Ecco il fantastico mondo che si nasconde in un cucchiaino di miele: un mondo straordinario nel “DNA ambientale”

 

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Ecco il fantastico mondo che si nasconde in un cucchiaino di miele: un mondo straordinario nel “DNA ambientale”

Ecco cosa si nasconde in un cucchiaino di miele: un mondo straordinario nel “DNA ambientale”

Decifrando le informazioni genetiche contenute nel miele, ricercatori hanno individuato tracce degli organismi che abitano il territorio in cui viene creato

Dentro un cucchiaino di miele si nasconde un mondo intero. Lo ha dimostrato un gruppo di ricerca dell’Università di Bologna che, grazie ad un innovativo metodo di analisi del DNA, è riuscito ad isolare tracce non solo di piante e di api, ma anche di altri insetti, di diverse tipologie di funghi, e persino di virus e batteri. Una fotografia ampia e precisa della storia di quel miele, dal fiore fino all’alveare, e del vasto ambiente in cui è nato.

Il lavoro dei ricercatori – presentato in un articolo sulla rivista PLOS ONE – mostra come, utilizzando una metodologia bioinformatica costruita ad hoc, sia possibile estrarre dal DNA del miele importanti informazioni che permettono, ad esempio, di valutare lo stato di salute delle colonie di api, o anche di monitorare la presenza dei microrganismi responsabili di molte malattie delle piante.

API E DNA

 

Per creare il miele, le api compiono un metodico e capillare lavoro di esplorazione del territorio lungo un raggio che, partendo dall’alveare, può estendersi fino a dieci chilometri. E nel corso dei loro innumerevoli viaggi, raccogliendo nettare o melata dai fiori e dalle piante, finiscono per catturare anche tracce di molti altri organismi che abitano quel territorio. Per questo, il DNA contenuto nel miele è considerato un “DNA ambientale”, che contiene cioè al suo interno le impronte dei tanti protagonisti che in un modo o nell’altro vengono toccati dall’opera delle api.

Questo patrimonio di informazioni è però estremamente ricco e complesso. E ricostruirlo, isolando le singole tracce presenti e individuando gli organismi a cui si riferiscono non è affatto semplice. Per riuscirci è necessario mettere in campo tecnologie avanzate di analisi genetica, adattandole ad un contesto così particolare come quello del miele.

MIELE E BIOINFORMATICA
Per riuscire a decifrare il complesso patrimonio genetico contenuto nel miele, i ricercatori hanno utilizzato un metodo innovativo, basato su tecnologie di next generation sequencing che permettono di sequenziare in parallelo milioni di frammenti di DNA. L’obiettivo era arrivare ad identificare tracce appartenenti ad organismi di tutti i regni biologici che direttamente o indirettamente fanno parte del processo che porta alla produzione del miele, dal nettare dei fiori fino alla maturazione nei favi.

Per il nostro studio – spiega il ricercatore dell’Università di Bologna Samuele Bovo, tra gli autori dello studio – abbiamo messo a punto un sistema di analisi che comprende una metodologia bioinformatica costruita ad hoc per attribuire ai rispettivi organismi le centinaia di migliaia di sequenze ottenute dall’analisi. In questo modo siamo stati in grado di tradurre le informazioni presenti nelle sequenze di DNA attribuendole di volta in volta alle singole specie di appartenenza”.

MONITORAGGIO E CONTROLLO

Ma quali tracce hanno trovato i ricercatori nel corso della loro analisi? Tante, ovviamente, sono quelle che derivano dal polline dei fiori e quelle lasciate dalle api che hanno raccolto il nettare. E molte appartengono anche agli insetti produttori di melata, altro ingrediente fondamentale per la nascita del miele.

Più difficili da immaginare sono invece le tracce della varroa – il principale parassita che attacca le api, capace di vivere dentro le colonie, muovendosi tra i favi – così come quelle di diversi altri invertebrati che possono creare problemi alle colture agrarie. I ricercatori, inoltre, hanno individuato anche segni di funghi e batteri spesso presenti attorno o all’interno dell’alveare, e anche di funghi, batteri e virus che possono causare malattie delle piante o delle api.

Tutte informazioni, queste, che possono rivelarsi molto utili su più fronti. “Le tante tracce di DNA che abbiamo trovato possono essere lette e analizzate per scopi diversi”, spiega Luca Fontanesi, docente dell’Università di Bologna che ha coordinato lo studio. “Quelle delle piante, ad esempio, ci permettono di definire l’origine botanica del miele e quindi anche la sua origine geografica: un modo per certificarne la provenienza ed evitare possibili frodi”.

Ma i dati raccolti sono utili anche per controllare lo stato di salute di chi il miele lo produce: le api. “Le tracce di DNA appartenenti a parassiti e patogeni delle api – continua il professor Fontanesi – sono molto importanti per valutare lo stato sanitario degli apiari. Una notevole percentuale delle sequenze che abbiamo individuato, ad esempio, sono state inaspettatamente assegnate ad un virus, non ancora ben studiato, che colpisce le api”. E c’è anche il tema dei microrganismi potenzialmente dannosi per le piante “L’analisi del DNA ambientale ci permette di monitorare la loro presenza e diffusione – conferma Fontanesi – con risvolti importanti per i sistemi di sorveglianza fitosanitaria e di valutazione epidemiologica delle malattie delle piante”.

Non è da dimenticare, infine, che il miele è anche un alimento con molte proprietà benefiche: nel suo DNA ci sono tracce anche di questo. “Alcuni microrganismi che lasciano tracce nel miele contribuiscono alla formazione delle sue caratteristiche organolettiche e alle proprietà curative che vengono attribuite a questo alimento”, conclude Luca Fontanesi. “Alcuni lieviti di cui abbiamo trovato traccia nel miele analizzato, ad esempio, sono considerati produttori naturali di sostanze ad effetto antibiotico”.

I PROTAGONISTI DELLO STUDIO
La ricerca è stata pubblicata sulla rivista PLOS ONE con il titolo “Shotgun metagenomics of honey DNA: Evaluation of a methodological approach to describe a multi-kingdom honey bee derived environmental DNA signature”.

Lo studio è realizzato dal gruppo di ricerca del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari dell’Università di Bologna, coordinato dal professor Luca Fontanesi, attivo nel settore della genomica applicata all’apicoltura e alle specie di interesse zootecnico. Gli autori sono Samuele Bovo, Anisa Ribani, Valerio Joe Utzeri, Giuseppina Schiavo e Luca Fontanesi del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-alimentari dell’Università di Bologna, in collaborazione con Francesca Bertolini della Technical University of Denmark.

 A cura di Filomena Fotia

Fonte: http://www.meteoweb.eu/2018/12/miele-dna-ambientale/1192515/

 

I poteri di un bacio sulla salute: aiuta contro la depressione, immunizza e… fa dimagrire

 

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I poteri di un bacio sulla salute: aiuta contro la depressione, immunizza e… fa dimagrire

 

Ci sono tanti baci quante sono le persone da baciare. C’è quello sulle labbra che si scambiano due innamorati, quello sulla guancia che si dà a un amico, quello sul naso dato per far sorridere il proprio bambino, quello sul collo con cui si comunica desiderio e tanti altri ancora.

I BACI FANNO BENE AL CUORE, LETTERALMENTE

L’adrenalina che si sprigiona con un bacio fa pompare più sangue al cuore, diminuendo la pressione sanguigna e il colesterolo LDL, tutti nemici del cuore. Numerosi studi hanno poi dimostrato che baciare aumenta il battito cardiaco migliorando la circolazione sanguigna.

BACIARE RIDUCE IL DOLORE E FUNZIONA DA ANTIDEPRESSIVO

Diverse ricerche hanno dimostrato che quando si bacia la soglia che attiva i recettori del dolore si alza e questo ci farebbe sentire meno dolore fisico. Secondo i ricercatori, il grande potere antidolorifico del bacio sarebbe dovuto al rilascio delle endorfine, sostanze prodotte dall‘ipofisi situata nel lobo anteriore del cervello. Si tratta di neurotrasmettitori che hanno caratteristiche antidolorifiche e fisiologiche molto simili a quelle dell’oppio e della morfina.

Durante il bacio, queste sostanze vengono prodotte e hanno l’effetto di abbassare la sensibilità al dolore. Baciarsi, quindi, potrebbe ad esempio alleviare una dolorosa emicrania o il mal di schiena. Allo stesso tempo baciare libera ossitocina, il famoso ormone del buon umore, che contribuisce a ridurre la depressione.

I baci, inoltre, aiutano a combattere momenti di stress, tristezza, angoscia, ansia. E in generale rendono le coppie più longeve e le famiglie più felici.

I BACI RINGIOVANISCONO LA PELLE E FANNO DIMAGRIRE

Si stima che quando baciamo alleniamo fino a 30 muscoli facciali e attiviamo l’irrorazione sanguigna. Questo significa che la pelle del nostro viso si mantiene morbida, resistente e giovane. In pratica, ha lo stesso effetto dei famosi auto-massaggi facciali, che hanno proprietà antirughe. Ma l’atto di baciare consente anche di bruciare calorie. Non solo per il movimento che si fa, ma anche per le emozioni che suscita. I baci, infatti, possono accelerare il battito cardiaco fino a 140 pulsazioni al minuto, contro le 70 normali. In questo modo si accelera il metabolismo e si bruciano più calorie.

BACIARSI RINFORZA IL SISTEMA IMMUNITARIO E PREVIENE LE CARIE

In soli dieci secondi di bacio si scambiano ben 80 milioni di batteri. Alcuni sono nocivi, come lo streptococco o il virus Epstein-Barr. Ma la maggior parte sono «buoni». Secondo gli esperti, infatti, stimolano il sistema immunologico facendo aumentare gli anticorpi. Secondo l’Academy of General Dentistry, un’organizzazione americana no profit, invece, il bacio fa aumentare la produzione di saliva, favorendo la rimozione dei residui di cibi e dei batteri responsabili della carie.

 

Le cinque buone abitudini che ti allungano la vita di almeno 10 anni

 

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Le cinque buone abitudini che ti allungano la vita di almeno 10 anni

Uno studio dimostra che queste cinque buone abitudini ci allungano la vita di almeno 10 anni.

Speriamo sempre di vivere più a lungo possibile, ma allo stesso tempo seguiamo stili di vita che non aiuto a mantenere il nostro corpo in salute, come il vizio dell’alcol e del fumo. Adesso i ricercatori ci svelano quali sono le cinque abitudini che dovremmo avere per allungare la nostra vita di almeno dieci anni. Ecco quali sono.

Lo studio. Problemi al cuore, ictus e altre condizioni ci portano ad una morte prematura, eppure in Occidente non abbiamo i problemi che di solito sono responsabili di un incremento del rischio di morte, cosa sbagliamo? Per darci una risposta i ricercatori hanno analizzato i dati raccolti da due grandi studi di coorte che prendono in considerazione diversi aspetti della nostra vita quotidiana, dalla dieta alle informazioni mediche e hanno scoperto che per allungare la nostra aspettativa di vita dobbiamo:

smettere di fumare

mangiare sano

fare sport, almeno 30 minuti al giorno

mantenere sotto controllo il peso (18.5-24.9 kg/m)

ridurre il consumo di alcol (15g/giorno per le donne e tra i 5 e i 30 grammi al giorno per gli uomini)

I risultati. Dai dati raccolti è emerso che:

a confronto con coloro che non hanno fatto loro nessuna delle abitudini, per i soggetti che invece le hanno seguite tutte e cinque il rischio di morte si era ridotto del 74%, il rischio di morte per malattia cardiovascolare si era ridotto dell’82% e il rischio di morte per cancro si era ridotto del 65%
I ricercatori sostengon che c’è un’associazione diretta tra il comportamento di ognuno di noi e il rischio di morte prematura e che fare proprie tutte e cinque queste abitudini allunga realisticamente la durata della vita: stiamp arlando di 14 anni in più per le donne e 12 in più per gli uomini.

La ricerca, intitolata “Impact of Healthy Lifestyle Factors on Life Expectancies in the US Population” è stata pubblicata sulla rivista Circulation.

fonte: https://scienze.fanpage.it/le-cinque-buone-abitudini-che-ti-allungano-la-vita-di-almeno-10-anni/
http://scienze.fanpage.it/

Il cioccolato fa bene – Un toccasana per memoria, umore e sistema immunitario. Cura infiammazioni e stress e quello con il 70% di cacao può aiutare perfino contro la colite

 

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Il cioccolato fa bene – Un toccasana per memoria, umore e sistema immunitario. Cura infiammazioni e stress e quello con il 70% di cacao può aiutare perfino contro la colite

Il cioccolato fa bene, quello con il 70% di cacao può aiutare perfino contro la colite

Benefico per memoria, umore e immunità. Ma anche contro infiammazioni e stress

Consumare ogni giorno piccole quantità di cioccolato fondente fa bene alla salute, ma per evidenziare tali benefici il cioccolato consumato deve contenere almeno il 70% di cacao e un 30% di zucchero di canna biologico. A ribadire questo concetto due recenti studi statunitensi che hanno insistito molto sul fatto che con un contenuto di cacao inferiore al 70% i benefici di salute non ci sono.

Maggiore è il contenuto di cacao, infatti, più elevato è l’apporto di flavonoidi, le molecole dall’attività antiossidante. Il cioccolato in commercio, spesso viene arricchito di zuccheri e grassi saturi per mitigarne il sapore amaro a discapito del contenuto in antiossidanti.

Potenziamento delle difese immunitarie e della memoria

Gli studi condotti presso l’Università di Loma Linda in California, hanno dimostrato che un consumo di cioccolato fondente, composto per almeno il 70% di cacao, è benefico per la memoria, l’umore, l’immunità, l’infiammazione e lo stress.

Nello specifico a 5 volontari sono stati somministrati per 8 giorni consecutivi 48 g di cioccolato fondente al 70% e sono stati notati miglioramenti significativi nel funzionamento delle difese immunitarie, grazie all’attivazione delle cellule responsabili della risposta immunitaria (i linfociti T), ma anche un effetto positivo sulle performance di memoria e nell’apprendimento di nuove abilità.

«È bene ricordare che i flavonoidi contenuti nel cacao sono in grado di stimolare la produzione e il rilascio di Ossido Nitrico. Questo porta a un aumento del flusso ematico cerebrale e della perfusione sanguigna del sistema nervoso centrale e periferico, tale da fornire ossigeno e glucosio ai neuroni, eliminando anche i metaboliti dei rifiuti nel cervello e negli organi sensoriali e stimolando l’angiogenesi nell’ippocampo – chiarisce Barbara Paolini, vicesegretario nazionale ADI (Associazione Italiana di dietetica e nutrizione clinica) e medico dietologo dell’AOU Senese la quale sottolinea anche i benefici di un consumo modesto, ma regolare per intestino e sistema cardiovascolare – I polifenoli presenti nel cioccolato esercitano un’azione antinfiammatoria sull’intestino colitico, migliorando l’integrità della mucosa, suggerendo un effetto inibitorio sul rilascio di citochine pro-infiammatorie, con riduzione dell’infiltrazione dei neutrofili, e generazione di NO (Ossido Nitrico), tale da essere associato al miglioramento della colite.

La liberazione di NO che si osserva per consumo di cioccolato fondente con buon contenuto di flavonoidi, inoltre, determina un’azione di vasodilatazione, antinfiammatoria con riduzione dell’aterogenesi. L’aumento di NO, infine, può spiegare gli effetti antiipertensivi del cacao, ma anche il miglior profilo lipidico grazie alla riduzione del colesterolo LDL e incremento dell’HDL».

Ma come fare a consumare cioccolato anche in estate? Ecco come si conserva

Via libera, quindi, a un moderato consumo di cioccolato fondente anche tutti i giorni. Con il caldo però, il cioccolato si scioglie, come conservarlo e come mangiarne quel tanto che può far bene?

«Il cioccolato è sensibile al calore – spiega la dottoressa Paolini – . Per la sua preparazione è importante la fase del temperaggio, attraverso il quale si cristallizza il burro di cacao ottenendo la croccantezza e la struttura che conosciamo. Se sottoponiamo la tavoletta a temperature troppo alte, i cristalli di burro di cacao si modificano e ricristallizzano, perdendo in gusto e consistenza. Perché non si formi la patina bianca, occorre scegliere un luogo di conservazione con una buona aerazione, fresco con una temperatura ottimale intorno a 20°, chiuso ermeticamente che non prenda sapori, privo di umidità e lontano da fonti di luce e calore. Il cioccolato si può anche congelare, con l’accortezza di scongelarlo (come tutti gli alimenti) gradualmente in frigorifero».

 

 

fonte: http://www.lastampa.it/2018/06/27/scienza/il-cioccolato-fa-bene-quello-con-il-di-cacao-pu-aiutare-perfino-contro-la-colite-AUo3HK0keoOHiTTJBHpdFI/pagina.html

Le fantastiche proprietà del limone fermentato e la semplicissima ricetta per farlo in casa…

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Le fantastiche proprietà del limone fermentato e la semplicissima ricetta per farlo in casa…

Il limone è un alimento comune che tutti conosciamo ed utilizziamo in cucina. E’ spesso adoperato per condire insalate, per insaporire ed aromatizzare primi piatti, secondi ma anche i dolci. Spesso si usa il succo ma anche la buccia.

Possiamo berlo sotto forma di spremuta oppure assaporare il suo gusto acido e deciso semplicemente morsicandolo… In realtà è un frutto dalle mille proprietà benefiche che trova la sua utilità ed i suoi impieghi già nella tradizione popolare indiana là dove il limone è usato ottimizzando al meglio le sue caratteristiche e i suoi principi.

È risaputo che i limoni hanno tante proprietà preziose, in quanto ricchi di antiossidanti, enzimi utili all’organismo e vitamine. I loro benefici possono però essere aumentati ulteriormente, facendoli fermentare con il sale. Ecco come!

Prendete 4-6 limoni, ed eliminatene i piccioli qualora fossero ancora presenti. Poi, fateci sopra un taglio a croce, e versatevi dentro mezzo cucchiaino di sale grosso, premendo per farlo penetrare al meglio. Va bene il sale comune, ma è più indicato quello integrale.

Dopo prendete un contenitore e ricopritene il fondo con il sale. Man mano che i vostri limoni fermentati saranno “farciti”, disponeteli gli uni vicino agli altri.

Prima di preparare un altro strato di limoni, coprite quello che avete appena fatto con dell’altro sale. Una volta terminato, lasciate fermentare il tutto per tre giorni. Per merito della fermentazione, le proprietà benefiche dei limoni saranno amplificate.

A procedimento ultimato potrete usare le loro parti, dopo averle ripulite dal sale, ed il succo, per insaporire carne e pesce, oppure per arricchire succhi di frutta e di verdura. Questi limoni possono essere conservati in frigo per sei mesi.

La ricetta dei limoni fermentati deriva dalle tradizioni culinarie dell’India e del Nord-Africa, paesi in cui sono ben noti i suoi vantaggi.

Non solo, infatti assumendo i limoni fermentati quotidianamente il sistema digerente migliorerà le sue funzioni, la pelle diventerà molto più bella e il metabolismo più veloce.

In questo modo, poco per volta vi prenderete cura del vostro intestino e del vostro stomaco. Allontanerete i problemi di digestione e quei bruciori di stomaco che possono rovinarvi le intere giornate. Inoltre, grazie alla presenza di antiossidanti ed all’effetto amplificatore del sale, potrete assicurarvi una pelle radiosa, liscia e vellutata. Libera da sebo ed elastica da apparire più giovani e rilassati.

Ma non è finita qui: ne viene apprezzata la caratteristica di essere un antiemorragico e disinfettante, inoltre è un naturale ipoglicemizzante in quanto tende a far diminuire il glucosio nel sangue.

Ovviamente è un efficace battericido, antisettico, valido per abbassare la pressione arteriosa, utile per eliminare verruche, calli, gengive infiammate, per curare artrite e reumatismi, vene varicose, raffreddore ed influenza.

Infatti nei periodo estivi è opportuno utilizzare questi limone facendo delle tisane calde le quali vi aiuteranno a decongestionare le vie respiratorie. Vi basterà estrarre il limone dal vaso, lavarlo dal sale in eccesso e utilizzarlo tagliuzzandolo in piccole fettine.

Pasta amica della dieta: non fa ingrassare

 

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Pasta amica della dieta: non fa ingrassare

“Contrariamente alle preoccupazioni, la pasta può essere parte di una dieta sana come ad esempio quella a basso indice glicemico”

Pasta? Si grazie. I suoi carboidrati infatti non fanno ingrassare, aiutano a sostenere una dieta sana ed in alcuni casi possono aiutare a perdere peso.

Questo il messaggio di una ricerca del St. Michael’s Hospital, diretta dal dottor John Sievenpiper e pubblicata su “BMJ Open”

Gli scienziati hanno condotto una revisione su 30 ricerche e 2500 pazienti, tutti divisi in due gruppi.

Il primo, nell’ambito di una dieta a basso contenuto glicemico ha consumato pasta, in media 3,3 porzioni alla settimana. Il secondo, sottoposto allo stesso regime alimentare, ha consumato la stessa quantità di altri carboidrati.

Le analisi mediche, condotte in media dopo 12 settimane di sperimentazione, il primo gruppo (mangiatori di pasta) avesse perso circa mezzo chilo alla fine del test.

Secondo il team canadese, tale effetto è dovuto al tipo di carboidrati contenuti nella pasta rispetto a quelli presenti in altri alimenti. La pasta ha infatti un basso indice glicemico, causa quindi di minori aumenti dei livelli di zucchero nel sangue rispetto ad altri alimenti a base di carboidrati.

Secondo il capo ricercatore, “Lo studio ha rilevato che la pasta non ha contribuito all’aumento di peso o all’aumento del grasso corporeo. In realtà l’analisi ha mostrato una leggera perdita di peso, quindi contrariamente alle preoccupazioni, la pasta può essere parte di una dieta sana come ad esempio quella a basso indice glicemico”.

Tuttavia, il dottor Sievenpiper evidenzia anche i limiti dello studio. In primis, la pasta deve essere consumata insieme ad altri alimenti a basso indice glicemico. Inoltre, sono necessari ulteriori esami per determinare se la perdita di peso si applica anche alla pasta come parte di altre diete salutari.

Matteo Clerici

tratto da: https://www.newsfood.com/pasta-amica-della-dieta-non-fa-ingrassare/

Anche gli animali possono essere fumatori passivi – La ricerca sul tabagismo: “I cani e i gatti dei fumatori vivono di meno”

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Anche gli animali possono essere fumatori passivi – La ricerca sul tabagismo: “I cani e i gatti dei fumatori vivono di meno”

 

Ricerca sul tabagismo: “I cani e i gatti dei fumatori vivono di meno”

Gli animali domestici rischiano di vivere meno a lungo a causa del fumo passivo come, o forse di più, degli esseri umani. A dirlo una ricerca dell’Università di Glasgow rilanciata dalla Bbc. Secondo lo studio cani e gatti inalano non solo il fumo che respirano, ma ingeriscono la nicotina anche quando si leccano il pelo. I cani rischiano di sviluppare il cancro al polmone o al seno, mentre animali più piccoli come uccelli, conigli e porcellini d’India possono affrontare problemi respiratori e malattie della pelle.

Il Royal College of Veterinary Surgeons ha collaborato con il Royal College of Nursing (RCN) per una nuova campagna volta a informare i proprietari sul danno che si può fare: «Molte persone saranno sconvolte nello scoprire che il loro fumo passivo stava danneggiando il loro animale domestico – spiega Wendy Preston, responsabile del RCN – e in alcuni casi accorciando seriamente la vita dell’animale.

L’università, rinomata per il suo piccolo ospedale per animali, sta conducendo da anni ricerche sugli effetti del fumo passivo sugli animali domestici: la professoressa Clare Knottenbelt ha detto che 40 cani – metà dei quali provenienti da case con fumatori – sono stati reclutati per lo studio e campioni dei loro peli sono stati analizzati per rilevare i livelli di nicotina, mentre ai loro proprietari è stato chiesto di compilare un sondaggio che specificava quanto spesso essi o alcuni visitatori fumavano.

Lo stesso studio è stato condotto anche su 60 gatti, con particolare attenzione alla possibilità di stabilire un legame tra fumo passivo e linfoma felino, un tumore che colpisce i globuli bianchi dei gatti. Nei casi dei mici è stato necessario considerare anche una variante particolare: i gatti vagabondi potrebbero potenzialmente essere esposti al fumo passivo anche nelle case di altre persone, o quando siedono all’ingresso dei pub o dei luoghi di lavoro dove gruppi di fumatori si riuniscono. In questo senso «un gatto può provenire da una casa senza fumatori ma avere comunque alti livelli di nicotina».

Non tutti sono d’accordo con i risultati di questa ricerca: Simon Clark, direttore del Forest che difende i diritti dei fumatori, considera esagerati i risultati pubblicati e che sono notizie che spingono a distrarre le persone dai veri abusi contro gli animali. «La miglior cosa che qualcuno possa fare per un animale domestico è dargli un posto confortevole dove vivere, dove possa sentirsi al sicuro e ben curato».

 

fonte: http://www.lastampa.it/2017/12/11/societa/lazampa/ricerca-sul-tabagismo-i-cani-e-i-gatti-dei-fumatori-vivono-di-meno-F9Xn7htUAAhKbviO0AmTBJ/pagina.html

 

L’olio di iperico – Il prodotto antirughe più potente che esiste in natura

 

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L’olio di iperico – Il prodotto antirughe più potente che esiste in natura

L’olio di iperico viene estratto dalla macerazione di Hypericum perforatum, piccoli fiorellini dal colore giallo la cui raccolta avviene tradizionalmente il 24 giugno: per questo motivo sono noti anche come “erba di San Giovanni”, il santo celebrato in questa giornata.

Le sostanze contenute in questi fiori dall’aspetto innocuo sono molteplici e tutte molto utili in ambito di rimedi naturali. Alto è infatti il contenuto di carotene e flavonoidi, che fanno della cosiddetta erba di San Giovanni un potente cicatrizzante da utilizzare in caso di ustioni e ferite di varia natura.

Una delle proprietà meno conosciute riguarda invece la sua azione anti-age, resa possibile dalla presenza di ipericina, biflavoni e iperforina. Ciò che in pochi sanno è che l’olio di iperico è uno dei prodotti naturali più efficaci contro le rughe e l’invecchiamento della pelle – ancor di più delle costose creme reperibili sul mercato della cosmesi.

Come usare l’olio di iperico

Preparare l’olio di iperico è semplicissimo, dato che la difficoltà maggiore sta nell’attesa. Per ottenere i suoi benefici dobbiamo mettere a macerare per sei settimane in un contenitore chiuso ermeticamente 70 grammi delle sommità fiorite dell’iperico in 250 ml di olio di mandorle.

Dopo sei settimane esponiamo per un’intera giornata il contenitore al sole. Infine possiamo filtrare e conservare in bottiglie o flaconi di vetro scuro, al fresco e lontano dalla luce.

L’utilizzo dell’olio è esattamente come quello di una crema: massaggiamone una piccola quantità su viso e collo. I primi risultati dovrebbero essere visibili dopo dieci giorni.

È importante però servirsi dell’olio di iperico alla sera, dato che rende la pelle particolarmente fotosensibile (motivo per cui dovremo evitare di esporci direttamente al sole).

 

Per i cardiologi non ci sono dubbi: il caffè e la cioccolata fanno bene!

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Per i cardiologi non ci sono dubbi: il caffè e la cioccolata fanno bene!

Per i cardiologi il caffè e la cioccolata fanno bene.

Il primo è una concentrazione di antiossidanti.

“Quattro o cinque tazzine di caffè al giorno, anche decaffeinato, riducono la mortalità cardiovascolare in follow up che vanno da 10 a 18 anni. A lungo termine, bere caffè ha un effetto positivo”. Analoghi effetti positivi sulla salute del cuore, seppur di più lieve entità, si riconducono all’assunzione di cioccolato fondente all’85-90%.
Così Sebastiano Marra, direttore del Dipartimento Cardiovascolare del Maria Pia Hospital di Torino che il 27 e 28 ottobre ospiterà le XXIX Giornate Cardiologiche Torinesi “Advances in Cardiac Arrhythmias and Great innovations in Cardiology”. Al Centro Congressi Unione Industriale saranno ospiti oltre 600 partecipanti e 100 relatori, tra i quali i cardiologi della Mayo Clinic di Rochester (Minnesota) e i maggiori esperti europei provenienti da Germania, Francia e Svizzera. Il chicco di caffè – spiega Marra – è la sostanza con più antiossidanti esistente in natura”. Quest’anno, il meeting è incentrato sulla prevenzione. “Certamente possiamo affermare che negli ultimi vent’anni abbiamo a disposizione nuovi farmaci, nuove tecniche chirurgiche, che indubbiamente hanno ridotto la mortalità, ma per tre quarti il merito è della prevenzione – spiega Marra – ed è principalmente su questo fattore che noi medici dobbiamo impegnarci”. Ma oltre alla coscienza dei fattori di rischio, altro punto determinante è la conoscenza di ciò che fa bene alla salute del nostro cuore e dell’organismo in generale. In questo senso la novità più interessante, e per molti versi inaspettata, è costituita dal caffè.
“Esistono dati – rimarca Marra – su oltre 10mila individui che rivelano che chi assume caffè, su lungo periodo, ha meno ansia, dorme meglio, non ha la pressione più alta rispetto a chi non lo beve. Uno studio francese che ha analizzato oltre 200mila persone, su un periodo di 8-10 anni, riferisce dati positivi sulla mortalità. I dati piemontesi confermano che chi beve caffè ha un umore migliore, meno ansia, riposa meglio, non ha pressione o colesterolo più alti”.

fonte: https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/alimentazione/2017/10/25/salute-per-i-cardiologi-caffe-e-cioccolata-fanno-bene_0a815b67-905e-4480-a5fd-308529b1a7c8.html

Dietologi e medici concordi: mangiare pasta rende felici, aiuta a dormire e fa dimagrire…!

 

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Dietologi e medici concordi: mangiare pasta rende felici, aiuta a dormire e fa dimagrire…!

 

Mangiare pasta rende felici, aiuta a dormire e fa dimagrire

I 5 consigli dell’endocrinologa per un piatto in tutta salute.

“Basta con i falsi miti sulla pasta: non è vero che non si può mangiare la sera, e perché mai privarsi di una bella carbonara? Stimola la tiroide e fa bene anche all’umore”. La bella notizia arriva a ridosso della Giornata mondiale della pasta che si svolge il 25 ottobre dall’endocrinologa e nutrizionista Serena Missori e dal provider ECM 2506 Sanità in-Formazione.
Cinque i consigli dell’esperta per concedersi un piacere gastronomico che in molti guardano come ad un nemico giurato della linea.
Secondo la dietologa, è opportuno prediligere la pasta di grano duro, meglio se trafilata al bronzo e anche integrale. Meglio ancora gli spaghetti che hanno l’indice glicemico inferiore e sono adatti anche ai diabetici e a chi deve perdere peso.
Vietata la pasta scotta: deve invece essere assolutamente al dente perché dà più sazietà e ha un indice glicemico più basso.
Se capita di distrarsi, si può raffreddare sotto un getto d’acqua corrente.
Sì a una bella spaghettata saltata in padella con olio extravergine d’oliva e spezie, ma ogni tanto concediamoci anche una carbonara con uova e pancetta, per aggiungere un boost di proteine. Fra l’altro questa associazione stimola la tiroide: accompagnarla con della verdura amara riduce la ritenzione idrica.
La pastasciutta può essere consumata anche di sera, soprattutto se siamo stressati, se soffriamo d’insonnia, se siamo in menopausa e abbiamo le vampate o se soffriamo di sindrome premestruale. Questo perché la pasta favorisce la sintesi di serotonina e di melatonina facendo assorbire maggiormente il triptofano e quindi fa rilassare e favorisce il sonno. Se ci rilassiamo si riducono gli ormoni dello stress, fra cui il cortisolo, che favoriscono l’aumento di peso. Il biotipo nervoso cerebrale può concedersi una bella spaghettata a ogni pasto, il biotipo linfatico che deve perdere peso è meglio che non la mangi proprio tutte le sere, il biotipo bilioso e sanguigno, con moderazione e associando la pasta al consumo di verdure, può mangiarla sempre.
Per chi è celiaco o sensibile al glutine, ha la permeabilità intestinale, o soffre di colite o di malattie infiammatorie intestinali, via libera alla pasta di riso integrale, di quinoa e di grano saraceno, sempre con l’accortezza di consumarla al dente e associata a delle verdure amare, prima o dopo il pasto.

fonte: https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/alimentazione/2017/10/24/mangiare-pasta-rende-felici-aiuta-a-dormire-e-fa-dimagrire_2ce98d14-5448-4eaa-9d80-a928b821422a.html