Martin Luther King, 14 ottobre 1964 – Ad un “nero” il premio Nobel per la pace, senza neanche dover bombardare 7 paesi… Ecco il fantastico discorso per la premiazione.

Martin Luther King

 

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Martin Luther King, 14 ottobre 1964 – Ad un “nero” il premio Nobel per la pace, senza neanche dover bombardare 7 paesi… Ecco il fantastico discorso per la premiazione.

Discorso di Martin Luther King per il Premio Nobel (1964)

Il 10 dicembre 1964 fu assegnato a Martin Luther King il premio Nobel per la pace per il suo impegno per i diritti civili e la giustizia sociale. All’epoca trentacinquenne, King è stato il più giovane nella storia del Nobel a ricevere il premio. Non essendovi allora la consuetudine di dare la motivazione, si fece riferimento all’incarico che ricopriva: Capo della Southern Christian Leadership Conference, attivista per i diritti civili.

Nel ricevere al notizia, Martin Luther King sottolineò come non si trattasse del premio a una sola persona, quanto il riconoscimento a tutte le “persone nobili” che hanno lottato con lui per i diritti civili e contro le discriminazioni razziali. I 54.000 dollari del premio furono divisi nei diversi movimenti: Congress of Racial Equality, Southern Christian Leadership Conference, National Association for the Advancement of Colored People, Student Nonviolent Coordinating Committee, National Council of Negro Women, American Foundation on Nonviolence.

Il documento

DISCORSO PRONUNCIATO DA MARTIN LUTHER KING IN OCCASIONE DEL RITIRO DEL PREMIO NOBEL (Oslo, 10 dicembre 1964 )

Vostra Maestà, Vostra Altezza Reale, Signor Presidente, eccellenze, signori e signore: accetto il Premio Nobel per la Pace nel momento in cui ventidue milioni di Negri degli Stati Uniti sono impegnati in una battaglia creativa per concludere la lunga notte della ingiustizia raziale. Accetto questo premio proprio quando un movimento per I diritti civili sta muovendosi con determinazione e grande disprezzo del rischio e del pericolo per stabilire un regno di libertà ed un governo di giustizia. Ho in mente che solo ieri a Birmingham, in Alabama, i nostri bambini, mentre piangevano per la fratellanza, ricevevano risposta con lanciafiamme, cani ringhiosi e persino morte. Ho in mente che solo ieri a Philadelphia, nel Mississippi, ragazzi in cerca di assicurare il diritto di voto sono stati brutalizzati e uccisi. Ho in mente che la deabilitazione e l’abitudine alla povertà affliggono il mio popolo e lo incatenano al più basso gradino della scala economica.

Quindi devo chiedere perchè questo premio è assegnato ad un movimento assediato e impegnato in una lotta accanita, e a un movimento che non ha ancora vinto la pace e la fratellanza che sono l’essenza del Premio Nobel. Dopo averci pensato, ho concluso che questo premio, che ricevo per quel movimento, è un profondo riconoscimento della nonviolenza quale risposta alle questioni cruciali, politiche e morali del nostro tempo: la necessità per l’uomo di superare l’oppressione e la violenza senza ricorrere alla violenza e all’oppressione.

Civilizzazione e violenza sono concetti antitetici. I Negri degli Stati Uniti, seguendo il popolo indiano, hanno dimostrato che la nonviolenza non è sterile passività, ma una potente forza morale che lavora per la trasformazione sociale. Presto o tardi, tutti I popoli della terra dovranno scoprire un modo di vivere insieme e in pace, e quindi trasformeranno questa elegia cosmica pendente in un cretivo salmo di fratellanza. Se questo deve essere perseguito, l’uomo deve elaborare per tutti i conflitti umani un metodo che respinga la vendetta, l’aggressione e la rappresaglia. Il fondamento di questo metodo è l’amore. La strada tortuosa che ci ha condotti da Montgomery, in Alabama, a Oslo è testimone di questa verità, e questa è la strada che milioni di Negri stanno percorrendo per trovare un nuovo senso di dignità. Questa stessa strada ha aperto per tutti gli Americani una nuova era di progresso e di speranza.

Ha guidato a nuove strade di diritti civili, che sarà, sono convinto, allargata ed allungata in un’autostrada di giustizia così che uomini Negri e bianchi in un numero sempre maggiore creino alleanze per superare i loro problemi comuni.

Accetto questo premio oggi avendo perpetua fiducia nell’America ed una più audace fiducia nel futuro del genere umano. Rifiuto di accettare la disuguaglianza quale responso finale alle ambiguità della storia.

Rifiuto di accettare l’idea che “la certezza” (egocentrismo) della natura attuale dell’uomo lo renda moralmente incapace di aspirare all’eterna “condizionalità” (possibilità e apertura verso gli altri) con cui da sempre si confronta.

Rifiuto di accettare l’idea che l’uomo sia meramente il relitto galleggiante di un carico buttato nel fiume della vita incapace di influire sulla nascita degli eventi che lo circondano.

Rifiuto di accettare la posizione secondo cui l’umanità sia così tragicamente legata alla buia notte del razzismo e della guerra e che la radiosa alba della pace e della fratellanza non possano diventare una realtà. Rifiuto di accettare la cinica idea che nazione dopo nazione debbano essere attratte dalla spirale del militarismo nell’inferno della distruzione termonucleare. Io credo che la verità disarmata e l’amore incondizionato conquisteranno alla fine il mondo. Questo è il motivo per cui il bene, momentaneamente sconfitto, è più forte del male trionfante. Io credo che anche se oggi viviamo fra “lo scoppio del mortaio” e lo sparo (piagnucolante) della pallottola, ci sia ancora la speranza per un brillante futuro. Io credo che la giustizia ricercata, falsamente prostrata sulle strate insanguinate della nostra nazione, possa essere levata da questa posizione vergognosa per regnare suprema tra i bambini.

Ho l’audacia di credere che la gente dappertutto possa avere tre pasti al giorno per il loro corpo, l’educazione e la cultura per le loro menti, e la dignità, l’eguaglianza e la libertà per i loro spiriti. Io credo che quanto uomini egocentrici hanno buttato giù, altri uomini egocentrici possono aver ricostruito. Io credo ancora che un giorno il genere umano si inchinerà agli altari di Dio e sarà incoronato trionfante sulla Guerra, gli spargimenti di sangue e l’amicizia redentiva, non violenta, proclamata governo della terra. Ed il leone e l’agnello giaceranno insieme, ed ogni uomo siederà sotto il proprio albero di fico e nessuno avrà paura. Io credo che noi andremo oltre. Questa fede può darci il coraggio di guardare in faccia all’incertezza del futuro. Darà ai nostri piedi stanchi nuova forza per farci continuare a lunghi passi attraverso la città della libertà. Quando i nostri giorni diventano tetri con nuvole che volano basse e le nostre notti diventano più scure di mille notti messe assieme, sapremo che stiamo vivendo nella confusione creativa di quell’umus genuino da cui nascerà una nuova civiltà.

Oggi sono venuto ad Oslo come un rappresentante ispirato e con rinnovata dedica all’umanità. Accetto questo premio come uno fra gli uomini che amano la pace e la fratellanza. Ho detto di essere venuto come rappresentante perché nel profondo del mio cuore sono convinto che questo premio sia molto di più che un onore fatto a me personalmente. Ogni volta che prendo un aereo per un viaggio penso sempre alle molte persone che rendono possibile e buono il viaggio, i piloti che si conoscono ed il personale di terra sconosciuto. Voi rendete onore ai piloti della nostra lotta che hanno guidato il movimento per la libertà affinchè questo andasse in orbita. Voi onorate ancora una volta il Capo Lutuli del Sudafrica le cui lotte con e per il suo popolo sono contrapposte alle più brutali espressioni di inumanità di uomini verso l’uomo. Voi onorate il personale di terra, senza il cui lavoro e sacrificio, l’aereo che vola verso la libertà, non potrebbe mai decollare. La maggior parte di queste persone non farà mai I titoli, e i loro nomi non appariranno mai in un elenco di personalità. Ancora, quando gli anni saranno trascorsi e quando il bagliore della lampada della verità sarà focalizzata in questo meraviglioso periodo in cui viviamo, gli uomini e le donne sapranno e I bambini avranno imparato che noi abbiamo la terra più bella, la miglior gente, la più nobile civiltà perché questi umili ragazzi di Dio saranno disposti a soffrire per amore della rettitudine.

Penso che Alfred Nobel saprebbe quello che voglio dire quando dico che accetto questo premio con lo spirito di un custode di qualche prezioso gioiello di famiglia che egli ha in consegna per fiducia dei suoi proprietari: tutti quelli a cui la fiducia è considerata la cosa più bella e nei cui occhi la bellezza di un’autentica fratellanza e pace è più preziosa dei diamanti, dell’argento o dell’oro. Grazie.

Curcuma e miele: lo straordinario antibiotico naturale contro freddo e mal di gola

 

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Curcuma e miele: lo straordinario antibiotico naturale contro freddo e mal di gola

Molti di noi conoscono alla perfezione la curcuma e le sue innumerevoli proprietà. Abbiamo visto come possa essere utilizzata per combattere i dolori e l’artrite, come sia capace di curare e prevenire il diabete. Abbiamo anche visto il Golden Milk, un’importante ricetta utile a combattere i dolori muscolari e il mal di gola, grazie all’azione antinfiammatoria della curcumina.

Pochi, però, conoscono il potere della curcuma abbinata al miele.

Il miele è da sempre considerato un antibiotico naturale. Se associato alla cannella, poi, può avere numerosi effetti benefici, utili per combattere, ad esempio: artrite, raffreddore e mal di gola.

Cosa possiamo ricavare allora, unendo il potere antibiotico del miele a quello antinfiammatorio della curcuma?

La prima cosa che possiamo dire è che questo mix genera un potente antibiotico naturale che non solo distrugge i batteri che causano le più comuni malattie, ma favorisce anche le difese naturali del nostro organismo.

A differenza dei comuni antibiotici sintetici, questa sorta di farmaco naturale non ha alcun effetto negativo sulla microflora intestinale.

La curcuma, lo ricordiamo, contiene un potentissimo principio attivo che prende il nome di curcumina, capace di raggiungere più di 150 potenziali attività terapeutiche, tra cui le proprietà antiossidanti, anti-infiammatorie e anti-cancro. Il consumo di curcuma e miele migliora significativamente la digestione e aumenta l’attività della flora intestinale.

Nella medicina Ayurvedica è uno dei più utilizzati rimedi tradizionali utili per combattere il freddo. Ai primi sintomi di mal di gola o malattie da raffreddamento, potreste decidere di ricorrere a questo “miele d’oro”. Una volta preparata la miscela, potrete conservarla tre giorni, il tempo necessario per veder sparire i sintomi del vostro malessere.

Per realizzarla vi servono semplicemente: 100 grammi di miele e 1 cucchiaio di curcuma in polvere. Mescolate bene i due ingredienti e conservateli in un barattolo.

Ai primi segni di raffreddamento, prendete: durante il primo giorno mezzo cucchiaino della miscela ogni ora; durante il secondo giorno ogni due ore e durante il terzo giorno la stessa dose, solo tre volte al giorno.

Potete aggiungere questa miscela nel tè o in altre bevande calde.

La curcuma fluidifica il sangue e riduce la pressione sanguigna. Da prestare attenzione se si soffre di diabete.

In caso di gravi malattie epatiche o alle vie biliari, inoltre, è sempre meglio evitare il fai da te e rivolgersi a uno specialista.

Se questo rimedio viene assunto prima dei pasti, agisce sull’apparato digerente. Durante i pasti, su quello respiratorio.

L’alternativa

Esiste anche un’alternativa molto interessante a questa ricetta che vede l’aggiunta di zenzero, pepe e una spruzzata di limone.

Ecco gli ingredienti:

  • 120 grammi di miele
  • 2 cucchiai di zenzero grattugiato
  • 2 cucchiaini curcuma in polvere
  • 1 limone
  • pepe nero un pizzico

Mescolate tutti gli ingredienti e conservate.

Questa alternativa unisce al potere antinfiammatorio e antiossidante della curcuma, quello dello zenzero che disintossica, aiuta la digestione e combatte i dolori articolari. Il pepe serve poi per aumentare la biodisponibilità della curcumina, come abbiamo visto in un nostro precedente articolo.

Anche in questo caso, la soluzione può essere consumata sciolta in una bevanda calda a piacere.

 

 

Le 7 marche di cioccolato che sfruttano il lavoro minorile – Fareste bene ad appuntarvele per ricordarle quando siete al supermercato!

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Le 7 marche di cioccolato che sfruttano il lavoro minorile – Fareste bene ad appuntarvele per ricordarle quando siete al supermercato!

 

Conosciamo “il lato nero del cioccolato”

Nel settembre 2015 è stata presentata un’azione giudiziaria contro la Mars, la Nestlè e la Hershey sostenendo che stavano ingannando i consumatori che “senza volerlo” stavano finanziando il lavoro schiavo infantile del cioccolato in Africa Occidentale.

Bambini tra gli 11 e i 16 anni (a volte anche più giovani) sono chiusi in piantagioni isolate in cui lavorano tra le 80 e le 100 ore a settimana. Il documentario Slavery: A Global Investigation ha intervistato dei bambini che sono stati liberati, che hanno raccontato che spesso ricevevano pugni e venivano picchiati con cinte e fruste.

“Essere picchiato faceva parte della mia vita”, ha raccontato Aly Diabate, uno dei bambini liberati. “Quando ti mettevano addosso i sacchi [di chicchi di cacao] e cadevano mentre li trasportavi, nessuno ti aiutava. Anzi, ti picchiavano finché non ti rialzavi”.

Nel 2001, la Food and Drug Administration voleva approvare una legislazione per l’applicazione del marchio “slave free” (senza lavoro schiavo) sulle confezioni, ma prima che il provvedimento venisse votato l’industria del cioccolato – includendo Nestlé, Hershey e Mars – ha usato il suo denaro per bloccarla, promettendo di porre fine al lavoro schiavo infantile nelle sue imprese entro il 2005.

Questo limite temporale è stato ripetutamente rimandato, e attualmente la meta è il 2020. Nel frattempo, il numero di bambini che lavorano nell’industria del cacao è aumentato del 51% tra il 2009 e il 2014, in base a un resoconto del luglio 2015 della Tulane University.

Come ha detto uno dei bambini liberati, “godete di qualcosa che è stato fatto con
la mia sofferenza. Ho lavorato sodo per loro, senza alcun beneficio. State mangiando la mia carne”.

Le 7 marche di cioccolato che utilizzano cacao proveniente dal lavoro schiavo infantile sono:

  1. Hershey
  2. Mars
  3. Nestlè
  4. ADM Cocoa
  5. Godiva
  6. Fowler’s Chocolate
  7. Kraft

Per avere un’idea più chiara della questione, ecco il documentario O Lado Negro do Chocolate.

La situazione è stata denunciata anche dal The Guardian, mentre il Daily Mail ha sottolineato che i bambini impiegati in questa industria utilizzano strumenti e macchinari pericolosi, portano i chicchi di cacao su lunghe distanze, lavorano per molte ore e sono esposti a pesticidi e ad altre sostanze chimiche pericolose senza indumenti protettivi. Gran parte del pericolo deriva dal fatto di utilizzare machete con grosse lame.

Secondo l’Huffington Post, le violazioni dei diritti dei bambini sono alla base di oltre il 70% della produzione mondiale di cacao. In base a un rapporto investigativo della BBC, centinaia di migliaia di bambini vengono comprati o rapiti e poi portati in Costa d’Avorio, il più grande produttore mondiale di cacao, dove vengono schiavizzati nelle piantagioni.

I genitori spesso pensano che i figli troveranno un lavoro onesto fuori dal loro Paese e potranno mandare un po’ di denaro a casa, ma nella maggior parte dei casi non è così. I bambini non vengono pagati, non ricevono educazione, sono malnutriti e spesso non rivedranno più le proprie famiglie.

Insomma, prima di mangiare un pezzo di cioccolata sarebbe bene informarsi su com’è stato prodotto, e soprattutto sulle spalle di chi.

[Traduzione dal portoghese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Ripubblichiamo integralmente una lettera  di chiarimento inviataci dal Gruppo Nestlé in Italia

Fonte: Aleteia

 

tratto da: https://www.informarexresistere.fr/le-7-marche-di-cioccolato-che-sfruttano-il-lavoro-minorile/

Gino Strada contro la Vergognosa Sanità Italiana: l’obiettivo non è più la salute, ma il fatturato!!

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Gino Strada contro la Vergognosa Sanità Italiana: l’obiettivo non è più la salute, ma il fatturato!!

 

“Vergognoso. Non ci sono altri termini per commentare quello che è successo al pronto Soccorso del San Camillo di Roma dove un uomo malato di cancro è stato lasciato morire “riparato” alla vista degli altri degenti soltanto da un maglioncino.

Vergognoso perché i malati dovrebbero mantenere una dignità anche e soprattutto durante la loro malattia. Tutti i malati. Invece succede che troppo spesso vengono trattati come sacchi da buttare in un angolo e tenere lì, chissà fino a quando. E non è un problema soltanto di un singolo ospedale romano. Si tratta di una vergogna che ricade su tutta la sanità italiana.

Nel nostro Paese ci si perde dietro ai cavilli burocratici, ai “non deve essere portato da noi ma nell’ospedale specifico nel trattare quella malattia”, nel “non dipende da noi, non abbiamo posti letto” o – peggio ancora – nella più totale indifferenza.

E la vergogna più grande si riversa, oltre che sui malati, molto spesso anziani, anche sui familiari costretti a mettere in piazza le proprie pene pur di ricevere quel minimo di considerazione che, a chi soffre, dovrebbe essere offerta, sempre e comunque. Ai malati o agli anziani, entrambi appoggiati lì, in un angolo, su una sedia ad aspettare non si sa cosa prima di poter essere visitati. Per ore e ore. Di giorno e di notte. Senza che nessuno si occupi di loro.

Vergognoso. Così come è vergognoso far finta di niente. Allora da qui, da queste pagine, vorrei lanciare un appello. Cari signori, dai sindaci ai presidenti delle regioni fino ai parlamentari e via dicendo, vi rivolgo qualche domanda semplice semplice: se una vicenda del genere fosse capitata a voi, che avreste fatto? Come vi sentireste nel vedere vostra madre o vostro padre “appoggiato” per ore su una sedia nella sala d’aspetto prima che qualcuno possa offrirgli una cura o – più semplicemente – semplice considerazione? E ancora: come vi sentireste se vedeste morire davanti ai vostri occhi un parente, un amico o chiunque altro che ha avuto la sfortuna di doversi recare in un ospedale?

Ah già, dimenticavo: voi non vi curate negli ospedali pubblici italiani. Voi avete la possibilità di pagare strutture private magari all’estero perché la nostra sanità non funziona proprio bene. E allora come non detto. Scusate il disturbo”.

 

Dal Giappone le turbine sottomarine: dalle onde del mare 10 volte l’energia di una centrale nucleare, pulita ed economica!

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Dal Giappone le turbine sottomarine: dalle onde del mare 10 volte l’energia di una centrale nucleare, pulita ed economica!

 

LE TURBINE SOTTOMARINE CHE PRODUCONO DALLE ONDE 10 VOLTE PIÙ ENERGIA DI UNA CENTRALE NUCLEARE

Produrre energia pulita sfruttando le onde del mare. Un’idea non del tutto nuova ma in Giappone è realtà e promette di produrre 10 volte più energia rispetto a quella del nucleare.

Un’idea nata nel 2012 grazie agli scienziati dell’Okinawa Institute of Science and Technology Graduate University (OIST) in Giappone col un progetto intitolato “Sea Horse”. L’obiettivo? Sfruttare l’energia della corrente oceanica Kuroshio.

Quest’ultima è la seconda corrente oceanica più grande del mondo, dopo quella circumpolare antartica. Nasce nell’Oceano Pacifico al largo delle coste di Taiwan e si sposta verso il Giappone, dove si uanisce alla corrente del Pacifico settentrionale. Il suo soprannome è “corrente nera”, traduzione letterale di kuroshio, per via del colore intenso e scuro delle sue acque.

Nel tratto di costa giapponese lambito da questa corrente, gli scienziati giapponesi puntano a produrre energia pulita grazia a queste turbine sommerse ancorate al fondo del mare attraverso i cavi di ormeggio. Le turbine sono in grado di convertire l’energia cinetica delle correnti naturali di Kuroshio in elettricità, poi trasmessa a terra attraverso cavi sottomarini.

La fase iniziale del progetto ha avuto successo. Da allora il team ha avuto un’altra idea: sfruttare i tetrapodi, strutture spesso poste lungo la linea costiera per indebolire la forza delle onde in arrivo e proteggere le rive dall’erosione.

“Sorprendentemente, il 30% della riva del mare in Giappone è coperto da tetrapodi e sistemi di protezione contro le onde” spiega il professor Tsumoru Shintake a capo della ricerca.

Basta sostituirli o ancorare ad essi delle turbine per generare energia pulita e contemporaneamente proteggere le coste.

“Utilizzando solo l’1% delle coste del Giappone si possono generare circa 10 gigawatt di energia, pari a 10 centrali nucleari”.

Per affrontare questa idea, i ricercatori dell’OIST nel 2013 hanno lanciato il progetto WEC che prevedeva l’immissione di turbine in punti chiave della linea costiera per generare energia. Ogni postazione avrebbe consentito alle turbine di essere esposte alle condizioni ideali sia per generare energia pulita e rinnovabile che per proteggere la costa dall’erosione.

Le turbine stesse sono state costruite per resistere alle forti spinte delle onde. Molto flessibili e leggere, secondo gli scienziati sono state progettate per non danneggiare la vita marina visto che le pale ruotano a una velocità accuratamente calcolata, che consente alle creature eventualmente intrappolate di fuggire.

Ora, il professor Shintake e i ricercatori dell’unità hanno completato i primi passi del progetto e stanno preparando l’installazione dei modelli di turbine dal diametro di 0.70 metri, per il loro primo esperimento commerciale. Il progetto prevede l’installazione di due turbine che alimenteranno i LED per una dimostrazione.
“Immagino il pianeta tra duecento anni. Spero che queste [turbine] lavoreranno sodo e bene, su ogni spiaggia su cui sono state installate” ha detto Shintake.

 

Francesca Mancuso da: https://www.greenme.it/informarsi/energie-rinnovabili/25145-turbine-giapponesi-oceano

 

Conversando con Josè Pepe Mujica: una voce fuori dal coro

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Conversando con Josè Pepe Mujica: una voce fuori dal coro

Non veniamo al mondo per lavorare o per accumulare ricchezza, ma per vivere. E di vita ne abbiamo solo una.

Erano tante le persone che martedì 8 novembre si sono ritrovate all’auditorium Unipol Banca di Bologna ad ascoltare Pepe Mujica, colui che ha ricoperto la carica di presidente dell’Uruguay dal 2010 al 2015. Io sono potuto arrivare con un certo anticipo, e per questo sono riuscito a trovare uno degli ultimi posti a sedere nella sala della conferenza. Molte più persone, soprattutto tanti giovani, sono rimasti fuori dalla sala e si sono dovuti accontentare di seguire la conferenza su 2 maxi schermi allestiti nell’ampio atrio in previsione della grande affluenza. E mi ha fatto molto piacere vedere quei giovani che erano lì per lui, per Mujica. Per ascoltare le parole del “presidente povero”. Al suo ingresso nella sala lo accogliamo con una vera e propria standing ovation, un caldissimo e lungo applauso pieno d’entusiasmo e di calore. Era accompagnato dall’inseparabile moglie Lucia, conosciuta negli anni in cui entrambi combattevano la dittatura militare che governò il Paese tra il 1973 e il 1985. Facevano parte del famoso gruppo armato dei Tupamaros, che era il Movimiento de Libaraciòn Nacional.

Per loro quelli furono anni duri. Per più di un decennio furono reclusi e torturati nelle prigioni del regime. A quei tempi il motto di Mujiaca era: “Il mondo ci divide; l’azione ci unisce”.

Ed è proprio della vita avventurosa e della lunga vicenda politica e umana dell’ex presidente uruguaiano, che si parla nel libro che rappresenta il motivo della conferenza: “Una pecora nera al potere. Pepe Mujica, la politica della gente”, scritto da Andres Danza e Ernesto Tulbovitz, ora pubblicato in Italia dal Gruppo Editoriale Lumi.

Il libro vuole farci conoscere meglio questo personaggio carismatico, che ha antenati baschi e la nonna materna italiana, nata in una famiglia molto modesta di Favale di Malvaro, paesino di montagna sopra Rapallo. Il presidente povero, che da Presidente dell’Uruguay ha sempre devoluto il 90% dello stipendio ai poveri e alle organizzazioni di solidarietà sociale,ostinandosi a continuare ad usare il suo vecchio maggiolone azzurro del 1987. E per questo, e grazie ad alcuni valori importanti per un leader quali coerenza, sobrietà e passione, la sua fama ha valicato i confini del Paese, e sempre ha suscitato un sentimento di grande amore e rispetto da parte del popolo uruguagio.

Quel suo essere una voce fuori dal coro l’ha accompagnato per tutta la sua vita, a partire dal suo legame fortissimo con la terra e la vita semplice, anche quando era Presidente. L’ha sempre dimostrato nei suoi atteggiamenti, nel modo di comunicare, nelle scelte economiche e di ogni genere operate a volte sconvolgendo i più comuni atti di protocollo. Nella vita sociale, durante i suoi cinque anni al governo, ha legalizzato in Uruguay l’aborto, le droghe leggere e i matrimoni gay. Ma Mujica è stato anche il presidente che non usava Twitter, portava i jeans e, come un normalissimo contadino, vendeva i prodotti della sua terra in un mercatino popolare la domenica.

Quando comincia a parlare mi colpisce la sua naturalezza, la sua semplicità, dalle quali però emergono un grande amore per la cultura, e la filosofia. E secondo lui un grave problema dell’economia e della politica è proprio quello di aver abbandonato il campo della filosofia.

Afferma questo con quello sguardo ironico e furbetto di chi ha visto tanto, riuscendo a parlare al cuore delle persone in modo diretto, senza troppi giri di parole.

Nella prima parte dell’intervista, che comunque mantiene sempre i toni di una chiacchierata tra amici, Mujica parla dell’importanza della sobrietà. E nelle sue conferenze ripete spesso la frase: “Abbiamo inventato una montagna di consumi superflui. E viviamo comprando e buttando… E quello che stiamo sprecando è tempo di vita perché quando compri qualcosa non lo fai con il denaro, ma con il tempo di vita che hai dovuto utilizzare per guadagnare quel denaro. L’unica cosa che non si può comprare è la vita. La vita si consuma. Ed è da miserabili consumare la vita per perdere la libertà”. Un altro modo di affermare che secondo lui “poveri sono quelli che rincorrono i soldi”.

Può apparire strano per un ex-tupamaros, ma Mujica quando racconta i passaggi più duri della sua vita, traspaia una visione profondamente radicata alle teorie della non violenza. Dichiara che non ha mai sentito odio per i militari, li vedeva come strumenti di una fase storica.

E per questo cita una frase di Nelson Mandela, che come lui visse l’esperienza del carcere: “Sapevo che l’oppressore era schiavo quanto l’oppresso, perché chi priva gli altri della libertà è prigioniero dell’odio, è chiuso dietro le sbarre del pregiudizio e della ristrettezza mentale. L‘oppressore e l’oppresso sono entrambi derubati della loro umanità”.

Nella ricerca di un mondo migliore, Mujica intende la storia come una cosa viva, che ci insegna che l’unica cosa permanente è proprio la dimensione del cambiamento. Il cambiamento ci sollecita a saper leggere la realtà, senza per questo voltare pagina, ma trovando una nuova dimensione della realtà, per essere capaci di crescere ed evolvere con il tempo, per essere adeguati al passo del tempo, al passo della vita.

Interrogato sulla sua attuale visione politica, Mujica in modo molto realistico vede la storia degli uomini come un’alternanza tra spinte conservatrici e spinte di rinnovamento egualitarie. La lotta per il progresso non finisce mai. Per Mujica il limite del liberalismo, non inteso esclusivamente in termini economici, è che ci ha portato il principio di libertà e uguaglianza relativa tra gli uomini, dove non ci sono più differenze di origine e di sangue, e c’è libertà di pensiero. Però quella rivoluzione liberale ci ha promesso qualcosa che poi non riesce a garantirci completamente, ovvero l’uguaglianza.

Secondo Mujica esiste una forte connessione tra visione libertaria e liberismo, e confessa che nel profondo del suo cuore si sente un po’ anarchico. La conferenza prosegue poi su temi legati ai problemi dell’attualità politica internazionale: elezioni americane, temi di economia mondiale, i flussi migratori, la crisi dell’America Latina, i problemi endemici del continente africano. E spesso il parlare di Mujica è stato interrotto dai nostri calorosi applausi.

Un incontro bello e profondo, che ha dato molto a tutte le persone che hanno potuto essere presenti e ascoltare una persona che ha fatto della sua sobrietà e normalità, qualità straordinarie ed ispiratrici. Grazie Presidente!

Vorrei però concludere questo articolo citando un fatto accaduto la sera prima a Modena, dove Mujica dopo la sua conferenza è stato avvicinato da un amico di Vivere Sostenibile, il meteorologo Luca Lombroso che gli ha chiesto un parere sui cambiamenti climatici in atto nel nostro pianeta.

Gli abbiamo fatto qualche domanda, per schiarirci le idee. Ecco una sintesi della risposta che Mujica ha dato a Luca, che ringraziamo per la collaborazione:

La tragedia dei cambiamenti climatici sostanzialmente dipende dagli uomini che vogliono cambiare la natura a loro vantaggio. Dobbiamo impegnarci per fermare le atrocità inflitte alla natura,imponendo serie restrizioni per abbassare considerabilmente i livelli di anidride carbonica e metano prodotti dalle attività umane. Questo colpisce però l’interesse economico di molto industrie, e queste fanno resistenza con la loro influenza e potere sui governo dei loro paesi.

L’umanità si è avviata verso una specie di olocausto collettivo, con danni e sacrifici che si sta moltiplicando progressivamente. Non capiamo la gravità della situazione. Non credo che il surriscaldamento climatico sia un problema solo di un gruppo di tecnici e di portavoce, non è solo responsabilità degli uomini che ci comandano. E’ una responsabilità di tutti noi. Siamo chiamati a fare in modo di che i governi mondiali stabiliscano accordi adeguati. E’ assolutamente necessario, è in ballo il futuro dell’umanità.

 

 

fonte: https://viveresostenibileroma.wordpress.com/2017/02/02/conversando-con-jose-pepe-mujica-una-voce-fuori-dal-coro/

Ti sei mai chiesto perché, nonostante i miliardi spesi da decenni per la ricerca e la promessa di una cura che è da sempre “dietro l’angolo”, il cancro continua ad aumentare e a fare vittime?

 

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Ti sei mai chiesto perché, nonostante i miliardi spesi da decenni per la ricerca e la promessa di una cura che è da sempre “dietro l’angolo”, il cancro continua ad aumentare e a fare vittime?

Ti sei mai chiesto perché, nonostante i miliardi di dollari spesi per la ricerca sul cancro nel corso di molti decenni e la promessa di una cura costante, che è da sempre “dietro l’angolo”, il cancro continua ad aumentare e a fare vittime? «Tutti dovrebbero sapere che la ricerca sul cancro è in gran parte una frode, e che le principali organizzazioni di ricerca sul cancro sono abbandonate nei loro doveri alle persone che le sostengono». Lo afferma Linus Carl Pauling, ricercatore e vincitore del Premio Nobel per la Chimica nel 1954 e per la Pace nel 1962. E’ considerato un genio del XX secolo che ha posto le basi per la chimica quantistica, la biologia molecolare e la medicina ortomolecolare. La ricerca sul cancro? E’ stata un fallimento. Afferma la dottoressa Marcia Angell, medico e direttore della rivista “New England Medical Journal” (Nemj), considerata una delle più prestigiose riviste mediche peer-reviewed di tutto il mondo: «Semplicemente non è più possibile credere a gran parte della ricerca clinica che viene pubblicata, o fare affidamento sul giudizio dei medici di fiducia o delle linee-guida mediche autorevoli. Non ho alcun piacere nel giungere a questa conclusione, che ho maturato lentamente e con riluttanza durante i miei due decenni come direttore della rivista medica».

Il dottor John Bailer, che ha trascorso 20 anni nello staff del National Cancer Institute ed è anche un ex redattore della sua rivista, ha dichiarato pubblicamente in una riunione dell’American Association for the Advancement of Science: «La mia valutazione complessiva è che il programma nazionale sul cancro deve essere giudicato un fallimento qualificato. La nostra ricerca sul cancro degli ultimi 20 anni è stata un totale fallimento. Oggi sempre più persone dai 30 anni in su muoiono di cancro, molto più che in passato. Ci sembra che i nostri pazienti vivano di più con la malattia ma la verità è che la diagnostichiamo prima. Molte persone con malattie lievi o benigne vengono incluse nelle statistiche e riportate come ‘guarite’ dal cancro grazie alla medicina. Quando i funzionari del governo indicano i dati di sopravvivenza e dicono che stanno vincendo la guerra contro il cancro, in verità stanno utilizzando i tassi di sopravvivenza in modo improprio».

Un altro punto da sottolineare è che la maggior parte del denaro donato alla ricerca sul cancro è speso per la sperimentazione sugli animali, che da molti è stata considerata del tutto inutile. Ad esempio, nel 1981 il dottor Irwin Bross, l’ex direttore del Sloan-Kettering Cancer Research Institute (il più grande istituto di ricerca sul cancro di tutto il mondo), ha dichiarato: «L’inutilità della maggior parte degli studi su modelli animali non è molto conosciuta. Ad esempio, la scoperta di agenti chemioterapici per il trattamento del cancro umano è stata ampiamente considerata un trionfo grazie alla sperimentazione sugli animali. Ci sono pochissime evidenze che potrebbero sostenere tali affermazioni». Un’altra citazione che si riferisce a come la medicina sia diventata industria farmaceutica è stata fatta dal dottor Dean Burk, biochimico americano del National
Cancer Institute: «Quando hai il potere non devi dire la verità. Questa è una regola che è stata tramandata in questo mondo da generazioni. E ci sono moltissime persone che non dicono la verità quando sono al potere in posizioni amministrative».

Burk ha anche affermato che «il fluoro provoca più decessi per il cancro rispetto a qualsiasi altro prodotto chimico: è una delle conclusioni scientifiche ed evidenze biologiche a cui sono arrivato nei miei 50 anni nel campo della ricerca sul cancro». Nell’edizione del 15 aprile 2015 della rivista medica “Lancet”, il caporedattore Richard Horton ha dichiarato: «Il caso contro la scienza è molto semplice: gran parte della letteratura scientifica, forse la metà, può essere dichiarata semplicemente falsa. La scienza ha preso una direzione verso le tenebre». Nel 2005, il dottor John P.A. Ioannidis, professore presso la Stanford University, ha pubblicato un articolo sulla “Public Library of Science” (Plos) intitolato “Perché i risultati pubblicati sulla ricerca sono falsi”, dove ha dichiarato: «C’è sempre più preoccupazione che i risultati pubblicati dalle più recenti ricerche siano falsi». Nel 2009, il centro anticancro dell’Università del Michigan ha pubblicato un’analisi dove ha rivelato che gli studi sul cancro sono falsi a causa di conflitti di interesse. Hanno dichiarato che i risultati prodotti erano la conseguenza di ciò che avrebbe funzionato meglio per le aziende farmaceutiche.

Ci sono molte informazioni disponibili provenienti da persone direttamente coinvolte nella ricerca sul cancro. Non solo l’informazione della tv è manipolata, ma la nostra società è diventata un grande conflitto di interessi e le grandi multinazionali vogliono sempre più profitto a scapito della nostra salute e dell’ambiente. La verità è che, secondo l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, «l’80-90 per cento dei casi di cancro sono determinati dall’ambiente e quindi teoricamente evitabili». Le cause ambientali del cancro includono la qualità dell’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, pesticidi, erbicidi, ormoni ed
antibiotici presenti nel cibo del supermercato, le radiazioni elettromagnetiche a cui siamo quotidianamente esposti e anche l’inquinamento luminoso che danneggia le nostre ghiandole.

Inoltre fin da piccoli siamo sottoposti a vaccini e medicinali che danneggiano il nostro sistema immunitario e che si accumulano a vita producendo molti disturbi. Vanno infine inclusi anche i traumi emotivi come dimostra la psicosomatica e la nuova medicina germanica. Ma purtroppo, come ha espresso il dottor Hans Ruesch: «Nonostante il riconoscimento generale che l’85% di tutti i tumori è causato da fattori ambientali, meno del 10% del bilancio del National Cancer Institute è affidato alla ricerca sulle cause ambientali. E nonostante il riconoscimento che la maggior parte delle cause ambientali sono legate alla nutrizione, meno dell’1% del bilancio National Cancer Institute è dedicato agli studi sulla nutrizione». Questo è principalmente il motivo per cui così tante persone si stanno interessando e dirigendo verso trattamenti alternativi e naturali che non vengono approvati dalle case farmaceutiche che controllano la medicina moderna. Come ha detto Pauling riguardo al perché non viene comunicato alle persone quanto la vitamina C possa essere utile per prevenire il cancro: «La mancanza d’interesse delle multinazionali risiede nel fatto che la vitamina C è una sostanza naturale che è disponibile a bassi costi e che non può essere brevettata».

(“Medici rivelano: le ricerche sono false, il cancro è una frode”, da “DioniDream” del 30 dicembre 2015).

“Dirò cosa mi hanno fatto a Dio. Gli dirò tutto” le ultime strazianti parole di un bambino Siriano…

bambino Siriano

 

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“Dirò cosa mi hanno fatto a Dio. Gli dirò tutto” le ultime strazianti parole di un bambino Siriano…

 

“Dirò cosa mi hanno fatto a Dio. Gli dirò tutto” le ultime strazianti parole di un bambino Siriano…

“Dirò cosa mi hanno fatto a Dio, Gli dirò tutto”

Con queste parole strazianti è morto un bambino siriano di tre anni, vittima dei bombardamenti e della guerra che martirizza da anni il suo paese. E’ lo strazio nascosto di una tragedia inarrestabile, la faccia taciuta delle atrocità che subiscono i piccoli innocenti coinvolti nelle guerre.

Bambini che non hanno più niente, né case, né genitori, né qualcuno che li abbracci e li consoli. Bambini che sono stati costretti a vedere cose che mai avrebbero dovuto

Bambini a cui sono stati rubati sogni e speranza, che hanno perso tutto: anche le loro vite. La frase “Dirò cosa mi hanno fatto a Dio, Gli dirò tutto”, la dice una bambino, (secondo blog e agenzie, di 3 o 4 anni) prima di morire dopo aver subito delle atrocità. Un bambino, in un paese in guerra, solo, promette di dire a Dio che il Male che gli uomini gli hanno fatto è qualcosa di brutto, che la guerra gli ha fatto qualcosa di ingiusto, che la violenza gli ha tolto tutto, anche la vita.

Quante volte la stessa identica successione di parole, diverse solo per l’autoritàPapà/Mamma/maestro/insegnante/fratello maggiore) a cui ci si rivolge, abbiamo ripetuto tutti noi. Quante volte ci ha consolati l’idea non di un vendicatore ma di un uomo o una donna saggi, che vedono dall’alto, in nostro soccorso e capaci non di offrirci la vittoria ma di ristabilire la giustizia ? Quante volte ci ha consolati questa idea, possibilità, soluzione ?

I bambini ovunque vi è la guerra non hanno questa possibilità di speranza in un adulto, in un’autorità in grado d ristabilire la giustizia.

L’Onu oggi denuncia gli orrori subiti dai bambini per mano dell’Isis, e basterà leggere quanto si dice per restare sgomenti.

“Dirò tutto a Dio” è un pensiero sicuramente passato per la mente di un qualsiasi bambino in Siria, fosse anche solo per un secondo.

Speriamo che quel bambino, quei bambini, quelle preghiere di quanti tornano a sentirsi bambini davanti all’orrore di un male così abominevole possano vedere o raggiungere Dio e dirgli cosa è stato fatto loro. E’ una preghiera, è una richiesta, è una supplica davanti ad un male che sfinisce.

“Lo dirò a Dio”, questo basta a non rendere preghiera e speranza inutili. A qualcuno ancora in un mondo silente e sordo davanti alla guerra, è possibile dire qualcosa.

32 anni fa ci lasciava Primo Levi – Vogliamo ricordarlo con la grande intervista rilasciata ad Enzo Biagi: “Come nascono i lager? Facendo finta di nulla”

 

Primo Levi

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32 anni fa ci lasciava Primo Levi – Vogliamo ricordarlo con la grande intervista rilasciata ad Enzo Biagi: “Come nascono i lager? Facendo finta di nulla”

11 aprile 1987, 32 anni fa ci lasciava Primo Levi. Un Ricordo.

Enzo Biagi intervista Primo Levi: “Come nascono i lager? Facendo finta di nulla”

L’incontro tra il partigiano antifascista torinese e il giornalista andò in onda su Raiuno l’8 giugno 1982 nel programma “Questo secolo”. Lo scrittore raccontò la sua vita dal capoluogo piemontese al campo di concentramento polacco di Auschwitz e ritorno: “Non credemmo a quanto dicevano gli inglesi sullo sterminio degli ebrei. Eravamo stupidi e anestetizzati: abbiamo chiuso gli occhi e in tanti hanno pagato”

Levi come ricorda la promulgazione delle leggi razziali?
Non è stata una sorpresa quello che è avvenuto nell’estate del ’38. Era luglio quando uscì Il manifesto della razza, dove era scritto che gli ebrei non appartenevano alla razza italiana. Tutto questo era già nell’aria da tempo, erano già accaduti fatti antisemiti, ma nessuno si immaginava a quali conseguenze avrebbero portato le leggi razziali. Io allora ero molto giovane, ricordo che si sperò che fosse un’eresia del fascismo, fatta per accontentare Hitler. Poi si è visto che non era così. Non ci fu sorpresa, delusione sì, con grande paura sin dall’inizio mitigata dal falso istinto di conservazione: “Qui certe cose sono impossibili”. Cioè negare il pericolo.

Che cosa cambiò per lei da quel momento?
Abbastanza poco, perché una disposizione delle leggi razziali permetteva che gli studenti ebrei, già iscritti all’università, finissero il corso. Con noi c’erano studenti polacchi, cecoslovacchi, ungheresi, perfino tedeschi che, essendo già iscritti al primo anno, hanno potuto laurearsi. È esattamente quello che è accaduto al sottoscritto.

Lei si sentiva ebreo?
Mi sentivo ebreo al venti per cento perché appartenevo a una famiglia ebrea. I miei genitori non erano praticanti, andavano in sinagoga una o due volte all’anno più per ragioni sociali che religiose, per accontentare i nonni, io mai. Quanto al resto dell’ebraismo, cioè all’appartenenza a una certa cultura, da noi non era molto sentita, in famiglia si parlava sempre l’italiano, vestivamo come gli altri italiani, avevamo lo stesso aspetto fisico, eravamo perfettamente integrati, eravamo indistinguibili.

C’era una vita delle comunità ebraiche?
Sì anche perché le comunità erano numerose, molto più di ora. Una vita religiosa, naturalmente, una vita sociale e assistenziale, per quello che era possibile, fatta da un orfanotrofio, una scuola, una casa di riposo per gli anziani e per i malati. Tutto questo aggregava gli ebrei e costituiva la comunità. Per me non era molto importante.

Quando Mussolini entrò in guerra, lei come la prese?
Con un po’ di paura, ma senza rendermi conto, come del resto molti miei coetanei. Non avevamo un’educazione politica. Il fascismo aveva funzionato soprattutto come anestetico, cioè privandoci della sensibilità. C’era la convinzione che la guerra l’Italia l’avrebbe vinta velocemente e in modo indolore. Ma quando abbiamo cominciato a vedere come erano messe le truppe che andavano al fronte occidentale, abbiamo capito che finiva male.

Sapevate quello che stava accadendo in Germania?
Abbastanza poco, anche per la stupidità, che è intrinseca nell’uomo che è in pericolo. La maggior parte delle persone quando sono in pericolo invece di provvedere, ignorano, chiudono gli occhi, come hanno fatto tanti ebrei italiani, nonostante certe notizie che arrivavano da studenti profughi, che venivano dall’Ungheria, dalla Polonia: raccontavano cose spaventose. Era uscito allora un libro bianco, fatto dagli inglesi, girava clandestinamente, su cosa stava accadendo in Germania, sulle atrocità tedesche, lo tradussi io. Avevo vent’anni e pensavo che, quando si è in guerra, si è portati a ingigantire le atrocità dell’avversario. Ci siamo costruiti intorno una falsa difesa, abbiamo chiuso gli occhi e in tanti hanno pagato per questo.

Come ha vissuto quel tempo fino alla caduta del fascismo?
Abbastanza tranquillo, studiando, andando in montagna. Avevo un vago presentimento che l’andare in montagna mi sarebbe servito. È stato un allenamento alla fatica, alla fame e al freddo.

E quando è arrivato l’8 settembre?
Io stavo a Milano, lavoravo regolarmente per una ditta svizzera, ritornai a Torino e raggiunsi i miei che erano sfollati in collina per decidere il da farsi.

La situazione con l’avvento della Repubblica sociale peggiorò?
Sì, certo, peggiorò quando il Duce, nel dicembre ’43, disse esplicitamente, attraverso un manifesto, che tutti gli ebrei dovevano presentarsi per essere internati nei campi di concentramento.

Cosa fece?
Nel dicembre ’43 ero già in montagna: da sfollato diventai partigiano in Val d’Aosta. Fui arrestato nel marzo del ’44 e poi deportato.

Lei è stato deportato perché era partigiano o perché era ebreo?
Mi hanno catturato perché ero partigiano, che fossi ebreo, stupidamente, l’ho detto io. Ma i fascisti che mi hanno catturato lo sospettavano già, perché qualcuno glielo aveva detto, nella valle ero abbastanza conosciuto. Mi hanno detto: “Se sei ebreo ti mandiamo a Carpi, nel campo di concentramento di Fossoli, se sei partigiano ti mettiamo al muro”. Decisi di dire che ero ebreo, sarebbe venuto fuori lo stesso, avevo dei documenti falsi che erano mal fatti.

Che cos’è un lager?
Lager in tedesco vuol dire almeno otto cose diverse, compreso i cuscinetti a sfera. Lager vuol dire giaciglio,vuoldireaccampamento,vuoldireluogo in cui si riposa, vuol dire magazzino, ma nella terminologia attuale lager significa solo campo di concentramento, è il campo di distruzione.

Lei ricorda il viaggio verso Auschwitz?
Lo ricordo come il momento peggiore. Ero in un vagone con cinquanta persone, c’erano anche bambini e un neonato che avrebbe dovuto prendere il latte, ma la madre non ne aveva più, perché non si poteva bere, non c’era acqua. Eravamo tutti pigiati. Fu atroce. Abbiamo percepito la volontà precisa, malvagia, maligna, che volevano farci del male. Avrebbero potuto darci un po’ d’acqua, non gli costava niente. Questo non è accaduto per tutti i cinque giorni di viaggio. Era un atto persecutorio. Volevano farci soffrire il più possibile.

Come ricorda la vita ad Auschwitz?
L’ho descritta in Se questo è un uomo. La notte, sotto i fari, era qualcosa di irreale. Era uno sbarco in un mondo imprevisto in cui tutti urlavano. I tedeschi creavano il fracasso a scopo intimidatorio. Questo l’ho capito dopo, serviva a far soffrire, a spaventare per troncare l’eventuale resistenza, anche quella passiva. Siamo stati privati di tutto, dei bagagli prima, degli abiti poi, delle famiglie subito.

Esistono lager tedeschi e russi. C’è qualche differenza?
Per mia fortuna non ho visto i lager russi, se non in condizioni molto diverse, cioè in transito durante il viaggio di ritorno, che ho raccontato nel libro La tregua. Non posso fare un confronto. Ma per quello che ho letto non si possono lodare quelli russi: hanno avuto un numero di vittime paragonabile a quelle dei lager tedeschi, ma per conto mio una differenza c’era, ed è fondamentale: in quelli tedeschi si cercava la morte, era lo scopo principale, erano stati costruiti per sterminare un popolo, quelli russi sterminavano ugualmente ma lo scopo era diverso, era quello di stroncare una resistenza politica, un avversario politico.

Che cosa l’ha aiutata a resistere nel campo di concentramento?
Principalmente la fortuna. Non c’era una regola precisa, visibile, che faceva sopravvivere il più colto o il più ignorante, il più religioso o il più incredulo. Prima di tutto la fortuna, poi a molta distanza la salute e proseguendo ancora, la mia curiosità verso il mondo intero, che mi ha permesso di non cadere nell’atrofia, nell’indifferenza. Perdere l’interesse per il mondo era mortale, voleva dire cadere, voleva dire rassegnarsi alla morte.

Come ha vissuto ad Auschwitz?
Ero nel campo centrale, quello più grande, eravamo in dieci-dodici mila prigionieri. Il campo era incorporato nell’industria chimica, per me è stato provvidenziale perché io sono laureato in Chimica. Ero non Primo Levi ma il chimico n. 4517, questo mi ha permesso di lavorare negli ultimi due mesi, quelli più freddi, dentro a un laboratorio. Questo mi ha aiutato a sopravvivere. C’erano due allarmi al giorno: quando suonava la prima sirena, dovevo portare tutta l’apparecchiatura in cantina, poi, quando suonava quella di cessato allarme, dovevo riportare di nuovo tutto su.

Lei ha scritto che sopravvivevano più facilmente quelli che avevano fede.
Sì, questa è una constatazione che ho fatto e che in molti mi hanno confermato. Qualunque fede religiosa, cattolica, ebraica o protestante, o fede politica. È il percepire se stessi non più come individui ma come membri di un gruppo: “Anche se muoio io qualcosa sopravvive e la mia sofferenza non è vana”. Io, questo fattore di sopravvivenza non lo avevo.

È vero che cadevano più facilmente i più robusti?
È vero. È anche spiegabile fisiologicamente: un uomo di quaranta-cinquanta chili mangia la metà di un uomo di novanta, ha bisogno di metà calorie, e siccome le calorie erano sempre quelle, ed erano molto poche, un uomo robusto rischiava di più la vita. Quando sono entrato nel lager pesavo 49 chili, ero molto magro, non ero malato. Molti contadini ebrei ungheresi, pur essendo dei colossi, morivano di fame in sei o sette giorni.

Che cosa mancava di più: la facoltà di decidere?
In primo luogo il cibo. Questa era l’ossessione di tutti. Quando uno aveva mangiato un pezzo di pane allora venivano a galla le altre mancanze, il freddo, la mancanza di contatti umani, la lontananza da casa…

La nostalgia, pesava di più?
Pesava soltanto quando i bisogni elementari erano soddisfatti. La nostalgia è un dolore umano, un dolore al di sopra della cintola, diciamo, che riguarda l’essere pensante, che gli animali non conoscono. La vita del lager era animalesca e le sofferenze che prevalevano erano quelle delle bestie. Poi venivamo picchiati, quasi tutti i giorni, a qualsiasi ora. Anche un asino soffre per le botte, per la fame, per il gelo e quando, nei rari momenti, in cui capitava che le sofferenze primarie, accadeva molto di rado, erano per un momento soddisfatte, allora affiorava la nostalgia della famiglia perduta. La paura della morte era relegata in secondo ordine. Ho raccontato nei miei libri la storia di un compagno di prigionia condannato alla camera gas. Sapeva che per usanza, a chi stava per morire, davano una seconda razione di zuppa, siccome avevano dimenticato di dargliela, ha protestato: “Ma signor capo baracca io vado nella camera a gas quindi devo avere un’altra porzione di minestra”.

Lei ha raccontato che nei lager si verificavano pochi suicidi: la disperazione non arrivava che raramente alla autodistruzione.
Sì, è vero, ed è stato poi studiato da sociologi, psicologi e filosofi. Il suicidio era raro nei campi, le ragioni erano molte, una per me è la più credibile: gli animali non si suicidano e noi eravamo animali intenti per la maggior parte del tempo a far passare la fame. Il calcolo che quel vivere era peggiore della morte era al di là della nostra portata.

Quando ha saputo dell’esistenza dei forni?
Per gradi, ma la parola crematorio è una delle prime che ho imparato appena arrivato nel campo, ma non gli ho dato molta importanza perché non ero lucido, eravamo tutti molto depressi. Crematorio, gas, sono parole che sono entrate subito nelle nostra testa, raccontate da chi aveva più esperienza. Sapevamo dell’esistenza degli impianti con i forni a tre o quattro chilometri da noi. Io mi sono esattamente comportato come allora quando ho saputo delle leggi razziali: credendoci e poi dimenticando. Questo per necessità, le reazioni d’ira erano impossibili, era meglio calare il sipario e non occuparsene.

Poi arrivarono i russi e fu la libertà. Come ricorda quel giorno?
Il giorno della liberazione non è stato un giorno lieto perché per noi è avvenuto in mezzo ai cadaveri. Per nostra fortuna i tedeschi erano scappati senza mitragliarci, come hanno fatto in altri lager. I sani sono stati ri-deportati. Da noi sono rimasti solo gli ammalati e io ero ammalato. Siamo stati abbandonati, per dieci giorni, a noi stessi, al gelo, abbiamo mangiato solo quelle poche patate che trovavamo in giro. Eravamo in ottocento, in quei dieci giorni seicento sono morti di fame e freddo, quindi, i russi mi hanno trovato vivo in mezzo a tanti morti.

Questa esperienza ha cambiato la sua visione del mondo?
Penso di sì, anche se non ho ben chiara quale sarebbe stata la mia visione del mondo se non fossi stato deportato, se non fossi ebreo, se non fossi italiano e così via. Questa esperienza mi ha insegnato molte cose, è stata la mia seconda università, quella vera. Il lager mi ha maturato, non durante ma dopo, pensando a tutto quello che ho vissuto. Ho capito che non esiste né la felicità, né l’infelicità perfetta. Ho imparato che non bisogna mai nascondersi per non guardare in faccia la realtà e sempre bisogna trovare la forza per pensare.

Grazie, Levi.
Biagi, grazie a lei.

Da Il Fatto Quotidiano del 26 gennaio 2014

 

Pelle di coccodrillo: tutto l’orrore nascosto dietro le borse di lusso di Louis Vuitton & C. che le cafone che si credono chic portano con tanto orgoglio!

 

Pelle

 

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Pelle di coccodrillo: tutto l’orrore nascosto dietro le borse di lusso di Louis Vuitton & C. che le cafone che si credono chic portano con tanto orgoglio!

Cosa si nasconde dietro la produzione di borse, portafogli e cinture in pelle di coccodrillo? In Vietnam lo sfruttamento dei coccodrilli per produrre borse di lusso e altri accessori ci fa aprire gli occhi su un terribile segreto dell’industria della moda.

La Peta ha messo in mostra la terribile realtà di cui sono vittime decine di migliaia di coccodrilli in Vietnam, dove vengono allevati e uccisi per la produzione di borse di pelle vendute in tutto il mondo.

Tra gli allevamenti di coccodrilli che sono stati oggetto di investigazione da parte della Peta sono presenti anche i fornitori di pelle (almeno per quanto riguarda il passato, secondo le ultime news) per la produzione delle famose borse di Louis Vuitton e di alcune delle grandi marche più in voga a livello internazionale.

Purtroppo acquistare borse, cinture e orologi con cinturino in pelle di coccodrillo supportano un orrore di cui forse non ci si rende davvero conto.

I coccodrilli vengono scuoiati vivi brutalmente solo per soddisfare i desideri di chi è alla ricerca di accessori considerati di lusso da usare o da indossare come status symbol.

I filmati della Peta mostrano come le aziende si procurano la pelle di coccodrillo e ciò purtroppo accade in modo orribile. Il video ora in circolazione è stato girato tra marzo e aprile 2016 e fa parte di una serie di indagini condotte per favorire la salvaguardia degli animali esotici.

Sulla schiena dei coccodrilli viene praticata un’incisione che permette di scuoiarli vivi. Alcuni coccodrilli si muovono ancora mentre la loro pelle viene rimossa. La morte dei coccodrilli scuoiati può avvenire anche molte ore dopo la tortura. Rimangono sensibili a lungo allo stress e al dolore di questa crudeltà.

I filmati girati dalla Peta coinvolgono Heng Long, realtà del Vietnam che è stata acquistata per il 51% nel 2011 da LVMH, società madre di famosi marchi della moda, tra cui troviamo Louis Vuitton, Givenchy, Christian Dior, Marc Jacobs e altri.

Secondo le ultime dichiarazioni delle aziende, in ogni caso, Louis Vuitton e LVMH non hanno più niente a che fare ormai dal 2014 con gli allevamenti di coccodrilli attaccati dalla Peta. Ma che dire delle borse e degli accessori in pelle di coccodrillo prodotti negli anni precedenti?

La Peta, oltre ad invitare i consumatori al boicottaggio, ha comunicato al Governo del Vietnam che i maltrattamenti dei coccodrilli violano i regolamenti dedicati al rispetto dei diritti degli animali. Si tratta di una campagna difficile da portare avanti perché in Vietnam la produzione di carne e pelli di coccodrillo fa parte dell’economia locale. L’unico modo per minare questo business sarebbe contribuire al calo della domanda di beni di lusso realizzati in pelle di coccodrillo.

Non guarderete più Louis Vuitton, Gucci, Burberry e tutti i marchi che vendono accessori in coccodrillo con gli stessi occhi…

I consumatori spendono migliaia di dollari per questi accessori, ma sono gli animali a pagare il vero costo. Bisogna smettere di acquistare prodotti con la pelle di coccodrillo.

Marta Albè – GreenMe

Fonte foto: Peta