La saggezza dei Nativi Americani – Una leggenda Cherokee che ti fa capire come gestire la rabbia

 

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La saggezza dei Nativi Americani – Una leggenda Cherokee che ti fa capire come gestire la rabbia

Imparare a controllare l’ira non è facile, tanto meno usarla a nostro vantaggio per raggiungere i nostri obiettivi. Quando ci arrabbiamo si produce un sequestro emotivo in piena regola.

L’amigdala prende il sopravvento e smettiamo di pensare, le emozioni negative emergono e ci fanno dire o fare cose di cui ci pentiamo. Ambrose Bierce, uno scrittore americano, non poteva esprimerlo meglio quando disse: “Parla senza controllare l’ira e otterrai il miglior discorso di cui ti potrai pentire“.

Una storia troppo bella per essere vera

In Internet circola una vecchia leggenda Cherokee rispetto al controllo dell’ira. La versione più comune è questa:

Un vecchio indiano disse a suo nipote: “Mi sento come se avessi due lupi combattendo nel mio cuore. Uno dei due è un lupo arrabbiato, violento e vendicativo. L’altro è pieno di amore e compassione“.
Il nipote gli chiede: “Nonno, dimmi quale dei due vincerà?”
Il nonno rispose: “Quello che alimenterai …

Ad ogni modo, nella realtà è quasi impossibile eliminare l’ira che abbiamo dentro, anche senza alimentarla! Ad esempio, a volte le ingiustizie ci fanno arrabbiare, siamo così in sintonia con il dolore degli altri che proviamo rabbia. È perfettamente comprensibile. Tuttavia, per molti anni la società ci ha incoraggiato a nascondere le emozioni negative e vergognarci di provarle, ma in realtà il nostro obiettivo non dovrebbe essere quello di eliminare o sopprimere la rabbia ma imparare a controllarla ed esprimerla in modo più assertivo.

A questo punto vorrei condividere con voi una versione più profonda e con maggiori implicazioni pratiche dell’antica antica leggenda Cherokee.

La leggenda dei due lupi

Un giorno un vecchio Cherokee pensò che era giunto il momento di trasmettere una lezione di vita a suo nipote. Gli chiese di accompagnarlo nella foresta e, dopo essersi seduti sotto un grande albero cominciò a parlargli della lotta in corso nel cuore di ogni persona:

Caro nipote, sappi che nella mente e nel cuore di ogni essere umano c’è una lotta perenne. Se non la conosci, prima o poi ti spaventerà e ti ritroverai in balia delle circostanze. Questa battaglia esiste anche nel cuore di una persona anziana e saggia come me.

Nel mio cuore convivono due enormi lupi, uno bianco e l’altro nero. Il lupo bianco è buono, dolce e amorevole, ama l’armonia e combatte solo quando deve proteggere o difendere chi ama. Il lupo nero, al contrario, è violento e perennemente arrabbiato. Il minimo contrattempo scatena la sua rabbia in modo tale che combatte continuamente senza ragione. La sua mente è piena d’odio, ma la sua rabbia è inutile perché gli provoca solo dei problemi. Ogni giorno, questi due lupi combattono tra di loro nel mio cuore“.

Il nipote chiese al nonno: “Alla fine, quale dei due lupi vince?

Il vecchio rispose: “Entrambi, perché se io alimentassi solo il lupo bianco, il nero si nasconderebbe nel buio aspettando che mi distragga e ne approfitterebbe per attaccare il lupo buono. Al contrario, se gli presto attenzione e cerco di comprendere la loro natura, posso usare la loro forza quando ne ho bisogno. Così, entrambi i lupi possono convivere in armonia.

Il nipote era confuso: “Come è possibile che vincano entrambi?”

Il vecchio Cherokee sorrise e disse: “Il lupo nero ha delle qualità di cui possiamo avere bisogno in determinate situazioni, non ha paura ed è determinato, è anche furbo e i suoi sensi sono particolarmente acuti. I suoi occhi abituati all’oscurità possono avvisarci per tempo del pericolo e salvarci.

Se nutro entrambi, non dovranno combattere ferocemente tra di loro per conquistare la mia mente, così potrò scegliere di volta in volta a quale di loro ricorrere”.

Come controllare la rabbia nella vita quotidiana?

Questa antica leggenda ci dà una lezione preziosa: la rabbia repressa è come un lupo affamato, molto pericoloso. Se non riusciamo a controllarla può prendere il controllo in qualsiasi momento. Pertanto, non dobbiamo cercare di nascondere o sopprimere i sentimenti negativi, ma dobbiamo imparare a capirli e re-indirizzarli. Come farlo?

1. Osservando come la rabbia fluisce

Quando si appoggia un dito sul foro di salita dell’acqua si ottiene un getto più potente che potremo utilizzare a piacimento, ma se si fa troppa pressione o si ostacola l’acqua chiudendo eccessivamente il tubo, allora l’acqua si espanderà in tutte le direzioni e ne perderemo il controllo.

Lo stesso vale quando si tenta di reprimere o nascondere la rabbia, ad un certo punto non sarà più possibile controllare le conseguenze. Qual è la soluzione? Togliere il dito dal rubinetto, lasciare che la rabbia fluisca e osservarla come se fossi un’altra persona. Cercate un posto tranquillo dove potrete sfogarvi liberando la vostra rabbia senza danneggiare nessuno, compresa la vostra persona.

2. Mettendo la situazione in prospettiva

La rabbia ha il potere di influenzare il valore delle cose, quando siamo arrabbiati gli eventi banali vengono ingranditi e ci fanno arrabbiare ancor di più. Quando proviamo rabbia perdiamo la giusta prospettiva e diventiamo persone più egoiste, e questo influenza profondamente chi ci sta accanto.

Così la prossima volta che vi arrabbiate, chiedetevi che cosa vi sta facendo arrabbiare, sarà ancora così importante nei prossimi 5 anni? È una domanda semplice che vi aiuterà a riconsiderare la situazione adottando una prospettiva più razionale. Interrogatevi sull’influenza che quel fattore scatenante avrà sul lungo termine.

3. Comprendendo l’origine della rabbia per usarla a proprio vantaggio

La scrittura ha un potere terapeutico così che possiamo utilizzarla anche per imparare a controllare la rabbia. Prendete carta e penna e rispondere a queste tre domande:

1. Chi o cosa vi sta facendo arrabbiare?
2. Perché quella persona/situazione vi rende nervosi?
3. Come potete usare l’ira a vostro vantaggio?

Non dimenticate che esiste anche l’aggressività positiva. Ad esempio, se vi sentite arrabbiati potrebbe essere il momento ideale per praticare dello sport, per prendere “di petto” una mansione che state procrastinando da molto tempo… così non solo vi rilasserete ma probabilmente miglioreranno anche le vostre prestazioni.

Ricordate, la rabbia non è altro che energia così che potrete utilizzarla a vostro vantaggio canalizzandola in un’attività che sia per voi vantaggiosa.

 

fonte: https://psicoadvisor.com/come-imparare-a-gestire-la-rabbia-388.html

20 luglio, una data triste per gli Uomini Liberi – Il 20 luglio 1881 anche Toro Seduto fu costretto ad arrendersi all’arroganza dei visi pallidi…!

 

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20 luglio, una data triste per gli Uomini Liberi – Il 20 luglio 1881 anche Toro Seduto fu costretto ad arrendersi all’arroganza dei visi pallidi…!

Il 20 luglio 1881 Toro Seduto, il leggendario capo Sioux che guidò l’alleanza dei nativi d’America nella resistenza all’invasione delle Grandi pianure, si arrende all’esercito dei bianchi. Nato intorno al 1831 nei pressi di Grand River, nel Sud Dakota, Toro Seduto (in lingua lakota ‘Tatanka Iyotanka’, ovvero ‘bufalo seduto imbronciato’) non stipulò mai alleanze con i ”visi pallidi” con i quali rifiutò sempre di sottoscrivere qualsiasi trattato, tanto da diventare un simbolo della resistenza dei nativi e da essere eletto nel 1867 capo dell’intera nazione Sioux.

Con la scoperta dell’oro nelle Black Hills, cuore del territorio Sioux e area sacra per molte tribù (dichiarata tra l’altro off limits ai bianchi dal Trattato di Fort Laramie del 1868) le ostilità con i ‘visi pallidi’ s’intensificano, fino a quando, nel 1875, il governo degli Stati Uniti ordina agli indiani di stabilirsi definitivamente nelle riserve, scatenando così la loro reazione. Toro Seduto riunisce le tribù nel suo accampamento sul Rosebud Creek, nel Montana, offrendo preghiere al Grande Spirito e ferendosi le braccia fino a farne sgorgare il sangue in segno di sacrificio.

E’ appunto in occasione di questa cerimonia che ha una visione in cui i soldati degli Stati Uniti cadono dal cielo su un accampamento indiano come cavallette. Spostatisi nella valle del fiume Little Bighorn, i Lakota vengono raggiunti da altri tremila indiani: il 25 giugno 1876 l’accampamento è attaccato dal Settimo cavalleggeri comandato dal generale George Armstrong Custer (come ha appunto previsto Toro Seduto nella sua visione) e la battaglia che segue si risolve in una disfatta per l’esercito degli Stati Uniti, trovatosi inaspettatamente in inferiorità numerica.

La spietata reazione statunitense riduce però allo stremo i nativi, costringendo infine alla resa Toro Seduto, ultimo dei capi Lakota a cedere le armi, appunto il 20 luglio 1881. Raggiunto il suo popolo a Standing Rock nel 1883, due anni più tardi si unisce a Buffalo Bill girando con lui per l’America e l’Europa nel ‘Buffalo Bill Cody’s Wild West Show’, uno spettacolo da circo in cui guadagna 50 dollari alla settimana esibendosi a cavallo e firmando fotografie e gadget per il pubblico dei bianchi.

Tornato in riserva (dove trascorre i suoi giorni in una capanna sul Grand River continuando ad avere due mogli e rifiutando la religione cristiana), viene arrestato come agitatore e ucciso “accidentalmente” il 15 dicembre 1890. Sepolto a Forte Yates, nel 1953 i suoi resti vengono trasferiti a Mobridge, nel Sud Dakota, con una stele di granito a indicare la tomba.

29 dicembre 1890 – Lo sterminio di Wounded Knee: l’ultima strage di pellirosse – Quando gli indiani del capo Big Foot sventolando, disarmati, bandiera bianca furono MASSACRATI dal glorioso esercito degli Stati Uniti – E parliamo di uomini, donne, bambini e anziani!!

 

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29 dicembre 1890 – Lo sterminio di Wounded Knee: l’ultima strage di pellirosse – Quando gli indiani del capo Big Foot sventolando, disarmati, bandiera bianca furono MASSACRATI dal glorioso esercito degli Stati Uniti – E parliamo di uomini, donne, bambini e anziani!!

Sioux vivevano ormai nelle riserve, affamati e in miseria.

Toro Seduto era appena stato ucciso e per paura il capo Big Foot (Piede Grosso) decise di spostarsi con la sua gente verso sud e di raggiungere la riserva di Pine Ridge per mettersi al sicuro.

Big Foot era ormai vecchio e malato di polmonite e non aveva nessuna intenzione di combattere ancora i bianchi; per questo sventolava una bandiera bianca quando il reggimento del colonnello Sturgis lo raggiunse e costrinse tutta la sua tribù ad accamparsi nella pianura di Wounded Knee completamente circondati dalle giacche blu (così i pellerossa chiamavano i soldati bianchi) e dai cannoni.
Faceva un freddo terribile quel giorno, nevicava ed un vento gelido spazzava la prateria.

Il popolo di Big Foot (uomini, donne, bambini e vecchi) aveva poco per coprirsi e ancor meno da mangiare, mentre le truppe bianche erano perfettamente equipaggiate e rifornite e cominciarono a sequestrare tutte le armi degli indiani.

Pare che per errore sia partito un colpo e la reazione dei soldati fu terribile e spietata.

Fu aperto il fuoco a fucilate e a cannonate contro della gente disarmata, affamata e quasi congelata dal freddo.
Bastarono pochi minuti e 370 Sioux erano stesi a terra morti.

Non contenti i soldati inseguirono le donne e i bambini che fuggivano e non ebbero nessuna pietà neanche dei neonati!

Non contenti i soldati inseguirono le donne e i bambini che fuggivano e non ebbero nessuna pietà neanche dei neonati!

Per finire si avvicinarono ai pochi indiani ancora vivi che si erano arresi e uccisero anche loro.

Il massacro di Wounded Knee, fu una delle pagine più ignobili e vergognose della storia degli Stati Uniti d’America e oggi in quel posto c’è una targa che ricorda quel terribile ed inumano sterminio.

 

fonte: http://curiosity2015.altervista.org/29-12-1890-vogliamo-ricordare-lo-sterminio-wounded-knee-lultimo-massacro-indiani-gli-indiani-del-capo-big-foot-piede-grosso-sventolando-disarmati-bandiera-bianca-fur/

La saggezza dei nativi Americani: “Voi siete schiavi dal momento in cui cominciate a parlare sino a quando morite; noi invece siamo liberi come l’aria”.

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La saggezza dei nativi Americani: “Voi siete schiavi dal momento in cui cominciate a parlare sino a quando morite; noi invece siamo liberi come l’aria”.

 

Gli Indiani d’America avevano già capito tutto sul lavoro… anche per questo furono sterminati…

Gli Indiani d’America avevano già capito tutto sulla schiavitù alla quale i “bianchi” volevano sottoporre il mondo,anche per questo furono sterminati, perchè non volevano sottomettersi alla vita imposta dai “visi pallidi”, dedicata solo al lavoro, senza avere nemmeno il tempo per “sognare”…

Voi cominciate a lavorare sodo fin da piccoli, e lavorate sino a che siete grandi, e poi cominciate di nuovo a lavorare. E lavorate per tutta la vita. Poi, quando avete finito, morite lasciandovi tutto alle spalle. Questa noi la chiamiamo schiavitù. Voi siete schiavi dal momento in cui cominciate a parlare sino a quando morite; noi invece siamo liberi come l’aria.

Abbiamo bisogno di ben poche cose, e non è difficile procurarsele. Il fiume, il bosco, la pianura ci danno tutto quello di cui abbiamo bisogno, e noi non saremo mai schiavi, né manderemo i nostri bambini nelle vostre scuole, dove possono solo imparare a diventare come voi.”

Queste sono paole del Capo Guerriero-Cadette-Apache Mescalero:

Voi uomini bianchi conoscete solo il lavoro.
Io non voglio che i miei giovani uomini diventino uguali a voi.
Gli uomini che lavorano sempre non hanno tempo per sognare, e solo chi ha tempo per sognare trova la saggezza.

Al contrario nostro, gli Indiani, manifestarono fin da subito ripudio e disprezzo verso il dogma occidentale del “lavoro tutta la vita“, se non lavoro non mangio, se non lavoro non ho diritto alla vita, se non lavoro sono un parassita della società.
E’ giusto che tutti sappiano che gli indiani lavoravano lo stretto necessario per vivere, e probabilmente si parla di poche ore al giorno, il resto del tempo era dedicata alla saggezza, ai canti, ai balli, agli incontri d’amore, alle cavalcate solitarie nella prateria, all’esplorazione della natura, insomma a quello che noi chiamiamo “tempo libero” e di cui possiamo godere solo un giorno la settimana.
Gli indiani odiano il lavoro e non perché siano degli scansafatiche (termine utilizzato dalla massa moderna per etichettare un non-adattato al sadico culto della fatica) , ma perché amanti della libertà, un genere di libertà che noi europei abbiamo conosciuto illusoriamente solo negli anni 60 con gli Hippie, dove si poteva girare il mondo ancora senza tanti passaporti, carte d’identità e ogni sorta di diavoleria spacciata dai mercanti del potere per “sicurezza“.
Ecco, gli indiani erano ancora più liberi, potevano andare dovunque senza chiedere il permesso, potevano vivere senza chiedere il permesso, le tasse allora non esistevano, tanto meno lo Stato, le banche, la polizia, le frontiere, gli eserciti, la Chiesa ecc ecc.
Ne consegue che in un mondo davvero libero come era il loro, prima del nostro arrivo “civilizzante“, la sola idea di passare 8-9 ore al giorno a lavorare, svolgendo mansioni monotone e noiose, fosse l’ultima cosa che gli passasse per la testa di fare.
Fonti: varie dal Web

La guerra sconosciuta dei Nativi Americani contro i colossi petroliferi

 

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La guerra sconosciuta dei Nativi Americani contro i colossi petroliferi

Da più di sei mesi centinaia di Nativi americani manifestano lungo il tracciato di un oleodotto in costruzione vicino alla riserva di Standing Rock Sioux, tra il North Dakota e il South Dakota. Si oppongono alla costruzione dell’oleodotto fin dal 2014, quando per la prima volta fu presentato il progetto, sostenendo che profanerà le terre sacre e metterà in pericolo le risorse idriche.

Il 2 settembre scorso, accompagnati dall’intenso rullo dei tamburi, i rappresentanti di più di 50 ‘Prime Nazioni’ hanno firmato nella città di Vancouver, in Canada, il Trattato di alleanza contro le sabbie bituminose. Questa collaborazione si propone di bloccare tutti i progetti di costruzione degli oleodotti il cui passaggio è previsto nelle terre di queste popolazioni: la Trans Canada’s Energy East pipeline, la Trans Mountain expansion, la Line 3 pipeline, e il Northern Gateway.

I popoli indigeni – ha affermato uno dei Capi Indiani firmatari – non sopporteranno più che vengano realizzati sui loro territori dei progetti pericolosi per le popolazioni e per il clima. Forti del loro diritto all’auto-determinazione, hanno deciso tutti insieme di assumersi le loro responsabilità nei confronti della terra, delle acque, delle persone.

Questo Trattato impegna i firmatari a darsi reciproco sostegno nella lotta contro l’espansione delle estrazioni petrolifere, e a lavorare insieme per orientare la società verso stili di vita più sostenibili. I popoli delle Prime Nazioni, gli ambientalisti e altri gruppi coinvolti nella controversia sostengono che l’estrazione del petrolio e il suo trasporto con oleodotti, camion cisterne e treni aumentano i rischi di sversamenti catastrofici, che minacciano gli ecosistemi terresti e marini; inoltre impediscono di raggiungere i traguardi stabiliti dai trattati sul clima.

L’opposizione all’oleodotto Dakota Access si trasforma in un movimento indigeno globale. Il 24 settembre Dave Archambault II, in rappresentanza della Tribù dei Sioux di Standing Rock, si  presenta davanti ai 49 membri del Consiglio delle Nazioni Unite sui Diritti Umani, a Ginevra, e chiede ai presenti di unirsi ai manifestanti a Standing Rock per fermare la costruzione dell’oleodotto. Durante l’estate il movimento è cresciuto fino a contare migliaia di persone.

A STANDING ROCK I “PROTETTORI DELLE ACQUE” CANTANO PER L’ACQUA DI FRONTE A UOMINI ARMATI

Intanto ha inizio la repressione contro gli accampamenti di protesta. Scontri con la polizia militarizzata. Blindati e gas lacrimogeni a fine ottobre disperdono 300 dimostranti in un accampamento allestito su terreni agricoli privati. Ancora un altro attacco portato nella tarda notte del 20 novembre dalla polizia, che ha bersagliato con cannoni ad acqua i manifestanti mentre le temperature erano scese parecchio sotto lo zero. I Nativi e gli ambientalisti hanno riferito di essere stati attaccati anche con proiettili di gomma, gas lacrimogeni e spray al pepe. L’ultimo attacco risale a venerdì scorso, in concomitanza con il Black Friday, il giorno più commerciale dell’anno, nel corso di una manifestazione tenuta presso il Centro commerciale della capitale del Nord Dakota nel tentativo di attirare più attenzione al progetto del gasdotto. Più di trenta attivisti sono stati arrestati, facendo salire a 450 il numero dei manifestanti arrestati da agosto.

I NATIVI SFIDANO L’ORDINE FEDERALE DI LASCIARE L’ACCAMPAMENTO DI PROTESTA ENTRO IL 5 DICEMBRE

Sabato scorso i Nativi hanno manifestato chiaramente la loro intenzione di non lasciare l’accampamento di protesta contro il Dakota Access, dopo che le autorità degli Stati Uniti in una lettera hanno imposto lo sgombero entro il 5 dicembre. Lo hanno comunicato durante una conferenza stampa gli organizzatori dall’accampamento principale di protesta, dove sono accampati circa 5000 persone. Ai Protettori delle acque che dicono “Noi siamo custodi di questa terra. Questa è la nostra terra e non è possibile rimuoverci”. “Abbiamo tutto il diritto di stare qui per proteggere la nostra terra e per proteggere la nostra acqua”. “La Rimozione Forzata e l’oppressione dello Stato? Questa non è una novità per noi come indigeni”, noi rispondiamo che la storia che avete imparato è ormai scritta.

L’unico migrante privilegiato al mondo, il famigerato viso pallido, è sbarcato sulle vostre terre, ha distrutto e massacrato. Ha mentito sulle sue nefandezze, travestito da prode cowboy. Forse domani vincerà questa vostra ultima guerra perché quelli del petrolio non perdono mai. Ma la vostra sarà una magnifica sconfitta, che forse risveglierà le coscienze addormentate.

 

Fonte: http://zapping2017.myblog.it/2017/08/11/la-guerra-sconosciuta-dei-nativi-americani-contro-i-colossi-petroliferi/

 

Per non dimenticare – 29 novembre 1864, il massacro di Sand Creek. Quando il glorioso Esercito degli Stati Uniti d’America riportò una delle più fulgide vittorie della luminosa storia Americana contro donne e bambini indigeni !!

 

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Per non dimenticare – 29 novembre 1864, il massacro di Sand Creek. Quando il glorioso Esercito degli Stati Uniti d’America riportò una delle più fulgide vittorie della luminosa storia Americana contro donne e bambini indigeni !!

La Guerra di Secessione stava ormai volgendo al termine con la vicina vittoria degli abolizionisti del Nord; quando il 3° Reggimento Volontari del Colorado, guidati dal colonnello John Milton Chivington, trucidò oltre 200 pellerossa, soprattutto donne e bambini delle tribù dei Cheyenne e Arapaho, accampati lungo il fiume Creek.
Il 1864, così come moltissime altre annate, fu un anno terribile per le tribù indiane; Il proclama del governatore Evans esortava la popolazione a cacciare ed eliminare fisicamente i nativi che, vuoi per un forte attaccamento alle tradizioni, vuoi per non capire la lingua dell’oppressore o vuoi per diffidenza nei confronti dell’uomo bianco, non si fossero insediati nei pressi di Fort Lyon in seguito all’ingiunzione imposta da Evans l’estate stessa. Durante tutto il periodo estivo gli indiani non abbassarono la testa, rendendo difficile la vita al nemico e infliggendoli pesanti perdite, ma non calcarono troppo la mano nella speranza di futuri accordi di pace con le autorità nordiste. Fu soprattutto il capo cheyenne Pentola Nera a volere fortemente la pace e a trattare con i visi pallidi, acconsentendo a fare accampare la propria tribù lungo il fiume Sand Creek, poco distante da Fort Lyon. Alla sua tribù si unì quella degli Arapaho del capo Mano Sinistra, dando vita in breve tempo ad un accampamento di 600 indiani appartenenti alle due tribù.
Quel 29 novembre però, mentre la gran parte degli uomini del villaggio si trovavano lontani a cacciare il sacro bisonte, piombarono sulle tipi i cavalli del 3° Reggimento seminando il panico tra i pellerossa, per tre quarti donne e bambini, rimasti all’accampamento. Pentola Nera tentò di tranquillizzare i suoi consanguinei citando gli accordi presi con le autorità e alzando la bandiera dell’Unione, ma il colonnello Chivington incurante della pacifica situazione trovatasi di fronte, fece caricare i suoi uomini distruggendo la tendopoli e massacrando gli indiani, per lo più inermi.
Si contarono più di 200 morti tra i nativi e una decina tra gli oppressori, di cui molti furono vittima dello stesso fuoco amico, come scrisse il colonnello del Colorado nel suo rapporto.
La notizia del massacro di Sand Creek arrivò presto alle nazioni Cheyenne, Arapaho e Sioux, e dopo anni e anni di battaglie per vendicare la propria gente trucidata, soltanto dodici anni più tardi i 200 indiani di Sand Creek poterono avere finalmente giustizia distruggendo il 7° Cavalleria di Custer, tra le colline di Little Big Horn.

Tra i pazzi sanguinari del colonnello Chivington, quel triste giorno solo due due ufficiali del Reggimento si rifiutarono di eseguire i folli ordini impartiti loro: il capitano Silas Soule e il tenente Joseph Cramer. Soule in particolare, aveva ordinato ai suoi uomini di non aprire il fuoco e il colonnello lo face arrestare assieme ad altri sei uomini, ma il capitano denunciò quanto successo, portando Chivington davanti alla commissione d’inchiesta. Il giovane capitano Soule però, non riuscì mai a testimoniare perché fu assassinato a Denver poco dopo il suo rilascio. Il colonnello Chivington invece, sotto pressioni e consigli dall’alto, lasciò l’esercito salvandosi così dalla Corte Marziale che affermò: “Sand Creek era stato un atto di profonda codardia e una strage perpetrata a sangue freddo, un gesto sufficiente a coprire i colpevoli di infamia indelebile, e nel contempo, a suscitare indignazione in tutti gli americani”

Rendono onore anche a loro, oggi, i discendenti delle varie tribù indiane radunati a Eads, così viene chiamata oggi la località in cui si consumò questa ennesima sanguinosa pagina dell’epopea statunitense, per celebrare il 150°anniverario della strage davanti ad autorità e popolazione.

Nel terzo millennio la storia degli indiani d’America è ormai relegata a folclore hollywoodiano, cilum e peyote, ma ci sono intere generazioni di pellerossa che non rinunciano alla memoria e soffrono ancora il peso di ogni singola stella cucita sulla bandiera “portatrice di pace” nel mondo.
Una bandiera che solo pochi giorni fa veniva sventolata orgogliosamente in ogni angolo del degli States per la festa del ringraziamento.
Una bandiera, che come ci insegnano i films dovrebbe rappresentare un’utopica società multirazziale ed egualitaria, ma che invece, proprio come sta accadendo in queste ore a New York, si trova a fare i conti con l’ennesima rivolta contro un sistema multirazzista.
Eh già, il duro prezzo dell’integrazione… Gli indiani d’America ne sapevano qualcosa…

Andrea Bonazza

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Per approfondire:

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IL MASSACRO DEL FIUME SAND CREEK

Nel 1864 tra la popolazione della frontiera americana si creò un clima di paura e di tensione, la causa era la sommossa iniziata dai Sioux nel 1862 in Minnesota. Nella primavera di quello stesso anno nel Colorado alcune bande di Sioux, di Cheyenne e di Arapaho effettuarono delle rapine e dei saccheggi, dando molto filo da torcere ai bianchi, facendo iniziare così le prime scaramucce tra la Cavalleria dei Volontari del Colorado e i cacciatori Cheyenne.

In autunno i capi Cheyenne risposero favorevolmente ai “sondaggi di pace” del governatore John Evans, mettendosi sotto la protezione del maggiore Wynkoop (Uomo Bianco Alto) a Fort Lyon.

Uomo Bianco Alto aveva rapporti amichevoli con i Cheyenne, procurando la disapprovazione di alcuni ufficiali militari del Colorado. Così dopo essere stato accusato e rimproverato di far ”comandare gli indiani”, fu sostituito dal maggiore Scott J. Anthony, un ufficiale dei Volontari del Colorado.

Il governatore Evans affidò a John Chivington la “campagna di pacificazione”.

Chivington era un protestante metodista, alto quasi 2 metri e molto robusto, un tipo spaccone e arrogante, ogni qualvolta che incontrava un bianco, lo esortava a uccidere tutti gli indiani sia piccoli che grandi, era poi un personaggio molto conosciuto nella frontiera, famoso tra i cercatori d’oro e gli allevatori.

Il governo, impegnato nella Guerra di Secessione, non aveva modo di occuparsi della frontiera, ed erano quindi gli uomini del calibro di Chivington a rappresentare la legge e il governo nei sperduti territori del lontano West.

Le autorità locali per tutelare pionieri, cercatori d’oro, coloni, agricoltori, dalle scorrerie degli indiani che stavano diventando “sempre più fastidiosi”, non sentendosi sicuri con l’esercito, fecero ricorso ai reparti dei volontari, vigilantes reclutati sul posto, milizie improvvisate, avventurieri, disertori fuggiti dal fronte della guerra che stava imperversando.

Nel frattempo Chivington rifiutò indignato il brevetto di ufficiale cappellano che il governo gli offrì, così chiese ed ottenne un grado di combattente di capitano, che in poco tempo trasformò in colonnello, diventando il comandante dell’intero reggimento.

Fu per il suo odio sviscerato che provava contro gli uomini dalla pelle rossa che Chivington si fece la nomina di “cacciatore di indiani “.

Così quando gli attacchi e le scorrerie di alcuni indiani ostili divennero più frequenti contro pionieri e carovane che percorrevano il sentiero delle Smoky Hills, fu al colonnello Chivington con il suo 3° reggimento di Volontari che il governatore Evans si rivolse.

Evans emanò un decreto promettendo terre e denaro a chiunque uccideva un indiano.

Questo era un invito che Chivington ed i suoi non si fecero certo ripetere.

Nel forte c’era una piccola guarnigione di soldati, tra cui alcuni ufficiali regolari. Questi fecero notare a Chivington che non tutti gli indiani erano nemici, in particolar modo la tribù Cheyenne di Motavato (Pentola Nera) che si trovava accampata a circa 60 km dal forte.

Pentola Nera era un capo pacifico e credeva molto nella parola dell’uomo bianco, aveva anche firmato la pace pochi mesi prima con l’esercito, consentendo così il transito dei carri che passavano attraverso il suo territorio. Ma questo a Chivington non interessava più di tanto, ed iniziò ad infuriarsi e ad accusare ufficiali e soldati che non erano d’accordo con lui dicendo che erano dei codardi e dei traditori. In particolar modo inveì contro il capitano Silas Soule, il tenente Joseph Cramer e il tenente James Condor. Agitando il pugno vicino alla faccia del tenente Cramer disse:

Odio tutti coloro che simpatizzano per gli indiani , bisogna sterminarli tutti , è il dovere di ogni patriota americano. Tutto questo tra gli applausi dei suoi volontari.

Per non ritrovarsi davanti ad una corte marziale i tre ufficiali dovettero partecipare loro malgrado alla spedizione. Essi comunque ordinarono ai loro uomini di sparare solo per difendersi.

Era la sera del 28 novembre 1864 quando l’ex predicatore metodista con più di 700 uomini al suo seguito uscì da Fort Lyon per andare a “caccia di indiani”. Chivington dando la carica ai suoi uomini disse: “uccidete qualsiasi indiano che incontrate sulla vostra strada”.

Il villaggio di Caldaia Nera si trovava in un ansa del Sand Creek, il suo tipì era situato quasi al centro, ad ovest c’erano Antilope Bianca e Copricapo di Guerra con la loro gente. Sull’altro versante, quello orientale c’era il campo arapaho di Mano Sinistra. Complessivamente vi si trovavano quasi 600 persone, la maggior parte di loro erano donne, bambini ed anziani.

Quasi tutti i guerrieri si trovavano lontani, a caccia di bisonti, come gli era stato suggerito dal maggiore Anthony.

Alle prime luci dell’alba la colonna raggiunse il villaggio, nell’accampamento nessuno si immaginava che cosa stesse per accadere, d’improvviso i Cheyenne si svegliarono con il rumore dei cavalli al galoppo. Si scorsero i primi soldati e tra la gente si diffuse subito il panico.

Donna Sacra, moglie di Pentola Nera fu una delle prime persone ad avvistare i soldati, iniziò così ad urlare fortemente per dare l’allarme al villaggio. Pentola Nera si trovava nel suo tipì, sentendo la moglie urlare uscì all’aperto e vide i soldati che avanzavano, fermamente convinto delle rassicurazioni avute dal magg. Anthony, cercò di calmare la sua gente e innalzò la bandiera americana, lo stesso vessillo che gli era stato offerto in segno di amicizia dai soldati al momento della firma.

Caldaia Nera attendeva protezione, ma le prime bordate scoppiarono. Quando gli fu chiaro che i soldati erano venuti per uccidere, si scagliò contro di loro a mani nude, ma alcuni suoi guerrieri riuscirono a metterlo fortunatamente in salvo.

Un vecchio settantenne, Antilope Bianca, anche lui disarmato, invece di fuggire disse ai pochi guerrieri rimasti che tutto ciò era colpa loro, di loro vecchi che si erano fidati della parola dell’uomo bianco. Andò incontro al comandante dei soldati (testimonianza di Beckwourth, la guida che si trovava al fianco di Chivington), tenendo bene le mani alzate e dicendo chiaramente in lingua americana: fermatevi, fermatevi, egli si fermò e incrociò le braccia. Una pallottola lo prese in faccia, prima di spirare intonò il suo canto di morte: niente vive per sempre sola la terra e i monti sono eterni.

Nel frattempo anche Mano Sinistra e gli Arapaho cercarono di raggiungere la bandiera di Pentola Nera, fermandosi davanti ai soldati con le braccia incrociate disse che non voleva combattere contro i suoi amici bianchi.

Morì fucilato anche lui sotto i colpi dei volontari.

Ci furono molte scene raccapriccianti in tutto il campo, la maggior parte degli uomini di Chivington erano completamente ubriachi e si lasciarono andare in una frenesia omicida, massacrando barbaramente tutti gli indiani che capitavano a tiro.

Non risparmiarono nessuno, si accanirono anche sui cadaveri mutilandoli e scotennandoli.

Ci furono diverse testimonianze, sia da parte dei bianchi che da parte degli indiani.

Coperta Grigia (John Smith l’interprete di Fort Lyon) riferì che dei soldati catturarono tre bambini e li condussero davanti a un gruppo di ufficiali. Il più grande aveva 8 anni, gli altri due avevano 4 e 5 anni, il tenente Harry Richmond disse: abbiamo l’ordine di ucciderli tutti, ne uccise uno sparandogli un colpo di pistola alla testa. Uccise anche gli altri due nonostante i pianti e le suppliche.

Robert Bent, figlio maggiore di William Bent (che prese in moglie una donna Cheyenne), si trovò suo malgrado insieme a Chivington, vide cinque donne nascoste dietro un cumulo di sabbia, i soldati avanzarono verso di loro, uscirono fuori tirandosi su i vestiti per far capire che erano donne, chiesero pietà, i soldati le fucilarono.

Altre 30-40 donne si misero al riparo di un anfratto, mandarono fuori una bambina di 6 anni con una bandiera bianca attaccata a un bastoncino, fece pochi passi e un colpo di fucile la uccise. Poi uccisero anche tutte le donne che si erano nascoste nell’anfratto, senza opporre nessuna resistenza.

Tutti i morti che vide Robert Bent erano stati scotennati. Vide anche un certo numero di neonati uccisi con le loro mamme.

Il vecchio Tre Dita (uno dei sopravvissuti) raccontò che sua madre si mise sulle spalle il figlio più piccolo e correva verso il torrente tenendo per mano lo stesso Tre Dita, i soldati continuarono a sparare ugualmente, un proiettile la colpì alla spalla, nonostante fosse ferita riuscì a mettersi in salvo. Quando prese il bambino piccolo che portava sulle spalle si accorse che era morto, colpito da un proiettile. Anche suo marito venne ucciso quel giorno. In seguito lei andò a vivere con i Cheyenne del Nord e rimase con loro molti anni. Il vecchio Tre Dita non dimenticò mai quello che successe a lui ed a sua madre quel giorno al Torrente della Sabbia.

Un’altra donna, la moglie di Orso Nero portava una cicatrice nel posto in cui era stata colpita, per questo motivo la chiamavano Un Occhio Andato Insieme. Raccontò cose atroci sui soldati che uccidevano i bambini, portavano via le donne trattandole male. Ne uccisero la maggior parte, ma qualcuna riuscì a salvarsi e raccontò quello che successe.

Queste ed altre atrocità ancora furono commesse quella volta sul Torrente della Sabbia.

Nessun Cheyenne che riuscì a salvarsi dimenticò quello che vide laggiù quel giorno.

Era la Luna Cheyenne di Quando i Cervi Sono in Fregola.

La descrizione di Robert Bent su quello che fecero Chivington ed i suoi volontari venne confermato dal tenente James Connor. Il giorno dopo quando tornarono sul campo di battaglia (se battaglia si vuole chiamare) non vi era un solo corpo di uomo, donna o bambino a cui non fosse stato tolto lo scalpo, ed in molti casi i cadaveri erano mutilati in modo orrendo.

Un reggimento ben addestrato e disciplinato avrebbe potuto annientare sicuramente tutti gli indiani che quel giorno si trovavano sul Sand Creek. Fu grazie alla mancanza di disciplina, alle abbondanti bevute di whisky, ed alla scarsa precisione di tiro da parte dei volontari che quel giorno molti indiani riuscirono a mettersi in salvo.

Quando tutto fu finito sul campo vi erano 105 morti tra donne e bambini e 28 uomini.

Nel suo rapporto ufficiale Chivington disse di aver ucciso 400-500 guerrieri.

Tra le sue file vi furono 9 morti e 38 feriti, questo non per la reazione da parte indiana, ma a causa del tiro disordinato dei suoi volontari.

Rimasero uccisi i capi Antilope Bianca, Occhio Solo e Copricapo di Guerra. Mano Sinistra fu ferito da una pallottola ma riuscì a scamparla. Pentola Nera riuscì a salvarsi trovando un rifugio in un burrone, sua moglie Donna Sacra nonostante avesse 7 pallottole addosso riuscì a sopravvivere. Tra i cadaveri che i becchini bianchi andarono a seppellire nelle fosse comuni scavate accanto al Torrente della Sabbia (1 dollaro per ogni cadavere) c’era anche il corpo di Donna Gialla, la donna Cheyenne che il giovane Cavallo Pazzo salvò nel massacro di Blue Water Creek.

Dopo pochi giorni a Denver in ogni locale della città cui c’era uno spettacolo, c’era una presentazione al pubblico di uno degli “eroi”, uno dei reduci del Sand Creek, accompagnato da alcuni trofei di guerra, una lancia, una freccia, uno scalpo ancora completo di trecce da esibire, tra gli applausi ed i tono ironici dei signori e delle signore. Nei locali più malfamati erano riservati i trofei più raccapriccianti, i genitali maschili e femminili amputati ai cadaveri dei Cheyenne uccisi.

Per molti giorni dopo l’eccidio, le prostitute della città avevano promesso amore gratis a chi le avrebbe ricompensate con le capigliature sanguinanti dei selvaggi ed a tutti i reduci del Sand Creek che si fossero presentati nei bordelli esibendo lo scalpo con il pube tagliato via a una donna Cheyenne.

Ci volle diverso tempo, per far tornare Denver alla “normalità”.

Nel frattempo a Washington iniziarono a nascere dei forti dubbi sulla ”impresa militare “compiuta da Chivington, e quando alcune testimonianze del massacro giunsero ad alcuni giornalisti dell’est, fu nominata una corte marziale per giudicare il “Colonnello”.

Per sfuggire alla giustizia militare Chivington rassegnò le dimissioni dall’incarico paramilitare.

Il governo allora nominò una commissione d’inchiesta civile presieduta da Kit Carson.

Ascoltarono i testimoni oculari, gli ufficiali di Fort Lyon che visitarono il villaggio dopo la strage, e i medici militari che esaminarono i cadaveri e soccorsero i feriti ancora vivi.

Tutti i rapporti militari sostennero chiaramente che non erano ferite da combattimento quelle trovate sui cadaveri, bensì colpi dati a vecchi inermi, a donne e bambini in fuga o riversi a terra già agonizzanti.

Per la commissione non ci furono dubbi.

Nel suo rapporto finale Carson scrisse che quello che successe a Sand Creek fu una strage premeditata, un massacro compiuto da vigliacchi.

Nessuna punizione fu inflitta a Chivington ed i suoi eroi.

Lui e il suo 3° reggimento di volontari si trasformarono in una vergogna nazionale.

Il colonnello se ne tornò nel suo nativo Ohio tentando la fortuna con la carriera politica, si fece eleggere assessore all’ordine pubblico.

In quanto a Pentola Nera, che teneva tanto alle relazioni amichevoli e che rispose favorevolmente ai sondaggi di pace, dopo aver visto quello che successe quel giorno al Sand Creek si rese conto che dell’uomo bianco non ci si poteva più fidare. Non gli fu concesso nessun risarcimento da parte del governo e fu ripudiato dai suoi guerrieri.

Pentola Nera insieme a sua moglie Donna Sacra, moriranno 4 anni più tardi nella battaglia sul fiume Washita.

Sotto la presidenza Clinton il Congresso degli Stati Uniti si è pronunciato nuovamente sull’eccidio del Sand Creek e sono state presentate le scuse ufficiali alla nazione indiana. Lo ha preteso Ben “Cavallo della Notte “ Campbell, senatore indiano del Colorado. Tutto il Congresso si è schierato con lui. Erano presenti anche Colo, il delegato agli Indian Affairs ed il senatore Daniel Inonye nell’ufficio di Bill Clinton quando lo stesso presidente firmava il decreto legge che assegnava un fondo monetario per organizzare un gruppo di studio per trovare la zona precisa dove avvenne il massacro.

Oltre a diventare parco nazionale fu previsto anche la costruzione di un monumento alla memoria.

Per la ricerca furono incaricati indiani Cheyenne ed Arapaho. Il luogo si trova a circa 40 miglia a nord di Lamar.

Senza ombra di dubbio il massacro del Sand Creek è stato uno degli episodi più vergognosi nella storia degli Stati Uniti d’America.

Fu un massacro premeditato. Le colpe caddero chiaramente sul governatore Evans, su Chivington e sul maggiore Anthony, che suggerì ai cacciatori Cheyenne di andare a caccia di bisonti per lasciare il campo indifeso.

Mai fino a quel momento nelle Grandi Pianure in una “battaglia” si vide tanto accanimento e tanta ferocia nell’uccidere donne e bambini.

 

fonti: 

Storia dell’”integrazione” americana – 150 anni fa la strage di Sand Creek

http://www.sentierorosso.com/storia-dei-nativi-americani/la-storia-degli-indiani-d-america/il-massacro-del-fiume-sand-creek

La voce degli Indiani d’America: “L’uomo bianco è come un serpente che si mangia la coda per vivere”.

 

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La voce degli Indiani d’America: “L’uomo bianco è come un serpente che si mangia la coda per vivere”.

“L’uomo bianco è come un serpente che si mangia la coda per vivere. E la coda diventa sempre più corta. Le nostre usanze sono diverse dalle vostre. Noi non viviamo bene nelle vostre città, che sembrano un’infinità di nere verruche sulla faccia della terra. La vista delle città dell’uomo bianco fa male agli occhi dell’uomo rosso, come la luce del sole che colpisce gli occhi di chi emerge da una grotta buia.

Nelle città dell’uomo bianco ci si sforza sempre di superare in velocità una valanga. Il rumore sembra perforare le orecchie. Ma che senso ha vivere se non si riesce a sentire il verso solitario del tordo o il gracidare delle rane di notte intorno ad uno stagno? Ma io sono un uomo rosso e non capisco. Io preferisco il vento che dardeggia sulla superficie di uno stagno e il profumo del vento stesso, purificato da uno scroscio di pioggia a mezzogiorno.

L’aria è preziosa per l’uomo rosso, perchè tutte le cose condividono lo stesso respiro; gli animali, gli alberi, e l’uomo, partecipano tutto dello stesso respiro. L’uomo bianco non si preoccupa dell’aria fetida che respira. Come un uomo che ormai soffre da molti giorni, è insensibile al tanfo.

Tutte le cose sono collegate. Tutto ciò che accade alla terra accade ai figli e alle figlie della terra. L’uomo non ha intrecciato il tessuto della vita; ne è solamente un filo. Tutto ciò che egli fa al tessuto, lo fa a se stesso. IL DIO DELL’UOMO BIANCO GLI DIEDE IL POTERE SUGLI ANIMALI, SUI BOSCHI E SULL’UOMO ROSSO, per qualche scopo preciso, ma questo destino è un mistero per l’uomo rosso.

Noi forse potremmo arrivare a capire, se sapessimo che cosa sogna l’uomo bianco, quali sono le speranze di cui parla ai propri figli nelle lunghe notti d’inverno, quali sono le visioni che marcano a fuoco i suoi occhi e che questi desidereranno all’indomani. I sogni dell’uomo bianco sono ignoti, noi ce ne andremo sulla nostra strada”.

Capo Seattle Degli Suquamish, 1853

 

“I nostri figli devono andare a scuola per essere civilizzati. Lì vengono a conoscenza delle chiese. Sembra che esse siano state costruite con l’intenzione di addossarsi colpe l’uno con l’altro. Quando la gente trova da ridire sulle chiese anche Dio viene coinvolto nelle loro contese.

La chiesa di mio nonno non era costruita da uomini: quindi lui non avrebbe mai potuto insegnarmi a litigare con Dio. La nostra chiesa era la natura. Abbiamo perso così tanto. Sebbene le circostanze fossero contro di noi, la colpa è anche nostra. Non abbiamo saputo affrontare lo shock che l’uomo bianco ci inflisse.

Sono nato in una cultura che viveva in case aperte a tutti.Tutti i figli di mio nonno e le loro famiglie vivevano in un’abitazione di 26 metri e mezzo di lunghezza, vicino alla spiaggia, lungo una insenatura. Le loro camere da letto erano separate da una tenda composta di canne, ma un unico fuoco comune nel mezzo, serviva ai bisogni culinari di tutti. In case come queste, la gente imparava a vivere e a rispettare i diritti di ognuno.

I bambini dividevano i pensieri del mondo degli adulti e si trovavano circondati da zie e zii e cugini che li amavano e non li minacciavano. Oltre a questa reciproca accettazione, c’era un profondo rispetto per ogni cosa presente in natura che li circondasse. Per mio padre la terra era la sua seconda madre. Era un dono del Grande Spirito e l’unico modo di ringraziarlo era quello di rispettare i suoi doni.

L’uomo bianco invece ama solo le cose che possiede: non ha mai imparato ad amare le cose che sono al di fuori e al di sopra di lui. In realtà o l’uomo ama tutto il creato o non amerà niente di esso. La mia cultura dava valore all’amicizia e alla compagnia, e non guardava alla privacy come a una cosa cui tenersi aggrappati, poiché la privacy costruisce muri su muri e promuove la sfiducia.

La mia cultura viveva in grandi comunità familiari, e fin dall’infanzia le persone imparavano a vivere con gli altri.La mia gente non dava valore all’accaparramento di beni privati: tale azione era disonorevole per la nostra gente.L’indiano guardava a tutte le cose presenti in natura come se appartenessero a lui e supponeva di dividerle con gli altri e di prendere solo quelle di cui aveva bisogno. Ognuno ama dare nello stesso modo in cui riceve. Nessuno desidera continuamente ricevere.

Tra poco sarà troppo tardi per conoscere la mia cultura, poiché l’integrazione ci sovrasta e presto non avremo valori se non i vostri. Già molti fra i nostri giovani hanno dimenticato le antiche usanze, anche perché sono stati presi in giro con disprezzo e ironia e indotti a vergognarsi dei loro modi indiani”.

Testo di Capo Dan George

Il Mondo dopo la morte raccontata da un Nativo Indiano

 

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Il Mondo dopo la morte raccontata da un Nativo Indiano

 

Silver Birch ci descrive sinteticamente ciò che dobbiamo aspettarci dopo il “Passaggio”, e ‘come’ e ‘dove’ vivono i nostri cari che hanno già varcato la Soglia.
Silver Birch è uno Spirito-Guida che non si è mai incarnato sulla Terra. Per fornire un aspetto “umano” di se stesso al medium (colui che è capace di parlare con gli spiriti) Maurice Barbanell, si presentò a lui sotto le spoglie di un Nativo Americano vissuto più di 3.000 anni fa.

I messaggi da lui trasmessi nei primi decenni del secolo scorso sono ancora attualissimi e trovano pieno riscontro con tutto ciò che oggi sappiamo sull’Aldilà, grazie a migliaia e migliaia di testimonianze dei cosiddetti “ritornati”, e a svariati medium e canalizzatori sparsi in tutto il mondo.

Il giorno dopo la tua “morte” sarai lo stesso individuo che eri il giorno prima, tranne per il fatto che avrai buttato via il tuo corpo fisico. In questa nuova condizione, potrai esprimere te stesso attraverso il corpo eterico, che è una replica di quello fisico, senza però alcuna delle sue imperfezioni.
Tutte le malattie e le infermità saranno state lasciate dietro di te: i sordi udranno, i muti parleranno, i ciechi vedranno e lo storpio non sarà più tale.

È necessario cercare di capire che la vita nel mondo spirituale non è un sogno nebuloso. E’ invece piena di attività e altrettanto reale della vita che ognuno vive qui sulla Terra. Siamo abituati a pensare al mondo materiale come reale e solido, anche se in realtà non è così, come la Fisica dimostra. Le cose della mente, o dello Spirito, ci sembrano oscure e vaghe, ma per coloro che vivono dall’Altra Parte, il mentale è il ‘vero’, mentre il fisico è l’ombra.

Questo, senza dubbio, sarà un po’ difficile da cogliere per voi, ma troverete una perfetta analogia se pensate ai vostri sogni. Quando si sogna, tutte le cose che si incontrano sono reali nel momento del loro accadere, e diventano sogni solo quando vi svegliate. Ma se non vi svegliaste mai ed il sogno fosse lo stato perenne della vostra esistenza, allora quello stato onirico sarebbe la vostra realtà.

Il mondo degli Spiriti è intorno e su di noi.

Alcune persone lo vedono e lo sentono perché possono entrare in sintonia con le sue vibrazioni. Non si trova in qualche continente lontano, ma è una parte dell’universo, miscelato ed intrecciato con il mondo fisico.

È necessario allontanare dalla vostra mente la vecchia idea teologica che, dopo la “morte” c’è un sonno eterno ed indisturbato, sebbene ci possa essere, in un primo momento, un breve periodo di riposo per permettere allo Spirito appena arrivato, di adattarsi alla sua nuova vita. Questo richiede di solito un po’ di tempo, ma poi lo spirito incontra coloro che lo hanno preceduto. Le famiglie sono riunite e i vecchi legami vengono ristabiliti, come pure le antiche amicizie.

So che vi state chiedendo: “Come sarò in grado di riconoscere coloro che mi hanno preceduto?” Questa però non è una vera difficoltà, perché Essi vi conoscono bene, avendovi vegliati ed essendo rimasti in costante contatto con voi; poi, giacché il mondo degli Spiriti è un luogo dove il pensiero è realtà, essi saranno in grado di mostrarsi a voi per come li avevate conosciuti.
Vi è, tuttavia, un fattore di grande importanza operante sempre nel mondo dello Spirito: la ‘Legge Eterna di Attrazione’.
Solo coloro che hanno qualità spirituali affini, possono incontrarsi nella nuova vita, sullo stesso piano. Per esempio, il marito e la moglie che sono stati insieme sulla terra, uniti solo da un legame giuridico e tra i quali il vero amore non è mai esistito, non vivranno insieme nella vita dello Spirito.
A volte, le persone sono perplesse perché scoprono che qui ci sono anche molti edifici. È necessario ricordare, però, che non sono case fatte di mattoni e malta, ma costruite dal pensiero. Ciò vale anche per l’abbigliamento che viene indossato, perché l’istinto di vestirsi è profondamente radicato ed è diventato abituale.
Nessuno si sognerebbe mai di camminare per le strade senza veli, questa abitudine è parte della nostra formazione mentale, ecco perché persiste anche dall’Altra Parte, dove gli stati mentali sono la realtà.

“Che dire del cibo? Gli Spiriti mangiano?”

Finché c’è desiderio per il cibo, questo desiderio mentale viene soddisfatto. Fino a quando l’individuo desidera ardentemente cibo e bevande, può avere l’illusione di soddisfare tale desiderio. Lo si può chiamare un bisogno molto materiale, se volete, ma è molto più sano e logico delle porte del Paradiso e delle arpe d’oro!

Nel mondo dello Spirito, inoltre, non ci sono difficoltà linguistiche. Tutte le persone di tutte le nazioni parlano lo stesso linguaggio: quello del pensiero. Non ci sono parole emesse dalla bocca, perchéle idee vengono trasmesse telepaticamente, da una persona all’altra. Le parole, dopo tutto, sono goffi sostituti dei pensieri, mezzi artificiali con cui comunichiamo le nostre idee l’uno con l’altro e non potranno mai esprimere adeguatamente i pensieri che si stanno cercando di trasmettere.
Un giorno, quando la razza umana si sarà evoluta, la lingua verrà infatti abolita.
Avrete imparato come inviare le vostre idee telepaticamente e così molte delle difficoltà internazionali spariranno. Nel mondo dello Spirito, i pensieri di ogni persona sono noti e non possono essere nascosti: non ci può essere inganno nè finzione. Ogni individuo è conosciuto per quello che è, non può ingannare nessuno, perché mentire è impossibile.“Che dire dell’età?

Cosa succede alle persone anziane quando muoiono?” L’età fisica e la crescita mentale non procedono alla stessa velocità. Voi, in terra, avventatamente giudicate la mente di un uomo dall’età del suo corpo fisico, ma dall’altro lato della vita, è la mente che sopravvive e la crescita mentale consiste di progresso verso la maturità. I bambini invecchiano ed i vecchi diventano più giovani nello Spirito.

Qui ogni persona cerca di esprimere appieno le sue inclinazioni naturali. Durante la vita terrena ci sono migliaia di cantanti che non hanno mai cantato; attori che non hanno mai recitato; pittori che non hanno mai dipinto; poeti che non hanno mai scritto una riga di poesia; musicisti che non hanno mai composto una nota musicale. Tutti questi talenti non hanno mai avuto la possibilità di essere espressi, a causa, per esempio, di avverse circostanze economiche.

Queste persone sulla Terra hanno dovuto intraprendere qualche altra attività per garantirsi il pane quotidiano. Dall’altra parte, invece, costoro possono esprimere il proprio talento: non ci sono pioli quadrati da infilare in fori rotondi in quel mondo. Per loro, la vita è un continuo progresso, ognuno cerca di eliminare le scorie dalla propria natura e perfezionare il proprio essere.
In questa lotta per la perfezione, non c’è limite: si va avanti per l’eternità.

Il mondo dello Spirito non è però così sconosciuto come pensiamo, perché la maggior parte di noi lo visita durante il sonno, anche se pochi poi ricordano ciò che sognano. Quando però si arriva qui, grazie alla legge di associazione delle idee, ci ricorderemo anche delle nostre esperienze notturne.

Certo, ci vuole del tempo per lo Spirito appena arrivato, per acclimatarsi alle nuove condizioni di vita. Inoltre, questo processo di risveglio è diverso a seconda della conoscenza spirituale che il “morto” aveva prima della sua dipartita.

Quanto più‘ignorante’ era in materia, tanto più tempo gli ci vorrà per familiarizzare con le sue nuove condizioni. E’ per questo checoloro che sono stati educati con idee molto ortodosse, con concezioni rigide degli stati “post-mortem”, in questa fase sperimentano spesso grandi difficoltà di adattamento. La fase successiva della vita è infatti uno stato mentale: qui le persone vivono nel mondo mentale che hanno creato, fino a che non si saranno evoluti sufficientemente per eliminare questa illusione.

Quando moriamo, noi non entriamo in Cielo attraverso le “Porte del Paradiso”, né scendiamo all’Inferno attraverso laghi di “fuoco e zolfo”, né dormiamo per sempre.
Ognuno di noi gravita naturalmente nella sfera spirituale a cui è adatto, secondo la vita che ha vissuto ed il carattere acquisito in terra.

Non possiamo occupare una sfera superiore rispetto allo status spirituale che abbiamo raggiunto, né desidereremo occuparne uno inferiore. Automaticamente, andremo solo in quel piano di vita spirituale per il quale siamo adatti, né saremo in grado di far finta di essere migliori o peggiori, perché una volta spogliati del nostro corpo fisico, saremo conosciuti solo per quello che in realtà siamo.
Le persone che hanno vissuto una vita normale, non troveranno nulla di deludente quando arriveranno nel mondo degli Spiriti. E’ l’uomo egoista che dovrà affrontare grandi difficoltà– a causa delle abitudini terrene che agiscono come una barriera verso il progresso da raggiungere – prima di riunirsi a coloro che ama. Se, in virtù della vita che ha vissuto sulla terra, egli sarà tenuto lontano da coloro che ama, questo sarà il suo inferno.

“Che cos’è il Paradiso?”

E’ la ricompensa di una vita saggiamente spesa sulla terra, perché automaticamente vivremo con coloro che amiamo. Il Paradiso e l’Inferno sono solo stati mentali.Naturalmente, coloro che abitano su un piano superiore possono, se lo desiderano, visitare gli Spiriti che gravitano nelle sfere relativamente più basse e spesso lo fanno, mentre è impossibile per coloro che vivono nei piani inferiori recarsi in quelli superiori.

In molti casi, coloro che “muoiono” passano un difficile periodo di stress, a causa del fatto che non possono più contattare i loro cari sulla terra. Fino a quando non si saranno risvegliati nella loro nuova vita, continueranno quindi a tornare dai propri cari per cercare di dir loro che sono vivi.
I defunti spesso non riescono a capire perché, pur potendo vedere ancora i propri familiari e amici, questi ultimi non sono in grado di rilevare la presenza di coloro per i quali sono in lutto. Si tratta di un dolore molto intenso che migliaia di Spiriti provano, e sebbene facciano tutto il possibile per attirare l’attenzione dei loro cari, troppo spesso non ci riescono e devono lasciarli sconsolati.

Per qualche legge che non conosciamo, gli spiriti sanno un po’ in anticipo quando qualcuno sta per passare la Soglia, dal vostro al nostro mondo, così fanno i preparativi necessari per salutarli ed aiutarli durante il Passaggio. Questo spiega il fatto per cui in centinaia di occasioni i moribondi dicono di parlare con i propri parenti “defunti” che possono anche vedere accanto a loro e, a volte, questi parenti in Spirito vengono visti o percepiti anche da chi assiste al decesso.

I chiaroveggenti che assistono alla “morte” di un individuo, affermano di poter vedere, nei frangenti del trapasso, una replica del corpo fisico apparire gradualmente, collegato ancora per un po’ al corpo fisico, da un cordone (che è quello che la Bibbia descrive come il “cordone d’argento”) che si innesta nella testa. Quando il filo viene spezzato, avviene la “morte” vera e propria, e il corpo eterico è poi visto salire verso l’alto, fino a scomparire alla vista.

L’unica cosa che causa grande dolore a coloro che sono trapassati, è vedere il nostro eccessivo dolore.

Esso, curiosamente, agisce da deterrente, impedendo loro di stare vicino a noi. Non amano nemmeno le continue visite al cimitero, in quanto sanno di non essere lì, perciò la maggior parte degli Spiritualisti preferisce mettere fiori dinanzi alla fotografia dei propri cari, in particolare ricordando gli anniversari.

Questo serve a perpetuare l’idea che lo Spirito è sempre in casa.

Lo Spiritualista indulge anche nell’abitudine di comunicare mentalmente con quelli che sono passati, inviando loro messaggi, trattandoli come se fossero effettivamente presenti nella stanza. So, per certo, che questi messaggi vengono ricevuti; per più e più volte ho sentito Spiriti ringraziare per questa comunione e testimoniare che avevano ricevuto il messaggio, ripetendo al medium alcune delle idee espresse loro.
Ormai avrete capito che la vita spirituale, non è uno stato di indeterminatezza o di sonno eterno, ma è piena di attività e lavoro: l’ozio e la disoccupazione non esistono lì.
C’è abbondanza di cose da fare per tutti, anche se so che è difficile per voi che siete immersi negli affari materiali, apprezzare le attività del mondo spirituale. Oltre al lavoro, vi è svago e divertimento: ci sono possibilità di educazione ed istruzione in tutti i rami della vita ed in ogni particolare forma di conoscenza che lo Spirito desidera.
Naturalmente, molti spiriti sono impegnati in compiti di cooperazione con persone che vivono nel vostro mondo. Alcuni sono al lavoro per rendere più facile la comunicazione tra i due mondi, altri, attratti da persone vive che stanno seguendo linee di ricerca simili alle loro, tornano per aiutarle nei loro sforzi, anche se spesso tali persone non hanno interesse al mondo dello Spirito e non si accorgono dell’aiuto che ricevono.

fonte: http://ilnuovomondodanielereale.blogspot.it/2017/09/il-mondo-dopo-la-morte-raccontata-da-un.html

Genocidio dei Nativi Americani – Perchè giorno e notte non possono abitare insieme!

 

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Genocidio dei Nativi Americani – Perchè giorno e notte non possono abitare insieme!

All’epoca del genocidio dei nativi americani il mercato degli schiavi era florido: si alimentava con uomini catturati in Africa e portati in America.

Non era più semplice utilizzare come schiavi chi già abitava quelle terre?

NO, e la ragione non è banale: NESSUNO È MAI RIUSCITO A RENDERE UN PELLEROSSA SCHIAVO.

Giorno e notte non possono abitare insieme

Lo sterminio dei nativi d’America è una delle pagine più vergognosamente nascoste, mascherate e crudeli della storia recente. L’industria del cinema l’ha tramandata secondo i dettami di chi la alimentava e per molte generazioni, compresa la mia, non è stato facile documentarsi con obbiettività anche se personalmente, da bambino ho sempre tenuto agli indiani.

Una delle cose che non mi erano sfuggite ai tempi in cui la tv era ancora in bianco e nero e i film sui cow boycostituivano un must, era che il mercato degli schiavi allora particolarmente florido, si alimentava con uomini catturati in Africa e portati in America.

Io mi chiedevo perché non venissero utilizzati come schiavi gli uomini che già abitavano quelle terre; la ragione non è banale: nessuno è mai riuscito a rendere un pellerossa schiavo. Milioni di nativi americani sono stati uccisi dal raffreddore, perché non avevano difese immunitarie che li proteggessero dai batteri che i coloni portavano con sé, altri ingannati e ridotti ad abusare dell’alcool che i bianchi distribuivano generosamente loro come in seguito e con altri avrebbero fatto con droghe e psicofarmaci, ma mai e poi mai abbiamo visto un “indiano” schiavo!

Gli ideali che hanno fatto di questo straordinario Popolo una delle leggende che abitano il nostro immaginario collettivo, sono monoliti che sopravvivranno alla Casa Bianca ed al Colosseo, perché probabilmente avevano raggiunto un armonia ed una comunione con il mondo ed il suo Spirito, dalla quale noi siamo ancora molto lontani.
Un’altra leggenda dice che il cuore di Cavallo Pazzo sia sepolto a Wounded Knee, (luogo ove si è perpetrato un crimine contro l’umanità intera, non solo nei confronti delle donne e dei bambini barbaramente trucidati) ed attenda il ritorno del suo popolo.

La realtà poi la conosciamo tutti, tutti sappiamo chi comanda oggi in America e dei nativi ci giungono notizie frammentarie e filtrate; sappiamo ad esempio che molti furono impiegati nelle costruzioni dei grattacieli perché non conoscono la paura della vertigine e che qualche volta manifestano perché non vorrebbero che un oleodotto attraversi le terre a loro sacre e che noi invece continuiamo a profanare in onore ad ideali decisamente più effimeri di quelli che animano le proteste di chi li difendono. Questo è il tempo che viviamo e di cui siamo, o siamo stati, inevitabilmente complici.

tratto da: http://www.dolcevitaonline.it/giorno-e-notte-non-possono-abitare-insieme/

La differenza tra un cacciatore bianco e un cacciatore indiano

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La differenza tra un cacciatore bianco e un cacciatore indiano

“Un tempo noi eravamo felici nella nostra terra e solo raramente eravamo affamati.

Creature a 2 e 4 gambe vivevano insieme in pace come fratelli, e tutti avevano più del necessario. Ma poi vennero i Wasichu, gli uomini bianchi e fecero delle piccole isole nella terra per noi (riserve) ed altre piccole isole per le creature a 4 zampe, e queste isole divennero sempre più piccole…

Io posso ancora ricordare quei tempi, quando c’erano così tanti bisonti , che noi non potevamo contarli. Ma vennero sempre più uomini bianchi e li uccisero, fino a che giacevano là, dove le mandrie di bisonti avevano pascolato, ormai solo mucchi di ossa sbiancate.

I bianchi non uccidevano per sostentamento, ma per l’oro, che li rende pazzi. Essi prendevano solo le pelli, per venderle.
Talvolta non prendevano neppure queste: 

Ammazzavano per il piacere di uccidere.
 

Quando noi andavamo alla caccia del bisonte, abbattevamo solo quel tanto che ci serviva per vivere. (Alce Nero – Stregone indiano).

IL CACCIATORE INDIANO SI RIVOLGE AL CERVO ABBATTUTO (preghiera):
 

Mi dispiace di averti dovuto uccidere, piccolo fratello.

Ma io ho bisogno della tua carne, perché i miei figli soffrono la fame. Perdonami piccolo fratello.

Io voglio onorare il tuo coraggio, la tua forza e la tua bellezza – guarda!

Io appendo le tue corna a questo albero, ogni volta che vi passerò davanti, penserò a te e renderò onore al tuo spirito.

Mi dispiace di averti ucciso, perdonami piccolo fratello.
Guarda, in tua memoria io fumo la pipa, io brucio questo tabacco.
Jimalee Burton

Trovi qualche differenza con l’andare a caccia dell’uomo bianco?

“Gli animali che il Grande Spirito ha posto in questa terra, devono andarsene. Solo gli animali domestici, gli animali addomesticati dall’uomo, sono autorizzati a vivere, per lo meno fino a che non li si conduce al macello.

Questa tremenda superbia dell’uomo bianco, che si arroga di essere più di Dio, più della natura!

Il bianco dice; “Io lascio vivere questo animale, perché mi frutta denaro” ed egli dice: “Quell’animale deve morire, non posso trarne alcun guadagno, il posto che occupa posso utilizzarlo meglio. Solo un cojote morto è un buon cojote.”

Cervo Zoppo
 
Infine alcune immagini della “caccia” dell’uomo bianco, una caccia che nulla ha a che fare con la sopravvivenza, ma che al contrario di quella indiana è impregnata d’odio, di violenza ingiustificata e di pura esibizione dei trofei:
Nella prima foto possiamo osservare un massiccio sterminio di bisonti da parte dei nostri antenati bianchi, quelli che vedete sono tutti teschi…
Agendo in questo modo barbaro, arrogante e perfido,  nostri antenati bianchi non solo si divertivano ad uccidere animali indifesi come passatempo, ma facevano in modo che i tanto odiati indiani non potessero più sopravvivere, in quanto i bisonti per gli indiani significavano cibo, abiti, utensili e pelli per costruire le loro tende.
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Qui un ricco uomo bianco espone fiero le sue vittime innocenti.
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Qui una donna bianca, che in quanto donna, dovrebbe rappresentare la mente sensibile e amorevole, dimostra invece mancanza di sensibilità ed anch’essa va fiera della sua impresa tutt’altro che eroica.
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Una bestia ha ucciso un’altra bestia…
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Lo scopo del cacciatore bianco non è uccidere per sopravvivere, ma uccidere per divertirsi e quanti più animali egli abbatte, tanto più egli si sente fiero di sé.
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Se il nostro “eroe” non avesse avuto in mano un fucile sarebbe finita diversamente.
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Il culto della violenza e della fredda crudeltà viene passano in eredità fin dalla più tenera età, affinché i bambini trovino normale tutto questo.
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Possiamo riassumere tutto questo con ASSENZA DI AMORE.
Assenza di Amore che, ci sta portando inevitabilmente verso la catastrofe, tutto ciò che accade oggi è conseguenza delle nostre azione, tutte le brutte notizie che sentiamo oggi sugli omicidi, sui suicidi, sulle violenze, sulle ingiustizie sono le cause del frutto avvelenato che ci è stato tramandato dalla nostra falsa civiltà.
Violenza genera violenza, e quando le nostre azioni sono malvagie noi stessi siamo destinati a perire a causa della nostra malvagità.
Il mondo oscuro d’oggi ne è l’esempio…
Stiamo semplicemente raccogliendo i frutti che abbiamo seminato.
Di Daniele Reale
tratto da: Il Nuovo Mondo