Ognuno di noi vive circondato da trecentomila oggetti

 

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Ognuno di noi vive circondato da trecentomila oggetti

Ci ho pensato ieri, quasi senza volerlo, quando ho attaccato alla parete del bagno di casa mia un gancio autoadesivo di pura latta: non avevo la minima idea, né la minima possibilità di farmi un’idea, della sua origine. Non avevo modo di sapere chi l’avesse fatto, dove fosse stato fabbricato, come fosse stato il lavoro e quale fosse stato il suo percorso da qualche angolo della Cina fino al cinese del negozio all’angolo. Come quasi tutto quello che usiamo, quel gancio arrivava dal nulla, ed è una cosa che non ci stupisce neanche.

Per migliaia di anni, le cose che avevamo avevano una storia – più o meno – conoscibile. Il proprietario di un martello sapeva che lo aveva fatto Lope, quello della bottega dell’isolato a fianco, il figlio di Trini, la cugina dello zio Pedro. Ora no: e poi abbiamo così tante cose che se ne conoscessimo la storia non avremmo tempo di fare altro.

Viviamo nella civiltà delle migliaia di cose. Negli Stati Uniti (dove fanno conti del genere) un recente studio ha stabilito che in una casa media ci sono 300mila oggetti, “dalle graffette fino all’asse da stiro”. Nel Regno Unito un bambino di dieci anni ha in media 238 giocattoli, anche se gioca con dieci o dodici. E la ricerca di una compagnia di assicurazioni britannica dice che passiamo in media dieci minuti al giorno a cercare cose che perdiamo: in una vita possono essere 200 giorni persi alla ricerca di qualcosa. Quasi nulla, se paragonati ai duemila che passiamo comprando cose.

Il sistema economico mondiale ha bisogno che noi abbiamo bisogno di sempre più cose, perché vive della loro produzione

Abbiamo migliaia di cose e ci sono miliardi di persone che non hanno quasi nulla: noi, il 12 per cento della popolazione che vive in Europa e negli Stati Uniti, consumiamo il 60 per cento dei beni del mondo – inghiottiamo il mondo – mentre il 33 per cento più povero, africano e asiatico, consuma il 3 per cento. Qualche anno fa sono andato a scrivere del Movimento dei sem terra in un angolo dell’Amazzonia.

Una donna di nome Gorette mi ha prestato la sua capanna, e io ho creduto che la miglior descrizione della povertà fosse raccontare quello che mancava: “Nella capanna di Gorette ci sono un machete, quattro piatti di latta, tre bicchieri, cinque cucchiai, due pentole di ottone, due amache, un recipiente pieno d’acqua, tre lattine di latte in polvere zuccherato, sale e latte in polvere, una lattina di olio piena, due lattine di olio vuote, tre asciugamani, una scatola di cartone con qualche vestito, due calendari di qualche negozio con dei paesaggi, un frammento di specchio, due spazzolini, un mestolo, mezzo sacchetto di riso, una radio che non prende quasi niente, due giornali del movimento, il quaderno di scuola, un recipiente di plastica per portare l’acqua dal pozzo, un catino di plastica per lavare i piatti e una bambola di pezza con un vestito rosso e una strana cuffietta. Questi sono i suoi averi nel mondo, insieme a tre tronchi per sedersi, un paio di infradito, una lampada a cherosene e niente più”.

Abbiamo vissuto così per millenni: con poche cose davvero necessarie, ottenute a fatica, che conoscevamo e apprezzavamo. Adesso le cose non significano nulla: si possono buttare, sostituire, non vale la pena aggiustarle o ripararle perché è più facile e più economico comprarne altre. E niente ci piace più di comprare altre cose.

Contro questo inquinamento ultimamente hanno fatto la loro comparsa i “minimalisti”: persone che sostengono che non abbiamo bisogno di così tanta spazzatura per vivere bene, e che la saggezza sta nel non averla.

Il paradosso è che il sistema economico mondiale ha bisogno che noi abbiamo bisogno di sempre più cose, perché vive della loro produzione. Sono le delizie del capitalismo globale, che è come un aereo: se non romba a ottocento chilometri all’ora si schianta. Se dicessimo basta, se ci organizzassimo per fare un uso razionale delle risorse, milioni di persone – operai, imprenditori, impiegati, imprenditori, venditori, imprenditori – avrebbero gravi problemi. O magari inventeremmo qualcosa: a volte succede.

 

El PaísSpagna

Questo articolo è uscito su El País.

(Traduzione di Francesca Rossetti)

tratto da: https://www.internazionale.it/opinione/martin-caparros/2018/04/26/ognuno-circondato-trecentomila-oggetti

Le fantastiche proprietà del limone fermentato e la semplicissima ricetta per farlo in casa…

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Le fantastiche proprietà del limone fermentato e la semplicissima ricetta per farlo in casa…

Il limone è un alimento comune che tutti conosciamo ed utilizziamo in cucina. E’ spesso adoperato per condire insalate, per insaporire ed aromatizzare primi piatti, secondi ma anche i dolci. Spesso si usa il succo ma anche la buccia.

Possiamo berlo sotto forma di spremuta oppure assaporare il suo gusto acido e deciso semplicemente morsicandolo… In realtà è un frutto dalle mille proprietà benefiche che trova la sua utilità ed i suoi impieghi già nella tradizione popolare indiana là dove il limone è usato ottimizzando al meglio le sue caratteristiche e i suoi principi.

È risaputo che i limoni hanno tante proprietà preziose, in quanto ricchi di antiossidanti, enzimi utili all’organismo e vitamine. I loro benefici possono però essere aumentati ulteriormente, facendoli fermentare con il sale. Ecco come!

Prendete 4-6 limoni, ed eliminatene i piccioli qualora fossero ancora presenti. Poi, fateci sopra un taglio a croce, e versatevi dentro mezzo cucchiaino di sale grosso, premendo per farlo penetrare al meglio. Va bene il sale comune, ma è più indicato quello integrale.

Dopo prendete un contenitore e ricopritene il fondo con il sale. Man mano che i vostri limoni fermentati saranno “farciti”, disponeteli gli uni vicino agli altri.

Prima di preparare un altro strato di limoni, coprite quello che avete appena fatto con dell’altro sale. Una volta terminato, lasciate fermentare il tutto per tre giorni. Per merito della fermentazione, le proprietà benefiche dei limoni saranno amplificate.

A procedimento ultimato potrete usare le loro parti, dopo averle ripulite dal sale, ed il succo, per insaporire carne e pesce, oppure per arricchire succhi di frutta e di verdura. Questi limoni possono essere conservati in frigo per sei mesi.

La ricetta dei limoni fermentati deriva dalle tradizioni culinarie dell’India e del Nord-Africa, paesi in cui sono ben noti i suoi vantaggi.

Non solo, infatti assumendo i limoni fermentati quotidianamente il sistema digerente migliorerà le sue funzioni, la pelle diventerà molto più bella e il metabolismo più veloce.

In questo modo, poco per volta vi prenderete cura del vostro intestino e del vostro stomaco. Allontanerete i problemi di digestione e quei bruciori di stomaco che possono rovinarvi le intere giornate. Inoltre, grazie alla presenza di antiossidanti ed all’effetto amplificatore del sale, potrete assicurarvi una pelle radiosa, liscia e vellutata. Libera da sebo ed elastica da apparire più giovani e rilassati.

Ma non è finita qui: ne viene apprezzata la caratteristica di essere un antiemorragico e disinfettante, inoltre è un naturale ipoglicemizzante in quanto tende a far diminuire il glucosio nel sangue.

Ovviamente è un efficace battericido, antisettico, valido per abbassare la pressione arteriosa, utile per eliminare verruche, calli, gengive infiammate, per curare artrite e reumatismi, vene varicose, raffreddore ed influenza.

Infatti nei periodo estivi è opportuno utilizzare questi limone facendo delle tisane calde le quali vi aiuteranno a decongestionare le vie respiratorie. Vi basterà estrarre il limone dal vaso, lavarlo dal sale in eccesso e utilizzarlo tagliuzzandolo in piccole fettine.

Il carattere per diventare centenari? Ottimismo e un po’ di testa dura…!

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Il carattere per diventare centenari? Ottimismo e un po’ di testa dura…!

 

Si è spesso studiato come mangiano, come vivono, che cosa fanno i centenari nelle loro giornate. Di rado però si è valutato il loro carattere o l’atteggiamento verso la vita: a colmare la lacuna arriva ora una ricerca dell’università La Sapienza di Roma in collaborazione con l’università californiana di San Diego, che dimostra come gli over 90 abbiano in comune alcuni tratti di personalità che, quindi, potrebbero predisporre alla longevità. Primo fra tutti l’ottimismo, che parrebbe proprio la chiave giusta per affrontare la vecchiaia.

Lavoro e terra

L’indagine, pubblicata su International Psychogeriatrics, è stata condotta su 29 ultranovantenni che vivono in nove paesini del Cilento; tutti sono stati valutati per la forma fisica e il benessere psicologico, raccogliendo anche interviste in cui i partecipanti raccontavano la propria vita. I loro figli o altri componenti più giovani delle famiglie sono stati anch’essi valutati, in più è stato chiesto loro di dare un giudizio sul carattere dei “nonni”. Dai risultati emergono molti spunti: per una volta infatti non si sono cercati geni della longevità o alimenti in grado di allungare la vita, ma tratti della personalità che potrebbero essere correlati a un invecchiamento di successo. Gli elementi più spesso associati a una vita lunga? La positività, l’etica del lavoro, la testardaggine e anche un legame profondo con la famiglia, la religione, la propria terra.

Tutti un po’ «filosofi»

«L’amore per la terra è una costante negli ultranovantenni e dà loro uno scopo nella vita: la maggior parte degli intervistati tuttora lavora in casa o nei campi – dice Anna Scelzo, coordinatrice dell’indagine –. Pensano “Questa è la mia vita, e io non voglio smettere di viverla”». La saggezza dei nonnini si conferma una realtà: i dati mostrano infatti che i centenari, pur se la salute fisica pian piano li abbandona, sono sicuri di sé e mantengono ottime capacità decisionali; sono insomma un po’ teste dure, a dirla tutta. «Questi anziani hanno tendenza a controllare l’ambiente e dominarlo: si preoccupano poco di quel che pensano gli altri e sono molto fermi nelle loro convinzioni – dice Scelzo –. Studiare queste persone, che non solo vivono a lungo ma “fioriscono” e si realizzano anche nell’età più avanzata, migliora le nostre conoscenze sulle capacità funzionali umane nelle diverse età». E magari ci dà qualche dritta per imparare a vivere meglio, visto che molte delle frasi raccolte sono vere perle di saggezza: c’è infatti chi dice di non sapere che cosa sia lo stress o chi sottolinea che c’è sempre una soluzione alle difficoltà, da affrontare sempre sperando per il meglio. Come pure chi afferma sentirsi più giovane di quando lo era realmente o chi ha trovato nella famiglia la forza di superare lutti e problemi, per poi arrivare a dire «Ho combattuto per tutta la vita e sono sempre pronto ai cambiamenti. I cambiamenti portano vita e danno la possibilità di migliorare». Centenari sì, ma soprattutto filosofi.

fonte: http://www.corriere.it/salute/neuroscienze/17_dicembre_13/carattere-diventare-centenari-ottimismo-testa-dura-33e25830-e00b-11e7-be01-4bf2c9174b4a.shtml

Pierre Rabhi: occorre un ritorno alla terra per cambiare la nostra società fondata esclusivamente sul denaro.

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Pierre Rabhi: occorre un ritorno alla terra per cambiare la nostra società fondata esclusivamente sul denaro.

Pierre Rabhi: l’avvento del capitalismo-schiavistico e LA FINE DI UN MONDO SECOLARE!

Pierre Rabhi, contadino e filosofo Algerino, trapiantato in Francia dai tempi del colonialismo francese, che sostiene, giustamente, che occorre un ritorno alla terra per cambiare realmente le nostre esistenze e la nostra società fondata esclusivamente sul denaro. Lui il passo l’ha fatto già negli anni ’60 ed oggi cerca di diffondere il verbo tramite libri e conferenze in giro per il mondo.

La povertà non sempre è sintomo di malessere. Crediamo che oggi, immersi nell’opulenza e nel materialismo più sfrenato, si viva meglio rispetto al passato e rispetto a quelle società cosiddette sottosviluppate e povere. Siamo convinti di essere ricchi, di poterci permettere tutto, di essere superiori ma ahimè non è così! Per capire il vero senso della vita leggi attentamente i seguenti paragrafi tratti dal libro di Pierre Rabhi “La sobrietà felice” di cui consigliamo la lettura integrale.

Un uomo semplice, che abita in una piccola oasi del Sud dell’Algeria, si dedica ogni giorno ai suoi doveri di padre di famiglia. Apre la porta della sua bottega, accende il fuoco e, per tutta la giornata, lavora il metallo. Fa manutenzione agli attrezzi agricoli dei contadini, ripara i modesti oggetti d’uso quotidiano. Quel piccolo Vulcano del deserto fa cantare tutto il giorno l’incudine, mentre un apprendista tira la corda del mantice della forgia per attizzare le fiamme. Scintille incandescenti….

Un bambino lo guarda ammirato in silenzio, ne è fiero, immensamente fiero. Di tanto in tanto l’uomo, dal volto volitivo, ascetico e grondante di sudore, si ferma per accogliere i clienti, rispondere alle loro richieste. A volte, davanti alla bottega si forma spontaneamente un assembramento di uomini. Accovacciati su una stuoia di fibre di palma chiacchierano, bevono thé, scherzano, ridono, discutono anche di questioni serie.

Non lontano dalla bottega c’è una piazza quadrata, molto ampia, circondata di negozi – droghieri, macellai, venditori di tessuti e quant’altro – e di laboratori di sarti, calzolai, falegnami, piccoli orafi…

Ogni giorno dalla botteghe fuoriescono canti, come balsami di serenità, che si spandono nell’atmosfera tiepida o soffocante, a seconda delle stagioni. Sul lato ovest c’è uno spiazzo spoglio, aperto dove si tiene il mercato. Una sorta di caravanserraglio senza muri in cui dromedari che bramiscono, pecore, capre, asini e cavalli si mischiano sprigionando odori forti. Alcuni nomadi vanno e vengono in silenzio; altri rimangono accovacciati contro sacchi di tela ruvida gonfi di cereali …. Datteri essiccati per la conservazione e a volte, in stagione, tartufi del deserto si offrono a chi desidera comprarli. Tutto ciò produce un ovattato tumulto, punteggiato dalle voci acute dei venditori che richiamano i clienti. Ogni tanto narratori o acrobati propongono le loro prodezze e i loro sogni a un pubblico affascinato che fa loro cerchio attorno. La città intera è percorsa da ombreggiate viuzze che corrono tra case di terra color ocra incastrate le une nelle altre, sormontate da terrazze, al centro un minareto bianco che a mo’ di vedetta scruta i quattro orizzonti…..

L’atmosfera è frugale. La miseria estrema tocca poco la gente di questa cultura dell’elemosina e dell’ospitalità, richiamate senza sosta come doveri fondamentali dai precetti dell’islam. Il tempo è scandito dalle stagioni e dalle costellazioni. La presenza tutelare e secolare del mausoleo del fondatore della città, che per tutta la vita ha predicato la non violenza, da tempo ha creato un clima di spiritualità propizio alla pace, alla concordia.

La tranquilla città non è tuttavia un paradiso terrestre. Qui come altrove gli uomini sono afflitti da preoccupazioni; il meglio e il peggio vi convivono… Una specie di gioia onnipresente ha la meglio sulla precarietà, coglie ogni pretesto per manifestarsi in feste improvvisate. Qui l’esistenza si tocca con mano. In un clima di pazienza continuamente ravvivata, il più piccolo sorso d’acqua, il più piccolo boccone di cibo danno alla vita un sapore vero. Dal momento che l’essenziale è assicurato, tutto li rende felici e grati, come se ogni giorno vissuto fosse già un privilegio, una tregua. La morte è loro familiare, ma non è una tragedia…

Se questo mondo sospeso tra sogno e poesia non era privo di sofferenza, era però un frutto a lungo maturato sull’albero del destino. Come in altri luoghi del pianeta, gli uomini hanno tentato di crearvi un’armonia, senza però riuscirci alla perfezione, non essendo la perfezione una loro prerogativa…

E poi, insidiosamente, lentamente, in questo mondo vecchio di secoli tutto inizia a precipitare. Il fabbro si intristisce. E’ pensieroso, assorto in strani pensieri. Non torna più a casa al crepuscolo come un libero cacciatore, a volte a mani vuote ma più spesso carico di un cesto colmo di cibarie per la sopravvivenza della sua famiglia per le quali deve ringraziare solo i propri meriti, il suo talento e il suo coraggio, favoriti dalla divina benevolenza. Il lavoro per il fabbro comincia a scarseggiare. Gli occupanti francesi hanno scoperto del carbon fossile e propongono a tutti gli uomini in forze un’occupazione retribuita. L’intera città è sottosopra. E’ finita l’epoca in cui si assaporava il tempo come se fosse eterno. Suona l’ora del tempo degli orologi, fino a quel momento sconosciuto, suona con i suoi minuti e i suoi secondi… Questo nuovo tempo ha come intento di abolire ogni <<perdita di tempo>> e, nel regno dei sonni tranquilli, l’indolenza viene presa per pigrizia. Ora bisogna essere seri, sgobbare molto. Ogni mattina, con una lampada ad acetilene in mano, bisogna sprofondare nelle viscere oscure della terra per riesumarne un materiale nero che cela un fuoco sopito da tempo immemore, come in attesa di un risveglio che gli permetterà di cambiare l’ordine del mondo. Ogni sera, gli uomini escono con il volto insozzato dallo strano termitaio in cui sono stati rinchiusi durante il giorno. Si fa fatica a riconoscerli, tanto inefficaci sono stati i lavaggi per togliere dal visto la scura maschera di carbon fossile e polvere che lo ricopre. Attorno agli occhi si ostinano occhiaie nere, emblema della nuova confraternita dei minatori. Sempre più polsi vengono ornati da orologi; per fare più in fretta, si moltiplicano le biciclette; il denaro si insinua in tutte le ramificazioni della comunità. Le tradizioni prendono un gusto di antiquato, di sorpassato. Ora bisogna mettersi al passo con la nuova cultura.

Il fabbro, come il mastro Cornille di Alphonse Daudet, che soffriva per l’onore beffeggiato del suo mulino a vento – <<respiro del buon Dio>> – soppiantato dai mulini a vapore – <<invenzione del diavolo >> -, resiste finché può a tali sconvolgimenti.

Ma alla fine deve arrendersi all’evidenza: i clienti si fanno rari e riuscire a sfamare la famiglia ha ormai del miracoloso. Non gli resta che diventare lui stesso una termite… Grazie alle sue naturali attitudini viene assegnato a guidare una piccola locomotiva che traina un lungo bruco di vagoni pieni di materiale magico, destinato soprattutto a essere trasportato in Francia. I grandi treni dalle potenti locomotive si porteranno via come un bottino il materiale nero. E’ così che il Progresso ha fatto irruzione in quest’ordine secolare.

Il figlio del fabbro è turbato nel vedere il padre tornare sudicio ogni sera, come tutti gli altri. L’idolo è come profanato. La bottega è diventata un guscio silenzioso dietro la porta oramai chiusa sui ricordi dal gusto desueto di un tempo antichissimo all’improvviso superato. L’incudine non canta più. La civilizzazione, con alcuni dei suoi attributi, la sua complessità e il suo immenso potere di seduzione, è arrivata senza che il bambino possa comprenderla e tanto meno spiegarsela…

L servitù del padre infligge al figlio una strana ferita. Tutta la popolazione sente che sta arrivando qualcosa di importante, qualcosa di insidioso e incomprensibile. L’era del lavoro come ragion d’essere e, come corollario, la smoderatezza evocata dal denaro e dalle nuove cose da acquistare. Come in un ultimo sussulto di libertà, appena percepito il primo salario alcuni minatori non tornavano alla miniera. Quando ricomparivano, dopo un mese o due, i datori di lavoro, scontenti, chiedevano loro perché non fossero tornati prima. I minatori allora rispondevano con candore che non avevano finito di spendere il denaro: perché dunque avrebbero dovuto faticare? Senza esserne coscienti, ponevano una domanda che è stata accuratamente evitata, ma che oggi qualcuno considera essenziale, e alla quale, in quest’epoca di grande scombussolamento in cui siamo obbligati a riconsiderare la condizione umana, bisognerà pur rispondere: lavoriamo per vivere o viviamo per lavorare?

Io avrei compreso solo molto più tardi che, negandone l’identità e la persona, la modernità arrogante e totalitaria aveva inflitto a quel fabbro, come a innumerevoli altri esseri umani del Nord e del Sud del mondo, una sorta di annullamento. Peggio ancora: con il pretesto di migliorarla, ha ridotto la condizione di ognuno a una moderna forma di schiavitù, non solo producendo capitale finanziario senza alcuna ricerca di equità, ma instaurando a livello mondiale, semplicemente prendendo il denaro come unità di misura della ricchezza, la peggior disuguaglianza che esista. Lo sfruttamento e l’asservimento dell’uomo da parte dell’uomo, e della donna da parte dell’uomo, sono sempre stati una perversione, una fatalità che ha macchiato la storia con le brutture che conosciamo; ma se quella perversione era per così dire spontanea, la modernità, con le rivoluzioni intese a mettervi fine, l’ha perpetuata sotto l’insegna dei più alti proclami morali: democrazia, libertà, uguaglianza, fraternità, diritti dell’uomo, abolizione dei privilegi…

I dieci modi in cui la cannabis legale sta migliorando la vita negli Stati Uniti

 

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I dieci modi in cui la cannabis legale sta migliorando la vita negli Stati Uniti

Sono passati 5 anni da quando i primi due stati americani, Washington e Colorado, legalizzarono la cannabis. Era il novembre 2012 e da allora gli stati in cui acquistare marijuana è legale stanno continuando ad aumentare, spinti soprattutto dai dati positivi che arrivano da questi due stati pionieri, che stanno dimostrando che la legalizzazione non è positiva solo per l’economia, ma anche per molti altri settori, a cominciare da salute e sicurezza.

  • 1. LE ENTRATE FISCALI

Cominciamo dal dato più semplice ed ovvio, quello delle tasse. Lo stato di Washington in questo 2017 ha già raccolto 281 milioni di dollari dal settore della cannabis, mentre il Colorado a fine ottobre si attestava a 205 milioni. Cifre importanti per gli stati e per i programmi sociali (come vedremo) e che sono in costante aumento. Nel 2015 i due stati avevano raccolto complessivamente 260 milioni, 449 milioni nel 2016, mentre nell’anno ancora in corso si è già arrivati a 486 milioni.

  • 2. I POSTI DI LAVORO

Dati precisi a livello federale non esistono, ma secondo le stime degli osservatori economici il settore della cannabis legale impiega già oggi oltre 165mila lavoratori impiegati in molteplici mansioni più o meno specializzate: coltivatori, trimmer, produttori di derivati della cannabis, commercianti, trasportatori, controllori della qualità, ricercatori e molto altro.

  • 3. LO STATO SOCIALE

Le entrate provenienti dalla cannabis legale hanno permesso agli stati di inaugurare nuovi progetti sociali e di potenziare le attività di informazione e monitoraggio sulle droghe. Il Colorado con i proventi della marijuana ha elargito borse di studio agli studenti, pianificato la costruzione di nuove case popolari e aumentato i fondi a disposizione delle scuole pubbliche.

  • 4. CONTRASTO DELLA TOSSICODIPENZA

Per decenni la propaganda proibizionista ha utilizzato come cavallo di battaglia la teoria della cannabis come “droga di passaggio”: il solito discorso secondo cui “si inizia con le canne e poi si passa all’eroina”. Ebbene, sono bastati pochi anni di legalizzazione per capire come le cose stiano esattamente all’opposto. In Colorado uno studio ha dimostrato come solo nel primo anno post legalizzazione, le morti a causa degli oppiacei siano scese del 6,5 per cento, invertendo un trend pluriennale che vedeva le morti per overdose in costante aumento.

  • 5. TASSI DI INCARCERAZIONE

Ovviamente dopo che la cannabis è diventata legale, sono diminuiti gli arresti per possesso e spaccio. I numeri in questo campo sono sorprendenti: nello stato di Washington già nel primo anno di legalizzazione gli arresti per cannabis sono diminuiti del 98% (da oltre 5000 ad appena 112), in Colorado di oltre il 50%. Questo comporta una serie di buone notizie: meno persone vengono incarcerate per crimini non violenti, i tempi della giustizia si abbreviano perché i tribunali non sono più imballati di procedimenti contro i consumatori di cannabis, e i dipartimenti di polizia risparmiano mezzi e uomini da poter destinare alla persecuzione dei veri reati.

  • 6. IL CRIMINE

Un altro degli argomenti preferiti dei proibizionisti era quello che teorizzava che con la legalizzazione sarebbe aumentato il crimine: stupri, rapine, omicidi, incidenti colposi, eccetera. Anche qui si è rivelato vero l’opposto: dove la cannabis è stata legalizzata il crimine non solo non è aumentato, ma è diminuito. In Colorado sono calati del 3% omicidi, rapine e stupri. Gli analisti sottolineano come non sia possibile essere certi che la diminuzione dei tassi di criminalità sia correlata alla legalizzazione, ma di certo si può affermare che questa non ha comportato nessun aumento dei reati.

  • 7. CONSUMO TRA I GIOVANI

Anche l’idea, largamente diffusa, che con il mercato legale delle droghe leggere il consumo da parte degli adolescenti sarebbe aumentato si è rivelato infondato. In Colorado, anzi, è diminuito anche questo dato. A certificarlo è una ricerca del Dipartimento di Stato per la Salute e i Servizi Sociali che ha riscontrato come, dopo la legalizzazione, il numero degli under 20 che abbiano consumato cannabis almeno una volta durante l’anno è passato dal 20,81% al 18,35%, con un calo del 2,46%.

  • 8. MERCATO IMMOBILIARE

Questa è una buona notizia a metà, visto che soddisfa il mercato in senso lato, ma genera problemi per chi cerca case in affitto. La legalizzazione, almeno in Colorado, ha portato anche a una ripresa del mercato immobiliare e dei prezzi degli immobili. I prezzi delle case sono aumentati del 6,4 percento nelle aree dove la vendita di marijuana ricreativa è legale, con punte dell’8% per le abitazioni che si trovano a meno di 100 metri di distanza dai dispensari che vendono cannabis.

  • 9. IL TURISMO

Il mercato della cannabis legale ha comportato anche una impennata del settore turistico. Migliaia di visitatori ogni anno arrivano in Colorado o a Washington anche per poter assaporare il gusto di acquistare e fumare cannabis legalmente, un beneficio che a cascata investe anche tutti i settori ricettivi e commerciali dello stato. In Colorado il turismo è aumentato del 33% negli ultimi anni, più del doppio della media statunitense che si attesta al 16%.

  • 10. IL FUTURO

Secondo gli analisti quello che gli americani hanno visto in questi cinque anni è nulla rispetto a ciò che avverrà in futuro se la cannabis dovesse essere legalizzata in tutta la nazione. Si stima che entro il 2020 il mercato della cannabis legale potrebbe valere 28,1 miliardi di dollari, mentre sono 800.000 i posti di lavoro che potrebbero essere generati a livello nazionale. Insomma, nel prossimo futuro la cannabis potrebbe rappresentare uno dei settori economici di punta degli Usa, mentre anche i servizi sociali, la giustizia e la salute pubblica godranno dei suoi benefici.

 

fonte: http://www.dolcevitaonline.it/i-10-modi-in-cui-la-cannabis-legale-ha-aiutato-gli-stati-uniti/

Comportatevi come se foste felici e lo sarete davvero

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Comportatevi come se foste felici e lo sarete davvero

L’essere umano è un’entità complessa guidata e dominata dalle emozioni. Le emozioni ci inducono a scelte (giuste o sbagliate che siano). Le emozioni possono farci provare freddo o caldo. Le emozioni possono distruggerci la vita oppure possono renderla un posto meraviglioso.

Per poter abbracciare la felicità, non dobbiamo essere in balia delle nostre emozioni ma dobbiamo imparare a reagire, dobbiamo prendere il controllo della nostra vita e muoverci verso il cambiamento e il benessere.

Molte persone sono abituate a lasciarsi guidare dagli eventi. Sono preda delle emozioni e soprattutto preda degli impulsi inconsci. Una persona dovrebbe essere un’entità in continua evoluzione e non un sistema radicato nelle stesse idee e negli stessi atteggiamenti.

Un errore commesso da molti è l’auto-svalutazione affiancata da un’eccessiva auto-critica. Questi due fattori sono altamente limitanti e precludono felicità e crescita personale. Ecco un esempio pratico.

Se avete commesso un errore, essere severi con se stessi non vi porterà da nessuna parte. Poniamo per ipotesi che avete fatto una figuraccia a lavoro. Con una severa auto-critica e l’auto-svalutazione, la vostra mente non solo vi condanna per l’errore commesso ma riporta alla memoria molte delle figuracce collezionato in passato. Questo meccanismo non solo vi fa stare male in quel momento ma non vi consente di crescere. Vi blocca e vi condanna all’infelicità.

In una condizione mentale “convalidante”, la vostra mente dovrebbe pensare “ok, ho commesso un errore ma ho imparato e in futuro andrà meglio”. E’ così che ragionano le persone soddisfatte di sé ed è in questo modo che la pensano le persone felici.

Se non riuscite a essere felici, probabilmente non siete soddisfatti di voi stessi… e gli eventi della vostra vita sono solo la conseguenza della vostra insoddisfazione. Siete caduti in un circolo vizioso che vi tiene in trappola ma… non è impossibile uscirne.

Le ricerche dimostrano che il pensiero negativo e l’atteggiamento auto-svalutativo sono il fulcro responsabile della bassa autostima, dell’insuccesso e dall’infelicità cronica.

L’approccio che usiamo alla vita così come il nostro stile di pensiero, condizione fortemente la qualità della vita che viviamo.

Essere felici significa amarsi

Le persone con una buona e sana stima di sé sono in grado di sentirsi bene con se stesse, sono in grado di apprezzare e riconoscere i piccoli risultati ottenuti. Le persone con una buona autostima riconoscono di non essere perfetti, conoscono i loro punti deboli e lavorano ogni giorno per migliorarsi.

Tenere vivi ricordi di esperienze negative, vi rende sono più vulnerabili e meno propensi al miglioramento. L’auto-svalutazione è demotivante e senza motivazioni non si va avanti.

Attenzione! Le persone non sono soddisfatte di sé perché sono felici ma è vero il contrario: le persone riescono a essere felici perché hanno basi sicure e sono soddisfatte di sé.

Insomma, la via per la felicità è l’amor proprio. La felicità non è un dono ma una capacità da coltivare ogni giorno.

10 regole per coltivare la felicità

Ecco alcuni preziosi consigli da applicare (tutti i giorni) per praticare la felicità.

  1. Siate buoni con voi stessi.
    L’eccessiva autocritica è dannosa e non vi porta da nessuna parte.
  2. Perdonatevi ogni errore.
    Abbiamo visto come l’auto-svalutazione può compromettere la vostra vita.
  3. Self-talk positivo.
    Quando parlate con voi stessi, mantenete sempre toni positivi. Trasformatevi nel vostro coach benevole e compassionevole.
  4. Alimentazione
    Preparate pasti sani. Concentrate i vostri sforzi sulla cura del vostro corpo.
  5. Ambiente esterno
    Organizzate la vostra stanza e curate casa vostra. Un ambiente organizzato ed esteticamente gradevole può avere un buon impatto sulla psiche. Non è necessario ristrutturare casa, ma solo metterla in ordine e riorganizzare quelle cose che non vanno.
  6. Sposatevi
    Fatevi una promessa di matrimonio, promettete di amarvi e prendervi cura di voi stessi. Sposate la bella persona che vive in voi.
  7. Regali
    Acquistate solo le cose che vi piacciono davvero… non qualcosa per accontentarvi. Non cadete nella trappola: non è una questione di budget ma di sicurezza interiore.
  8. Formazione
    Investite tempo ed energie nell’acquisire nuove abilità. Se vi piace, fate un corso di cucina, di yoga o iscrivetevi a un corso di nuoto…. Regalate a voi stessi più abilità e conoscenze.
  9. Meditazione
    Ritagliatevi del tempo per praticare respirazione profonda, tecniche di rilassamento muscolare o meditazione. Queste pratiche vi aiuteranno a connettervi con voi stessi e a comprendere i vostri reali bisogni.
  10. Non caricatevi troppo
    La vostra vita, il vostro tempo, ha un grosso valore. Non sprecatelo nel gratificare gli altri a discapito della gratificazione personale.

La felicità non arriva da sola: va costruita giorno dopo giorno. La felicità non è un regalo che arriva da solo…! La convinzione che la felicità sia soltanto un dono “per persone fortunate”, nasce come concetto per perpetuare insoddisfazione, frustrazione, invidia e tristezza. Una volta capito che la felicità si conquista, sta a voi agire al meglio!

 

 

fonte: http://psicoadvisor.com/comportatevi-foste-felici-lo-sarete-davvero-7228.html

La morte? “Niente paura, è come farsi una bella dormita” – Lo afferma un testimone.

morte

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La morte? “Niente paura, è come farsi una bella dormita” – Lo afferma un testimone.

 

Il suo nome non è noto, ma una cosa è certa: nessuno al mondo può dire di conoscere la morte meglio di lui.

Sì perché il lui in questione è ‘morto’, e poi tornato in vita, per ben due volte: la prima dopo un incidente in moto; la seconda, in sala operatoria, a causa di un’overdose di antidolorifici. In entrambe le occasioni il suo cuore ha smesso di battere per alcuni minuti (due secondo i medici).

Scampato per ben due volte alla morte l’uomo ha deciso di raccontare la sua esperienza su Reddit, dove – a beneficio degli scettici – ha allegato anche le ‘prove’ dell’incidente e del ricovero. “La prima volta – scrive sul social network – è stata poco prima dell’incidente, e l’unico pensiero nella mia mente era: ‘Oh dannazione’. Poi ho sentito il mio corpo venire meno per il dolore e ho perso completamente coscienza”.

La sua seconda esperienza è avvenuta in sala operatoria: “Sentivo dolore dappertutto e ad un certo punto non ho sentito più nulla, semplicemente non c’era più la vita. Poi mi sono risvegliato e ho sentito di nuovo il dolore”.

Di quei momenti il sopravvissuto ha ricordi molto confusi. A chi gli ha chiesto di descrivere cosa si prova, ha risposto: “Era come un vuoto nero, senza pensieri e senza coscienza. Tutte e due le volte ho sentito di ‘non essere lì’. È stato come schiacciare un sonnellino senza sogni: ci si sveglia e si ha la sensazione di aver dormito a lungo, anche se in realtà sono passati solo pochi minuti. Se i medici non mi avessero detto nulla, avrei pensato di aver fatto solo un un lungo sonno”.

Insomma, se avete paura di morire sappiate che è un timore mal riposto. Lui ne è sicuro: “Ora so che non è molto peggio che farsi una dormita. Quando si muore, semplicemente si smette di esistere: non c’è nulla di cui preoccuparsi!”.