è di sfruttare efficientemente la strada aperta dai missionari e, per far questo, non si sono fermati e non si fermeranno davanti a nessuno; hanno anticipato nel tempo quel razzismo, che poi storicamente il nazismo è riuscito a perfezionare ed ampliare: il genocidio, i campi di concentramento (così erano le prime riserve!…), l’eutanasia con la sterilizzazione.
Ebbene, ora va tutto più o meno bene? No, perche l’ironia della sorte ha voluto che le terre dove gli indiani sono rinchiusi (ne vive ancora lì il 35%), si sono rivelate quelle più ricche di uranio, carbone, gas naturale, metalli preziosi, materie prime utilissime alle industrie, per cui le multinazionali del profitto stanno cercando con tutti i mezzi di accappararsele, e stanno anche progettando di prosciugare, per il proprio tornaconto, le falde acquifere nel South Dakota, nelle terre dei Navajo, degli Opi, dei Cheyenne del nord, dei Crow, ecc., rendendo le terre, di fatto, inabitabili.
Alcuni intellettuali indiani sono critici anche verso il marxismo perchè, secondo loro, lo sviluppo delle forze produttive porterà ad una maggior industializzazione, con relativo aumento del consumo di materie prime, che, a sua volta, porterà più velocemente al collasso del globo. Essi non fanno alcuna distinzione tra marxismo e comunismo reale, e vedono nella storia di quest’ultimo la continuazione dell’ingordigia del capitalismo. Molto focalizzati sulla discriminazione razziale subita, essi non sanno che Marx era per l’indipendenza delle nazioni e la salvaguardia dei popoli indigeni, e non conoscono la visione marxista del rapporto tra uomo e natura; qualsiasi industrializzazione ne dovrebbe, ed urge che perlomeno ne dovrà, tenere conto se l’uomo vuole continuare a vivere su questo pianeta.

tratto da: https://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o48111:e1

Ciao “fratello” razzista. Vuoi sapere perché i migranti non vogliono essere riportati in Libia? …La lettera shock dell’attivista Nawal Soufi che, razzista o no, dovresti leggere, imparare a memoria e diffondere…

 

razzista

 

.

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

 

Ciao “fratello” razzista. Vuoi sapere perché i migranti non vogliono essere riportati in Libia? …La lettera shock dell’attivista Nawal Soufi che, razzista o no, dovresti leggere, imparare a memoria e diffondere…

Ciao “fratello” razzista
Vuoi sapere perche’ i migranti non vogliono essere riportati in Libia?
Ok
Ti rispondero’ con delle domande
Ti e’ mai capitato di violentare tua madre perche’ qualcuno ha il fucile puntato contro di te e contro di lei? 
Ti e’ mai capitato di violentare tua sorella e di vedere nascere tuo figlio dalla pancia di tua sorella?
Sai quanti figli di scafisti abbiamo in Europa?
Cioe’ sai quante donne hanno partorito al loro arrivo dei bambini non voluti?
Sai cosa significa mangiare un pezzo di pane in 24 ore e vedere un pezzo di formaggino come fosse oro?
Ti e’ mai capitato di fare i tuoi bisogni dentro un secchio e davanti agli occhi di centinaia di persone?
Ti e’ mai capitato di avere le mestruazioni e non poterti lavare per settimane o mesi?
Ti e’ mai capitato di essere messo all’asta e venduto come uno schiavo nel 2019?
Ti e’ mai capitato di nutrire tuo figlio con the zuccherato e spacciarlo per latte?
Ti e’ mai capitato di essere picchiato a sangue perche’ chiedi l’intervento di un medico?
Ti e’ mai capitato d’essere fucilato per colpa di uno sguardo di troppo?
Ti e’ mai capitato di svegliarti con le urine versate in faccia?
Ti e’ capitato che qualcuno ti aprisse il corpo con un coltello e mettesse subito dopo del sale per sentire maggiormente le tue urla?
Per tutti questi motivi…caro razzista…ti posso classificare tra i criminali che hanno accettato un secondo Holocausto
-Nawal Soufi-


Questa la lettera shock ai razzisti che sta girando in rete
Nawal Soufi è una giovane donna siciliana, nata in Marocco e venuta in Italia quando aveva solo un mese. Ha salvato decine di migliaia di persone dalla morte per annegamento. Il suo nome in arabo significa “dono”…

Una donna, giovane, piccola e minuta è riuscita a fare questo da sola

“Non ho nulla di nuovo da insegnare al mondo. La verità e la non-violenza sono antiche come le montagne” – 71 anni fa l’assassinio di Mahatma Gandhi, l’uomo che cambiò il mondo…

Gandhi

 

 

.

seguiteci sulla pagina Facebook Curiosity 

.

.

“Non ho nulla di nuovo da insegnare al mondo. La verità e la non-violenza sono antiche come le montagne” – 71 anni fa l’assassinio di Mahatma Gandhi, l’uomo che cambiò il mondo…

Esattamente 71 anni fa, il 30 gennaio 1948, a New Delhi veniva assassinato il leader politico e spirituale padre dell’indipendenza dell’India, il Mahatma Gandhi. La sua vita dedicata all’insegnamento della non-violenzafu stroncata dal piombo del fanatismo religioso per mano dell’estremista Hindu Nathuram Godse.

Il Mahatma si trovava nella capitale per uno dei tanti sit-in di protesta pacifica contro la recente separazione dell’India dal Pakistan musulmano. Fu in quel frangente che fu raggiunto da 5 proiettili esplosi da distanza ravvicinata morendo pochi minuti dopo. Erano le 17,46 del 30 gennaio 1948 quando fu ufficialmente divulgata la notizia della morte del Mahatma.

 

“Non ho nulla di nuovo da insegnare al mondo. La verità e la non-violenza sono antiche come le montagne”
È una delle espressioni più conosciute di Mohandas Karamchand Gandhi, scomparso esattamente 70 anni fa, assassinato da un fanatico dell’induismo radicale.
Il Mahatma nacque a Portbandar, in India, nel 1869. Erano gli anni della colonizzazione britannica, iniziata pochi anni prima grazie ad una penetrazione commerciale operata dalla Compagnia delle Indie che, in poco tempo, profuse la sua influenza anche nelle vicende politiche, tanto da assumere l’amministrazione governativa del paese, a spese dei diversi sovrani che controllavano le diverse regioni del paese. Sovrani, che, spesso, erano in conflitto tra di loro.
Gandhi, fin da giovane, sentiva l’occupazione opprimente, vedendo le umiliazioni e il trattamento da inferiori che veniva riservato alla sua gente, da parte degli inglesi.
Ottenne il permesso dai genitori di studiare all’estero e andò in Inghilterra per laurearsi in legge.
In pochi anni ottenne la laurea e divenne un avvocato.
Conclusi gli studi, tornò in patria per poi migrare in Sudafrica, in cerca di occupazione.
Anche il Sudafrica, in quegli anni viveva la condizione di stato coloniale e, anche la popolazione sudafricana, era vessata e discriminata dai bianchi.
Ben presto, oltre a lavorare, Gandhi iniziò a studiare e a mettere a punto la sua “Teoria e pratica del metodo della non-violenza” .
Nella sua elaborazione, utilizzava quelli che lui definiva “esperimenti con la verità”: la sua vita era piena di questi esperimenti.
Uno dei suoi principali propositi era quello di trasformare la politica in etica politica, anche se non si può affermare che Gandhi sia stato un vero e proprio uomo politico. Nel suo agire Gandhi si avvaleva di “imperativi” etici per delineare il suo ruolo e la sua figura in Sudafrica – prima – e in India – poi.
Il 29 gennaio del 1948, un giorno prima che venisse ucciso, Gandhi, in un momento di preghiera, disse alla folla:  «Se muoio d’una malattia lunga, se muoio per qualche cosa come un foruncolo o una pustoletta, sarà vostro dovere proclamare al mondo, anche a rischio che la gente si adiri con voi, che non ero l’uomo di Dio che pretendevo di essere. Se lo farete darete pace al mio spirito. Prendete nota anche di questo: se qualcuno dovesse porre fine alla mia vita trapassandomi con una pallottola ed io la ricevessi senza un gemito ed esalassi l’ultimo respiro invocando il nome di Dio, allora soltanto giustificherete la mia pretesa»
In particolare negli ultimi anni della sua vita e, successivamente, dopo la sua uccisione, Gandhi fu considerato un “santo” che aveva dedicato la sua vita nobilitando e difendendo i valori umani, adoperandosi per questo anche in politica.
In Europa si diffuse la fama, per alcuni era considerato un “eccentrico” per il suo stile di vita, ma, in realtà, i giudizi convergono in un giudizio che sintetizza due caratteristiche molto diverse: quelle di uomo unico, carico di bontà e di grandezza nella sua semplicità, a tratti disarmante.
Gandhi intraprese diverse lotte nel corso della sua vita applicando la sua dottrina della “lotta non violenta”, o meglio, del “satyagraha” .
Gandhi era anche un grande uomo di preghiera, e questo aiuta molto a comprendere la sua grande opera. Lui era molto legato alla pratica della preghiera perché “la preghiera mi ha salvato la vita. Senza di essa, sarei pazzo da molto tempo. Ho avuto la mia porzione delle più amare esperienze pubbliche e private, che mi gettarono in una temporanea disperazione. Se riuscii a liberarmi da questa disperazione, fu grazie alla preghiera”.
Gandhi aveva una concezione di Dio diversa da quella dei cristiani. La sua egli era un indù, nato e cresciuto in un mondo culturale asiatico, anche se ha compiuto gli studi anche in Europa.
Per lui Dio è verità, amore, etica, morale, coraggio, mentre per i cristiani, Dio è “Via, verità, vita e la via è seguire Gesù, uniformarsi a lui”.
Gandhi era un uomo che ha vissuto nella storia del suo tempo, è stato un “cercatore”, ma non solo per sé stesso, viveva dell’amore per gli uomini.
Non tutti sanno che Gandhi in una occasione venne a Roma, infatti, di ritorno da Londra, dopo aver partecipato ad una Tavola Rotonda sul futuro dell’India – con esiti fallimentari, per gli interessi indiani – attraversò l’Italia, e fece tappa a Roma per due giorni .
Era il 1931, Mussolini aveva già preso il potere. Si incontrarono informalmente per un colloquio di circa venti minuti, evitando di trattare argomenti “caldi”.
tratto da: http://www.notizieitalianews.com/2018/01/non-ho-nulla-di-nuovo-da-insegnare-al.html