Buon compleanno Alda – Oggi 21 marzo nasceva Alda Merini, poetessa d’amore e di follia, i veri ingredienti della vita.

 

Alda Merini

 

 

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Buon compleanno Alda – Oggi 21 marzo nasceva Alda Merini, poetessa d’amore e di follia, i veri ingredienti della vita.

Alda Merini è stata una delle più importanti scrittrici italiane del Novecento. Nasce il 21 marzo 1931 a Milano, città che l’ha ospitata sino alla morte, avvenuta il 1° novembre 2009.

Alda Giuseppina Angela Merini passa l’infanzia in viale Papiniano, dove si trova la casa dei suoi genitori: padre dipendente presso un’agenzia assicurativa, madre casalinga e due fratelli. Le condizioni economiche in cui la futura poetessa cresce sono modeste, la famiglia umile. Di questi primi anni non si sa molto, se non quel poco che la stessa Merini ha raccontato: ama suonare il pianoforte, ma soprattutto lo studio, che da sempre ha rappresentato un aspetto essenziale della sua vita. Brava e ambiziosa studentessa tenta di accedere al Liceo Manzoni – istituto storico di Milano -, inutilmente in quanto non supera il test di italiano. Lei, una delle più grandi penne della letteratura italiana novecentesca, valutata insufficiente proprio in questa prova! Ben presto verrà però risarcita da tale delusione: grazie ad una professoressa delle medie, che aveva colto la scintilla della Merini, conosce Giacinto Spagnoletti, che le fa da mentore mentre lei muove i primi passi nel mondo della letteratura.

All’età di sedici anni, però, un’ombra nera si fa strada nell’esistenza della Merini: nel 1947 è ricoverata in una clinica milanese, dove le viene diagnosticato un disturbo bipolare. Da questo momento in poi la vita della poetessa sarà scandita periodicamente dalla permanenza in centri e ospedali psichiatrici.

Ero matta in mezzo ai matti. I matti erano matti nel profondo, alcuni molto intelligenti. Sono nate lì le mie più belle amicizie. I matti son simpatici, non così i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo. I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita.

Dopo la reclusione del ’47 si apre però un momento di serenità e felicità per la scrittrice: la Merini ottiene le sue prime pubblicazioni e si sposa con Ettore Carniti, proprietario e gestore di alcune panetterie milanesi. L’amore con quest’uomo è stato totalizzante, entusiasmante, sofferto e a tratti penoso. Le quattro figlie da lui avute (Emanuela, Flavia, Simona, Barbara) raccontano di quanto la madre si disperasse per il marito, che viene descritto come un uomo semplice, indefesso lavoratore, ma con il vizio dell’alcol. Da ubriaco lui la picchiava. E lei stava male. Soffriva, soffriva profondamente non tanto per le ferite reali quanto più per vedere infranta una volta di più la speranza che lui cambiasse. Nonostante tutto, Carniti è stato il grande amore della Merini, che gli ha dedicato alcune delle parole più dolci della sua produzione, come quelle della poesia Ieri sera era amore (a Ettore):

Ieri sera era amore,
io e te nella vita
fuggitivi e fuggiaschi
con un bacio e una bocca
come in un quadro astratto:
io e te innamorati
stupendamente accanto.
Io ti ho gemmato e l’ho detto:
ma questa mia emozione
si è spenta nelle parole.

È stato proprio Carniti a fare internare nuovamente la moglie nel 1961: la Merini, come ha raccontato lei stessa, sotto stress per il molto lavoro e per le condizioni economiche precarie, ha dato «in escandescenze». La scrittrice è così costretta a scontrarsi nuovamente con la terribile esperienza della psichiatria, che riporta in alcuni suoi scritti, fra cui La Terra Santa L’altra verità. Diario di una diversa.  Le considerazioni che la poetessa milanese fa sulla permanenza al Paolo Pini confermano l’immagine comune del manicomio come teatro degli orrori. L’ospedale viene descritto dalla Merini come un labirinto da cui avrebbe fatto fatica ad uscire, e ancora come «un’istituzione falsa, una di quelle istituzioni che, altro non servono che a scaricare gli istinti sadici dell’uomo». Nel momento in cui vi mette piede, la scrittrice sente di impazzire per davvero. Quel luogo è vera follia. La mancanza di libertà, l’impossibilità di autodeterminarsi, l’essere privata dei propri affetti, l’allontanamento dal mondo “reale”.

Dai miei visceri partì un urlo lancinante, un’ invocazione spasmodica diretta ai miei figli e mi misi a urlare e a calciare con tutta la forza che avevo dentro, con il risultato che fui legata e martellata di iniezioni calmanti. 

Ma può essere davvero questa la “soluzione” ad un male così oscuro, che silenziosamente si impossessa della mente e la offusca? Il totale allontanamento dalla vita, l’elettroshock, terapie farmacologiche aggressive possono realmente giovare a chi di contatto con il mondo ha forse più bisogno di chiunque altro?

Ciò che è certo è che la Merini, con la sua estrema sensibilità e con un’audacia senza paragoni, non si è lasciata intimorire da questa esperienza claustrofobica ed estraniante. Il mostro della malattia, sempre incombente, non le ha impedito di amare la vita e le gioie che essa le ha regalato. Anzi, trasformare questo male da una condizione limitante ad uno “stato di grazia”, che le ha garantito uno sguardo diverso e più profondo sul mondo, è forse la prima testimonianza del coraggio e della grandezza di questa mente immensa. 

di Francesca De Fanis per MIfacciodiCultura

Non tutti sanno che Pietro Mennea detiene un record mondiale che resiste da 36 anni. Ancora imbattuto, neanche Usain Bolt è riuscito a strapparglielo: quello dei 150 metri piani.

Mennea

 

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Non tutti sanno che Pietro Mennea detiene un record mondiale che resiste da 36 anni. Ancora imbattuto, neanche Usain Bolt è riuscito a strapparglielo: quello dei 150 metri piani.

 

Un ricordo – Il 21 marzo 6 anni fa ci lasciava Pietro Mennea, la Freccia del Sud più veloce del mondo – La sua fantastica storia.

 

Pietro Mennea

 

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Un ricordo – Il 21 marzo 6 anni fa ci lasciava Pietro Mennea, la Freccia del Sud più veloce del mondo – La sua fantastica storia.

Ecco tutta la storia di Pietro Mennea, il più grande velocista europeo della storia. Fu per 17 ani primatista mondiale dei 200 metri.

Nel mondo dell’atletica leggera italiana è stato un mito. Il campione più acclamato nonostante un carattere schivo e, a volte, anche spigoloso.
Ma lui, Pietro Menea, la cosiddetta Freccia del Sud, orgoglio di Barletta, della Puglia e di tutta l’Italia è rimasto nei cuori degli sportivi per il suo talento, la sua perseveranza, la sua voglia di vincere fatta di tanti sacrifici e di allenamenti durissimi.

La sua storia

Nasce in una modesta famiglia di Barletta. Il padre è sarto e la mamma casalinga. Dopo le medie si iscrive a ragioneria. A 15 anni, su uno stradone di Barletta, sfidava in velocità una Porsche color aragosta e un’Alfa Romeo 1750 rossa: a piedi, sui 50 metri, batteva l’una e l’altra e guadagnava le 500 lire per pagarsi un cinema o un panino. Prosegue gli studi all’Isef.

Sposa Manuela Olivieri, avvocatessa. Si laurea a Bari una prima volta in scienze politiche, su consiglio di Aldo Moro, allora ministro degli Esteri. Poi consegue anche le lauree in giurisprudenza, scienze dell’educazione motoria e lettere. Pietro Mennea esercitava la professione di avvocato ed è stato autore di venti libri.

Nel 2000 il nome di Mennea tornò agli onori delle cronache quando l’Università degli Studi dell’Aquila, presso cui aveva partecipato a un concorso per la cattedra di Sistematica, regolamentazione e organizzazione dell’attività agonistica presso la facoltà di Scienze motorie, gli propose l’assunzione, essendosi classificato primo in graduatoria, ma, giudicando la posizione di professore a contratto (istituto di diritto privato) incompatibile con la carica di membro del Parlamento europeo (carica di natura pubblica), gli chiese le dimissioni da quest’ultimo. La vicenda provocò polemiche e interrogazioni parlamentari. Tuttavia il Governo Amato II, rappresentato dall’allora Sottosegretario di Stato per l’Università e la Ricerca Scientifica e Tecnologica on. Luciano Guerzoni, diede ragione all’Università.

Mennea è stato docente a contratto di Legislazione europea delle attività motorie e sportive presso la Facoltà di Scienze dell’Educazione Motoria dell’Università “Gabriele d’Annunzio” di Chieti-Pescara.

Nel 2006 ha dato vita insieme alla moglie alla “Fondazione Pietro Mennea”, onlus di carattere filantropico, che effettua donazioni e assistenza sociale a enti caritatevoli o di ricerca medico-scientifica, associazioni culturali e sportive, attraverso progetti specifici. Lo scopo secondario è di carattere culturale e consiste nel diffondere lo sport e i suoi valori, nonché promuovere la lotta al doping.

Oltre alla carriera sportiva, ha operato come curatore fallimentare e insegnante di educazione fisica, eurodeputato (a Bruxelles dal 1999 al 2004) e commercialista.

Nel 2010, insieme alla consorte (entrambi legali con studio a Roma, ubicato vicino al tribunale civile), si occupa di class action negli Stati Uniti per difendere alcuni risparmiatori italiani finiti nel crac della Lehman Brothers.

Nel marzo del 2012 la città di Londra, nell’ambito delle iniziative connesse ai Giochi olimpici di Londra 2012, dedica all’ex atleta barlettano, una stazione della metropolitana cittadina (High Street Kensington).

Muore il 21 marzo 2013, in una clinica di Roma, a causa di una grave malattia. Avrebbe compiuto a giugno 61 anni.

La carriera sportiva

Mennea iniziò la sua lunga carriera atletica internazionale nel 1971, quando debuttò ai Campionati europei con un terzo posto nella staffetta 4×100 metri e un sesto nei 200 metri. Fece il suo debutto olimpico a Monaco di Baviera, ai Giochi olimpici estivi del 1972, dove raggiunse la finale dei 200 m, la specialità nella quale era più forte.[2] Tagliò il traguardo al terzo posto, dietro al sovietico Valerij Borzov e all’americano Larry Black. A questa sarebbero seguite altre tre finali olimpiche nella stessa specialità.

Ai Campionati europei del 1974, Mennea vinse l’oro nei 200 m davanti al pubblico di casa di Roma, e si piazzò secondo nei 100 m (dietro a Borzov, suo rivale storico) e nella staffetta veloce. Dopo alcune prestazioni deludenti, nel 1976 Mennea decise di saltare i Giochi olimpici, ma il pubblico italiano protestò e Mennea andò a Montréal. Riuscì a qualificarsi per la finale dei 200 m, ma vide l’oro finire nelle mani del giamaicano Don Quarrie, mentre lui finì ai piedi del podio, quarto. Lo stesso risultato, mancando di poco il bronzo, venne raggiunto nella staffetta 4×100 metri. Nel 1978, a Praga, difese con successo il suo titolo europeo dei 200 m, ma mostrò le sue doti anche sulla distanza più breve, vinta anch’essa. In quell’anno si aggiudicò anche l’oro nei 400 metri piani agli europei al coperto.

Nel 1979, Mennea, studente di scienze politiche, prese parte alle Universiadi, che si disputavano sulla pista di Città del Messico. Il tempo con cui il 12 settembre vinse i 200 metri piani, 19″72, era il nuovo record del mondo: esso resistette per ben 17 anni, ma va tenuto conto del fatto che fu ottenuto correndo a oltre duemila metri di quota come del resto il precedente primato, stabilito da Tommie Smith sempre a Città del Messico (si noti comunque che Mennea detenne anche il record del mondo a livello del mare dal 1980 al 1983, con 19″96, tempo stabilito nella sua città natale, Barletta). Il record venne battuto da Michael Johnson ai trials statunitensi per le Olimpiadi del 1996.

In quanto detentore del primato mondiale, Mennea era senz’altro uno dei favoriti per l’oro olimpico a Mosca anche a causa del boicottaggio statunitense delle Olimpiadi del 1980. Nella finale dei 200 m, Mennea affrontò il campione uscente Don Quarrie e il campione dei 100 m Allan Wells. Wells sembrò dirigersi verso una vittoria netta ma Mennea gli si avvicinò sul rettilineo e lo sopravanzò negli ultimi metri, aggiudicandosi l’oro per 2 centesimi di secondo. Vinse anche il bronzo con la staffetta staffetta 4×400 metri.

Mennea, soprannominato la Freccia del Sud, nel 1981 annunciò il suo ritiro concedendosi più tempo per lo studio. Successivamente ritornò sui suoi passi e l’anno dopo prese parte agli europei gareggiando però solo nella 4×100 che arrivò quarta.

Il 22 marzo 1983 stabilì il primato mondiale (manuale) dei 150 metri piani, con 14″8 sulla pista dello stadio di Cassino: questo primato è ancora imbattuto, perché il tempo di 14″35 stabilito il 17 maggio 2009 da Usain Bolt a Manchester non è stato omologato dalla Federazione in quanto stabilito su pista rettilinea.

Successivamente partecipò alla prima edizione dei mondiali che si svolse ad Helsinki dove vinse la medaglia di bronzo nei 200 e quella d’argento con la staffetta 4×100. Un anno dopo, scese in pista nella sua quarta finale olimpica consecutiva dei 200 m, primo atleta al mondo a compiere tale impresa. In quest’occasione, anche se campione uscente, terminò al settimo posto e, a fine stagione, si ritirò dalle competizioni per la seconda volta.

Ancora una volta, Mennea fece il suo ritorno e gareggiò nelle sue quinte Olimpiadi a Seul nel 1988, sempre nei 200 metri, dove si ritirò dopo aver superato il primo turno delle batterie. In quest’edizione dei Giochi fu alfiere portabandiera della squadra azzurra durante la cerimonia d’apertura.

Dal punto di vista tecnico Mennea (come in seguito Carl Lewis ) aveva una partenza dai blocchi relativamente lenta ma progressivamente accelerava riuscendo a raggiungere velocità di punta superiori a qualunque atleta. Questa partenza lenta ha relativamente penalizzato le sue prestazioni sui 100 metri (dove comunque ha primeggiato a livello europeo), mentre le gare sui 200 si concludevano spesso con rimonte ai limiti del prodigioso (come la finale delle olimpiadi di Mosca). Sempre grazie alla sua eccezionale velocità di punta le ultime frazioni e le relative rimonte di Mennea nella 4×100 (nelle quali partiva lanciato) erano impressionanti per la superiorità sugli altri atleti.

Un Cult – Mariangela Melato e Giancarlo Giannini in “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto”

 

cult

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Un Cult – Mariangela Melato e Giancarlo Giannini in “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto”

Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto con Mariangela Melato e Giancarlo Giannini, regia di Lina Wermuller fu un vero cult degli anni ’70.

Tra le parti più indimenticabili del film sono gli insulti di Gennarino nei confronti di Raffaella, ingiurie in cui si ritrova tutta l’amarezza e la rabbia della classe operaia nei confronti della “razza padrona”. Fra i due, Gennarino è forse il personaggio più complesso: rappresenta il proletariato sfruttato del sud che si ribella all’oppressione del capitalismo industriale del nord. Ma Gennarino non riesce veramente, come molti suoi contemporanei, a stare al passo coi tempi. Non comprende che la rivoluzione operaia dovrebbe andare di pari passo con altre rivoluzioni, una fra tutte quella femminista, e quindi da una parte riscatta la sua classe oppressa ma dall’altra continua a molestare e tormentare Raffaella non solo in quanto rappresentante del capitalismo industriale, ma anche in quanto donna.

Secondo la filosofia pratica di Gennarino, le donne servono solo per lavare le mutande degli uomini. Quindi se da una parte ridiamo, nostro malgrado, quando Gennarino impartisce la sua punizione fatta di calci e schiaffi a Raffaella mentre declama il catalogo delle colpe della sua classe per l’aumento della carne, del parmigiano, della benzina, per gli ospedali che non funzionano, per l’evasione fiscale, dall’altra non possiamo non sentire un profondo disagio quando lo stesso Gennarino schiavizza Raffaella facendole lavare la sua biancheria, facendosi servire, schiaffeggiandola e violentandola. Gennarino non capisce che il sessismo è una forma di oppressione equiparabile allo sfruttamento del proletariato.

Raffaella, d’altra parte, è politicamente conservatrice e razzista, anticlericale ma anche sessualmente emancipata. La sua trasformazione e sottomissione sull’isola, per quanto difficili da comprendere, rappresentano una liberazione dalle convenzioni della sua vita precedente. Forse solo una volta arrivata su un’isola deserta Raffaella si rende conto di quanto sia stata infelice per tutta la sua vita precedente. La teme ma, una volta tornata, non può non riaccostarvisi.

Il film offre uno spaccato di vita impossibile, il ritorno a una condizione primitiva che la regista ha definito ritorno alla natura, ai ruoli tradizionali di uomo e donna. A quarantacinque anni di distanza i due naufraghi fanno ancora discutere: Gennarino a causa del suo atteggiamento violento e sessista e Raffaella per i suoi modi razzisti. Ma, a pensarci bene, non sono poi così anacronistici. Basta dare uno sguardo alle prime pagine per trovare tanti personaggi fin troppo simili a Raffaella e Gennarino anche nel nostro secolo.

Ricordava la mitica Mariangela Melato “per due mesi Lina (Wermuller) ci obbligava, me e Giancarlo, a pestarci a sangue, come ricorderà chi ha visto il film. E non erano botte tanto finte, da cinema, ma erano sberle, calci, spintoni, slogature vere, si era in pieno realismo e ci sono rimaste le ammaccature e i lividi anche tornati a Roma». Nel film la Melato è una ricca signora snob alla milanese e Giannini il proletario al suo servizio: naufraghi, sarà un redde rationem sociale senza esclusione di colpi.

 

 

 

Per non dimenticare: 16 marzo 1968, il massacro di My Lai in Vietnam – Quando i soldati del Glorioso Esercito Americano massacrarono 504 civili inermi, torturando i vecchi, stuprando le donne e ammazzando senza pietà bambini e neonati…!

 

16 marzo

 

 

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Per non dimenticare: 16 marzo 1968, il massacro di My Lai in Vietnam – Quando i soldati del Glorioso Esercito Americano massacrarono 504 civili inermi, torturando i vecchi, stuprando le donne e ammazzando senza pietà bambini e neonati…!

 

Il massacro di Mỹ Lai, conosciuto anche come massacro di Sơn Mỹ, fu un massacro di civili inermi che avvenne durante la guerra del Vietnam, quando i soldati statunitensi della Compagnia C, 1º Battaglione, 20º Reggimento, 11ª Brigata della 23ª Divisione di Fanteria dell’esercito statunitense, agli ordini del tenente William Calley, uccisero 504 civili inermi e disarmati, principalmente anziani, donne, bambini e neonati.

I soldati americani – senza pietà – torturarono i vecchi, stuprarono le donne, uccisero anche i bambini e i neonati

Il massacro avvenne il 16 marzo 1968 a My Lai, una delle quattro frazioni raggruppate nei pressi del villaggio di Sơn Mỹ, sito nella provincia di Quang Ngai e a circa 840 chilometri a nord di Saigon. I soldati si abbandonarono anche alla tortura e allo stupro degli abitanti. Come fu poi riferito da un tenente dell’esercito sudvietnamita ai suoi superiori, fu la vendetta per uno scontro a fuoco con truppe Viet Cong che si erano mischiate ai civili.

“I soldati puntarono le armi alle nostre teste e ci costrinsero a entrare nei rifugi antiaerei. Spinta dall’istinto di proteggerci, e sapendo che i soldati avevano già ucciso i nostri vicini, nostra madre ci fece entrare per primi nel rifugio. Aveva in braccio mia sorella di due anni. Mentre mia madre stava entrando, i soldati presero a lanciare granate. I miei familiari, mia madre e mia sorella, furono fatti a pezzi. Di mia sorella non rimase nulla e io svenni all’interno del rifugio”.

“C’era un uomo con due bimbi al seguito e un cestino in mano che andava incontro ai soldati, sul volto la disperazione. Gridava ‘No VC, No VC, No VC!’. Cercava di dire che loro non erano vietcong. Uno dei militari, non fece una piega. Sparò a tutti e tre”

La strage fu arrestata dall’equipaggio di un elicottero statunitense in ricognizione, che atterrò tra i soldati americani e i superstiti vietnamiti. Il pilota, il sottufficiale Hugh Thompson, affrontò le truppe, ordinando di puntare le armi (dell’elicottero) contro di loro e aprire il fuoco se non si fossero arresi. I soldati a quel punto si fermarono, e Thompson fece evacuare i civili sopravvissuti. Solo il comandante del plotone è stato condannato all’ergastolo per omicidio, ma venne graziato dopo appena tre anni dal presidente Nixon.

By Eles

 

“C’era un uomo con due bimbi al seguito e un cestino in mano che andava incontro ai soldati, sul volto la disperazione. Gridava ‘No VC, No VC, No VC!’. Cercava di dire che loro non erano vietcong. Uno dei militari, non fece una piega. Sparò a tutti e tre”

Un Cult – L’indimenticabile Carosello di Cimabue.

 

Cimabue

 

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Un Cult – L’indimenticabile Carosello di Cimabue.

Dom Bairo è uno storico amaro italiano a base di vino aromatizzato alle erbe molto apprezzato negli anni ’70 e ormai fuori produzione da tempo. L’amaro fu pubblicizzato, dal 1972 al 1976, da una nota serie di caroselli, Le avventure di Cimabue, realizzati gracamente da Paolo Piarerioper la Gamma Film.

Il protagonista delle animazioni era uno sfortunato fraticello di nome appunto Cimabue che veniva costantemente canzonato dai suoi confratelli ogni volta (sempre praticamente) commetteva qualche sciocchezza.

Le avventure di Cimabue” il titolo delle pubblicità dell’amaro  Dom Bairo.

“Oggi fu giorno di letizia per lo convento e per li frati tutti” così iniziavano gli spot con Cimabue che volonterosamente si prestava a fare ogni cosa non combinandone mai una giusta, tanto che i frati gli intonavano in coro: “Cimabue, Cimabue, fai una cosa, ne sbagli due”.

Lui non ci sta e reagisce: “Ma che cagnara, sbagliando si impara!”

Finchè il Frate Priore che è un intenditore tirò fuori un liquore al mondo raro. Anno di grazie 1452, nacque così Dom Bairo, l’uvamaro. Amaro di uva, bontà e benessere di preziose uve silvane ed erbe salutari…

Un Cult: Frankenstein Junior – La mitica cena e la frase motivatrice di Igor…

 

Frankenstein Junior

 

 

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Un Cult: Frankenstein Junior – La mitica cena e la frase motivatrice di Igor…

Una delle scene più divertenti… A cena dopo l’esperimento fallito:

Inga: Oh, dottore, lei non deve torturarsi in questo modo, deve cercare di evitare di pensarci. Guardi lì, non ha nemmeno toccato suo cibo!

Frederick: … ecco! [sbatte le mani sul suo piatto] ora lo ho toccato, contenta?!

Igor: E già… [Con tono pacato e confidenziale] Eh già, non dimenticherò mai il mio povero babbo. Quando questo capitava a lui, be’, sa che cosa soleva dirmi?

Frederick: …Cosa diceva?

Igor: …”Quando la sorte ti è contraria e mancato ti è il successo, smetti di far castelli in aria e va a piangere sul…!”

 

Mostro: Mmm!

Igor: Questo cos’è?

Dr. Frankenstein: Torta di mele della nonna.

Mostro: Mmm!

Dr. Frankenstein: Ti piace eh? Io non vado matto per i dolci, sai, però ti capisco.

Igor: Ma a chi sta parlando?

Dr. Frankenstein: A te. Hai fatto un verso da ghiottone, quindi ti piace il dolce.

Igor: Io non ho fatto nessun verso, ho solo chiesto che cos’era.

Dr. Frankenstein: Ma sì, ti ho sentito.

Igor: Non ero io.

Inga: Io nemmeno.

Dr. Frankenstein: Ah scusate ma, se non eri tu e neppure…

Mostro: Mmm! Mmm! 

Un Cult: Il mitico balletto di Stanlio e Ollio sulle note di At the Ball, That’s All!

 

 

Stanlio e Ollio

 

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Un Cult: Il mitico balletto di Stanlio e Ollio sulle note di At the Ball, That’s All!

I Fanciulli del West nella prima versione italiana e Allegri Vagabondi nella successiva ridoppiata degli anni ’80 è un film straordinario del duo più amato al mondo che si segnala per trovate comiche godibilissime ancorché improbabili, come il pollice accendino di Stanlio che sfregandolo con le altre dita si accende gettando il compare nel più incredulo sconcerto possibile e per le bellissime esibizioni canore dei due.

Ma la scena cult del film è il mitico balletto sulle note di At the Ball, That’s All!

Questo balletto è un vero e proprio inno alla gioia, che riempie il cuore ogni volta che lo si vede…

Amarcord – “La storia infinita”, il capolavoro di Michael Ende, il libro cult dei ragazzi negli anni Ottanta e Novanta, compie 40 anni.

 

La storia infinita

 

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Amarcord – “La storia infinita”, il capolavoro di Michael Ende,  il libro cult dei ragazzi negli anni Ottanta e Novanta, compie 40 anni.

“La storia infinita”: il capolavoro scritto da Michael Ende compie 40 anni

Divenuto famoso soprattutto grazie al lungometraggio di Wolfgang Petersen, il romanzo di Michael Ende è ormai un vero e proprio classico della letteratura per ragazzi: ma quando uscì quarant’anni fa, “La storia infinita” fu molto più di questo. L’indimenticabile regno abitato dai Mordipietra ha dimostrato che, attraverso la fantasia, pensare un altro mondo era possibile.

Esiste un libro che, per chi era ragazzo negli anni Ottanta e Novanta (e non solo), è stato un vero e proprio best seller: si tratta de “La storia infinita”, del tedesco Michael Ende. In Italia arriva nel 1981, poco prima del celeberrimo adattamento cinematografico di Petersen, ma la prima edizione risale al 1979: esattamente quarant’anni fa. Un best seller in senso classico, con 10 milioni di copie vendute e traduzioni in oltre 40 lingue. Ma anche in senso più ampio, perché ha letteralmente reinventato un genere letterario e, soprattutto, perché ha parlato ai più giovani e non di una risorsa fondamentale ma spesso taciuta e dimenticata dall’essere umano: la fantasia.

“Restituire al mondo il suo segreto sacro e all’uomo la sua dignità” e “ridare alla vita magia e mistero”: questa è stata l’ispirazione che ha spinto Ende a scrivere un romanzo che, oltre che ai bambini, parla anche e soprattutto agli adulti. E lo fa non per risvegliare l’infante nascosto dentro ognuno di noi, né per spronarci a guardare il mondo con i suoi occhi: ma per ricordare che, sia da bambini che da adulti, rinnegare l’enorme potere della fantasia e dell’immaginazione non aiuta ad affrontare il mondo in modo più lucido e consapevole. È, secondo Ende, proprio nel guardare alla realtà come se fosse un mondo fantastico che possiamo in ogni momento modificare che sta il vero cambiamento.

Bastiano, l’eroe del libro nel libro

I ventisei capitoli scritti da Ende sono ricchissimi di avventure, personaggi e avvenimenti collegati l’uno agli altri da un abile gioco combinatorio: lo stesso romanzo altro non è che un libro nel libro. È proprio attraverso le pagine di un vecchio tomo rilegato che avviene l’incontro fra il piano “reale” e quello “fantastico”: Bastiano sta scappando dall’ennesimo brutto scherzo dei suoi compagni di classe quando si ritrova nella libreria del signor Coriandoli dove ruba, incuriosito, un misterioso libro intitolato “La storia infinita”.

Bastiano è un bambino solitario e chiuso in se stesso: l’improvvisa morte della madre e l’incomunicabilità con il padre lo spingono a rifugiarsi nella lettura di storie fantastiche. Nel mondo immaginato da Ende è in qualche modo il libro a trovare lui perché, anche se inconsapevolmente, il bambino ha già dentro di sé la scintilla del cambiamento. Un cambiamento che avverrà entrando, letteralmente, nel mondo di Fantàsia, e partecipando attivamente alle sue avventure: leggendo, Bastiano si trova di fronte ad un mondo in pericolo, dove il Nulla rischia di inghiottire tutte le forme di vita e gli abitanti.

Come sempre accade, anche questa storia ha un eroe: inizialmente Bastiano lo identifica in Atreiu, coraggioso bambino guerriero del popolo dei Pelleverde, al quale l’Imperatrice Bambina affida il compito di salvare il suo regno. Proseguendo con la lettura Bastiano si accorge di esserne egli stesso protagonista, riuscendo ad influenzare gli eventi narrati: è qui che i due piani del reale e del fantastico si sdoppiano, quando cioè il bambino si accorge di essere egli stesso l’eroe che salverà Fantàsia.

Ma come ogni atto eroico, anche questo comporta un sacrificio: più si immedesima nella storia, più Bastano perde il contatto con la propria realtà. Quanto più diventa simile ad Atreiu, coraggioso e forte, quanto più perde la cosa più preziosa che ha: i suoi ricordi. Sarà solo alla fine di una lunghissima serie di difficoltà e consapevolezze che Bastiano comprenderà che la vera missione è quella di salvare se stesso, e non Fantàsia.

Vivere la fantasia o fuggire la realtà?

“Ma ci sono cose che non si possono capire con la riflessione, bisogna viverle”: quest’unica frase, tratta dal romanzo, riassume appieno il senso del libro. L’insegnamento più importante che Ende ha regalato alle generazioni cresciute con “La storia infinita” è stato quello che anche la fantasia può essere vissuta: vissuta e sfruttata per creare qualcosa di nuovo, e non semplicemente per fuggire ciò che già esiste e non va come vorremmo. Bastiano vive sulla propria pelle il potere rivoluzionario della fantasia, e riesce a farlo perché essa non è un mero esercizio stilistico o una banale uscita d’emergenza dalla vita.

Michael Ende impiegò molto più tempo del previsto a scrivere il suo romanzo. Alle pressanti richieste dell’editore, raccontava, si trovava a dover rispondere: “Non posso darti niente, Bastiano non torna più indietro. Cosa devo fare? Devo aspettare il momento giusto, quando emergerà dal personaggio stesso la necessità di ritornare”. Ed è stato il ricordo, e quindi il suo legame con il suo essere più profondo e non privo di contraddizioni, a far sì che Bastiano finalmente tornasse.

In questo senso “La storia infinita” è molto più che un fantasy fiabesco, o un libro per ragazzi: molti lo hanno definito un vero e proprio romanzo di formazione. Ma c’è ancora qualcosa che sfugge a questa etichetta: negli anni in cui Ende scrive il libro, le giovani generazioni stanno iniziando a scoprirsi figlie di un mondo che non esiste più, ma che ha lasciato delle tracce indelebili, dolorose, nella loro vita. Molti di questi stessi giovani accusarono lo scrittore di “escapismo”, ovvero di aver suggerito che l’unica alternativa possibile fosse fuggire da quel mondo: Ende non la pensava così. Ende credeva che la fantasia, insieme al ricordo, non cancella l’identità, semmai la forma per il futuro. È soltanto chi non è capace di assumere su di sé tutto il peso di questa avventura impossibile ma estremamente reale, che non esce più da essa.

fonte: https://www.fanpage.it/la-storia-infinita-il-capolavoro-scritto-da-michael-ende-compie-40-anni/

Un Cult: Banana Joe alle prese con la burocrazia…

 

Banana Joe

 

 

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Un Cult: Banana Joe alle prese con la burocrazia…

 

Banana Joe – L’idea del film venne allo stesso attore protagonista Bud Spencer che la propose a Steno chiedendogli se poteva essere interessante per trarne una commedia leggera e divertente. Steno trovò nell’idea eccellente. Una degna continuazione della serie di Piedone.

Bud Spencer con la sua idea denunciava, in modo neanche velato, l’invasione del capitalismo, l’industrializzazione incombente e la burocrazia inefficiente; una critica della società e di alcune tipologie di esseri umani che erano già alla base della saga poliziesca di Piedone.

Bud, una novità, firmò il soggetto con il suo vero nome, Carlo Pedersoli, mentre la sceneggiatura venne scritta da Mario Amendola, Bruno Corbucci e Steno.

Una curiosità: il film uscito l’8 Aprile del 1982 in Italia non ebbe un clamoroso successo, piazzandosi solo al 90° posto dei film più visti della stagione 1981/82. Ebbe un colossale ritorno, invece, in Germania, Spagna ed in Sudamerica, dove è divenuto un vero e proprio cult, tanto che in Germania non è affatto difficile imbattersi in persone che indossano la maglietta o un indumento con la serigrafia di Banana Joe.

Ecco Banana Joe alle prese con la burocrazia…