Addio schiavitù dalla batteria, negli Stati Uniti realizzato il primo cellulare che funziona “ad aria”

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Addio schiavitù dalla batteria, negli Stati Uniti realizzato il primo cellulare che funziona “ad aria”

Alla Washington University hanno inventato il primo cellulare “ad aria”. Non ha bisogno di batteria e consuma molta meno elettricità degli smartphone in commercio. Vediamo come funziona

Pronto? Sto chiamando da un telefono senza batteria!”. Sono state queste le prime parole pronunciate attraverso un cellulare di nuova invenzione, progettato dall’Università di Washington (WU) a Seattle. Com’è possibile che sia senza batteria?

Sono due i fattori che hanno reso possibile l’invenzione. Innanzitutto un abbattimento verticale dell’energia necessaria. Secondo: la possibilità di accumulare la poca energia necessaria grazie semplicemente all’aria circostante. Vediamo com’è nata l’idea e come funziona.

Il cellulare ad aria: com’è nata l’idea

Il prototipo realizzato dalla WU è frutto di una ricerca durata anni. Tutto è cominciato da una conversazione tra Joshua Smith, ricercatore al CSE dell’università, e Vamsi Talla, suo collega. Smith ha chiesto, alcuni anni fa, a Talla: “Se potessi scegliere di creare un dispositivo elettronico senza batteria, quale sceglieresti?“.

La risposta è stata immediata: “Il cellulare! Perché è uno degli oggetti più utili che possediamo. Immagina, per esempio, una situazione di emergenza: la batteria si esaurisce e tu puoi ancora chiamare e mandare messaggi“.

Da qui è nata l’idea rivoluzionaria.

Cellulare ad aria: come funziona

Riuscire a realizzare questa vision ha richiesto a Talla e soci di ripensare praticamente tutto il funzionamento dei cellulari. Per operare anche senza batteria, un telefono mobile deve essere in grado di raccogliere energia ‘dall’aria’, cioè dalle fonti di energia che liberamente troviamo nell’atmosfera.

Un esempio? La luce solare può essere trasformata in una scintilla di elettricità attraverso pannelli solari o fotodiodi. Le frequenze televisive e del Wi-Fi possono essere convertite in energia utilizzando un antenna. Ma come è possibile far funzionare completamente un telefono con così poca energia (parliamo di poche decine di microwatt)? I nostri cellulari, infatti, consumano decine di migliaia di volte di più.

La risposta sta nel cosiddetto ‘backscatter’. Si tratta di un dispositivo che riflette le onde radio in arrivo, permettendo quindi di comunicare. Durante la Guerra Fredda, questa tecnologia analogica veniva utilizzata per spiare i ‘nemici’. Per farla breve, il backscater applicato a una cimice veniva attivato solo a distanza, da remoto. In questo modo, si poteva evitare di aggiungere una batteria al dispositivo, che sarebbe stata poi impossibile da sostituire.

Il padre di Smith lavorava come spia durante la Guerra Fredda e il ricercatore conosceva bene questa tecnica. Si è chiesto quindi: perché non provare ad applicarla anche a un cellulare?

E ci sono riusciti. Per esempio, i circuiti necessari per la conversione e la connessione della rete analogica in digitale sono stati alloggiati in remoto. Anche per connettersi alla rete digitale utilizza un dispositivo a distanza, che si collega via Skype.

Cellulare ad aria: la commercializzazione

Si tratta ovviamente di un prototipo estremamente basilare. Attualmente può unicamente fare chiamate in un range di 15 metri e inviare messaggi di testo. Il dispositivo non ha praticamente display (a parte una piccola luce rossa a LED) e funziona come una specie di walkie-talkie: bisogna premere un pulsante per parlare e un altro per ascoltare.

A favore della commercializzazione c’è l’elemento economico. Trattandosi di un dispositivo minimale costerebbe molto di meno rispetto a uno smartphone di ultima generazione. E in più non servirebbe spendere soldi in corrente per ricaricarlo!

In ogni caso, Talla promette che il prossimo prototipo avrà un display E-Ink (32mila colori e consumi bassissimi), una qualità della conversazione migliore e magari anche una fotocamera per i selfie.

 

fonte: https://www.ambientebio.it/ambiente/energia/primo-cellulare-ad-aria/

Una vergogna per l’intera umanità che non possiamo assolutamente dimenticare: 29 dicembre 1890, il massacro di Wounded Knee, quando il glorioso esercito degli Stati Uniti sterminò 300 indiani disarmati (tra cui 200 donne e bambini)…

 

Wounded Knee

 

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Una vergogna per l’intera umanità che non possiamo assolutamente dimenticare: 29 dicembre 1890, il massacro di Wounded Knee, quando il glorioso esercito degli Stati Uniti sterminò 300 indiani disarmati (tra cui 200 donne e bambini)…

 

Da Wikipedia

Negli ultimi giorni del dicembre 1890, la tribù di Miniconjou guidata da Big Foot (Piede Grosso), alla notizia dell’assassinio di Toro Seduto, partì dall’accampamento sul torrente Cherry per recarsi a Pine Ridge, sperando nella protezione di Nuvola Rossa.

Il 28 dicembre furono intercettati da quattro squadroni di cavalleria Settimo Reggimento guidato dal maggiore Samuel Whitside, che aveva l’ordine di condurli in un accampamento di cavalleria sul Wounded Knee. 120 uomini e 230 tra donne e bambini furono portati sulla riva del torrente, accampati e circondati da due squadroni di cavalleria e sotto tiro di due mitragliatrici.

Il comando delle operazioni fu preso dal colonnello James Forsyth e l’indomani gli uomini di Piede Grosso, ammalato gravemente a causa di una polmonite, furono disarmati. Coyote Nero, un giovane Miniconjou sordo, tardò a deporre la sua carabina Winchester, fu circondato dai soldati e, mentre deponeva l’arma, partì un colpo a cui seguì un massacro indiscriminato. Il campo venne falciato dalle mitragliatrici e i morti accertati furono 153. Secondo una stima successiva, dei 350 Miniconjou presenti ne morirono quasi 300.

Venticinque soldati furono uccisi, alcuni probabilmente vittime accidentali dei loro compagni. Dopo aver messo in salvo i soldati feriti, un distaccamento tornò sul campo dove furono raccolti 51 indiani ancora vivi, 4 uomini e 47 tra donne e bambini. Trasportati a Pine Ridge, furono in seguito ammassati in una chiesetta ove (per gli addobbi natalizi) si poteva leggere la scritta:

« Pace in terra agli uomini di buona volontà. »

A Wounded Knee, sul cartello rosso dove si può leggere la storia del massacro, è riportata la scritta Massacre of Wounded Knee. La scritta massacre venne aggiunta sopra la vecchia scritta Battle in quanto inizialmente venne dato il nome di battaglia di Wounded Knee e, spesso, viene tuttora riportata e ricordata come ultimo scontro armato tra nativi e Governo.[1]

fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Wounded_Knee

Da Sentierorosso.com:

wounded knee 1890

Era quasi il crepuscolo quando la colonna avanzò lentamente sull’ultima altura e cominciò a scendere il pendio, verso Chankpe Opi Wakpala, il torrente chiamato Wounded Knee. L’oscurità invernale e i minuscoli cristalli di ghiaccio che danzavano nella luce morente davano una nota soprannaturale al paesaggio melanconico. In qualche luogo segreto lungo quel corso d’acqua ghiacciato giaceva il cuore di Cavallo Pazzo e i Danzatori degli Spettri credevano che il suo spinto disincarnato attendesse con impazienza la nuova, terra che sarebbe certamente venuta con la prima erba verde di primavera.
Nell’accampamento della cavalleria sul torrente Wounded Knee, gli indiani furono fermati e contati accuratamente. Vi erano 120 uomini e 230 donne e bambini. A causa della crescente oscurità, il maggiore Whitside decise di attendere il mattino per disarmare i suoi prigionieri. Egli assegnò loro per accamparsi un’area a sud nelle immediate vicinanze del campo militare, distribuì loro razioni e poiché scarseggiavano i rivestimenti dei tepee, fornì loro diverse tende. Whitside ordinò che venisse messa una stufa nella tenda di Piede Grosso e mandò un chirurgo del reggimento a curare il capo malato. Per essere sicuro che nessuno dei prigionieri fuggisse, il maggiore mise di guardia due squadroni di cavalleria intorno ai tepee dei Sioux e poi piazzò i suoi due Hotchkiss in cima a un’altura che dominava l’accampamento. Questi cannoni scanalati, che potevano lanciare cariche esplosive a più di due miglia, furono messi in posizione tale da colpire le tende degli indiani da un capo all’altro dell’accampamento.
Più tardi, in quella notte di dicembre, il resto del 7° reggimento marciò da est e bivaccò a nord degli squadroni di Whitside. Il colonnello James W. Forsyth, comandante dell’ex reggimento di Custer, prese ora il comando delle operazioni» Informò Whitside che aveva ricevuto ordine di mettere la banda di Piede Grosso su un treno della Union Pacific Railroad e di portarla in una prigione militare di Omaha.
Dopo aver piazzato altri due cannoni Hotchkiss sul pendio accanto agli altri, Forsyth e i suoi ufficiali si accinsero a trascorrere la notte con un barilotto di whiskey per festeggiare la cattura di Piede Grosso.
Il capo si trovava nella sua tenda, troppo ammalato per dormire, in grado appena di respirare. Perfino con le loro protettive Camicie degli Spettri e la loro fede nelle profezie del nuovo Messia, i Miniconjou avevano paura dei soldati a cavallo accampati intorno a loro. Quattordici anni prima, sul Little Bighorn, alcuni di questi guerrieri avevano contribuito alla sconfitta di alcuni di questi capi soldati – Moylan, Varnum, Wallace, Godfrey, Edgerly – e gli indiani si domandavano se nei loro cuori vi era ancora un desiderio di vendetta.
«II mattino seguente sentii uno squillo di tromba» disse Wasumaza, uno dei guerrieri di Piede Grosso che alcuni anni dopo cambiò il suo nome con quello di Dewey Beard. «Poi vidi i soldati che montavano a cavallo e ci circondavano. Fu annunciato che tutti gli uomini dovevano venire al centro del campo per un colloquio e che dopo il colloquio dovevano andare nell’agenzia di Pine Ridge. Piede Grosso fu portato fuori dal suo tepee e sedette davanti alla sua tenda e gli uomini più anziani si riunirono intorno a lui e si sedettero proprio vicino a lui al centro.»
Dopo aver distribuito le gallette per la colazione, il colonnello Forsyth informò gli indiani che ora dovevano essere disarmati. «Chiesero i fucili e le armi,» disse Lancia Bianca «così tutti noi consegnammo i fucili e li ammonticchiammo al centro.» I capi dei soldati non erano soddisfatti del numero delle armi consegnate e così mandarono squadroni di soldati a perquisire i tepee. «Entrarono nelle tende e uscirono con fagotti e li strapparono per aprirli» disse Cane Capo. «Presero le scuri, i coltelli e i pali delle tende e li ammonticchiarono vicino ai fucili.»
Non ancora soddisfatti, i capi dei soldati ordinarono ai guerrieri di togliersi le coperte di dosso e di sottoporsi a una perquisizione. I volti degli indiani esprimevano tutta la loro rabbia, ma solo lo stregone, Uccello Giallo, protestò apertamente. Accennò pochi passi della Danza degli Spettri, e intonò un canto sacro, assicurando i guerrieri che le pallottole dei soldati non avrebbero forato i loro indumenti sacri. «Le pallottole non andranno verso di voi» egli cantò in Sioux. «La prateria è grande e le pallottole non andranno verso di voi.»
I soldati di cavalleria trovarono solo due fucili, uno dei quali era un Winchester nuovo che apparteneva a un giovane Miniconjou di nome Coyote Nero. Coyote Nero sollevò il Winchester sopra la testa gridando che aveva pagato molto denaro per il fucile e che apparteneva a lui. Alcuni anni dopo Dewey Beard ricordò che Coyote Nero era sordo. «Se lo avessero lasciato solo egli sarebbe andato a deporre il fucile nel posto indicato. Essi invece lo afferrarono e lo spinsero in direzione est. Egli non si preoccupò nemmeno allora. Il suo fucile non era puntato su nessuno. La sua intenzione era di mettere giù quel fucile. Essi si fecero avanti e afferrarono il fucile che egli si stava accingendo a deporre. Lo avevano appena circondato quando si udì un colpo di fucile abbastanza forte. Non saprei dire se qualcuno fu colpito, ma dopo quel colpo ci fu un gran fracasso.»
« Quel rumore assomigliava molto al suo suono della tela strappata» disse Penna Frusta. Colui-Che-Teme-il-Nemico lo descrisse come lo «scoppio di un fulmine».
Falco Rotante disse che Coyote Nero «era un uomo pazzo, un giovane che aveva una cattiva influenza sugli altri e in realtà era una nullità». Disse che Coyote Nero sparò col suo fucile e «immediatamente i soldati risposero al fuoco e ne seguì un massacro indiscriminato».
All’inizio del tumulto, il fuoco delle carabine era assordante, e l’aria era piena di fumo. Fra i moribondi che giacevano accasciati sulla terra gelata vi era Piede Grosso. Poi il fragore delle armi cessò per un momento, mentre piccoli gruppi di indiani e di soldati combattevano corpo a corpo, usando coltelli, mazze e pistole. Poiché solo pochi indiani avevano armi, dovettero presto fuggire e allora i grandi fucili Hotchkiss sulla collina aprirono il fuoco su di loro, sparando quasi un proiettile al secondo, falciando l’accampamento indiano, facendo a pezzi i tepee con gli shrapnel, uccidendo uomini, donne e bambini.
«Cercammo di fuggire,» disse Louise Orsa Astuta «ma essi ci sparavano addosso come se fossimo bisonti. Io so che vi sono alcune persone bianche buone, ma i soldati che spararono sui bambini e sulle donne furono infami. I soldati indiani non avrebbero fatto una cosa simile ai bambini bianchi.»
«Corsi via da quel luogo e seguii quelli che stavano scappando» disse Hakiktawin, un’altra giovane donna. «Mio nonno, mia nonna e mio fratello furono uccisi quando attraversammo la gola, e poi una pallottola mi trapassò il fianco destro e poi anche il polso destro e lì mi fermai perché non ero in grado di camminare e dopo il soldato mi raccolse e si avvicinò una ragazzina e si nascose sotto la coperta.»
Quando finì l’esplosione di follia. Piede Grosso e più della metà della sua gente erano morti o erano gravemente feriti; i morti accertati furono 153, ma molti dei feriti si allontanarono strisciando e morirono in seguito. Secondo una valutazione, dei 350 Miniconjou che si trovavano lì, i morti, fra uomini, donne e bambini, furono quasi trecento. Fra i soldati vi furono venticinque morti e trentanove feriti, per la maggior parte colpiti dalle loro stesse pallottole o shrapnel.
Dopo che i soldati di cavalleria feriti furono mandati all’agenzia di Pine Ridge, un distaccamento di soldati si recò sul campo di battaglia di Wounded Knee, raccolse gli indiani che erano ancora vivi e li caricò sui carri. Poiché appariva chiaro che prima di sera si sarebbe scatenata una tempesta di neve, gli indiani morti furono lasciati là dove erano caduti. (Dopo la tempesta di neve, quando un gruppo di affossatori tornò a Wounded Knee, trovò i corpi, compreso quello di Piede Grosso, congelati in posizioni grottesche.)
I carri carichi di Sioux feriti (quattro uomini e quarantasette donne e Bambini) raggiunsero Pine Ridge quando era già notte. Poiché tutte le baracche disponibili erano occupate dai soldati, gli indiani furono lasciati sui carri scoperti, esposti al freddo intenso, mentre un inetto ufficiale dell’esercito cercava un riparo. Infine fu aperta la chiesa episcopale, furono tolte le panche, e il pavimento fu ricoperto con uno strato di paglia.
Era il quarto giorno dopo Natale dell’anno del Signore 1890. Quando i primi corpi straziati e sanguinanti furono portati nella chiesa illuminata dalle candele, quelli che non avevano perso la conoscenza poterono vedere gli addobbi natalizi che pendevano dalle travi del soffitto. Da un capo all’altro del presbiterio, sopra il pulpito, era appeso uno striscione con la scritta: PACE IN TERRA AGLI UOMINI DI BUONA VOLONTÀ.
“Non sapevo in quel momento che era la fine di tante cose. Quando guardo indietro, adesso, da questo alto monte della mia vecchiaia, ancora vedo le donne ed i bambini massacrati, ammucchiati e sparsi lungo quel burrone a zig-zag, chiaramente come li vidi coi miei occhi da giovane. E posso vedere che con loro morì un’altra cosa, lassù, sulla neve insanguinata, e rimase sepolta sotto la tormenta. morì il sogno di un popolo. Era un bel sogno… il cerchio della nazione è rotto ed i suoi frammenti sono sparsi. Il cerchio non ha più centro, e l’Albero sacro è morto.”
Alce Nero (Hehaka Sapa)

 

fonte: http://www.sentierorosso.com/storia-dei-nativi-americani/la-storia-degli-indiani-d-america/wounded-knee-1890

C’è un Indiano d’America in prigione da 40 anni. La sua colpa? Aver difeso il suo popolo! …E da 40 anni nessuno, proprio nessuno ne parla!!

 

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C’è un Indiano d’America in prigione da 40 anni. La sua colpa? Aver difeso il suo popolo! …E da 40 anni nessuno, proprio nessuno ne parla!!

 

Chi è Leonard Peltier?

Leonard Peltier è un nativo americano in carcere da 40 anni per difendere i diritti del suo popolo. Nasce nel 1944 e già dalla sua infanzia capisce che la vita per i nativi d’America è dura, tra miseria, razzismo, emarginazione.

Cresce anche in un istituto dove conosce la prima “istituzione totale”, ma ha un buon carattere e la sua gioventù è carica di socialità, mentre impara a riparare vecchie automobili. Ma sono gli anni in cui lacomunità indiana comincia ad alzare la testa e si organizza.

Nasce l’AIM, American Indian Movement, di cui dopo poco Peltier entra a far parte. Nel 1973 oltre trecento indiani d’America tengono testa agli uomini del governo, che per scacciare i Lakota dal loro territorio, si erano alleati con il capo di un’altra tribù, Dick Wilson, che con una sorta di polizia privata mieteva terrore nella comunità indigena con pestaggi ed omicidi.

“Quando ci arrestarono, i soldati toccavano le donne davanti agli uomini, cercando di farci reagire così da poter giustificare le nostre esecuzioni.”
 
Leonard Peltier
 

Lo stesso Wilson stava trattando in gran segreto la vendita di parte delle terre della riserva dei Lakota Oglala di Pine Ridge, nel sud Dakota, agli Stati Uniti.
Consapevole della fierezza e dell’ostinazione delle popolazione native, il governo statunitense cerca in tutti i modi di cacciare i Lakota dal loro territorio per impossessarsi dei loro giacimenti. E’ un periodo durissimo, per due anni quella regione vede una presenza spropositata di agenti dell’FBI, e i morti tra i nativi sono almeno 60.

“Quelli di noi che furono riconosciuti come capi, vennero pestati nelle celle della prigione militare dell’esercito.”
 
 

Nel giugno del 1975 dalla comunità di Oglala viene lanciato un appello all’AIMperchè qualcuno vada ad aiutarli, la tensione è altissima. Arrivano 17 membri del AIM, di questi solo 6 sono uomini, tra loro c’è Leonard Peltier. Il 26 Giungo 1975 nei pressi della comunità indiana si presentano in auto, senza alcun segno di riconoscimento, due agenti dell’FBI: la scusa è la ricerca di un uomo che ha rubato degli stivali.

E’ probabilmente una trappola, tanto che nel giro di poco tempo si scatena una sparatoria tremenda con centinaia di agenti e militari.
 

Gli Oglala Lakota si difendono, rispondono al fuoco e alla fine sul terreno restano tre corpi: due agenti dell’FBI e un indigeno.

Tutta la comunità riesce a scappare e a nascondersi, si scatena una caccia all’uomo di dimensioni impressionanti. Per l’indiano americano morto non fu aperta alcuna indagine, mentre per i due agenti vennero imputate tre persone.

I primi due arrestati vengono processati ed assolti sulla base della legittima difesa, rimane il terzo accusato, Leonard Peltier, il quale nel frattempo è scappato in Canada. Su di lui si riversa tutta la rabbia dell’FBI, è il capo espiatorio.

Viene arrestato in Canada il 6 Febbraio 1976 e dopo pochi mesi estradato sulla base di false testimonianze, tanto che successivamente il governo canadese protesterà per i modi in cui si ottenne l’estradizione. Ma oramai Leonard Peltier è nelle mani dei coloro che vogliono letteralmente vendicare i due agenti morti.

Nel suo libro “La mia danza del Sole”, Leonard Peltier racconta:

A Milwaukee rimasi coinvolto in un episodio strano e inquietante.
Stavo mangiando in una trattoria con un paio di fratelli indiani, quando una coppia di uomini seduti al tavolo accanto cominciò a indicarci ridendo rumorosamente e facendo battute razziali.
Non potevo sapere che erano poliziotti in borghese.
 
Ci alzammo per andarcene, ma quei due ci aspettavano fuori, proprio davanti alla porta, impedendoci di uscire.
 
– Cosa c’è da ridere? – chiesi.
 
Ero furioso e pronto a battermi, ovviamente è quello che aspettavano.
 
Non appena parlai, prima ancora di poter alzare una mano, mi trovai due Magnum calibro 357 puntate alla testa. (…cercavo di ripararmi mentre loro mi colpivano a sangue. Venni poi a sapere che, a forza di picchiarmi, uno dei due, poverino, si era ferito una mano e aveva dovuto chiedere due giorni di  riposo.”
 
 

Questa volta il processo viene organizzato diversamente: si svolge nella città di Fargo, storicamente anti-indiana, la giuria è formata da soli bianchi e il giudice è noto per il suo razzismo.

Il processo prende ben altra piega e Peltier viene condannato a due ergastoli consecutivi. Durante il processo non si tiene conto delle prove a suo favore, ma solo di testimonianze manipolate, vaghe e contraddittorie.

Dopo cinque anni, accurati esami balistici riescono a provare che i proiettili che uccisero i due agenti non appartenevano all’arma di Leonard, e alcuni dei testimoni che lo avevano accusato ritirano le loro dichiarazioni, confessando di essere stati minacciati dall’FBI.

Leonard Peltier nel suo libro scrive:

“E’ così che fanno. Ti prendono di mira, t’incastrano, t’arrestano, ti picchiano a sangue, ti appioppano un’accusa falsa. Poi ti trascinano in prigione e in tribunale e t’impoveriscono con le spese legali.”

A Leonard è stata negata la possibilità di avere una revisione del processo, nonostante le prove che dimostrano la sua innocenza. Non gli è stato nemmeno permesso di presenziare ai funerali di suo padre, di sua madre, dei suoi zii. Per almeno due volte si è cercato di ucciderlo in carcere, mentre le sue condizioni di salute sono difficili. Operato ad una mascella solo grazie alle pressioni popolari, quasi cieco da un occhio, malato di diabete e di prostata, ma Leonard Peltierresiste e non rinnega nulla della sua lotta.

A settembre Leonard ha compiuto 70 anni.

Mentre tu stai leggendo Peltier è ancora in prigione. Fino a quando?

Leonard Peltier è in carcere perché lottava per i diritti del suo popolo e la sua storia è un esempio delle tante ingiustizie che avvengono in ogni parte del mondo e che vengono taciute perché “scomode”.

Perché punire con il carcere a vita questo indiano d’america di nome Leonard Peltier?

Per lanciare il messaggio a tutti gli indiani oppressi, per dire loro che se oseranno ribellarsi alla democratica civiltà americana moderna, essi pagheranno e saranno puniti anche se innocenti.

Ma i governi non sanno che gli indiani non hanno mai smesso di lottare, ne mai lo faranno, perché come dicevano i loro antenati, è meglio morire da uomini liberi che vivere da schiavi:


Fonte : Infoaut