Credito ai poveri – la fantastica storia Amedeo Giannini, il più grande banchiere al mondo…

 

Amedeo Giannini

 

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Credito ai poveri – la fantastica storia Amedeo Giannini, il più grande banchiere al mondo…

 

C’era una volta un uomo. Era un uomo vero, di quelli d’un tempo, e sarebbe divenuto il banchiere più grande del mondo. Uno di quegli uomini che dicevano “non voglio diventare troppo ricco, perché nessun ricco possiede la ricchezza, ma ne è posseduto”. All’epoca – si era in California, nell’America dei primi del Novecento – le banche davano soldi solo alle imprese già affermate. Nessuno dava credito alle piccole imprese. Quell’uomo decise di aprire la sua banca, ma non aveva una sede. Rilevò allora da una signora che voleva ritirarsi in pensione il contratto di affitto di un bar, in un incrocio, per 1.250 dollari. Non aveva clienti, e così iniziò un modo di fare banca diversa da tutte le altre dell’epoca. Si mise a girare per le strade, offrendo piccoli prestiti a chi voleva aprire un capannone, un piccolo ristorante, un esercizio commerciale. Nei primi del Novecento, era impossibile in America avere credito dalle banche, se eri una micro-impresa: vi era una regola per la quale non si davano prestiti inferiori ai 200 dollari. In pratica, per le somme minori ci si doveva rivolgere agli usurai. Quell’uomo iniziò a finanziare piccole cose, dando prestiti a partire da 25 dollari. Divenne famoso per la sua nuova cultura di banca.

Io per finanziare un uomo – era solito dire – voglio guardarlo negli occhi e vedere i calli sulle mani. A proposito del fatto che oggi tanto si parla di riforma delle banche popolari, ricordo che quell’uomo volle per la sua banca un azionariato diffuso, un azionariato popolare. Si occupò personalmente di andare a proporre le azioni a gente che non era mai stata in una banca: fornai, lattai, droghieri, ristoratori, idraulici, barbieri. Oggi si parla di austerity, di termini inglesi come “leverage” (il rapporto tra capitale e prestito), di rigore. Ricordo che anche allora si dicevano le stesse cose: in due mesi aveva raccolto 70.000 dollari, ma ne aveva impiegati 90.000 e i suoi soci erano preoccupati. Come faremo? – strillavano. Bisogna avere fiducia nella gente – rispondeva lui agli altri. La gente la ripagò, la sua fiducia. Cominciò ad andare nella banca che permetteva loro di finanziare una bottega, di avere un reddito dignitoso, di comprare una casa, di metter su famiglia, di mandare i figli a scuola. In un anno, quei 70.000 dollari divennero 700.000, e la banca continuava a crescere e a dare fiducia.

Nel 1906 a San Francisco avvenne un fatto terribile. Il terremoto distrusse la città e la gente si aggirava disperata per le strade, avendo perso tutto, casa e lavoro. Quell’uomo, mentre gli strozzini si aggiravano per le strade, andò sul molo della città, mise un tavolaccio di legno appoggiato su due barili, in mezzo alla folla dei disperati, ci salì sopra ed espose un cartello, con il titolo “Banca di (X), aperto ai clienti” (il nome della “X” ve lo dirò alla fine di questa storia). Resta il fatto che quell’uomo mise un sottotitolo che aveva lui stesso dipinto sul cartello quella notte: “Prestiti come prima, più di prima”. Quell’uomo si chiamava Peter, e stava realizzando il suo sogno di aprire una banca per i piccoli imprenditori, i diseredati, gli emigranti. La “banca” venne assalita da persone che avevano idee per ricostruire la città e lui prestava soldi con il suo metodo, guardando le persone negli occhi e osservando i calli sulle mani. Segnava i crediti su un quadernetto, annotando nomi e cifre. Girava con un carretto ed elargiva prestiti sulla fiducia, senza garanzia, a persone che non avevano potuto andare a scuola e che per lo più firmavano con una croce. Li valutava fidandosi della loro parola e del loro onore. Lui dava fiducia a quelli che avevano delle idee, dei progetti, non a quelli che avevano dei soldi o proprietà da dare in garanzia.

I suoi consiglieri gli dicevano che era un pazzo, che sarebbe finito in rovina. Invece, successe una cosa che nessuno si sarebbe aspettato. Quei piccoli imprenditori tornarono da lui, portando tanti altri amici, gente che toglieva i propri pochi depositi dalle altre banche e li andava a investire da Peter, l’uomo col carrettino. Pochi depositi, ma erano milioni di persone. Tutti gli immigrati della California, i nuovi piccoli imprenditori, vennero presto a conoscere la storia dell’uomo col carrettino e il nome di Peter divenne in breve mito, e da mito leggenda. Successe che l’uomo che dava fiducia al prossimo ricevette fiducia dal prossimo e i suoi conti crebbero, perché tutti volevano portare i propri risparmi alla banca di Peter. La sua politica era diversa da quella di tutte le banche dell’epoca ed era volta a dare soldi ai piccoli, agli artigiani, ai commercianti, agli agricoltori, ai piccoli imprenditori. La banca di Peter negli anni crebbe in tutta la California, aprendo filiali a San Francisco, a Los Angeles, fino ad attraversare l’immensa giovane nazione ed arrivare, nel 1919, a New York. Otto anni dopo, quella banca cambiò nome, e divenne la Bank of America.

All’epoca, i consiglieri della banca proposero un premio al suo fondatore, di addirittura 50.000 dollari. L’uomo, che aveva già guadagnato nella sua carriera quasi mezzo milione di dollari, restando fedele al suo detto di quando, da giovane, aveva deciso di creare una banca, per evitare di “essere posseduto dalla ricchezza” rifiutò il premio, dicendo che chiunque desiderasse avere più di 500.000 dollari doveva farsi vedere da un dottore. La smania di denaro è una brutta cosa – disse una volta – io non ho mai avuto quel problema. Detto da uno che a sette anni aveva visto il padre ucciso dopo un litigio per un dollaro, c’era da credergli. Infatti, fece devolvere più volte vari premi alla ricerca scientifica. Oggi le banche aborrono progetti innovativi e la finanza moderna pretenderebbe che non si investa in progetti originali e non consolidati, senza patrimoni dell’imprenditore e adeguate garanzie. Pensate allora a cosa doveva voler dire, all’epoca, finanziare una cosa sconosciuta e incredibile che si chiamava cinematografo: follia, per i suoi colleghi. Peter, a differenza di tutti gli altri banchieri, prestò i suoi soldi a un geniale innovatore, consentendo nel 1921 a tutto il mondo di conoscere “Il Monello”, il meraviglioso film di Charlie Chaplin.

Anni più tardi, finanziò Walt Disney, che gli parlava di finanziare un’altra incredibile rivoluzione tecnologica e cioè i cartoni animati. Il mondo conobbe così la favola di “Biancaneve e i sette nani.” Ancora, finanziò un visionario siciliano, Francesco Rosario Capra, rimasto senza lavoroper la crisi del ’29, rivelando così al mondo il genio del celeberrimo regista Frank Russel Capra. Così, mentre gli esperti di finanza insegnavano l’importanza di adottare regole restrittive, Peter finanziava i piccoli imprenditori guardandoli negli occhi e alla fine, tirando i conti, si scoprì che il 96% dei prestiti della banca erano stati rimborsati, senza alcuna garanzia. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la banchetta nata in un bar, proseguita su un carrettino, che ora si chiamava Bank of America, superò per depositi la First National Bank e la Chase Manhattan Bank, le due più grandi banche di New York, diventando così la più importante banca del mondo. Dopo la fine della guerra, Peter volle che la Bank of America si impegnasse in prima persona nel piano Marshall, cioè nel gigantesco piano di ricostruzione che ha consentito anche al nostro paese di ripartire, finanziando così, indirettamente, milioni di nostri piccoli imprenditori.

Quando, nell’ottobre del 1945, lasciò la presidenza della banca, lasciò i cassetti aperti, affermando che “né lui, né la sua banca, avevano nulla da nascondere”. Quando morì, quattro anni più tardi, dall’inventario dei suoi beni si scoprì che aveva mantenuto la sua parola, e pur essendo stato il banchiere della banca più grande del mondo, il suo patrimonio ammontava esattamente a soli 489.278 dollari, meno del mezzo milione per cui, secondo lui, uno sarebbe dovuto farsi vedere da uno psichiatra. Può sembrare una favola, ma è storia vera. L’ho raccontata perché oggi, se mi guardo intorno, io non vedo una situazione abissalmente diversa dal disastro di San Francisco del 1906 o dalla crisidel ’29. Mentre i politici parlano di riforma della legge elettorale, le imprese chiudono ogni giorno, la gente è a spasso, molti restano senza lavoro e senza speranza. Allora, esistevano uomini di banca come Peter. Oggi i piccoli imprenditori sono disperati. Le banche ripetono il mantra appreso da docenti, banchieri e politici che parlano in lingua inglese, chiedono garanzie, e si sente a ogni angolo la parola “austerity”. Gli anglosassoni ci vengono a insegnare come si fa il mestiere di banchiere e i tedeschi ci insegnano il rigore.

Ora, io avrei un sogno. Vorrei che in una nostra città, una qualunque, tra le macerie della nostra economia, un banchiere italiano, un politico italiano, uno statista, prendesse un tavolaccio, lo mettesse in mezzo a una strada e poi ci salisse sopra. Vorrei che ci posasse sopra un cartello con una scritta a mano in cui si leggesse: “Da oggi, prestiti all’economia, come prima, più di prima”. Sottotitolo: “Colleghi, l’austerity ve la potete mettere in quel posto”. E poi, vorrei che quest’uomo cominciasse a ridisegnare le regole del gioco della finanza mondiale, per insegnare a tutti che noi italiani non abbiamo bisogno di lezioni da nessuno, sul come si fa a fare il mestiere del banchiere. Il vero banchiere non chiede le garanzie, ma guarda i calli sulle mani. Questo, sarebbe il mio sogno. Perché sul cartello che quell’uomo aveva scritto di suo pugno, su quel tavolo in mezzo alla strada, c’era il nome della sua banca: Bank of Italy. Questo era il nome originario di quella che sarebbe divenuta, molti anni dopo, la più grande banca del mondo: la Bank of America. Il suo fondatore, l’uomo che guardava gli altri negli occhi e finanziava guardando i calli delle mani, l’uomo che si alzò in piedi insegnando al mondo a rialzarsi in piedi, l’uomo che insegnò a tutti che fare banca non significa chiedere regole, ma dare fiducia, non era un anglosassone. Peter era il secondo nome di Amadeo Giannini, in cerca di fortuna nell’America di fine ottocento, figlio di poveri migranti dell’entroterra ligure. C’era una volta un banchiere. Era un uomo vero. Era un italiano.

(Valerio Malvezzi, “L’incredibile storia del banchiere più grande del mondo”, dal sito “Win The Bank”, 2018).

tratto da: http://www.libreidee.org/2018/03/credito-ai-poveri-e-nacque-il-banchiere-piu-grande-al-mondo/

Pierre Rabhi – L’uomo che sussurrava ai campi

Pierre Rabhi

 

 

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Pierre Rabhi – L’uomo che sussurrava ai campi

L’Ardèche è una delle regioni più povere della Francia, sul bordo orientale del Massiccio Centrale. Altopiani verdeggianti si alternano a gole rocciose, gli inverni sono rigidi e nevosi, i venti violenti, i suoli calcarei e aridi.

È qui che si è stabilito nel 1961 Pierre Rabhi, algerino, nato in un’oasi del Sahara ma cresciuto nella città di Orano. Immigrato a Parigi negli anni Cinquanta, dopo una breve esperienza in fabbrica durante la quale conosce la donna che sarà la sua compagna di vita, si trasferisce con lei a Montchamp, un luogo aspro e duro in cima alla montagna, senza acqua corrente né elettricità. Qui la coppia inizia ad allevare capre praticando la biodinamica e a partire dal ’68 attira altri giovani in fuga dal modello urbano e capitalista.

Pierre Rabhi, partendo dalla sua quotidiana esperienza di contadino, è diventato negli anni un maestro di vita e di spiritualità, ma – ciò che più conta – è stato l’inventore dell’agroecologia.

Secondo quanto lui stesso racconta, tutto inizia dalla presa d’atto che l’agricoltura biologicanon è sufficiente in contesti particolarmente difficili. Quando la terra manca di fertilità o è devastata dalla siccità, bisogna ristabilire l’equilibrio tra i vari elementi naturali piantando molti alberi, imparando a gestire e conservare l’acqua, usando tecniche diverse per riparare i danni subiti dall’ambiente.

È un metodo di coltivazione ma anche una chiave di lettura; applica i principi ecologici alla produzione di alimenti, capovolge il sistema dell’agrobusiness, si prende cura delle risorse naturali e valorizza la biodiversità: ci offre delle buone pratiche.

Il suo valore aggiunto è l’aspetto politico, il fatto che si pone l’obiettivo di sfamare i poveri e si basa sulle conoscenze di chi lavora i campi, di chi con il 20 per cento dei terreni produce l’89 per cento del cibo che mangiamo. Quando, qualche anno fa, ho incontrato Pierre Rabhi, c’è stata un’immediata intesa sulla necessità di restituire la giusta dignità ai contadini e sul ruolo che l’agroecologia può avere nel promuovere una loro presa di coscienza.

Pierre si autodefiniva un agroecologo perché questo termine mette fine a tutte le questioni riguardo a chi è certificato “biologico” e chi no: «L’agroecologia non deve rispondere a nessuna regola predefinita. Quello che importa è cosa è utile all’equilibrio ecologico e a un’agricoltura realmente sostenibile» mi disse. «Ovviamente si tratta di pratiche biologiche o biodinamiche, ma queste definizioni diventano etichette poco importanti rispetto al risultato: produrre cibo sano e preservare le risorse naturali».

Rabhi, che compie quest’anno 80 anni, ha dedicato la vita alla diffusione della sua concreta filosofia: ha insegnato presso il Centre d’étude et de formation rurales appliquées (Cefra) e ha portato la sua esperienza anche in Burkina Faso, Camerun, Mali, Niger, Senegal, Tunisia.

È riconosciuto quale esperto internazionale per la sicurezza alimentare e la lotta alla desertificazione, definita come tutto ciò che minaccia l’integrità e la vitalità della biosfera, e le sue conseguenze per gli esseri umani: in questa veste, è protagonista di programmi su scala mondiale e sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Ha scritto numerosi libri e fondato l’associazione Terre & Humanisme, per diffondere la sua interpretazione spirituale del coltivare: «Posso spiegarvi come fare affinché la terra riesca a creare energia per la vita, ma non il perché ci riesce. C’è un momento in cui la razionalità non può più darci risposte. La razionalità ha un limite, l’orto è un universo illimitato».

 

Carlo Petrini

da La Repubblica del 15 marzo 2018

 

Bonifica terreni con la canapa, un’idea italiana!

 

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Bonifica terreni con la canapa, un’idea italiana!

La proprietà di bonifica terreni con la canapa rende possibile il fitorisanamento, ossia l’uso di questa pianta in zone ad alto tasso d’inquinamento come ex-siti industriali e ambienti in cui anche l’aria è ricca d’agenti inquinanti, che possono essere catturati e persino stoccati per un successivo utilizzo!

Da diversi anni si è capito che la canapa ha delle spiccate capacità di riduzione dell’uso di pesticidi, fitofarmaci e diserbanti  nelle colture, e ne diminuisce anche il fabbisogno d’acqua; tuttavia non è noto a tutti che si può fare anche la bonifica terreni con la canapa.

Si tratta di un processo di fitobonifica, con conseguente miglioramento della fertilità del suolo, grazie alla capacità di assorbimento da parte delle radici di questa pianta dei componenti organici o inquinanti presenti nel terreno, che poi sono trasformati in qualcosa di meno pericoloso, oppure vengono ‘catturate’ e recuperate (nel caso del piombo, dello zinco e del ferro). Tale processo depurativo può avvenire anche per l’aria, perché la canapa può sequestrare il CO2 presente in un ambiente inquinato, e l’acqua, in cui questa magica pianta riesce a catturare l’ossido di azoto, l’ozono e gli agenti inquinanti che costituiscono l’indoor pollution.
La Natura che viene in supporto della natura quindi.

 

In questo in Italia sono attive alcune aziende e consorzi, ad esempio, Ecofitomed, società pugliese attivamente impegnata nella tutela dell’ambiente. Sulla base di alcuni studi portati avanti da Stefano Mancuso, uno dei massimi esponenti della neurobiologia vegetale, si è scoperto che le radici della cannabis potrebbero rivelarsi utili per depurare i fanghi contaminati.
Quando le acque nere o grigie, provenienti dagli scarichi industriali o dalle fognature, vanno incontro al processo di depurazione, sul suolo restano dei fanghi ad alto tasso di inquinamento. Fino ad oggi questi fanghi sono stati bruciati o gettati in discarica una volta essiccati.
Queste procedure di smaltimento richiedono costi non indifferenti: dai 90 ai 200 euro a tonnellata e nel 2011 ne sono stati prodotti 11 milioni di tonnellate.
La Ecofitomed punta di abbassare i costi, passando da 90 a 60 euro per tonnellata, piantando un bosco dalle proprietà decontaminanti proprio sul luogo inquinato. Secondo gli esperti, coltivando canapa, alberi di pioppo e paulownia tomentosa, piante note per le loro capacità di iper-accumulatori, tutti gli agenti inquinanti verrebbero catturati dalle radici.
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Come funziona la fitobonifica della canapa sul terreno?
E’ stato calcolato inoltre che nell’arco di 5 anni il terreno sarebbe completamente bonificato e gli alberi potrebbero trovare un nuovo impiego: se i livelli di inquinamento rientrano nella norma, il legno potrebbe essere utilizzato per la creazione di mobili e pellet. 
Altrimenti, sfruttando i pannelli solari posti sulla serra che dovrebbe contenere le piantagioni nella fase iniziale della crescita, i tronchi potrebbero alimentare una centrale a biomassa. Una volta depurati, i fanghi possono essere riutilizzati come normale terriccio. Un bosco di tale portata potenzialmente è in grado di decontaminare 42 mila tonnellate di fanghi all’anno. Inoltre piantandolo nei pressi dei depuratori si potrebbero eliminare i costi legati al trasporto.
Anche l’associazione CanaPuglia vuole diffondere le applicazioni disinquinanti della canapa proponendo la coltivazione di questa pianta per bonificare terreni contaminati da metalli pesanti e sostanze organiche.
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Bonifica terreni con la canapa, un’idea italiana!
Inoltre, c’è il progetto di mettere in pratica le note capacità di assorbimento di anidride carbonica (da 9 a 12 tonnellate per ettaro) e di bonifica degli agenti inquinanti del terreno, nelle campagne pugliesi devastate dall’industria pesante (ILVA a Taranto, la zona attorno alla centrale a carbone di Cerano e della Montedison presso Brindisi); questo è un esperimento di phytoremediation della canapa (cioè fitorimediazione o fitorisanamento): si tratterebbe di circondare i terreni ‘incriminati’ con una ‘cintura’ di canapa, per far sì che avvenga una fitodepurazione della zona. 
Al momento sembra già riportare buoni esiti, ma non resta che sperare che qualcuno decida di puntare su questa iniziativa tutta italiana, perché il progetto è in attesa di finanziamenti e trattandosi di un programma innovativo e unico al mondo, gli investitori sono ancora in attesa di verificarne i risultati.
Fonte: tuttogreen.it

 

Erri De Luca: stanno uccidendo il Made in Italy, preferendo il Merda in Italy…!

 

Erri De Luca

 

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Erri De Luca: stanno uccidendo il Made in Italy, preferendo il Merda in Italy…!

Erri De Luca, scrittore da sempre impegnato per l’ambiente e sui fronti della mobilitazione civica per la salvaguardia del territorio, in una intervista che vale la pena riascoltare. Si tratta di una puntata della trasmissione “Indovina chi viene a cena” andata in onda sulla Rai.
Le parole di De Luca fanno senz’altro riflettere.
Ecco l’intervista allo scrittore Erri de Luca, incontrato nella sua casa in campagna.

 

 

Pierre Rabhi: occorre un ritorno alla terra per cambiare la nostra società fondata esclusivamente sul denaro.

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Pierre Rabhi: occorre un ritorno alla terra per cambiare la nostra società fondata esclusivamente sul denaro.

Pierre Rabhi: l’avvento del capitalismo-schiavistico e LA FINE DI UN MONDO SECOLARE!

Pierre Rabhi, contadino e filosofo Algerino, trapiantato in Francia dai tempi del colonialismo francese, che sostiene, giustamente, che occorre un ritorno alla terra per cambiare realmente le nostre esistenze e la nostra società fondata esclusivamente sul denaro. Lui il passo l’ha fatto già negli anni ’60 ed oggi cerca di diffondere il verbo tramite libri e conferenze in giro per il mondo.

La povertà non sempre è sintomo di malessere. Crediamo che oggi, immersi nell’opulenza e nel materialismo più sfrenato, si viva meglio rispetto al passato e rispetto a quelle società cosiddette sottosviluppate e povere. Siamo convinti di essere ricchi, di poterci permettere tutto, di essere superiori ma ahimè non è così! Per capire il vero senso della vita leggi attentamente i seguenti paragrafi tratti dal libro di Pierre Rabhi “La sobrietà felice” di cui consigliamo la lettura integrale.

Un uomo semplice, che abita in una piccola oasi del Sud dell’Algeria, si dedica ogni giorno ai suoi doveri di padre di famiglia. Apre la porta della sua bottega, accende il fuoco e, per tutta la giornata, lavora il metallo. Fa manutenzione agli attrezzi agricoli dei contadini, ripara i modesti oggetti d’uso quotidiano. Quel piccolo Vulcano del deserto fa cantare tutto il giorno l’incudine, mentre un apprendista tira la corda del mantice della forgia per attizzare le fiamme. Scintille incandescenti….

Un bambino lo guarda ammirato in silenzio, ne è fiero, immensamente fiero. Di tanto in tanto l’uomo, dal volto volitivo, ascetico e grondante di sudore, si ferma per accogliere i clienti, rispondere alle loro richieste. A volte, davanti alla bottega si forma spontaneamente un assembramento di uomini. Accovacciati su una stuoia di fibre di palma chiacchierano, bevono thé, scherzano, ridono, discutono anche di questioni serie.

Non lontano dalla bottega c’è una piazza quadrata, molto ampia, circondata di negozi – droghieri, macellai, venditori di tessuti e quant’altro – e di laboratori di sarti, calzolai, falegnami, piccoli orafi…

Ogni giorno dalla botteghe fuoriescono canti, come balsami di serenità, che si spandono nell’atmosfera tiepida o soffocante, a seconda delle stagioni. Sul lato ovest c’è uno spiazzo spoglio, aperto dove si tiene il mercato. Una sorta di caravanserraglio senza muri in cui dromedari che bramiscono, pecore, capre, asini e cavalli si mischiano sprigionando odori forti. Alcuni nomadi vanno e vengono in silenzio; altri rimangono accovacciati contro sacchi di tela ruvida gonfi di cereali …. Datteri essiccati per la conservazione e a volte, in stagione, tartufi del deserto si offrono a chi desidera comprarli. Tutto ciò produce un ovattato tumulto, punteggiato dalle voci acute dei venditori che richiamano i clienti. Ogni tanto narratori o acrobati propongono le loro prodezze e i loro sogni a un pubblico affascinato che fa loro cerchio attorno. La città intera è percorsa da ombreggiate viuzze che corrono tra case di terra color ocra incastrate le une nelle altre, sormontate da terrazze, al centro un minareto bianco che a mo’ di vedetta scruta i quattro orizzonti…..

L’atmosfera è frugale. La miseria estrema tocca poco la gente di questa cultura dell’elemosina e dell’ospitalità, richiamate senza sosta come doveri fondamentali dai precetti dell’islam. Il tempo è scandito dalle stagioni e dalle costellazioni. La presenza tutelare e secolare del mausoleo del fondatore della città, che per tutta la vita ha predicato la non violenza, da tempo ha creato un clima di spiritualità propizio alla pace, alla concordia.

La tranquilla città non è tuttavia un paradiso terrestre. Qui come altrove gli uomini sono afflitti da preoccupazioni; il meglio e il peggio vi convivono… Una specie di gioia onnipresente ha la meglio sulla precarietà, coglie ogni pretesto per manifestarsi in feste improvvisate. Qui l’esistenza si tocca con mano. In un clima di pazienza continuamente ravvivata, il più piccolo sorso d’acqua, il più piccolo boccone di cibo danno alla vita un sapore vero. Dal momento che l’essenziale è assicurato, tutto li rende felici e grati, come se ogni giorno vissuto fosse già un privilegio, una tregua. La morte è loro familiare, ma non è una tragedia…

Se questo mondo sospeso tra sogno e poesia non era privo di sofferenza, era però un frutto a lungo maturato sull’albero del destino. Come in altri luoghi del pianeta, gli uomini hanno tentato di crearvi un’armonia, senza però riuscirci alla perfezione, non essendo la perfezione una loro prerogativa…

E poi, insidiosamente, lentamente, in questo mondo vecchio di secoli tutto inizia a precipitare. Il fabbro si intristisce. E’ pensieroso, assorto in strani pensieri. Non torna più a casa al crepuscolo come un libero cacciatore, a volte a mani vuote ma più spesso carico di un cesto colmo di cibarie per la sopravvivenza della sua famiglia per le quali deve ringraziare solo i propri meriti, il suo talento e il suo coraggio, favoriti dalla divina benevolenza. Il lavoro per il fabbro comincia a scarseggiare. Gli occupanti francesi hanno scoperto del carbon fossile e propongono a tutti gli uomini in forze un’occupazione retribuita. L’intera città è sottosopra. E’ finita l’epoca in cui si assaporava il tempo come se fosse eterno. Suona l’ora del tempo degli orologi, fino a quel momento sconosciuto, suona con i suoi minuti e i suoi secondi… Questo nuovo tempo ha come intento di abolire ogni <<perdita di tempo>> e, nel regno dei sonni tranquilli, l’indolenza viene presa per pigrizia. Ora bisogna essere seri, sgobbare molto. Ogni mattina, con una lampada ad acetilene in mano, bisogna sprofondare nelle viscere oscure della terra per riesumarne un materiale nero che cela un fuoco sopito da tempo immemore, come in attesa di un risveglio che gli permetterà di cambiare l’ordine del mondo. Ogni sera, gli uomini escono con il volto insozzato dallo strano termitaio in cui sono stati rinchiusi durante il giorno. Si fa fatica a riconoscerli, tanto inefficaci sono stati i lavaggi per togliere dal visto la scura maschera di carbon fossile e polvere che lo ricopre. Attorno agli occhi si ostinano occhiaie nere, emblema della nuova confraternita dei minatori. Sempre più polsi vengono ornati da orologi; per fare più in fretta, si moltiplicano le biciclette; il denaro si insinua in tutte le ramificazioni della comunità. Le tradizioni prendono un gusto di antiquato, di sorpassato. Ora bisogna mettersi al passo con la nuova cultura.

Il fabbro, come il mastro Cornille di Alphonse Daudet, che soffriva per l’onore beffeggiato del suo mulino a vento – <<respiro del buon Dio>> – soppiantato dai mulini a vapore – <<invenzione del diavolo >> -, resiste finché può a tali sconvolgimenti.

Ma alla fine deve arrendersi all’evidenza: i clienti si fanno rari e riuscire a sfamare la famiglia ha ormai del miracoloso. Non gli resta che diventare lui stesso una termite… Grazie alle sue naturali attitudini viene assegnato a guidare una piccola locomotiva che traina un lungo bruco di vagoni pieni di materiale magico, destinato soprattutto a essere trasportato in Francia. I grandi treni dalle potenti locomotive si porteranno via come un bottino il materiale nero. E’ così che il Progresso ha fatto irruzione in quest’ordine secolare.

Il figlio del fabbro è turbato nel vedere il padre tornare sudicio ogni sera, come tutti gli altri. L’idolo è come profanato. La bottega è diventata un guscio silenzioso dietro la porta oramai chiusa sui ricordi dal gusto desueto di un tempo antichissimo all’improvviso superato. L’incudine non canta più. La civilizzazione, con alcuni dei suoi attributi, la sua complessità e il suo immenso potere di seduzione, è arrivata senza che il bambino possa comprenderla e tanto meno spiegarsela…

L servitù del padre infligge al figlio una strana ferita. Tutta la popolazione sente che sta arrivando qualcosa di importante, qualcosa di insidioso e incomprensibile. L’era del lavoro come ragion d’essere e, come corollario, la smoderatezza evocata dal denaro e dalle nuove cose da acquistare. Come in un ultimo sussulto di libertà, appena percepito il primo salario alcuni minatori non tornavano alla miniera. Quando ricomparivano, dopo un mese o due, i datori di lavoro, scontenti, chiedevano loro perché non fossero tornati prima. I minatori allora rispondevano con candore che non avevano finito di spendere il denaro: perché dunque avrebbero dovuto faticare? Senza esserne coscienti, ponevano una domanda che è stata accuratamente evitata, ma che oggi qualcuno considera essenziale, e alla quale, in quest’epoca di grande scombussolamento in cui siamo obbligati a riconsiderare la condizione umana, bisognerà pur rispondere: lavoriamo per vivere o viviamo per lavorare?

Io avrei compreso solo molto più tardi che, negandone l’identità e la persona, la modernità arrogante e totalitaria aveva inflitto a quel fabbro, come a innumerevoli altri esseri umani del Nord e del Sud del mondo, una sorta di annullamento. Peggio ancora: con il pretesto di migliorarla, ha ridotto la condizione di ognuno a una moderna forma di schiavitù, non solo producendo capitale finanziario senza alcuna ricerca di equità, ma instaurando a livello mondiale, semplicemente prendendo il denaro come unità di misura della ricchezza, la peggior disuguaglianza che esista. Lo sfruttamento e l’asservimento dell’uomo da parte dell’uomo, e della donna da parte dell’uomo, sono sempre stati una perversione, una fatalità che ha macchiato la storia con le brutture che conosciamo; ma se quella perversione era per così dire spontanea, la modernità, con le rivoluzioni intese a mettervi fine, l’ha perpetuata sotto l’insegna dei più alti proclami morali: democrazia, libertà, uguaglianza, fraternità, diritti dell’uomo, abolizione dei privilegi…

15 anni di Ogm – il punto (disastroso) di SlowFood – Gli Ogm avrebbero dovuto salvare il mondo dalla fame. Ma il numero degli affamati non ha fatto che crescere, proprio come i fatturati delle aziende che li producono.

 

 

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15 anni di Ogm – il punto (disastroso) di SlowFood – Gli Ogm avrebbero dovuto salvare il mondo dalla fame. Ma il numero degli affamati non ha fatto che crescere, proprio come i fatturati delle aziende che li producono.

 

La promessa che gli Ogm avrebbero salvato il mondo dalla fame è stata completamente disattesa: da quando è iniziata la commercializzazione (ormai più di 15 anni fa) il numero degli affamati non ha fatto che crescere, proprio come i fatturati delle aziende che li producono.

In Paesi come l’Argentina o il Brasile, la soia gm ha spazzato via le produzioni tradizionali, perché le colture transgeniche hanno bisogno di grandi superfici e di sistemi monocolturali intensivi.

Leggi tutte le notizie, gli approfondimenti, gli interventi sugli Ogm pubblicati su www.slowfood.it

Scarica gratis la pubblicazione: Scienza incerta e dubbi dei consumatori 

Quella degli Ogm è una questione complessa, difficile da esaurire in poche righe, ma forti di ricerche indipendenti e studi approfonditi, possiamo riassumere in pochi punti alcuni dei motivi per cui Slow Food, attraverso progetti, attività e campagne di comunicazione promuove e difende una cultura libera da Ogm:

  • CONTAMINAZIONE: coltivare Ogm in sicurezza, in Italia, è impossibile perché abbiamo aziende di piccole dimensioni e non abbiamo barriere naturali sufficienti a proteggere le coltivazioni biologiche e convenzionali. Inoltre, l’agricoltura fa parte di un sistema vivente che comprende la fauna selvatica, il ciclo dell’acqua, il vento e le reazioni dei microrganismi del terreno: una produzione Gm non potrà restare confinata nella superficie del campo in cui viene coltivata
  • SOVRANITÀ ALIMENTARE: come potrebbero gli agricoltori biologici, biodinamici e convenzionali essere sicuri che i loro prodotti non siano contaminati? Una diffusione, anche limitata, delle coltivazioni Ogm in campo aperto, cambierebbe per sempre la qualità e la situazione attuale della nostra agricoltura, annullando la nostra libertà di scegliere quel che mangiamo.
  • LIBERTÀ: le coltivazioni Gm snaturano il ruolo dell’agricoltore che da sempre migliora e seleziona le proprie sementi. Con le sementi modificate geneticamente, invece, la multinazionale è la titolare del seme: a essa l’agricoltore deve rivolgersi a ogni nuova semina (poiché, come tutti gli ibridi commerciali, in seconda generazione gli Ogm non danno buoni risultati) ed è proibito tentare miglioramenti varietali se non si pagano costose royalties
  • ECONOMIA E CULTURA: I prodotti Gm non hanno legami storici o culturali con un territorio; l’Italia basa buona parte della sua economia agroalimentare sull’identità e sulla varietà dei prodotti locali: introdurre prodotti anonimi e senza storia indebolirebbe un sistema che ha anche un importante indotto turistico
  • BIODIVERSITÀ: Le colture transgeniche impoveriscono la biodiversità perché hanno bisogno di grandi superfici e di un sistema monocolturale intensivo. Se si coltiva un solo tipo di mais per l’alimentazione umana, si avrà una riduzione anche dei sapori e dei saperi
  • ECOCOMPATIBILITÀ: Le ricerche su Ogm aoggi hanno messo a punto 2 tipi di “vantaggi”: la resistenza a un parassita del mais (la piralide) e la resistenza a un diserbante (il glifosate). Quindi, dicono i sostenitori degli Ogm, essi consentirebbero un minore impiego di chimica di sintesi; ma la piralide del mais può essere combattuta seriamente solo con la rotazione colturale, e la resistenza a un diserbante porta a un uso più disinvolto del medesimo nei campi, dato che non danneggerà le piante coltivate ma solo le erbe indesiderate
  • PRECAUZIONE: a circa trent’anni dall’inizio dello studio sugli organismi modificati geneticamente, i risultati in ambito agroalimentare riguardano solo 3 prodotti (mais, colza e soia). Le piante infatti mal sopportano le modificazioni genetiche e questa scienza è ancora rudimentale e in parte affidata al caso. Vorremmo ci si attenesse ad atteggiamenti di cautela e precauzione, come hanno fatto Germania e Francia, che hanno vietato alcune coltivazioni di Ogm
  • PROGRESSO: gli Ogm sono figli di un modo miope e superficiale di intendere il progresso. È sempre più chiaro per consumatori, Governi e ricercatori, il ruolo dell’agricoltura di piccola scala nella protezione dei territori, nella difesa del paesaggio e nel contrasto al riscaldamento globale; invece di seguire le sirene dei mercati, la ricerca moderna dovrebbe affiancare l’agricoltura sostenibile e mettersi a disposizione delle sue esigenze
  • FAME: I relatori Onu sul problema della fame dicono che l’agricoltura familiare difende le fasce di popolazione a rischio di malnutrizione. Un dato confermato anche dall’ultimo rapporto Fao Lo stato dell’insicurezza alimentare nel mondo 2015. Esaminando i dati emerge come esistano tratti comuni a quasi tutti gli stati che hanno visto migliorare in modo sensibile l’emergenza fame. Prima di tutto lo sviluppo della produttività agricola su piccola scala (che difficilmente ha scelto Ogm), con il miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita dei piccoli nuclei contadini familiari. Appare chiaro come l’agricoltura familiare e le produzioni artigianali siano la via più sensata per raggiungere l’obiettivo fame zero. «L’agricoltura che nutre il pianeta è quella che si pone come obiettivo il benessere delle persone, prima di tutto, prima ancora del profitto», afferma Cinzia Scaffidi, vice presidente di Slow Food Italia, commentando la notizia. «Il 2014 è stato l’anno internazionale dell’agricoltura familiare e il mondo ha riflettuto e incoraggiato quel modo di produrre cibo, quel tipo di atteggiamento e di cura verso le persone e gli altri viventi; il 2015 è l’anno dell’Expo di Milano e abbiamo a disposizione altro tempo, e altre risorse, per riflettere e promuovere un’idea di produzione sostenibile di cibo. La consapevolezza degli individui e dei governi sta crescendo e i primi risultati si vedono. La strada è certamente ancora lunga e disseminata di ostacoli: ma è sempre più evidente che il modello produttivo che ha dominato finora non è più difendibile e i primi passi in una direzione diversa stanno dando qualche risultato».

fonte: http://www.slowfood.it/slow-food-ogm/

L’allarme di SlowFood – L’agricoltura è diventata «una macchina che trasforma petrolio»

 

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L’allarme di SlowFood – L’agricoltura è diventata «una macchina che trasforma petrolio»

Il cambiamento climatico mette a rischio la biodiversità. L’allarme viene dal rapporto Integrare l’Agrobiodiversità nei sistemi alimentari sostenibili realizzato da Bioversity International. Già il numero degli animali si è dimezzato in poco più di un secolo (gli esperti parlano addirittura di un’imminente estinzione di massa, la sesta), ora pure la varietà genetica delle piante commestibili rischia di omologarsi, impoverendosi di sostanze nutritive fondamentali per la dieta umana.

Secondo i dati del rapporto, infatti, il 75% del cibo mondiale è affidato a 12 colture e a cinque specie animali. Delle 5.538 specie vegetali commestibili per l’uomo, solo tre – riso, grano e mais – forniscono più del 50% dell’apporto calorico generale. Paradossalmente, in un momento in cui l’accesso a prodotti diversi non è mai stato così vasto, la dieta globale nel suo complesso sta diventando sempre più omogenea: cala il consumo di legumi, frutta e verdura mentre predominano amidi, carne e latticini.

Le monocolture e i cibi la cui produzione è basata sugli allevamenti intensivi fanno sì che l’agricoltura sia un elemento dannoso per l’ambiente. Il solo settore primario contribuisce con il 24% delle emissioni di gas serra, oltre a essere il più grande sfruttatore di acqua dolce del pianeta. Da una parte l’espansione di terreni destinati alla zootecnia intensiva, sta mettendo a rischio l’esistenza del 62% delle specie animali già inserite nella lista dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (Iucn), dall’altra la produzione di frutta, verdura e legumi è diminuita del 22%. Ciò significa che esiste un grande disequilibrio a livello di sistema, tanto che il panel internazionale sui cambiamenti climatici (Ipcc) stima che in ciascuna delle tre decadi da qui al 2050 la produzione agricola calerà del 2%, mentre la domanda di cibo crescerà del 14%.

Insomma, se continuiamo a misurare l’agricoltura in termini di “resa per ettaro” o in “calorie prodotte” non raggiungeremo i cosiddetti obiettivi di sviluppo sostenibile (Sdg o Sustainable Development Goals) promossi dall’Onu e firmati nel 2015 da tutti i 193 paesi del mondo. Per questo i ricercatori della Bioversity propongono l’istituzione di un Indice di Agrobiodiversità da far adottare a ogni governo e in grado di guidare gli investimenti agricoli sul lungo termine, improntati alla sostenibilità e connettendo maggiormente tra di loro i settori economico, ambientale e sociale.

Ma tutto ciò è possibile solo se si comprende l’importanza della biodiversità, soprattutto in termini apporto nutritivo. Il riso è un esempio su tutti: a seconda della varietà consumata, 200 grammi di riso al giorno possono rappresentare meno del 25% o più del 65% della dose giornaliera raccomandata di proteine. «Abbiamo puntato tutto su poche specie, non perché siano le più buone o le più sane» scrive il giornalista Antonio Cianciullo su La Repubblica «ma perché sono quelle che si adattano meglio a un sistema industriale che ha espugnato l’agricoltura trasformandola in una macchina che trasforma petrolio».

Con Slow Food e tutta la rete di Terra Madre lavoriamo per restituire dignità e valore al lavoro agricolo, per far sì che si possa arrivare a un modello di produzione alimentare che metta al centro il lavoro dell’uomo e il rispetto per tutte le risorse. E che faccia della biodiversità un baluardo di resistenza. Ora, con Menu for Change ci siamo impegnati in una nuova campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi che evidenzi il rapporto

tra produzione alimentare e cambiamento climatico e ci dia gli strumenti per rafforzare chi sceglie metodi di produzione alimentare che non contribuiscono al riscaldamento globale. Scopri come puoi partecipare e ti ringraziamo fin da ora per il tuo contributo.

Maurizio Bongioanni
m.bongioanni@slowfood.it

 

fonte: http://www.slowfood.it/conoscere-la-biodiversita-fermare-cambiamento-climatico/

 

 

L’accusa di SlowFood – Buona parte delle mele che trovate oggi sui banchi del mercato sono dell’anno scorso!

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L’accusa di SlowFood – Buona parte delle mele che trovate oggi sui banchi del mercato sono dell’anno scorso!

 

Molte delle mele che trovate oggi sui banchi del mercato sono del 2016

Ve l’avevamo anticipato a maggio e puntualmente oggi vi possiamo parlare di un altro difetto di etichettatura e tracciabilità, un po’ come per i funghi di cui abbiamo scritto la settimana scorsa, anche se in questo caso non si tratta di comportamento truffaldino ed è tutto perfettamente legale. L’unico problema è che si tratta di una cosa che davvero pochi sanno, se non gli appartenenti al giro degli addetti ai lavori. Molte delle mele che trovate oggi sui banchi del mercato sono del 2016, e farete fatica a distinguerle da quelle della corrente annata. Già, perché non è obbligatorio scrivere la data di raccolta sull’etichetta delle mele, e quando capitano campagne particolarmente scarse, come per il 2017, questo strano miscuglio può accadere.

Si pensi che nell’ultimo secolo le altre uniche due annate così difficili, a causa delle gelate primaverili, furono soltanto la 1945/1946 e la 1956/1957.

A maggio, dicevamo, si verificarono due gelate notturne completamente impreviste in quasi tutta Europa. I meli erano in piena fioritura e la cosa ha poi effettivamente decimato il raccolto. Per esempio le renette si sono ridotte del 70%. Era facile prevederlo e fu a quel tempo che scattò una speculazione da parte di chi aveva ancora i magazzini pieni delle mele 2016, un’annata molto abbondante. Sapete già che le mele a fine campagna vengono stoccate in celle a temperatura e ambiente controllati, per renderle poi disponibili tutto l’anno. Le aziende più importanti, a maggio, viste le previsioni per l’anno successivo, prontamente ‘‘chiusero’’ le celle, cercando di fare tutto quello che legalmente potevano fare per allungare la vita ai prodotti che contenevano. Non è un caso che allora, all’improvviso, i prezzi aumentarono del 30% (e ve ne parlammo).

Le mele restavano immagazzinate in previsione di quest’autunno e non venivano distribuite. Un 30% in più del prezzo ‘‘normale’’ e basso che avevano prima di maggio le 2016, che tra l’altro era esattamente la metà di quello attuale. Nel 2017 il raccolto è scarso e quindi è normale che il prodotto costi di più. Però non è tanto giusto che anche le mele 2016, mescolate alle nuove, abbiamo lo stesso prezzo doppio rispetto allo scorso anno, quanto furono colte. Pura – e ricca – speculazione per chi ha messo da parte le vecchie scorte a maggio. Niente di illegale, lo ribadiamo, ma forse sarebbe il caso di saperle queste cose, e poter scegliere in piena consapevolezza.

Carlo Bogliotti
c.bogliotti@slowfood.it

Da La Stampa del 30 ottobre 2017

Dall’energia all’agricoltura, 7 fantastiche innovazioni tutte italiane da premiare

 

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Dall’energia all’agricoltura, 7 fantastiche innovazioni tutte italiane da premiare

Dai fitofarmaci naturali alle moto elettriche, dal riciclo dell’asfalto alla condivisione dell’energia rinnovabile: ecco le realtà che hanno ricevuto oggi Premio Innovazione amica dell’ambiente

Legambiente presenta le innovazioni italiane amiche dell’ambiente

 

Quando si parla di innovazione ecofriendly non bisogna necessariamente rivolgere lo sguardo all’estero. Esistono anche in Italia progetti e imprese che maneggiano con destrezza il futuro della sostenibilità. Lo dimostrano le 14 realtà segnalate oggi da Legambiente nella nuova edizione del Premio Innovazione amica dell’ambiente.

Il cigno verde ha assegnato questa mattina sette premi (uno per ogni categoria prevista) e sette menzioni speciali, alle migliori esperienze italiane sul fronte innovazione. Il campo è ampio: si va dai progressi verdi raggiunti in termini di prodotto, di processo, di servizi, a quelli di sistema, tecnologici e gestionali. L’elemento distintivo non è tanto il grado di novità, quanto la capacità di aver saputo innovare  mantenendo alta l’attenzione su ambiente e occupazione. E ovviamente risultando vincente sotto il profilo economico.

“All’inizio, l’innovazione amica dell’ambiente era limitata a miglioramenti nei cicli produttivi e al contenimento delle emissioni inquinanti – spiega il direttore generale di Legambiente Stefano Ciafani -. Oggi, premiamo innovazione industriale, servizi, comunità energetiche e prodotti, siamo in una fase di grandi cambiamenti in cui il desiderio di investire sulla sostenibilità ambientale appare irrinunciabile e, soprattutto, trasversale a più settori, come dimostrano bene i progetti premiati”.

Si va dai fitofarmaci naturali alle moto elettriche, dal riciclo dell’asfalto alla condivisione dell’energia rinnovabile: innovazioni italiane reali, esperienze già in campo, che si segnalano per originalità e per potenzialità di sviluppo.

Le 7 innovazioni italiane premiate

Premio Suolo, agricoltura e sistemi alimentari: a Green Code srl per DEMETRA fitofarmaco totalmente naturale prodotto per il trattamento post raccolta della frutta. Demetra consente l’arresto naturale della maturazione della frutta, prevenendo al contempo lo sviluppo di micosi e la proliferazione di batteri patogeni. Il risultato è un miglior mantenimento delle qualità organolettiche del frutto durante lo stoccaggio e il trasporto, un allungamento della sua shelf life, e una riduzione degli sprechi dovuti alla decomposizione.

Premio Mobilità sostenibile: a Energica Motor Company SpA, l’unica casa costruttrice di moto elettriche supersportive Made in Italy ad integrare la tecnologia di ricarica rapida DC sulla base CCS Combo. Le moto Energica si avvalgono di una batteria a polimeri di litio ad alta energia, inserita in un guscio ermetico che contiene anche il Battery Management System e tutti i dispositivi necessari per garantire la sicurezza del veicolo. Per ovviare al surriscaldamento delle batterie, ha progettato un sistema di raffreddamento che, grazie a specifici percorsi di ventilazione, consente di limitare lo stress del battery pack batterie con notevole beneficio sia in termini di prestazioni del veicolo sia della durata.

Premio Abitare in comunità smart al Comune di Barrali per la “La Grande sfida Riciclona”, ideata per promuovere la buona gestione dei rifiuti, premiando i cittadini più virtuosi. In base al progetto, ogni abitante riceve degli EcoPunti in cambio dei rifiuti portati in differenziata, le migliori famiglie “riciclone” sono premiate uno sconto in bolletta.

Premio Edilizia e rigenerazione urbana: Tubus System Italia srl per la loro tecnologia di relining. Si tratta di un processo non distruttivo che permette di riparare e risanare le tubazioni di scarico rivestendole dall’interno, con un materiale plastico privo di Bisfenolo-A, resistente ad agenti chimici e riciclabile al 100%. In questo modo si può realizzare un nuovo tubo dentro quello esistente senza alcuna demolizione, senza disagi e senza generare macerie.

Premio Economia circolare: a Iterchimica srl per un additivo innovativo che permette di produrre asfalto partendo al 100% da asfalto riciclato (proveniente dalla demolizioni di pavimentazioni ammalorate o a fine vita), senza aggiunta di bitume o aggregati (ghiaia e sabbia) vergini, a temperatura ambiente invece di 180°, e con la possibilità di colorarlo con ossidi (mentre in precedenza era possibile colorare con ossidi solo gli asfalti fatti a 180°).

Premio Società Benefit e B Corp: Mondora srl sb per Cycle2Work, letteralmente “vai al lavoro in bici”, progetto che nasce per incentivare i dipendenti all’utilizzo delle due ruote dolci o dei piedi come mezzo di trasporto preferito per recarsi al lavoro. Dal punto di vista finanziario, ogni collega può decidere di utilizzare il rimborso chilometrico prodotto nel viaggio casa-lavoro per l’acquisto di una bicicletta.

 

Premio Sistemi e comunità energetiche: ForGreen Spa per WeForGreen Sharing, cooperativa energetica, nata il 24 luglio 2015, che produce energia 100% rinnovabile e la consuma con i propri soci in tutta Italia. L’idea è quella di creare una comunità consapevole fatta di soci Autoproduttori o soci Consumatori. I primi, acquistando quote di impianti, producono e consumano energia rinnovabile e la cooperativa gli restituisce ogni anno un ristorno proporzionale al numero di quote sottoscritte. I secondi possono consumare nelle proprie abitazioni energia 100% rinnovabile ad un prezzo vantaggioso da mercato all’ingrosso.

 

fonte: http://www.rinnovabili.it/innovazione/energia-agricoltura-innovazioni-italiane/

Il supergrano del futuro? È nato in Sardegna, diecimila anni fa!

 

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Il supergrano del futuro? È nato in Sardegna, diecimila anni fa!

 

Il supergrano del futuro è nato in Sardegna diecimila anni fa

Il monococco, coltivato nell’isola, è il primo a essere sfruttato dall’uomo. Ha una spiga piccola e piatta, un alto contenuto proteico e poco glutine

di Giandomenico Mele

Scoprire il grano di una terra che conosci fin da bambino e farne una ragione di vita, per trasformarla in un’impresa economica. Nella genesi di un’idea spesso si cela il ricordo di un’esperienza e Lorenzo Moi, cognome che evoca ascendenze sarde, ma padovano doc, 30 anni, in Sardegna ci viene fin da piccolissimo. Prima in vacanza nella zona di Orosei, poi in giro per l’isola dietro una passione e un mestiere. La prima nasce dalla laurea in Scienze e tecnologie agrarie, la seconda dal grano monococco, tipologia a spiga piccola, con glutine digeribile e indicato per la prevenzione della celiachia. Da lì è nata TricuMonOro, un’associazione che riunisce dal 2013 una trentina di persone che pensano di fare di questo tipo di grano un investimento economico e un’ipotesi di rilancio di un’intera filiera produttiva.

«Il grano monococco è il primo addomesticato dall’uomo oltre 10 mila anni fa – racconta Lorenzo Moi –. Ha una spiga piccola e piatta e si caratterizza per un alto contenuto proteico, che supera il 20% contro il 10% delle altre tipologie di grano». Può sembrare un paradosso, ma mangiare pasta o pane sembra più simile ad addentare una bistecca che fare il pieno di carboidrati. Poi un glutine classificato poco tossico, che si adatta bene alle intolleranze, con la presenza di zinco, fosforo, potassio, ferro e integratori naturali che lo rendono un prodotto ambitissimo per i nutrizionisti. Ma ogni buon grano, per la trasformazione, ha bisogno del suo mulino. Dunque accanto all’agricoltura torna d’attualità la cultura dei mulini, con Moi e i suoi soci che hanno rimesso a posto un mulino in pietra a Onifai e stanno recuperando un antico mulino a Orosei. Economia del grano. Accanto a Moi, passo dopo passo nella sua impresa, c’è la Cna della Gallura e il suo presidente Benedetto Fois, che ha scoperto Lorenzo Moi e la sua passione per il grano e ne ha sposato in pieno il progetto. Nata TricuMonOro, la Cna ne ha subito individuato il potenziale e condiviso quella sorta di potenza creatrice che sta nella missione di un incubatore di imprese che sanno valorizzare prodotto e territorio.

«Abbiamo capito il valore del lavoro sui grani locali, attraverso il recupero delle antiche varietà che non vogliono tanto porsi in concorrenza con i prodotti internazionali e massificati, quanto creare qualcosa di locale, biologico, salutare e non contaminato – spiega Fois –. Incentiviamo le iniziative dei giovani in agricoltura, puntando su standard di eccellenza, come per esempio la tecnica del diserbo dei campi con false semine, che preparano il terreno con semi di erbe che si schiudono naturalmente per poi, dopo la pulizia del campo, riseminare con coltivazioni biologiche». Niente chimica, solo valore aggiunto dato dal lavoro e dalla passione. Piccolo commercio. Un’altra caratteristica di questi piccoli modelli di economia legata all’agricoltura è il vecchio detto del “non fare il passo più lungo della gamba”. Da Orosei i campi seminati si sono estesi fino a Riola Sardo in provincia di Oristano e naturalmente in Gallura, a Berchiddeddu.

«Quando nel 2016 sono rientrato in Sardegna ho deciso che quella della coltivazione e trasformazione del grano diventasse la mia attività principale – racconta Lorenzo Moi –. Abbiamo iniziato a piccoli passi e ora abbiamo un’estensione di circa 25 ettari, che contiamo di triplicare nei prossimi anni. Per ora vendiamo solo ai privati, ma ci stiamo organizzando per aprire uno spaccio nel nostro mulino di Onifai. Vendiamo farina, pane carasau e vari tipi di pasta fresca, dalla fregula ai malloreddus». Il marchio che sta cominciando a cavalcare anche l’onda lunga del commercio elettronico si chiama “I grani di Atlantide” e richiama il mito ma anche il concetto di terra fertile. Un grano che punta sul suo alto contenuto proteico e che previene la celiachia: come testimoniano le relazioni degli Istituti di Gastroenterologia delle università di Brescia e Federico II di Napoli.

«Mi piacerebbe che i miei coetanei seguissero il nostro esempio – conferma Moi –. Mi sono iscritto alla Cna per dare qualche consiglio a chi voglia iniziare un percorso come il mio». Inseguendo un modello che si spera fertile e fecondo come grandi distese di grano.

tratto da: http://www.lanuovasardegna.it/regione/2017/07/10/news/il-supergrano-del-futuro-e-nato-in-sardegna-diecimila-anni-fa-1.15597912