Chi è Nadia Murad, premio Nobel per la Pace 2018 insieme a Denis Mukwege – La Yazida, fatta schiava dall’Isis e sottoposta a ogni tipo di abuso, che oggi lotta per i diritti umani e contro ogni forma di oppressione

 

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Chi è Nadia Murad, premio Nobel per la Pace 2018 insieme a Denis Mukwege – La Yazida, fatta schiava dall’Isis e sottoposta a ogni tipo di abuso, che oggi lotta per i diritti umani e contro ogni forma di oppressione

 

Il 5 ottobre 2018 a Oslo è stato assegnato il Premio Nobel per la Pace 2018. Ad aggiudicarselo quest’anno sono stati Denis Mukwege e Nadia Murad per i loro sforzi nel porre fine all’uso della violenza sessuale come arma di guerra.

Nadia Murad è una delle circa 3.000 ragazze e donne yazide che sono state vittime di stupri e altri abusi dai miliziani Isis. Gli abusi erano sistematici e facevano parte di una strategia militare.

Denis Mukwege è colui che ha ripetutamente condannato l’impunità per lo stupro di massa e ha criticato il governo congolese e altri paesi per non aver fatto abbastanza per fermare l’uso della violenza sessuale contro le donne come strategia e arma di guerra.

Nadia Murad

Il Nobel è un ulteriore importante riconoscimento della comunità internazionale alla ragazza irachena 25enne appartenente alla minoranza yazida, che ha sperimentato in prima persona le violenze e gli abusi perpetrati dall’Isis.

Murad, insieme ad altre cinquemila tra donne e bambine, era diventata una schiava, comprata e venduta più volte dai combattenti del sedicente Stato islamico, e aveva subito ogni tipo di abuso fisico, sessuale e psicologico prima di riuscire a scappare nel novembre del 2014.

Dopo la fuga era diventata il volto della campagna per liberare il popolo yazida dalla brutale prigionia nelle mani dell’Isis. Le Nazioni Unite stimano che circa 3.500 persone, soprattutto donne e bambini, si trovino ancora in stato di schiavitù in Iraq.

Definendo la tragedia che ha colpito il popolo yazida un genocidio, ha inoltre denunciato la sostanziale indifferenza del “mondo libero” di fronte a queste atrocità.

La sua storia

Nadia aveva 19 anni quando fu catturata dai miliziani dell’Isis nel 2014. Venne sottoposta ad abusi sessuali, dopo essere stata venduta come schiava sessuale innumerevoli volte. Dopo mesi di torture fisiche e psicologiche, la giovane yazida è riuscita a fuggire e salvarsi.

Insieme alla sua famiglia, Nadia viveva nel villaggio di Sinjar, nell’Iraq nord occidentale. Aveva una vita semplice, come lei stessa ha raccontato al Time, che l’ha nominata fra le 100 persone più influenti del mondo. “Ero la più piccola di tanti fratelli, ma sono stata più fortunata di loro, perché ero riuscita ad andare a scuola, a studiare e mi stavo preparando per superare dei corsi di scuola superiore. Sognavo di fare l’insegnante di storia o di lavorare in un salone di bellezza, come estetista”.

La sua vita procedeva regolarmente tra casa e scuola, fino al 15 agosto del 2014 quando l’Isis arrivò nel suo villaggio portandosi dietro una scia di sangue e di massacri indiscriminati.

Quel giorno 700 fra uomini e donne vennero rapiti, trascinati verso la periferia del villaggio e uccisi. Tra le vittime anche sei dei suo fratelli. Ma la mattanza non era finita. I miliziani tornarono e rapirono con la forza sessanta donne, tra cui la madre di Nadia, poi massacrate perché ritenute troppo vecchie per essere schiavizzate.

 

“Non avevo certezza che gran parte della mia famiglia fosse stata uccisa, fino a quando non lontano da qui non sono state trovate delle fosse comuni. Diciotto persone, tra cui sei fratelli, mia madre, le mogli dei miei fratelli e i miei nipoti, sono state rinvenute lì dentro”, ha raccontato ancora Nadia.

Anche lei non è stata fortunata. Fu rapita insieme ad altre 150 ragazze di età compresa fra i 9 e i 28 anni, a Mosul, e venne rinchiusa all’interno di veri e propri centri di distribuzione, dove i miliziani dell’Isis costringevano le donne a vivere e dove queste ultime venivano usate e sfruttate come schiave sessuali.

“Ci usavano per tutto il tempo che volevano, poi una volta finito ci riportavano al centro. Io sono riuscita a fuggire, a differenza di tante altre ragazze meno fortunate. Dopo essere scappata via, ho vissuto per circa un anno all’interno di un campo profughi in Iraq, poi sono riuscita a emigrare in Germania grazie al sostegno di un’associazione che fornisce aiuto e supporto alle vittime sopravvissute dell’Isis”, ha sottolineato la giovane donna.

Grazie all’organizzazione Yazda, nel dicembre del 2015 Nadia ha trovato il coraggio di portare alla luce e all’attenzione della comunità internazionale i crimini commessi dai miliziani dell’Isis ai danni della minoranza curda degli yazidi.

Attraverso il sostegno dell’associazione, la giovane è riuscita a parlare davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, con lo scopo di sensibilizzare la comunità e i media su quello che è stato definito un “genocidio” compiuto ai danni di un popolo.

“Più di 6500 tra donne e bambini sono stati costretti a vivere sotto le continue minacce degli uomini del Califfato, mentre 1200 bambini maschi sono stati strappati alle loro famiglie e addestrati come futuri jihadisti. Tra questi c’è anche mio nipote Malik”, ha raccontato tra le lacrime la giovane sopravvissuta.

Denis Mukwege

Denis Mukwege è un medico e attivista congolese, della Repubblica Democratica del Congo. Specializzato in ginecologia e ostetricia, ha fondato nel 1998 il Panzi Hospital, ospedale in cui è diventato il massimo esperto mondiale nella cura di danni fisici interni causati da stupro. Nel 2014 era stato insignito dal Parlamento europeo con il Premio Sakharov per la libertà di pensiero.

Mukwege è diventato un punto di riferimento, non solo nel Congo ma per tutta la comunità internazionale, per l’assistenza e l’aiuto delle persone che hanno subito violenze sessuali in guerra e nei conflitti armati. In più di un’intervista, il medico e attivista ha detto che “la giustizia è un affare di tutti” e per questo tutti, a qualsiasi costo, hanno il dovere di denunciare i casi di violenze.

Dura la posizione di Mukwege nei confronti del governo congolese. Il medico ha più volte puntato il dito contro il governo accusandolo di non avere fatto abbastanza per porre un freno alla piaga delle violenze sessuali. Accusa che Mukwege ha esteso ad altri governi in giro per il mondo.

fonte:  https://www.tpi.it/2018/10/06/denis-mukwege-nadia-murad-nobel-pace-2018/

Il “testamento” della mitica Franca Valeri: il femminismo è sentimento, non militanza

 

Franca Valeri

 

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Il “testamento” della mitica Franca Valeri: il femminismo è sentimento, non militanza

Firenze rende omaggio a Franca Valeri
Il ‘testamento’ di Franca Valeri: il femminismo è sentimento, non militanza

Nel Teatro della Compagnia, dove il sindaco Dario Nardella le ha consegnato le Chiavi della Città, Franca Valeri era coinvolta nel festival l”Eredità delle donne’

Un mito, una leggenda. Una grandissima: vecchiaia, comicità, sentimenti, teatro, cinema: una specie di ‘testamento pubblico’, condito da tanta ironia, su vari temi, persino il rapporto con Sofia Loren.
Un ‘testamento’ che l’attrice Franca Valeri ha condiviso a Firenze dove una sala, colma e in piedi, l’ha applaudita a lungo. Nel Teatro della Compagnia, dove il sindaco Dario Nardella le ha consegnato le Chiavi della Città, Franca Valeri era coinvolta nel festival l”Eredità delle donne’ rassegna-staffetta fra le generazioni promossa da Fondazione Cr Firenze.
Intervistata da Serena Dandini, direttrice artistica della manifestazione, ha dispensato consigli, osservazioni, ricordi, offrendoli con levità proprio come se volesse lasciare – oltre i suoi scritti, libri e testi – un’eredità morale e culturale a chi verrà dopo.
“E’ importante trasmettere alle giovani donne il messaggio che non si dimentichino mai di essere intelligenti”, ha detto Franca Valeri. “Le donne sono importanti se sono coscienti di essere da questa parte” dell’umanità. “Si sa che sono necessarie, non si può farne a meno – ha proseguito – sapere questo è una forma di femminismo, anche se a me non è mai piaciuto il termine perché bisogna che siano coscienti che non è una militanza, è un sentimento”.
Franca Valeri, 98 anni, dopo aver confessato di “aver sempre avuto la sensazione che sopra di me c’era una testa che non era quella di una vecchia”, ha detto: “La vecchiaia non piace a nessuno, però è un sentimento che matura a poco a poco ed è una forma di pudore essere preparati alla vecchiaia”. “Non ci si può arrivare impreparati, per esempio tagliarsi, come fanno tutte, la faccia”, ha alluso ai lifting. E, entrando nell’ambito più strettamente professionale l’artista, ha suggerito, con garbo antico, che “è bello parlare poco e vedere che ti ascoltano. La misura è il segreto dei grandi autori, una parola di più guasta il testo, bisogna stare attenti”. Mentre sull’arte di saper far ridere, lei attrice comica, ha spiegato: “Quando senti che parte la risata del pubblico è un momento di felicità assoluta”.
“Sapevo di avere questo dono di natura, lo vedevo anche in casa mia, dove anche gente impensabile – ha ironizzato – come mio padre e mia madre, ridevano. Saper di avere la capacità di far ridere è una cosa tra le più belle che mi potevano capitare” nella vita. Invitata a un confronto con Sofia Loren, con cui lavorò insieme e a cui è legata da lunghissima amicizia, Franca Valeri ha concordato di esser stata considerata, a suo tempo, un esempio di donna “molto moderna” nell’immaginario collettivo. “Ma – ha specificato lei stessa sorridendo – con una differenza abissale con Sofia: la sua bellezza. E io, anche nel film, non ho mai mostrato invidia”.
Ha ricordato che “quando Sofia, oltre la bellezza, accettò una parte dove essere più modesta – Sofia è una donna molto intelligente -, e si mise nelle mani di De Sica, le ha fatto fare un personaggio molto bello che unisce la modestia e la bellezza insieme, che è cosa rara”. “Ogni tanto ci vediamo e lei mi ricorda come un momento bello della sua vita”, ha aggiunto. Tra i ricordi c’è proprio ‘Il segno di Venere’. “Doveva essere con due sorelle – ha detto – ma quando è stata scritturata Sofia, fu capito che difficilmente si poteva fare così. Allora diventammo due cugine!”.

 

fonte: https://www.globalist.it/teatro/2018/09/22/il-testamento-di-franca-valeri-il-femminismo-e-sentimento-non-militanza-2031176.html