Buon compleanno Faber – il 18 febbraio del 1940 nasceva Fabrizio De André. Lo ricordiamo con alcuni dei suoi pensieri più belli

 

18 febbraio 1940

 

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Buon compleanno Faber – il 18 febbraio del 1940 nasceva Fabrizio De André. Lo ricordiamo con alcuni dei suoi pensieri più belli

Sono passati più di vent’anni dalla scomparsa di Fabrizio De André, morto l’11 gennaio 1999, un notevole lasso di tempo che, invece di offuscare il valore culturale e popolare del suo lavoro, rende ancora più doloroso il distacco dal cantautore genovese, specie se paragonato al desolante panorama odierno della musica italiana di largo consumo.

De André si serviva della musica per raccontare l’uomo, la sua vita, le sue fragilità. Ha saputo portare al centro dell’attenzione chi da sempre era considerato e collocato ai margini della società: emarginati, ribelli e prostitute.

Non si può prescindere dalla forza dei suoi testi e dalla curiosità che trasmetteva, in modo silenzioso, portando l’ascoltatore, quasi senza accorgersene, a leggere L’antologia di Spoon River, i Vangeli Apocrifi o ad ascoltare Georges Brassens, Leonard Cohen e Bob Dylan.

Il cantautore genovese, inoltre, ha avuto il merito di aver liberato il dialetto dalle pastoie delle vecchie ballate popolari, traghettandolo nella musica moderna e assegnandogli una centralità che non aveva mai avuto prima di lui.

La poetica di De André

Bocca di rosa, una delle sue canzone più famose, è un po’ l’emblema della sua poetica. De André, nelle sue canzoni, parte sempre da un episodio di vita per raccontare “le umane cose” ed il loro evolversi secondo schemi prestabiliti e sempre uguali.

A meno di un atto di coraggio che implica il voler essere sé stessi, liberi da qualsiasi etichettatura sociale. Un atto che, spesso, si paga caro.

L’uomo-vittima di De André combatte sempre quello che non conosce, perché gli ricorda la parte più oscura di sé. L’uomo-eroe è quello che sceglie di scegliere. Ovviamente, la strada più difficile.

Vogliamo ricordare, in occasione dei 20 anni dalla sua morte, il grande cantautore genovese attraverso le frasi, gli aforismi e le citazioni più belle tratte dalle sue canzoni.

Le citazioni più belle

“Ama e ridi se amor risponde/piangi forte se non ti sente/Dai diamanti non nasce niente/ dal letame nascono i fiori” (Via del campo)

“Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria/ col suo marchio speciale di speciale disperazione” (Smisurata preghiera)

“Poi, d’improvviso, mi sciolse le mani e le mie braccia divennero ali/quando mi chiese: “Conosci l’estate?”/ io, per un giorno, per un momento/corsi a vedere il colore del vento” (Il sogno di Maria)

“Ci hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane/ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame” (Nella mia ora di libertà)

“C’è chi aspetta la pioggia/ per non piangere da solo” (Il bombarolo)

“E l’amore ha l’amore come solo argomento/ e il tumulto del cielo ha sbagliato momento” (Dolcenera)

“Non si risenta la gente per bene/ se non mi adatto a portar le catene” (Il fannullone)

“Ma che la baciai, per Dio, sì lo ricordo/e il mio cuore le restò sulle labbra” (Canzone di un malato di cuore)

“Passerà anche questa stazione senza far male/passerà questa pioggia sottile come passa il dolore” (Hotel Supramonte)

“Si sa che la gente dà buoni consigli/ se non può più dare cattivo esempio” (Bocca di rosa)

“Coltiviamo per tutti un rancore che ha l’odore del sangue rappreso/ciò che allora chiamammo dolore è soltanto un discorso sospeso” (Ballata degli impiccati)

“E se tu tornerai t’amerò come sempre ti amai/ come un bel sogno inutile che si scorda al mattino” (Per i tuoi larghi occhi)

“Quei giorni perduti a rincorrere il vento/a chiederci un bacio e volerne altri cento” (Amore che vieni, amore che vai)

“Primavera non bussa, lei entra sicura/come il fumo lei penetra in ogni fessura/ ha le labbra di carne, i capelli di grano/ che paura, che voglia che ti prenda per mano/Che paura, che voglia che porti lontano” (Un chimico)

“E ora sorridimi perché presto la notte finirà/ con le sue stelle arrugginite, in fondo al mare” (Verdi pascoli)

“All’ombra dell’ultimo sole s’era assopito un pescatore/e aveva un solco lungo il viso/come una specie di sorriso” (Il pescatore)

“Passano gli anni, i mesi,e se li conti anche i minuti/è triste trovarsi adulti senza essere cresciuti” (Un giudice)

“E come tutte le più belle cose/ vivesti solo un giorno come le rose” (La canzone di Marinella)

“Pensavo: è bello che dove finiscono le mie dita/debba in qualche modo incominciare una chitarra” (Amico fragile)

“Dormi sepolto in un campo di grano/ non è la rosa non è il tulipano/ che ti fan veglia dall’ombra dei fossi/ ma sono mille papaveri rossi” (La guerra di Piero)

“O resterai più semplicemente dove un attimo vale un altro/ senza chiederti come mai/ continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai” (Verranno a chiederti del nostro amore)

“Dove fiorisce il rosmarino c’è una fontana scura/ dove cammina il mio destino c’è un filo di paura” (Canto del servo pastore)

Pensare

“Gli uomini si dividono in due categorie: quelli che pensano e quelli che lasciano che siano gli altri a pensare”.

Virtù ed errore

“C’è poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore. Anche perché non sono ancora riuscito a capire bene, malgrado i miei cinquantotto anni, cosa esattamente sia la virtù e cosa esattamente sia l’errore, perché basta spostarci di latitudine e vediamo come i valori diventano disvalori e viceversa. Non parliamo poi dello spostarci nel tempo: c’erano morali, nel Medioevo, nel Rinascimento, che oggi non sono più assolutamente riconosciute”.

Giovani

“Non è che i giovani d’oggi non abbiano valori; hanno sicuramente dei valori che noi non siamo ancora riusciti a capir bene, perché siamo troppo affezionati ai nostri”.

Gesù

“Fra la rivoluzione di Gesù e quella di certi casinisti nostrani c’è una bella differenza: lui combatteva per una realtà integrale piena di perdono, altri combattevano e combattono per imporre il loro potere”.

Preghiera

“Quando non hai nessuna possibilità di decidere del tuo destino, ti metti nelle mani di qualcuno che, in quel momento, speri che esista. E così ti arrendi alla tentazione della preghiera: non una preghiera tua, che forse non ne sei capace, ma una di quelle che ti hanno insegnato da bambino e che, magari, ti ricordi ancora a memoria”.

Cantautori

“Certe volte mi chiedo se noi che cantiamo insieme al pubblico non siamo rimasti per caso un “club” di signorine romantiche che giocano a “palla a mano” fra le mura di un giardino di melograni mentre fuori la gente si sbrana”.

Elemosina

“Trovo estremamente più dignitoso chiedere l’elemosina che fare le scarpe al proprio collega in ufficio”.

Solitudine

“La solitudine non consiste nello stare soli, ma piuttosto nel non sapersi tenere compagnia. Chi non sa tenersi compagnia difficilmente la sa tenere ad altri. Ecco perché si può essere soli in mezzo a mille persone, ecco anche perché ci si può trovare in compagnia di se stessi ed essere felici (per esempio ascoltando il silenzio, stretto parente della solitudine)”.

Consensi elettorali

“Agli estorsori di consensi convengono i disagi sociali degli uomini: gli uomini disagiati, senza lavoro, senza soldi, sono facilmente orientabili, sono facilissime fonti di consensi (anche elettorali)”.

Italia

“L’Italia appartiene a cento uomini, siamo sicuri che questi cento uomini appartengano all’Italia?”.

Marinaio

“Il cuore del marinaio è sempre all’asciutto, a scaldarsi intorno al fuoco. Il marinaio non ama il mare: ci lavora e lo teme. Sogna di avere sempre la terra sotto i piedi, ricorda gli aromi, i volti e i sapori di casa”.

Rapimento

“Durante il rapimento mi aiutò la fede negli uomini, proprio dove latitava la fede in Dio. Ho sempre detto che Dio è un’invenzione dell’uomo, qualcosa di utilitaristico, una toppa sulla nostra fragilità… Ma, tuttavia, col sequestro qualcosa si è smosso. Non che abbia cambiato idea ma è certo che bestemmiare oggi come minimo mi imbarazza”.

Genova

“Genova è anche gli amici che da lontano ti vedono crescere e invecchiare, per esempio i pescatori, che hanno la faccia solcata da rughe che sembrano sorrisi e, qualsiasi cosa tu gli confidi, l’hanno già saputa dal mare”.

Utopia

“Io penso che un uomo senza utopia, senza sogno, senza ideali, vale a dire senza passioni e senza slanci sarebbe un mostruoso animale fatto semplicemente di istinto e di raziocinio, una specie di cinghiale laureato in matematica pura”.

Anarchia

“Se posso permettermi il lusso del termine, da un punto di vista ideologico sono sicuramente anarchico. Sono uno che pensa di essere abbastanza civile da riuscire a governarsi per conto proprio”.

Libertà e anarchia

“Aspetterò domani, dopodomani e magari cent’anni ancora finché la signora Libertà e la signorina Anarchia verranno considerate dalla maggioranza dei miei simili come la migliore forma possibile di convivenza civile, non dimenticando che in Europa, ancora verso la metà del Settecento, le istituzioni repubblicane erano considerate utopie”.

Governo

“Quello che io penso sia utile è di avere il governo il più vicino possibile a me e lo stato, se proprio non se ne può fare a meno, il più lontano possibile dai coglioni”

Sanremo

“Se si trattasse ancora di una gara di ugole, si trattasse cioè di un fatto di corde vocali, la si potrebbe ancora considerare una competizione quasi sportiva, perché le corde vocali sono pure sempre dei muscoli. Nel caso mio, dovrei andare ad esprimere i miei sentimenti, o la tecnica attraverso i quali io riesco ad esprimerli, e credo che questo non possa essere argomento di competizione”

Uomo e artista

“Io ho tentato in tutti i modi di poter essere un uomo. Avrei potuto esprimermi per esempio attraverso la coltivazione dei fiori se fossi vissuto ad Albenga, oppure attraverso l’allevamento delle vacche se non mi avessero venduto di soppiatto una fattoria che avevano i miei nel ’54. Mi è accaduto di fare il cantautore. Il fatto di diventare un artista, in qualche maniera, ti impedisce di diventare uomo in maniera normale. Quindi credo che ad un certo punto della tua vita tu devi recuperare il tempo che hai perduto per fare l’artista per cercare di diventare un uomo”.

Canzone

“La canzone è una vecchia fidanzata con cui passerei ancora molto volentieri buona parte della mia vita, sempre e soltanto nel caso di essere ben accetto”.

Donare

“I potenti rammentino che la felicità non nasce dalla ricchezza né dal potere, ma dal piacere di donare”.

Solitudine

“Io sono uno che sceglie la solitudine. E che come artista si fa carico di interpretare il disagio rendendolo qualcosa di utile e di bello. È il mio mestiere”.

Sardegna

“La vita in Sardegna è forse la migliore che un uomo possa augurarsi: ventiquattro mila chilometri di foreste, di campagne, di coste immerse in un mare miracoloso dovrebbero coincidere con quello che io consiglierei al buon Dio di regalarci come Paradiso”.

Genoa

“Non posso scrivere del Genoa perché sono troppo coinvolto. L’inno non lo faccio perché non amo le marce e perché niente può superare i cori della Gradinata Nord. Semmai al Genoa avrei scritto una canzone d’amore, ma non lo faccio perché per fare canzoni bisogna conservare un certo distacco verso quello che scrivi, invece il Genoa mi coinvolge troppo”.

Realtà e finzione

“Tutte le sere quando finisco un concerto desidererei rivolgermi alla gente e dire loro: “tutto quello che avete ascoltato fino adesso è assolutamente falso, così come sono assolutamente veri gli ideali e i sentimenti che mi hanno portato a scrivere queste cose e a cantarle”. Ma con gli ideali e con i sentimenti si costruiscono delle realtà sognate. La realtà, quella vera, è quella che ci aspetta fuori dalle porte del teatro. E per modificarla, se vogliamo modificarla, c’è bisogno di gesti concreti, reali”.

Doppio binario

“Ebbi ben presto abbastanza chiaro che il mio lavoro doveva camminare su due binari: l’ansia per una giustizia sociale che ancora non esiste, e l’illusione di poter partecipare in qualche modo a un cambiamento del mondo. La seconda si è sbriciolata ben presto, la prima rimane”.

Poesie

“Benedetto Croce diceva che fino all’età dei diciotto anni tutti scrivono poesie e che, da quest’età in poi, ci sono solo due categorie di persone che continuano a scrivere: i poeti e i cretini. E quindi io, precauzionalmente, preferisco definirmi un cantautore”.

Morte

“Sicuramente ho paura della morte. Non tanto la mia che in ogni caso, quando arriverà, se mi darà il tempo di accorgermene, mi farà provare la mia buona dose di paura, quanto la morte che ci sta intorno, lo scarso attaccamento alla vita che noto in molti nostri simili che si ammazzano per dei motivi sicuramente molto più futili di quanto non sia il valore della vita. Io ho paura di quello che non capisco, e questo proprio non mi riesce di capirlo”.

Scrittura

“Perché scrivo? Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me”

 

18 febbraio – Buon compleanno Faber. Un ricordo con alcuni dei suoi pensieri e alcune delle sue più belle canzoni…

 

Fabrizio De André

 

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18 febbraio – Buon compleanno Faber. Un ricordo con alcuni dei suoi pensieri e alcune delle sue più belle canzoni…

Buon compleanno Fabrizio. Lo ricordiamo con qualche esempio della sua poesia… Qui potete leggere una breve biografia: Fabrizio De André: la vita e la carriera di uno dei più grandi cantautori di tutti i tempi….

Tutto Fabrizio De André in 11 pensieri…

  • Questo nostro mondo è diviso in vincitori e vinti, dove i primi sono tre e i secondi tre miliardi. Come si può essere ottimisti?
  • Passerà anche questa stazione senza far male, passerà questa pioggia sottile come passa il dolore.
  • Libertà l’ho vista dormire nei campi coltivati, a cielo e denaro, a cielo ed amore, protetta da un filo spinato.
  • L’inferno esiste solo per chi ne ha paura.
  • Benedetto Croce diceva che fino all’età dei diciotto anni tutti scrivono poesie. Dai diciotto anni in poi rimangono a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini. E quindi io precauzionalmente preferirei considerarmi un cantautore.
  • Se i cosiddetti “migliori” di noi avessero il coraggio di sottovalutarsi almeno un po’ vivremmo in un mondo infinitamente migliore.
  • Durante il rapimento mi aiutò la fede negli uomini, proprio dove latitava la fede in Dio. Ho sempre detto che Dio è un’invenzione dell’uomo, qualcosa di utilitaristico, una toppa sulla nostra fragilità… Ma, tuttavia, col sequestro qualcosa si è smosso. Non che abbia cambiato idea ma è certo che bestemmiare oggi come minimo mi imbarazza.
  • Quello che io penso sia utile è di avere il governo il più vicino possibile a me e lo stato, se proprio non se ne può fare a meno, il più lontano possibile dai coglioni.
  • E per tutti il dolore degli altri è dolore a metà.
  • La vita in Sardegna è forse la migliore che un uomo possa augurarsi: ventiquattro mila chilometri di foreste, di campagne, di coste immerse in un mare miracoloso dovrebbero coincidere con quello che io consiglierei al buon Dio di regalarci come Paradiso.
  • Ho sempre avuto due chiodi fissi: l’ansia di giustizia e la convinzione presuntuosa di poter cambiare il mondo. Oggi quest’ultima è caduta.

Tutto De André in 4 canzoni:

Il pescatore

All’ombra dell’ultimo sole
S’era assopito un pescatore
E aveva un solco lungo il viso
Come una specie di sorriso
Venne alla spiaggia un assassino
Due occhi grandi da bambino
Due occhi enormi di paura
Eran gli specchi di un’avventura
E chiese al vecchio “dammi il pane
Ho poco tempo e troppa fame”
E chiese al vecchio “dammi il vino
Ho sete e sono un assassino”
Gli occhi dischiuse il vecchio al giorno
Non si guardò neppure intorno
Ma versò il vino e spezzò il pane
Per chi diceva “ho sete, ho fame”
E fu il calore d’un momento
Poi via di nouvo verso il vento
Davanti agli occhi ancora il sole
Dietro alle spalle un pescatore
Dietro le spalle un pescatore
E la memoria è già dolore
È già il rimpianto d’un aprile
Giocato all’ombra di un cortile
Vennero in sella due gendarmi
Vennero in sella con le armi
Chiesero al vecchio se lì vicino
Fosse passato un assassino
Ma all’ombra dell’ultimo sole
S’era assopito il pescatore
E aveva un solco lungo il viso
Come una specie di sorriso
E aveva un solco lungo il viso
Come una specie di sorriso

Volta la carta

C’è una donna che semina il grano
Volta la carta si vede il villano
Il villano che zappa la terra
Volta la carta viene la guerra
Per la guerra non c’è più soldati
A piedi scalzi son tutti scappati
Angiolina cammina cammina sulle sue scarpette blu
Carabiniere l’ha innamorata, volta la carta e lui non c’è più
Carabiniere l’ha innamorata, volta la carta e lui non c’è più
C’è un bambino che sale un cancello
Ruba ciliege e piume d’uccello
Tira sassate non ha dolori
Volta la carta c’è il fante di cuori
Il fante di cuori che è un fuoco di paglia
Volta la carta il gallo ti sveglia
Angiolina alle sei di mattina s’intreccia i capelli con foglie d’ortica
Ha una collana di ossi di pesca, la gira tre volte intorno alle dita
Ha una collana di ossi di pesca, la conta tre volte in mezzo alle dita, ehi
Mia madre ha un mulino e un figlio infedele
Gli inzucchera il naso di torta di mele
Mia madre e il mulino son nati ridendo
Volta la carta c’è un pilota biondo
Pilota biondo camicie di seta
Cappello di volpe sorriso da atleta
Angiolina seduta in cucina che piange, che mangia insalata di more
Ragazzo straniero ha un disco d’orchestra, che gira veloce che parla d’amore
Ragazzo straniero ha un disco d’orchestra, che gira che gira che parla d’amore, ehi
Madamadorè ha perso sei figlie
Tra i bar del porto e le sue meraviglie
Madamadorè sa puzza di gatto
Volta la carta e paga il riscatto
Paga il riscatto con le borse degli occhi
Piene di foto di sogni interrotti
Angiolina ritaglia giornali, si veste da sposa, canta vittoria
Chiama i ricordi col loro nome, volta la carta e finisce in gloria
Chiama i ricordi col loro nome, volta la carta e finisce in gloria, ehi

 

La città vecchia

Nei quartieri dove il sole del buon Dio
non da i suoi raggi
ha già troppi impegni per scaldar la gente
d’altri paraggi
una bimba canta la canzone antica
della donnaccia
quel che ancor non sai tu lo imparerai
solo qui fra le mie braccia
E se alla sua età le difetterà la campetenza
presto affinerà le capacità con l’esperienza
dove sono andati i tempi d’una volta, per Giunone
quando ci voleva per fare il mestiere
anche un po’ di vocazione?
Una gamba qua una gamba là
gonfi di vino
quattro pensionati mezzo avvelenati
al tavolino
li troverai là col tempo che fa
estate inverno
a stratracannare a strameledir
le donne il tempo ed il governo
Loro cercan là la felicità
dentro a un bicchiere
per dimenticare d’esser stati presi
per il sedere
ci sarà allegria anche in agonia
col vino forte
porteran sul viso l’ombra di un sorriso
fra le braccia della morte
Vecchio professore cosa vai cercando
in quel portone
forse quella che sola ti può dare
una lezione
quella che di giorno chiami con disprezzo
pubblica moglie
quella che di notte stabilisce il prezzo
alle tue voglie
Tu la cercherai tu la invocherai
più d’una notte
ti alzerai disfatto rimandando tutto
al ventisette
quando incasserai delapiderai
mezza pensione
diecimila lire per sentirti dire
“micio bello e bamboccione”
Se ti inoltrerai lungo le calate
dei vecchi moli
in quell’aria spessa carica di sale
gonfia di odori
lì ci troverai i ladri gli assassini
e il tipo strano
quello che ha venduto per tremila lire
sua madre a un nano
Se tu penserai e giudicherai
da buon borghese
li condannerai a cinquemila anni
più le spese
ma se capirai se li cercherai
fino in fondo
se non sono gigli son pur sempre figli
vittime di questo mondo

Geordie

Mentre attraversavo London Bridge
Un giorno senza sole
Vidi una donna pianger d’amore
Piangeva per il suo Geordie
Impiccheranno Geordie con una corda d’oro
È un privilegio raro
Rubò sei cervi nel parco del Re
Vendendoli per denaro
Sellate il suo cavallo dalla bianca criniera
Sellatele il suo pony
Cavalcherà fino a Londra stasera
Ad implorare per Geordie
Geordie non rubò mai neppure per me
Un frutto o un fiore raro
Rubò sei cervi nel parco del Re
Vendendoli per denaro
Salvate le sue labbra, salvate il suo sorriso
Non ha vent’anni ancora
Cadrà l’inverno anche sopra il suo viso
Potrete impiccarlo allora
Né il cuore degli inglesi né lo scettro del Re
Geordie potran salvare
Anche se piangeranno con te
La legge non può cambiare
Così lo impiccheranno con una corda d’oro
È un privilegio raro
Rubò sei cervi nel parco del Re
Vendendoli per denaro

Fabrizio De André: la vita e la carriera di uno dei più grandi cantautori di tutti i tempi

 

Fabrizio De André

 

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Fabrizio De André: la vita e la carriera di uno dei più grandi cantautori di tutti i tempi

È decisamente uno dei re del cantautorato italiano e i suoi testi, come la sua musica, non smettono mai di mancarci: parliamo di Fabrizio De André, il poeta genovese che, con le sue canzoni dissacranti e piene di storie di anime nere, corrotte e perse, rivoluzionò la musica italiana.

La vita

Fabrizio De Andrè è nato a Genova il 18 febbraio del 1940. Più nello specifico nella zona di Pegli, in via De Nicolay 12, da Giuseppe De André e Luisa Amerio.

Cosa avrebbe potuto fare alla fine degli anni Cinquanta un giovane nottambulo, incazzato, mediamente colto, sensibile alle vistose infamie di classe, innamorato dei topi e dei piccioni, forte bevitore, vagheggiatore di ogni miglioramento sociale, amico delle bagasce, cantore feroce di qualunque cordata politica, sposo inaffidabile, musicomane e assatanato di qualsiasi pezzo di carta stampata? Se fosse sopravvissuto e gliene si fosse data l’occasione, costui, molto probabilmente, sarebbe diventato un cantautore. Così infatti è stato ma ci voleva un esempio.” F. De Andrè

Il padre, un professore antifascista che insegnava all’interno di istituti che lui stesso dirigeva, quando la situazione si aggravò a causa del secondo conflitto mondiale portò la sua famiglia a rifugiarsi in un cascinale a Revignano D’asti. Proprio lì, nella Cascina dell’Orto della strada Calunga, Fabrizio trascorre la sua infanzia insieme alla madre e al fratello maggiore Mauro e inizia ad interessarsi alla musica in un contesto di vita semplice e contadina.

Un giorno infatti la mamma trova il piccolo “Bicio” – così la gente del luogo usava soprannominare Fabrizio – in piedi su una sedia, radio accesa, intento a dirigere un’orchestra immaginaria. Quando è ancora piccolino, la famiglia di Fabrizio fa poi ritorno a Genova: nel 1945 i De Andrè si stabiliscono infatti nella nuova casa, in via Trieste 8 e l’anno seguente Fabrizio viene iscritto all’istituto delle Suore Marcelline.

Fabrizio però è un ribelle e la sua permanenza lì, infatti, dura poco: il ragazzo manifesta fin da subito grande insofferenza alle stringenti regole dell’istituto, tanto che la famiglia è costretta a ritirarlo ed iscriverlo a una scuola statale, la Armando Diaz. Nel nuovo istituto, grazie all’iniziativa dei genitori che avevano notato la grande predisposizione artistica del figlio, Fabrizio inizia a studiare violino. Il suo insegnante è Gatti.

La sue vicende scolastiche non finiscono qui: Fabrizio frequenta le medie inizialmente al Giovanni Pascoli ma, a seguito di una bocciatura che fa infuriare suo padre, le porta a termine all’istituto Palazzi dopo essere passato anche per le classi dei severissimi gesuiti dell’Arecco.

Nel 1954 Fabrizio, dopo il violino, inizia a suonare anche la chitarra e nel 1955 si esibisce per la prima volta in pubblico ad uno spettacolo di beneficenza al teatro Carlo Felice. Ha un suo gruppo “Bicio” e suona per lo più country e western per poi avvinarsi al jazz. Nel 1956, poi, si avvicina ad un genere che diventerà la sua massima ispirazione: la canzone francese e, in particolare, quella trobadorica medievale. Quando il padre torna proprio da un viaggio in Francia riporta a Fabrizio due giradischi di Georges Brassens e lui traduce alcuni testi.

Fabrizio frequenta poi la sezione A del liceo classico Cristoforo Colombo, la più dura di tutte, e continua a mostrare il suo carattere anticonformista con i professori. Se ne va di casa a 18 anni a causa dei contrasti con il padre e all’università, poi, dopo aver frequentato alcuni corsi di Lettere e Medicina, sceglie Giurisprudenza, dietro il consiglio della sua famiglia e del suo amico Paolo Villaggio, che Fabrizio conosce proprio negli anni del dopoguerra e con cui avrà un rapporto molto stretto per tutta la vita. I suoi studi accademici, però, non vengono portati a termine: Fabrizio decide di smettere a soli 6 esami dalla laurea.

Da quel momento in poi è la musica il suo solo e unico impegno: nel 1958 esce infatti il suo primo disco, Nuvole Barocche, a cui ne faranno seguito molti altri. Il vero successo, però, inizia grazie a Mina; è la cantante ad incidergli La Canzone di Marinella, brano subito grandemente acclamato dal pubblico.

Oltre Paolo Villaggio, Fabrizio ha infatti molti amici celebri nel panorama musicale italiano, come Gino Paoli e Luigi Tenco.

Il 1961 è l’anno delle nozze di De André: dopo solo alcuni mesi di frequentazione con Enrica Rignon detta “Puny” – appassionata di jazz e appartenente a una delle famiglie più abbienti di Genova – Fabrizio la mette incinta e la sposa. Nel 1962 nasce infatti il figlio dei due, Cristiano. La storia della coppia, comunque, finisce con un divorzio a metà degli anni Settanta. Nel 2004 la donna è deceduta.

Il 1975, invece, è l’anno del primo tour musicale di Fabrizio De André: il suo carattere schivo, infatti, gli aveva fatto evitare fino a quel momento le luci dei riflettori. Due e tre anni più tardi, poi, la vita del cantautore sarebbe stata segnata da eventi sia belli che drammatici: nel 1977 nasce infatti sua figlia Levi, avuta con la compagna Dori Ghezzi, ma nel 1979 i due vengono rapiti dall’anonima sarda nella loro casa di Tempio Pausania.

Tale sequestro dura quattro mesi ma, anche questa esperienza, è foriera di arricchimento artistico per De André che nel 1981 realizza l’album L’Indiano; in questo, infatti, la cultura dei pastori sardi viene mischiata con quella dei nativi americani. Nel 1989, ormai liberi, Fabrizio e Dori si sposano.

Solo dieci anni dopo, però, Fabrizio muore dopo essersi ammalato di cancro ai polmoni. I suoi funerali si sono svolti il 13 gennaio del 1999 a Genova, nella Basilica di Santa Maria Assunta di Carignano. L’ultimo addio a “Faber”, questo il modo in cui lo chiamava l’amico Paolo Villaggio (per la grande passione del cantante per i pastelli colorati Faber Castle), è stato dato da una folla di oltre 10 mila persone che quel giorno parteciparono alla cerimonia.

Proprio Villaggio, in merito a quella giornata, disse: “Io ho avuto per la prima volta il sospetto che quel funerale, di quel tipo, con quell’emozione, con quella partecipazione di tutti non l’avrei mai avuto e a lui l’avrei detto. Gli avrei detto: “Guarda che ho avuto invidia, per la prima volta, di un funerale”.

La Musica

Tutta la carriera artistica di Fabrizio De Andrè è caratterizzata da fusioni e sincretismi culturali, consacrate sia in Italia che a livello internazionale. Ma la sua musica, prima di tutto, è stata espressione di ribellione e di volontà di rompere tutti gli schemi: quelli sociali ma anche quelli culturali e musicali.

Viene infatti ricordato come “il cantautore degli emarginati” o “il poeta degli sconfitti”, che per queste categorie umane scriveva ballate che rimarranno per sempre vere e proprie opere d’arte musicali. De André aveva alte, altissime fonti d’ispirazione: dalle ballate francesi a Leonard Cohen fino a Bob Dylan, il cantante genovese sapeva cogliere le giuste influenze, anche diversissime fra loro, ma utilizzarle per parlare degli ultimi.

I modelli sia francesi che americani lo hanno accompagnato nella creazione dei suoi testi in cui il cantautore sfidava le convenzioni borghesi, ripudiava la violenza e raccontava le vite di coloro che non trovavano spazio nella società: Bocca di RosaLa Guerra di Piero e Via del Campo sono infatti solo alcuni dei brani che ancora oggi ascoltiamo e che, probabilmente, rimarranno attuali per l’eternità.

Ecco, qui di seguito, la sua discografia completa:

  • 1966 – Tutto Fabrizio De André
  • 1967 – Volume I
  • 1968 – Tutti morimmo a stento
  • 1968 – Volume III
  • 1970 – La buona novella
  • 1971 – Non al denaro non all’amore né al cielo
  • 1973 – Storia di un impiegato
  • 1974 – Canzoni
  • 1975 – Volume 8
  • 1978 – Rimini
  • 1981 – Fabrizio De André
  • 1984 – Crêuza de mä
  • 1990 – Le nuvole
  • 1996 – Anime salve

Salvini ricorda De André con i suoi versi “All’ombra dell’ultimo sole si era assopito un pescatore” …ora, cos’è che il nostro Ministro non ha capito di quel pescatore che “versò il vino e spezzò il pane per chi diceva ho sete e ho fame”…?

Salvini

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Salvini ricorda De André con i suoi versi “All’ombra dell’ultimo sole si era assopito un pescatore” …ora, cos’è che il nostro Ministro non ha capito di quel pescatore che “versò il vino e spezzò il pane per chi diceva ho sete e ho fame”…?

 

Matteo Salvini, il vicepremier, in occasione del ventennale della sua scomparsa ha postato una foto di Faber accompagnata da una frase della canzone “Il pescatore”:  “All’ombra dell’ultimo sole si era assopito un pescatore”…

…Ora, cos’è che il nostro Ministro degli interni non ha capito di quel pescatore che “versò il vino e spezzò il pane per chi diceva ho sete e ho fame”…?  Cos’è che non ha capito del vero significato di quel brano, un messaggio di tolleranza e accoglienza…?

Mai gaffe fu tanto evidente. Tutti sanno (forse tutti tranne Salvini) che quel pescatore non indugiò: “Non si guardò neppure intorno/Ma versò il vino spezzò il pane/Per chi diceva ho sete ho fame”…

Dai Matteo… dare pane e vino a chi ha fame ed ha sete non è proprio tra le tue abitudini…

E poi… Ma ve lo immaginate quante glie ne avrebbe cantate il “poeta degli ultimi” al cinico razzista di Salvini? Come può Salvini nominare De André, quello che ha dedicato la sua poesia alle minoranze, dai rom ai migranti, ai nativi americani, alle prostitute, ai tossicodipendenti.

“Fabrizio appartiene a tutti, ma sarebbe meglio ascoltarlo”, aveva consigliato la compagna Dori Gezzi in un’intervista HuffPost. Un consiglio che a Salvini forse è sfuggito proprio nel giorno del 20esimo anniversario dalla morte di De André.

By Eles

tratto da: Il Fastidioso

 

Testo
All’ombra dell’ultimo sole
S’era assopito un pescatore
E aveva un solco lungo il viso
Come una specie di sorriso
Venne alla spiaggia un assassino
Due occhi grandi da bambino
Due occhi enormi di paura
Eran gli specchi di un’avventura
E chiese al vecchio “dammi il pane
Ho poco tempo e troppa fame”
E chiese al vecchio “dammi il vino
Ho sete e sono un assassino”
Gli occhi dischiuse il vecchio al giorno
Non si guardò neppure intorno
Ma versò il vino e spezzò il pane
Per chi diceva “ho sete, ho fame”
E fu il calore d’un momento
Poi via di nouvo verso il vento
Davanti agli occhi ancora il sole
Dietro alle spalle un pescatore
Dietro le spalle un pescatore
E la memoria è già dolore
È già il rimpianto d’un aprile
Giocato all’ombra di un cortile
Vennero in sella due gendarmi
Vennero in sella con le armi
Chiesero al vecchio se lì vicino
Fosse passato un assassino
Ma all’ombra dell’ultimo sole
S’era assopito il pescatore
E aveva un solco lungo il viso
Come una specie di sorriso
E aveva un solco lungo il viso
Come una specie di sorriso

Questa di Fabrizio è la storia vera – Un ricordo a 20 anni dalla scomparsa dell’immenso Fabrizio De André…

 

 

De André

 

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Questa di Fabrizio è la storia vera – Un ricordo a 20 anni dalla scomparsa dell’immenso Fabrizio De André…

 

Questa di Fabrizio (De Andrè) è la storia vera

Alcune sue canzoni sono finite nelle antologie della letteratura italiana; nessun personaggio dello spettacolo ha suscitato come lui tanto interesse e tanta voglia di approfondire e di capire. (Giancarlo Governi)

Fabrizio De André era un personaggio speciale, una persona, cioè, che a distanza di anni dalla sua morte fa sentire di aver lasciato un grande vuoto culturale. Soprattutto è venuto a mancare un punto di riferimento per i giovani che dalla canzone vogliono qualcosa di più di un semplice momento di relax o di esaltazione ritmica. E’ venuto a mancare colui che con modi colti ma allo stesso tempo popolari faceva arrivare al pubblico un messaggio di poesia alta e di contenuti precisi. La produzione di Fabrizio De André è vastissima. Ci ha lasciato infatti 16 album che comprendono quasi 200 canzoni. Su di lui sono stati scritti più di venti libri, e centinaia di articoli. Alcune sue canzoni sono finite nelle antologie della letteratura italiana.
Nessun personaggio dello spettacolo ha suscitato come De André tanto interesse e tanta voglia di approfondire e di capire.
Il primo brano che fece conoscere De André fu La guerra di Piero, uscita negli anni del Vietnam, in un momento cioè in cui il tema della guerra era fortemente sentito dai giovani.
Eppure la canzone non si riferiva a quella guerra, bensì ad un conflitto emblematico che li comprende tutti, proprio a sottolinearne la stupidità. Ed oggi quella canzone di quasi 40 anni fa è tornata ad essere un inno pacifista.
Fabrizio De André è stato il poeta anarchico, il poeta degli umili, dei diseredati e degli emarginati, dei maledetti. Categorie di persone di cui De André si fece paladino usando le armi della poesia e della musica colta. Potremmo dire Fabrizio De André o della ribellione, ma potremmo anche dire Fabrizio De André o della coerenza, perché, mutò lo stile, mutò i generi, cambiò il modo di concepire la canzone ma rimase sempre fedele alla sua ispirazione di fondo a quello che possiamo definire il suo manifesto culturale e ideologico. E soprattutto rimase fedele a questo mondo marginale che raramente ispira i poeti, anche a costo di pagare un prezzo altissimo come quando arrivò a perdonare i carcerieri del suo sequestro. Dimostrando nei confronti di questo mondo una pietas, come la chiamavano i latini, che poi coincide con la pietà cristiana. Il suo scopo non è la lotta sociale, a cui pure è sensibile, ma l’amore. Perché Fabrizio amava le sue puttane, i suoi ladri, i suoi travestiti, il popolo tutto dei senza diritti. Come disse don Antonio Balletto al suo funerale: “Ha trovato il timbro sincero che semina fiori anche nella disperazione e sa sferzare gli sciocchi, quelli che credono di sapere”. Per poi concludere che De André “ha aperto sentieri verso miniere d’oro: per i disperati, per quelli che non hanno diritto”.

 

 

fonte: https://www.globalist.it/culture/2019/01/09/questa-di-fabrizio-de-andre-e-la-storia-vera-2035874.html

 

 

 

 

11 gennaio 1999 – Ci lasciava Fabrizio De André, il poeta degli ultimi – Il menestrello che ha saputo cantare e dare dignità a tutti coloro che vivono ai margini della società

 

Fabrizio De André

 

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11 gennaio 1999 – Ci lasciava Fabrizio De André, il poeta degli ultimi – Il menestrello che ha saputo cantare e dare dignità a tutti coloro che vivono ai margini della società

Fabrizio De André, il poeta degli ultimi

Fabrizio De André, il menestrello che ha saputo cantare e dare dignità a tutti coloro che vivono ai margini della società, se ne andava 20 anni fa.

Oggi, 11 gennaio del 1999, se ne andava Fabrizio De André,  poeta/menestrello che ha cantanto sempre gli ultimi, che da 20 anni ha lasciato il mondo orfano della sua arte.

Di lui è già stato scritto tanto ed è ormai univesalmente riconosciuto come uno dei più grandi cantautori del Novecento non solo italiano, ma europeo per la ricchezza e la profondità delle sue composizioni che hanno influenzato e influenzeranno, come solo i grandi della poesia hanno saputo fare, le generazioni a venire.

Faber, come soprannominato dagli amici, è il menestrello degli ultimi: il poeta che ha saputo raccontare la dignità degli ambienti più degradati, che ha fatto nascere la beltà dal letame, che ha descritto figure, apparentemente senza tempo, relegate ai margini della società. La vita per De André è nella camera di una puttana, in una bettola dove scorre alcol a fiumi, nei quartieri malfamati dove “il sole del buon dio non dà i suoi raggi”. De Andrè msotra pietà per questi umili, le “vittime di questo mondo”, perché è qui che è conservata la purezza originaria dell’essere umano.

Il suo sguardo benevolo verso le mostruosità del mondo serve per mettere in luce la vera bruttezza: quella del mondo borghese. Con forza si scaglia nelle sue opere per urlare tutto il suo disprezzo per tutte le opinioni dominanti, anche per quelle degli ambienti della sinistra da salotto.

E chissà – e purtroppo non lo si potrà mai – come avrebbe cantanto oggi i nostri drammi: dall’immigrazione alla guerra, da Mafia Capitale a i furbetti del cartellino (tutti temi che comunque si ritrovano già nei suoi testi, sia in quelli originali che in quelli pensati per i brani da tradurre in italiano).

L’attualità di oggi nei testi scritti ieri: ancora una volta a testimonianza della sua immortalità.

Poi ancora la sua innata la capacità di dipingere con un verso una scena, una situazione, un sentimento universale. Di De André rimarrà per sempre quell’uso attento delle parole, che riporta tutto ad una morale mai banale che spesso viene fuori dal sarcasmo e l’ironia, in un continuo rovesciamento dell’ordine costituito per una “bonaria” presa per il sedere.

Ma De Andrè è anche il poeta che ha cantato la tristezza: pessimismo e atmosfere sempre cupe pervadono la sua opera. Questo vale anche per l’amore, perché nei suoi scritti (e scusate se non li si considerano solo canzoni) è sempre destinto a una tragica fine, dopo aver confuso, massificato e reso incosciente l’individuo.

Che De André non si possa riassumere in poche battute di un articolo è cosa ben nota. A De André e alla sua musica ci si approccia in modi diversi: emotivamente, filologicamente, carnalmente, istintivamente, ecc…

Anche coloro che (stupidamente) lo denigrano con quel “non mi piace” non possono ignorarlo: lo ascoltano. Perché quella musica magnetica, quella voce calda è ammaliatiatrice: sempre un vortice di forti emozioni positive e/o negative.

Il miglior modo per ricordare questo Gigante è quello di riascoltare la sua musica: perdersi nelle sue note in quei versi e ritrovare la bellezza, un concetto, anch’esso, che ai giorni nostri (ahinoi!) è sempre più relegato ai margini.

 

Fabrizio de andrè città vecchia (versione non censurata)

L’11 gennaio del 1999, ci lasciava Fabrizio De André. Vogliamo ricordarlo con “Caro Faber”, la lettera che Don Gallo gli dedicò a pochi giorni dalla morte

 

De André

 

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L’11 gennaio del 1999, ci lasciava Fabrizio De André. Vogliamo ricordarlo con “Caro Faber”, la lettera che Don Gallo gli dedicò a pochi giorni dalla morte

 

La loro Genova ha unito i loro destini, le loro storie si sono incrociate per sempre nell’attenzione verso gli ultimi e gli emarginati. Don Gallo, il prete di strada che si è fatto conoscere durante tutta la sua vita per l’impegno verso le condizioni umane dei disagiati e degli ultimi, dei dimenticati e Fabrizio De André, hanno condiviso tra le vie di Genova il racconto del mondo.

Lo hanno raccontato e testimoniato allo stesso modo. L’uno attraverso il Vangelo, l’altro attraverso la musica.

Ecco come il Prete da marciappiede salutò l’amico Faber:

Caro Faber. Per Fabrizio De André

di don Andrea GalloGenova, 14 gennaio 1999

Caro Faber,

da tanti anni canto con te, per dare voce agli ultimi, ai vinti, ai fragili, ai perdenti. Canto con te e con tanti ragazzi in Comunità.

Quanti «Geordie» o «Michè», «Marinella» o «Bocca di Rosa» vivono accanto a me, nella mia città di mare che è anche la tua. Anch’io ogni giorno, come prete, «verso il vino e spezzo il pane per chi ha sete e fame». Tu, Faber, mi hai insegnato a distribuirlo, non solo tra le mura del Tempio, ma per le strade, nei vicoli più oscuri, nell’esclusione.

E ho scoperto con te, camminando in via del Campo, che «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».

La tua morte ci ha migliorati, Faber, come sa fare l’intelligenza.

Abbiamo riscoperto tutta la tua «antologia dell’amore», una profonda inquietudine dello spirito che coincide con l’aspirazione alla libertà.

E soprattutto, il tuo ricordo, le tue canzoni, ci stimolano ad andare avanti.

Caro Faber, tu non ci sei più ma restano gli emarginati, i pregiudizi, i diversi, restano l’ignoranza, l’arroganza, il potere, l’indifferenza.

La Comunità di san Benedetto ha aperto una porta in città. Nel 1971, mentre ascoltavamo il tuo album, Tutti morimmo a stento, in Comunità bussavano tanti personaggi derelitti e abbandonati: impiccati, migranti, tossicomani, suicidi, adolescenti traviate, bimbi impazziti per l’esplosione atomica.

Il tuo album ci lasciò una traccia indelebile. In quel tuo racconto crudo e dolente (che era ed è la nostra vita quotidiana) abbiamo intravisto una tenue parola di speranza, perché, come dicevi nella canzone, alla solitudine può seguire l’amore, come a ogni inverno segue la primavera [«Ma tu che vai, ma tu rimani / anche la neve morirà domani / l’amore ancora ci passerà vicino / nella stagione del biancospino», da L’amore, ndr].

È vero, Faber, di loro, degli esclusi, dei loro «occhi troppo belli», la mia Comunità si sente parte. Loro sanno essere i nostri occhi belli.

Caro Faber, grazie!

Ti abbiamo lasciato cantando Storia di un impiegato, Canzone di Maggio. Ci sembrano troppo attuali. Ti sentiamo oggi così vicino, così stretto a noi. Grazie.

E se credete ora

che tutto sia come prima

perché avete votato ancora

la sicurezza, la disciplina,

convinti di allontanare

la paura di cambiare

verremo ancora alle vostre porte

e grideremo ancora più forte

per quanto voi vi crediate assolti

siete per sempre coinvolti,

per quanto voi vi crediate assolti

siete per sempre coinvolti.

Caro Faber, parli all’uomo, amando l’uomo. Stringi la mano al cuore e svegli il dubbio che Dio esista.

Grazie.

Le ragazze e i ragazzi con don Andrea Gallo,

prete da marciapiede.

“Smisurata Preghiera” – Il fantastico brano di Fabrizio De André dedicato alle minoranze di ieri, oggi e domani… Sentitolo, è tanto bello, toccante, profondo quanto attuale…!

 

Fabrizio De André

 

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“Smisurata Preghiera” – Il fantastico brano di Fabrizio De André dedicato alle minoranze di ieri, oggi e domani… Sentitolo, è tanto bello, toccante, profondo quanto attuale…!

La smisurata preghiera di De André: alle minoranze di ieri, oggi e domani
(di seguito il testo ed il video live)

Era l’anno 1996, Fabrizio De André spiegava in un concerto il senso del brano Smisurata preghiera: elogio delle minoranze con parole che oltre 20 anni dopo sono ancora attuali.

Correva l’anno 1996: 20 anni fa il grandissimo Fabrizio De André pubblicò l’album “Anime Salve”, scritto a quattro mani con l’amico e collega Ivano Fossati. Durante un concerto, Faber decise di spiegare il senso di “Smisurata Preghiera”, brano che, non a caso, è l’ultima traccia del cd.
Un discorso e una canzone che ancora oggi suonano, soprattutto visto la situazione internazionale, attuali… perché oggi più che mai abbiamo bisogno di ritrovare la nostra “umanità” anche attraverso le parole dei poeti/cantastorie del Novecento.
L’ultima canzone dell’album [Anime salve, ndr.] è una specie di riassunto dell’album stesso: è una preghiera, una sorta di invocazione…un’invocazione ad un’entità parentale, come se fosse una mamma, un papà molto più grandi, molto più potenti. Noi di solito identifichiamo queste entità parentali, immaginate così potentissime come una divinità; le chiamiamo Dio, le chiamiamo Signore, la Madonna. In questo caso l’invocazione è perché si accorgano di tutti i torti che hanno subito le minoranze da parte delle maggioranze.
Le maggioranze hanno la cattiva abitudine di guardarsi alle spalle e di contarsi… dire “Siamo 600 milioni, un miliardo e 200 milioni…” e, approfittando del fatto di essere così numerose, pensano di poter essere in grado, di avere il diritto, soprattutto, di vessare, di umiliare le minoranze.
La preghiera, l’invocazione, si chiama “smisurata” proprio perché fuori misura e quindi probabilmente non sarà ascoltata da nessuno, ma noi ci proviamo lo stesso. [Fabrizio De André]

smisurata preghiera

Alta sui naufragi
dai belvedere delle torri
china e distante sugli elementi del disastro
dalle cose che accadono al di sopra delle parole
celebrative del nulla
lungo un facile vento
di sazietà di impunità

Sullo scandalo metallico
di armi in uso e in disuso
a guidare la colonna
di dolore e di fumo
che lascia le infinite battaglie al calar della sera
la maggioranza sta la maggioranza sta

Recitando un rosario
di ambizioni meschine
di millenarie paure
di inesauribili astuzie
Coltivando tranquilla
l’orribile varietà
delle proprie superbie
la maggioranza sta
come una malattia
come una sfortuna
come un’anestesia
come un’abitudine

Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità, di verità

Per chi ad Aqaba curò la lebbra con uno scettro posticcio
e seminò il suo passaggio di gelosie devastatrici e di figli
con improbabili nomi di cantanti di tango
in un vasto programma di eternità

Ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti

come una svista
come un’anomalia
come una distrazione
come un dovere.

Fabrizio De André